La musica “in blue” di McCOY TYNER e Joe LOVANO

Dopo il concerto di George Benson a Fénis, la rassegna “Musicastelle in Blue”, inserita nel Festival “MusicaStelle”, si è conclusa il 2 agosto nella Piazza d’Armi del Forte di Bard con il trio del pianista McCoy Tyner con il sassofonista Joe Lovano. Il nome della rassegna deriva da “Blue Note” che è il locale di Milano che l’ha organizzata con l’Assessorato regionale al Turismo, ma è anche quello di una storica etichetta jazz. Non ci poteva, quindi, essere ospite migliore del settantaduenne Alfred McCoy Tyner che, tra il 1967 e il 1970, per la “Blue Note” ha pubblicato sette importanti album.

La sua fama è, però, legata agli anni tra 1960 e 1965 in cui visse la più affascinante avventura che musicista possa augurarsi grazie al sodalizio con il sassofonista John Coltrane. Fu lui a scoprirlo quando era un oscuro pianista di Philadelpia. Ed è stato per seguirne la tumultuosa evoluzione creativa e la maestosità dell’impasto sonoro del celebre quartetto che Tyner si è creato un pianismo dalle dimensioni orchestrali, in cui, oltre al volume sonoro, ha ampliato a dismisura profondità armonica, libertà ritmica e tensione melodica. Quando, però, Coltrane si avventurò nel free jazz Tyner non lo seguì. «Tutto quello che sentivo era un sacco di rumore.- ha spiegato- Non avevo nessun feeling con quella musica, e quando non ho feeling non suono

Da allora il suo astratto pianismo ha continuato a creare sconfinati orizzonti che, però, raramente hanno trovato esploratori spericolati come l’ascetico Trane. A questa razza sicuramente appartiene il cinquantasettenne sassofonista Joe Salvatore Lovano che in avventurosi territori musicali si è ripetutamente addentrato con gente come John Scofield, Paul Motian e Bill Frisell (con questi ultimi due si è esibito anche alla “Saison Culturelle”). Con Lovano, tre anni fa, Tyner ha formato un quartetto e registrato un un cd, “Quartet”, entusiasticamente accolti dalla critica.

Il perché lo si è capito nel corso del concerto di Bard,in cui i due erano accompagnati dai bravissimi Gerard Cannon (contrabbasso) ed Eric Gravatt (batteria).
 E’ stata, infatti, una serata per palati fini con musica eccelsa e solisti di classe superiore. Con un Tyner sia fisicamente che musicalmente più scarno di qualche anno fa: accanto ai tipici, tumultuosi, ritmi ed assoli, infatti, sempre più spazio hanno i “tender moments”, le pause liriche in cui la sua ineccepibile tecnica lascia affiorare la sensibilità ferita di chi ha tanto vissuto. Esemplare, a questo proposito, il soliloquio di “For all we know” in cui il pianista è stato in grado di distillare emozioni attraverso un vorticoso viaggio negli stili pianistici jazz (ragtime compreso). Finale con la ellingtoniana “In a mellow tone” e niente bis, troppo freddo e troppo tardi per uno della sua età.