RICCARDO TESI:un attivo valicatore di frontiere, sia geografiche che stilistiche

Uno, come l’organettista Riccardo Tesi, che ha iniziato la carriera “volando sopra i tetti di Firenze” con la cantante Caterina Bueno non poteva che “gustare fino in fondo tutto il suo profumo”. Profumo della vita (come canta De Gregori nel brano dedicato alla succitata Caterina), ma, anche, della musica. «Me lo ha insegnato, proprio la Bueno, la più importante interprete del canto tradizionale toscano.– ha spiegato il cinquantaquattrenne musicista toscano prima che il 27 agosto si esibisse a Fénis per “EtéTrad”- Sono diventato musicista grazie a lei. Avevo 22 anni e non avevo mai suonato l’organetto diatonico. Ho imparato velocemente, ma poi ho avuto un momento di crisi e volevo smettere. Chi mi ha fatto superare lo stallo è stata Caterina. Da allora non ho più avuto ripensamenti e penso di avere contribuito alla valorizzazione di questo strumento, sia come esecutore che come didatta.» Non è, quindi, un caso che si intitoli “Sopra i tetti di Firenze” l’ultimo cd della sua “Banditaliana”, che a Tsantì de Bouva annoverava il chitarrista Maurizio Geri, suo storico socio, il sassofonista Claudio Carboni e il percussionista Gigi Biolcati. «Musicalmente– ha continuato Tesi- ho due facce: da una parte compongo musiche originali, dall’altro faccio lavori tematici come questo su Caterina Bueno e la musica tradizionale toscana. A Fénis le ascolterete entrambe.» E così è stato, per cui, dopo una breve sequenza di sue composizione da cd come “Presente Remoto” e “Lune”,  con l’ingresso della cantante Lucilla Galeazzi è stata la volta di una serie di gemme contenute in “Sopra i tetti di Firenze”. Canti più o meno noti (da “Donna Lombarda” a “Maggio”, da “Italia bella mostrati gentile” a “Battan l’otto”) ma riletti con la sensibilità e la libertà di musicisti (un grande contributo lo ha dato Geri) che alla valentia tecnica uniscono una ipertrofica consapevolezza anche sociale. Di chi sa che nascevano da gente alla quale un’ “infame società” aveva dipinto “la fame sulla faccia”, ma che, nello stesso tempo, le “500 catenelle” da cui era imbrigliata sapeva, se non spezzare, almeno mettere alla berlina (perchè “questo è il guaio, il peggio tocca sempre all’operaio”). Il tutto ambientato in un climax musicale ad alta emotività creato da musicisti che hanno tanto suonato, ma, soprattutto, tanto vissuto. «Non sono un musicista tradizionale.- aveva, infatti, spiegato Tesi- Il mio organetto ha dovuto seguire i miei tanti interessi, per cui, di volta in volta, ho cercato di fargli parlare il linguaggio della musica che stavo suonando, che non sempre era tradizionale. Mi considero un attivo valicatore di frontiere, sia geografiche che stilistiche. Ogni artista, a qualsiasi genere appartenga, ha qualcosa da raccontare e il piacere di scoprirlo è impagabile.» Piacere che è stato massimo con cantautori come De Andrè e Fossati coi quali ha collaborato in cd come “Anime salve” e “Macramè”. «Per me, che sono cresciuto suonando le sue canzoni, accompagnare De Andrè in “Khorakhanè” e “Smisurata preghiera” è stato molto emozionante. Gli era piaciuta una mia versione della sua “Coda di lupo” e mi ha addirittura preferito a Dino Saluzzi.» Com’è la situazione attuale degli organettisti italiani? «Ci sono ottime nuove leve come i fratelli Boniface e Simone Bottasso. Quest’ultimo e Vincent Boniface suonano negli “Abnoba” , un gruppo che mi piace molto perché è pieno di energia giovane supportata da grandi mezzi tecnici. Ho collaborato anche coi vostri “Tamtando” ed è stata un’esperienza molto divertente

ITALIA BELLA MOSTRATI GENTILE

(Recitato) L’operaio non lavora e la fame io divora

e qui’ braccianti
’un san come si fare a andare avanti.

Spererem ni’ novecento, 
finirà questo tormento,

ma questo è il guaio: 
il peggio tocca sempre all’operaio.

(Cantato) Italia bella, mostrati gentile
 e i figli tuoi non li abbandonare,

sennò ne vanno tutti ni’ Brasile
e ‘un si rìcordan più di ritornare

Ancor qua ci sarebbe da lavorà, senza stà in America a emigrà.

Il secolo presente qui ci lascia, 
il millenovecento s’avvicina;

la fame ci han dipinto sulla faccia 
e per guarilla ‘un c’è la medicina

Ogni po’ noi si sente dire: E vo 
là dov’è la raccolta del caffè.

Nun ci rimane più che preti e frati, 
monìcche di convento e cappuccini,

e certi commercianti disperati 
di tasse non conoscono i confini.

Verrà un dì che anche loro dovran partì
là dov’è la raccolta del caffè.

Ragazze che cercavano marito 
vedan partire il loro fidanzato,

vedan partire il loro fidanzato 
e loro restan qui col sor curato.

Verrà un dì che anche loro dovran partì
là dov’è la raccolta del caffè.

Le case restan tutte spigionate, 
l’affittuari perdano l’affitto,

e i topi fanno lunghe passeggiate, 
vivan tranquilli con tutti i diritti.

Verrà un dì che anche loro dovran partì
là dov’è la raccolta del caffè.