MARIO MONICELLI: se smette di essere vera e dignitosa, la vita non vale la pena di essere vissuta

Tra gli avvenimenti che avevano segnato la vita del regista MARIO MONICELLI c’era sicuramente il suicidio del padre Tomaso, noto giornalista e scrittore antifascista, avvenuto il 25 maggio 1946. In un’intervista del 2007 il regista aveva detto: «Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l’ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l’altro un bagno molto modesto.» Che la vita non fosse degna di essere vissuta deve averlo pensato anche lui quando, alle 21 del 29 novembre, si è lanciato dalla finestra del quinto piano del reparto di urologia dell’Ospedale San Giovanni di Roma. Vi era ricoverato dal 28 per un tumore alla prostata in fase terminale. Aveva 95 anni. Solo pochi giorni prima la sua voce si era levata in difesa del cinema italiano: «Coi tagli alla cultura non avremo più film», aveva detto. Certamente non si avranno più film come i suoi. Da Guardie e ladri” a “I soliti ignoti” (considerato, nel 1958, il capostipite della commedia all’italiana), da “La grande guerra” a “L’Armata Brancaleone”, da “Amici miei” a “Un borghese piccolo piccolo”, da “Il marchese del Grillo” a “Parenti serpenti”. Film dove la risata andava a braccetto con la riflessione, e che, anche nei momenti più ironicamente cinici, facevano intravedere la speranza di un cambiamento. Speranza che lo aveva portato ad avere una figlia, Rosa, da Chiara Rapaccini quando lei aveva 34 e lui 74. Speranza che mostrava di avere smarrito nella sua ultima intervista televisiva: «Gli italiani hanno perso l’orgoglio e la spinta personale– aveva detto con amarezza- La speranza è una trappola inventata da chi comanda, ci vorrebbe la rivoluzione