DOMENICO CODISPOTI: un pianista classico, ma non il classico pianista

In un periodo festivo, come quello appena trascorso, i succosi antipasti sono di prammatica. Non si sottrae alla regola la sesta edizione dei “Concerts d’Hiver”, organizzati dall’Associazione culturale Notations. La rassegna si terrà, con cadenza settimanale, dal 6 febbraio al 6 marzo, ma la sera dell’Epifania ha avuto una corposa avant-premiere con il concerto del pianista calabrese Domenico Codispoti. Nel suggestivo scenario della Grandze del Castello di Aymavilles, il trentacinquenne virtuoso si è esibito in un impegnativo programma che comprendeva i Tre Sonetti del Petrarca di Franz Liszt e tanto Rachmaninov: dai Preludi op.23 n.4 e 6 a sette “Etude-Tableaux” op. 39. La scelta di Rachmaninov rimandava al 5 ottobre 1997, quando Codispoti si era esibito al Centro Congressi del Grand Hotel Billia di Saint-Vincent per la finalissima della 5^ edizione del Concorso Pianistico Internazionale Mavi Marcoz.

Rachmaninov

Accompagnato dall’orchestra Filarmonica Italiana diretta da Marcello Rota, l’allora ventiduenne catanzarese aveva trascinato la platea rendendo al meglio le malie melodiche ed il virtuosismo del Concerto n.2 di Rachmaninov. L’autentico plebiscito nella votazione con le schede distribuite al pubblico, non aveva, però, avuto un adeguato riscontro nel verdetto della giuria che, non assegnando il primo premio, lo aveva classificato secondo. «Sono un pianista classico, ma non il classico pianista», mi aveva detto nell’occasione, Codispoti per sottolineare come, pur già bravissimo, fosse lontano dalle nevrosi stakanoviste e dalla seriosità di molti dei partecipanti a quel concorso. Diplomatosi nel 1994 al Conservatorio di Pescara, aveva già vinto concorsi come il Rendano, il Villar Perosa e il Pinerolo. Sono seguiti altri premi internazionali ed un’attività solistica che lo vede esibirsi regolarmente in Europa, America e Asia sempre con entusiastici consensi di pubblico e critica. “Uno dei più grandi talenti dell’Italia musicale d’oggi”, ha scritto di lui il “PolabskeListy” di Praga. Mentre per “TheFlyingInkpot” di Hong Kong è “un esperto narratore di storie sempre ricco di immaginazione e inventiva”.

L’INTERVISTA

Come mai questa predilezione per Rachmaninov? «Per empatia. Mi ci ritrovo tanto, sia nelle parti di poesia intima che in quelle eroiche. Per me è un autore sempre molto intenso, ma mai volgare. Le avanguardie del suo tempo loaccusarono di essere kitsch perché dai compositori pretendevano ben altro. Ma lui se ne infischiò.» Uno dei momenti più alti del concerto è stata l’assorta interpretazione dell’ Etude-Tableau op. 39 n. 2 in la minore in cui hai mostrato la tua maestria nel tocco, ci puoi dire qualcosa di più del brano? «Il pezzo è conosciuto come “Il mare e i gabbiani”, perché con questa immagine lo descrisse Rachmaninov a Ottorino Respighi che ne voleva fare una versione orchestrale. In realtà ha una atmosfera surreale da oltretomba dovuta al fatto che è costruito sul tema del Dies Irae. D’altronde i titoli non sono, in genere, stati dati da Rachmaninov, che avrebbe detto: lascio sia il pubblico ad immaginare quello che i pezzi gli suggeriscono.» Oltre ad una grande tecnica, cosa c’è nel tuo bagaglio di interprete? «Sono sempre alla ricerca di qualcosa. Noi interpreti non facciamo altro che assorbire emozioni dall’esterno, perché il modo in cui si suona dipende molto da quello che si vive, e io cerco di fare entrare il più possibile la vita nella musica che faccio.» In un’epoca che si diverte a distruggere tutti i miti, come se la passa la figura del virtuoso? «Conserva un suo fascino, anche per i più giovani.Trovo spesso ragazzi vestiti da punk che si entusiasmano quando mi ascoltano suonare una sonata di Mozart. Anche grazie a me il messaggio della grande musica ancora arriva. Non si può pretendere che arrivi a tutti nello stesso modo, però almeno bisogna mettere quanta più gente nelle condizioni di esserne solleticata. E’ anche una questione di luoghi, situazioni e cicli, perché ci sono paesi come la Cina in cui la figura del musicista classico è molto trendy, al punto che sembra ci siano 40 milioni di pianisti e ci sia gente che fa anche venti chilometri a piedi per andare a seguire una lezione. Pian piano, venendo in Europa, stanno cercando di assimilare la nostra tradizione musicale, ma per loro non è facile. Lo dimostra una bravissima cantante cinese che recentemente mi è capitato di accompagnare. Mentre cantava “Boheme” ad un tratto si è interrotta e mi ha detto: teach me how to feel (insegnami a sentire).»