PAOLO BONFANTI: “canzoni di schiena” tra blues e canzone d’autore

Se nel 2005 il sito specializzato francese bluesfeelings.com ha giudicato il chitarrista Paoli Bonfanti secondo miglior artista blues europeo il merito è della sua bravura ma, anche, di un’etichetta discografica valdostana: il “Club de Musique” di Courmayeur. «Siamo entrati in contatto nel 1991– racconta il cinquantenne genovese- in occasione di un grande festival blues che il Club aveva organizzato a Courmayeur . Con loro, nel 1992, ho pubblicato il mio primo cd, “On My Backdoor, Someday”, sulla cui copertina c’è una mia foto davanti alla baita Berthod, a Courmayeur. Da allora è la mia etichetta, come pure del mio amico Jono Manson, con cui ho intenzione di fare un trio che suonerà sicuramente “al risparmio” visto che io sono genovese, lui ebreo newyorchese e, come terzo, stiamo cercando uno scozzese.» “Club de Musique” ha pubblicato anche “Canzoni di schiena”, il più recente cd che Bonfanti ha presentato il 17 dicembre all’Espace Populaire per il terzo appuntamento della rassegna “Espace Blues”. Se, però, in studio era accompagnato dalla sua band e da ospiti speciali come Roy Rogers e il New Trolls Vittorio De Scalzi, ad Aosta era solo con la sua chitarra acustica, perchè, come ha confessato, «se prima era un’attività marginale rispetto alle esibizioni con la band, adesso, a causa della crisi, il concerto solo è diventato il più richiesto.» Trattandosi di Bonfanti lo spettacolo è stato, comunque, assicurato. Il suo curriculum è, infatti, caratterizzato da una sfilza di prestigiose collaborazioni: dal saxofonista Dick Heckstall-Smith (già con Colosseum e John Mayall) a Fabio Treves, da Beppe Gambetta a Roy Rogers (produttore di John Lee Hooker). Dal 2004, poi, è membro “Slow Feet”, un supergruppo formato con alcuni grandi del rock italiano comeDe Scalzi e i PFM Franz Di Cioccio e Lucio Fabbri. Ad Aosta Bonfanti ha suonato e cantato pezzi suoi ma, anche, qualche cover dei musicisti che più lo hanno influenzato. «Oltre che col blues, sono cresciuto a pane e Crosby, Stills, Nash & Young. C’è, poi, Bob Dylan che è un po’ il padre di tutti noi e, da sempre, la mia ossessione. Oltre ad “Isolation Row”, che nel titolo ricorda la sua “Desolation Row”, ho composto “Bob sull’Appennino” in cui canto di una leggendaria amante che avrebbe a Pian dei Grilli, vicino a Busalla.» “Canzoni di schiena” corona l’antica aspirazione di Bonfanti di realizzare un cd in italiano, già espressasi nell’Ep “Io non sono Io”. «Il blues in sé ha detto tutto quello che doveva dire.- spiega- Adesso si tratta di adattarlo alle proprie esperienze, in modo da trovare una ricetta nuova per riproporlo. Fin dal titolo, “Canzoni di schiena” guarda alle mie radici, sia musicalmente che come storie che, per parafrasare una delle canzoni del cd, sono dei “bei tempi andati”, di cose che ti sei lasciato alle spalle, e che dunque puoi vedere soltanto secondo una prospettiva “di schiena”. Due pezzi, “O Gh’è’n Piaxe!” e “Dove A L’è”, sono, addirittura, cantati in genovese che, grazie alle sue numerose parole tronche, è più facile adattare alla metrica blues.» E’ un caso che in Italia siano state due città di mare come Genova e Napoli ad esprimere il meglio dei musicisti blues? «Sono accomunate dall’avere un porto che ha facilitato il mischiarsi di diverse etnie. Nel dopoguerra, poi, sono stati i marinai americani a portare in Italia il blues ed il jazz. In comune hanno, infine, quel guardare alle proprie radici con un po’ di malinconia che è una delle tante chiavi per spiegare il blues