GEORGE BENSON: singing (and playing) in the rain a Fénis

«Sarà il migliore concerto che abbia mai fatto. Non lo dimenticherete!» Così aveva detto George Benson prima del concerto tenuto il 28 luglio davanti al Castello di Fénis per il Festival “MusicaStelle”. E, effettivamente, così è stato. Inchiodando il migliaio di spettatori alle sedie nonostante una fastidiosa e protratta pioggerella (neutralizzata grazie alla provvidenziale distribuzione, da parte degli organizzatori, di impermeabili rossi). Del resto il sessantasettenne chitarrista americano conosce bene le regole del business e sa che la pubblicità è l’anima del commercio, anche quando si è smisuratamente bravi come lui. Anche per questo nessun jazzista può annoverare tanti successi nelle classifiche pop. A cavallo degli anni Settanta ed Ottanta vi ha imperversato con pezzi come “On Broadway”, “Breezin’” e “Give Me The Night”. Ed è stato sempre Benson a lanciare “The Greatest Love of All (poi interpretata anche da Whitney Houston). In queste canzoni a risaltare era una voce che ha destato l’ammirazione nientepopodimenoche Frank “The Voice” Sinatra. «Mi sorprese quando mi disse che amava la mia voce.- ha ricordato- Un complimento che nessuna critica potrà cancellare.» Il suo canto ha caratterizzato anche gran parte del concerto valdostano, raddoppiando,a tratti, le linee suonate alla chitarra. E qui l’avere da anni fisso in scaletta un pezzo che si intitola “We all remember Wes” la dice lunga sulle sue influenze. «Indubbiamente per me è stato importante– ha confermato- ma Wes Montgomery fu ispirato, tra gli altri, da Charlie Christian che è stato il vero fondatore della chitarra jazz moderna.» Quanto il suo modo di cantare, con annesso scat, si riflette nel suo stile chitarristico ? «L’influenza c’è stata, sia percussivamente che nell’agilità del fraseggio. Ho cominciato registrando una mia versione dell’album “Abbey Road” dei Beatles. Nessuno in studio credeva che sapessi cantare, e invece…Fu una vera sorpresa soprattutto per l’orchestra da camera che registrò con me dal vivo.» Dopo anni di jazz canonico culminati con la partecipazione all’album “Miles in the Sky” di Miles Davis, fu proprio con “The Other Side of Abbey Road” che

cominciò la sua fenomenale opera di divulgazione, che in oltre mezzo secolo di carriera gli ha permesso di fondere, con maestria inarrivabile, il linguaggio jazz con il pop e il rock. Al punto da far esclamare allo storico del jazz Ken Burns: «Se nel jazz qualcuno ha fatto quello che hanno fatto i Beatles nel pop, questo è George Benson.» E’ d’accordo che in tutta la sua musica finisce per venire fuori il Blues? «Uno dei miei primi maestri, l’organista Jack McDuff, mi diceva sempre: metti del blues in quel pezzo. Una volta gli risposi: un momento, ma non è un pezzo blues. E lui: Non importa, mettici lo stesso del blues. Il blues coinvolge persone di ogni tipo, così nella mia musica metto qua e là pennellate blues per l’emozione che provocano.» A Fenis con Benson si è esibito un validissimo gruppo formato da David Garfield (piano), Michael O’Neill (chitarra e voce), Lil John Roberts (batteria), Stanley Banks (basso) e  Thom Hall (tastiere). In scaletta c’era anche la cover di “Don’t let me be lonely tonight” di James Taylor contenuta, con altre cover di Smokey Robinson, Bill Withers e Donny Hathaway, nel cd “Songs and Stories” pubblicato lo scorso anno. «Sono arrivato alla conclusione– ha spiegato- che quando si deve fare un cd la cosa migliore sia arrivare con grandi canzoni. E se vuoi grandi canzoni devi avere grandi compositori, per cui non mi rimaneva che chiamare dei miei amici che, incidentalmente, sono alcuni dei più grandi compositori di tutti i tempi.» L’unico che, purtroppo, non ha potuto rispondere al suo appello è l’amico Michael Jackson. «Se Michael è diventato Testimone di Geova– ha confessato Benson- è stato grazie ad una discussione sulla Bibbia che abbiamo avuto nel 1978. L’anno dopo fummo battezzati insieme ed andavamo di porta in porta a portare il nostro messaggio. Almeno finchè lui non divenne celebre e la gente, quando appariva alla porta, cominciò a chiedergli con troppa insistenza: ma nessuno le ha mai detto che assomiglia a Michael Jackson?»

SCALETTA

Affirmation

Turn your love around

Kisses in the moonlight

Beyond the sea (La Mer)

Nature boy

Danny boy

Breezin’

Week end in L.A.

We all remember Wes

Don’t let me be lonely tonight

Basie’s bag

Love ballad

Give me the night

On Broadway

1 response to GEORGE BENSON: singing (and playing) in the rain a Fénis

  1. tiziano says:

    grande ed eccezionale, pelle d’oca a risentirlo, grazie per il regalino su youtube, se hai registrato altro pubblica.
    è stata una serata magica davvero
    ciao
    tiz

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