ARTE (20) FRANCESCO NEX: l’artista, che è simile all’animale che fiuta l’aria, un po’ profetico è

L'ospitalità (2000)

Il 2011 sarà un anno importate per Francesco Nex, il maggiore pittore vivente della Valle, che il 6 luglio compirà novanta anni. In questo lunghissimo lasso di tempo le sue vicende di vita e Arte si sono strettamente intrecciate con quelle della Valle, facendone un testimone privilegiato con una visione lucidissima della sua terra. A far da contraltare c’è, purtroppo, la cecità, causata da una maculopatia, che dal dicembre 2004 gli impedisce di dipingere. «E’ una situazione odiosa.- confessa nella sua casa di Fènis- Mi manca soprattutto il fare. Ho sempre lavorato tanto per due ragioni: la prima, non lo nego, per il denaro, ma soprattutto perché mi piaceva raccontare me stesso e i miei “desaforo”, una parola portoghese (Nex è nato in Brasile:n.d.r.) che esprime un insieme di scontento, delusione e disamoramento per un mondo che non mi piaceva e che, almeno nei miei quadri, ironizzando, cambiavo. Purtroppo molte delle cose più ciniche che ho dipinto si stanno avverando, forse perché l’artista, che è simile all’animale che fiuta l’aria, un po’ profetico è.» Dopo anni di silenzio artistico, Nex è tornato agli onori della cronaca il 3 dicembre scorso in occasione dell’inaugurazione, al Museo di Piazza Roncas, della mostra “La cultura dell’ospitalità”, esposizione di opere collezionate dagli albergatori valdostani in cui fa la parte del leone. «Il titolo della mostra è preso dal quadro che avevo regalato all’Hotel Comtes de Challant di Fénis dopo l’alluvione del 2000 per il modo bello e gentile con cui aveva messo la sua professionalità a disposizione degli sfollati. In quell’occasione era venuto fuori il bello dello spirito valdostano, ma, ormai, sembra ci vogliano le grandi disgrazie perché succeda.» Lei che conosce la Valle meglio di chiunque altro, come l’ha vista cambiare? «I valdostani erano una razza simpatica e con un certo senso dell’umorismo, adesso, invece, fanno le cose più folli facendo i seriosi. Manca l’iniziativa che li rendeva dei piccoli imprenditori. La campagna è lasciata in mano a lavoratori stranieri. La fontina non è più la fontina e i prati non sono più i prati perché, dopo avere sradicato piante, hanno seminato erbacce. La Valle ha perso la sua connotazione, non “puzza” più di valdostano. Non parliamo della cultura per la quale non c’è rispetto, ma per questo li assolvo perché forse non sanno nemmeno cosa sia.» Non è che nel resto del paese la cultura se la passi meglio, visto che ci sono ministri che ripetono che è una cosa che non si mangia…«E’ una storia vecchia. Già Carducci scriveva: “Il poeta, o vulgo sciocco, un pitocco non è già, che a l’altrui mesa via, con lazzi turpi e matti, porta i piatti ed il pan ruba in dispensa”. Non è vero, lo dimostra l‘Italia, che, pur non valorizzandole, ha la maggior parte di opere d’arte del mondo. Con l’arte si mangia, la mia famiglia non ha mai saltato un pasto.» Come vede il futuro della Valle? «Si deve ripartire dalla montagna, che un discorso serio ancora te lo fa. Bisogna, però, conoscerla, perché se non conosci un territorio come fai ad amarlo? Come diceva Leonardo da Vinci: un grande amore è figlio di una grande conoscenza. La gente che viene in Valle non la conosce ed ai valdostani non interessa più. A me, invece, ha fatto venire il fiato corto, perché credo di essere uno dei pochi che l’ha girata tutta. Il mio sogno era aprire un albergo dove accogliere la gente, per, poi, grazie ad un accordo con le guide di Valpelline, farle girare la Valle a piedi, attraverso le alte vie. E’ bello vedere dall’alto queste valli che si intrecciano, si collegano e sembra che rubino lo spazio una all’altra. C’è molto dello spirito del valdostano. Pensavo di andare anch’io con loro, ma adesso ho una stanchezza ed una tristezza infinita… Però mi piaceva dipingere… mi dava un senso, ora è tutto così contraddittorio.»