BRUNO LAUZI: il piccolo grande poeta che sapeva cantare d’amore


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Un po’ se lo sentiva. E Bruno Lauzi ne esorcizzava lo spettro con l’ironia. «Noi cantautori della vecchia guardia non abbiamo vita lunga- mi aveva detto- Nessuno ha superato i 73 anni di Umberto Bindi. Comincio a preoccuparmi perché siamo rimasti io e Gino Paoli, e, dato che l’erba grama muore per ultima, tocca morire prima a me.»

Purtroppo c’aveva azzeccato: Lauzi è, infatti, deceduto il 24 ottobre 2007 nella sua casa di Peschiera Borromeo. Aveva 69 anni («sono nato l’8 agosto 1937chiosava– lo stesso giorno, mese ed anno di Dustin Hoffman. Ogni nazione ha quello che si merita»). Ha lasciato un mucchietto di canzoni del calibro di “Ritornerai”, “Il poeta”, “L’appuntamento”, “Almeno tu nell’universo” e “Piccolo uomo”.

«La mia generazione- spiegava- aveva l’onestà di scrivere canzoni perché ne sentiva l’esigenza e non per fare i soldi, ed è proprio questa sincerità che fa sì che vengano ancora cantate. Quello che dovevo scrivere l’ho scritto, ho un cassetto pieno di belle canzoni nuove, ma non me le pubblicano».

1 Lauzi IMG_9050Deluso dall’industria discografica («non mi andava di servire dei servi sciocchi», ripeteva), negli ultimi anni si era, infatti, dedicato alla scrittura di libri di poesia e narrativa. Tra questi “Il caso del pompelmo levigato”, un giallo filosofico pubblicato per Bompiani«Su “Il Foglio”- mi aveva raccontato felice durante un indimenticabile pranzo– è uscita una recensione che lo definisce un caleidoscopio, perché per gli eccessi di fantasia che ci sono dentro il termine romanzo gli sta troppo stretto.»

Lo aveva presentato a Pont-Saint-Martin, dove il 10 settembre 2005 l’avevo chiamato per un omaggio a Lucio Battisti, nel settimo anniversario della morte.

5480Quel Battisti che gli aveva detto: “tu sei l’unico che canta le mie canzoni facendole sue”, promettendogli che, se un giorno si fosse interrotta la collaborazione con Mogol, sarebbe stato lui a sostituirlo.

A Pont-Saint-Martin aveva ritrovato l’amico Elio Bertolin di Arnad, che con Lauzi condivideva il morbo di Parkinson.

1 Lauzi DSCN6715Nell’attesa che si avverasse il sogno di “potere, un giorno non lontano, prendere a schiaffi Mister Parkinson. A mano ferma”, lo esorcizzava continuamente con l’umorismo che ha insaporito tutta la sua vita. «Adesso– scherzava- non posso più suonare la chitarra, ma vado benissimo alle maracas.»

Era una delle tante cicatrici che la vita gli aveva arrecato. «Nonostante tutto continuo a credere profondamente nella vita.- mi aveva confessato- E a ripetere che ognuno di noi, anche se è un personaggio da poco che, magari, ha vissuto una vita da poco, deve esserne felice. In fondo questa vita è tutto quello che abbiamo, e l’alternativa sarebbe non esserci. Anche se diventassi cieco, sordo e muto, senza gambe e senza braccia, non buttatemi via. Usatemi come fermaporte, ma non buttatemi via!»

Chissà se l’ultimo viaggio lo ha fatto, come prevedeva, in ascensore con Dio. «Gli chiederò: lei dove va? All’ultimo piano. E lei? Oltre.»