Quel caffè con STEVE SWALLOW

Il 4 ottobre il musicista americano Steve Swallow ha compiuto 70 anni. Ho avuto la fortuna di ascoltarlo più volte ad Aosta. Indimenticabile la prima, nel 1998, quando suonò alla Biblioteca di Viale Europa con la moglie, Carla Bley, ed Andy Sheppard. Il 16 agosto 2002, in occasione di un suo concerto al Caffè Nazionale con Arrigo Cappelletti e Ferdinando Faraò, l’ho pure intervistato. Ecco quello che ne è venuto fuori.

Strano ascoltare Steve Swallow, in una notte di mezza estate, al “Caffè Nazionale” di Aosta. Lui, il più grande bassista elettrico del mondo, abituato ai palchi dei più prestigiosi Festival jazzistici del mondo, suonare per una platea di qualche decina di appassionati. Strano, come potrebbe esserlo imbattersi in Celine Dion che fa piano-bar in un dehor del centro. Onore, quindi, alla prontezza con la quale le proprietarie dello storico locale di Piazza Chanoux hanno colto al volo una data “buca” della tournèe italiana del trio formato da Swallow con il pianista comasco Arrigo Cappelletti ed il batterista Ferdinando Faraò (che sostituiva il sassofonista Giulio Visibelli). Con questo gruppo, che ha registrato il Cd “Little Poems”, Cappelletti ha voluto coronare un vecchio sogno: «Il modello- ha spiegato- è il leggendario trio formato da Swallow, nel 1961, con Jimmy Giuffrè e Paul Bley. Fu lì che si rivelò l’anima lirica di un bassista con cui da tempo aspiravo a suonare». Fu, proprio, la profetica e liberissima musica da camera di quel trio a svelare nuove dimensioni emotive che il fragore e l’energia di certo jazz avevano, fino a quel momento, nascosto. Un soft-jazz “fragile ed ineluttabile” creato dalla visionarietà di musicisti all’epoca ventenni. «Quella con il trio fu la mia prima registrazione– ha ricordato Swallow- Ero spaventatissimo, ma Jimmy e Paul mi presero per mano e mi portarono di peso in quella fantastica esperienza. Non potrò mai essergli abbastanza riconoscente per questo». Cosa ritrova di quel trio nel progetto “Little Poems”? «Le considero esperienze parallele, in quanto penso che molti siano partiti da lì per, poi, sviluppare, discorsi personali». Swallow compreso, che, passato, tra i primi, al basso elettrico, ha imboccato una sua via, tra il “bluesy” ed il melodico, che ha fatto la fortuna di “guitar heroes” come Pat Metheny e John Scofield (dei quali, non a caso, è il bassista preferito). Anche ad Aosta ha suonato lo speciale basso a 5 corde al quale si è convertito dalla fine degli anni ’80. «Volevo riuscire a suonare note più alte, forse perchè desideravo che il mio strumento avesse maggiori affinità con la voce umana. Con il basso cerco sempre di imitare la voce. Se avessi una bella voce, probabilmente, non suonerei il basso, ma canterei. In fondo molti musicisti sono solo cantanti mancati». Si capisce, quindi, l’intesa, artistica ed umana, con uno come Cappelletti (“wonderful musician” per Swallow) che da anni è alla ricerca di “singolari equilibri” tra lirismo, introspezione e collegamenti con altri universi musicali. Muovendosi in quella “terras do risco” che, nel suo omonimo Cd, lo ha portato alla “spericolata” avventura con la cantante portoghese Alexandra ed il fado. Una “musica in stato d’anarchia”, come la definisce Morgan nelle note di copertina, che anche ad Aosta, grazie ai suoi intriganti “originals ha incantato chi ha saputo ascoltarla con orecchie curiose. Al di là dei generi e delle mode. Al di là della triste consapevolezza che il jazz, in Valle, non è fenomeno di massa. Neanche quando ti arriva, come in questo caso, gratis sotto casa.