LEE “Komics” KONITZ: improvvisare è buttarsi senza farsi troppo male

C’è chi ad ottant’anni suonati passa le giornata seduto su una panchina (quando va bene), e chi, come il sassofonista Lee Konitz (nato a Chicago il 13 ottobre 1927), va in giro per il mondo in cerca di nuove avventure musicali. E se il fisico ed il fiato non sono più quelli di un tempo, il suono uscito dal suo sassofono contralto in occasione del concerto aostano del 12 novembre 2008 è stato sempre quello, atemporale e personalissimo, che aveva caratterizzato il cool jazz attraverso incisioni storiche con Lennie Tristano e la “Tuba Band” di Gerry Mulligan, Gil Evans e Miles Davis. Lo stesso che destò l’ammirazione di Charlie Parker. «Alla fine degli anni Quaranta- ha ricordato Konitz prima del concerto – mi fece i complimenti perché ero l’unico altosassofonista che in quel momento non suonava come lui. Il mio suono strumentale è la voce che ho deciso di aggiungere alla mia. Da quando, sessant’anni fa, l’ho trovato parlo anche con questa voce. Col passare del tempo ho, piuttosto, cercato di approfondire sempre più la musica e trovare musicisti da cui imparare». L’ultimo, in ordine di tempo, è stato il pianista panamense Danilo Pérez con cui Konitz si è esibito al Teatro Giacosa in un concerto che, dopo un’iniziale torrenziale improvvisazione a due, li ha visti, insieme agli ottimi Ben Street (contrabbasso) e Adam Cruz (batteria), scavare nei prediletti standards: da “Body and Soul” a “It’s only a paper moon”, da “Old flame” a “Cherockee”. «Danilo è un musicista di qualità– ha commentato Konitz- Ed è molto generoso perchè non pensa solo a se stesso,ma cerca di conversare musicalmente con gli altri raccontando delle storie. Ho suonato con tanti bravi musicisti, ma lui è quello più vicino alla mia poetica».

Poetica basata su una inarrivabile grazia melodica fatta di disposizione profondissima al canto, ma, anche, di capacità di immedesimazione nei climi emotivi dei brani. Ad accomunare i due è stata anche una sorridente predisposizione al gioco. Più evidente nell’estroverso Pérez (che ha dedicato il concerto al “triumpho de Barak Obama”), più contenuta e surreale in Lee “Komics” (come l’ha soprannominato Perez), che, non a caso, ha iniziato il concerto vagando per il palco infastidito da rumori imprecisati, salvo, poi, produrli lui stesso una volta uscito di scena. Un’ironia che venuta fuori anche durante l’intervista. Mister Konitz, qual’è il miglior complimento che ha ricevuto nella sua carriera? «Che ero un ottimo amante.– ha risposto serioso- Anche perché, come diceva Woody Allen in un film, mi sono allenato molto da solo». Lei, che è da sempre un maestro dell’arte dell’improvvisazione jazz, non crede che questa sia molto utile anche nella vita di tutti i giorni? «Certo, nella vita come nell’amore. L’importante è capire che, come nel jazz, improvvisazione non vuol dire casualità ed incoscienza, ma ci vuole, piuttosto, una tecnica, fatta di esperienze e sensibilità, che permetta di buttarsi senza farsi troppo male».