CROSBY,STILLS & NASH: E’ la prima volta che suoniamo in un posto più vecchio di noi

C’era qualcosa di “déjà vu” nei tre attempati signorotti americani che nei giorni scorsi si aggiravano per le strade di un paese dell’alta Valle d’Aosta. Il primo, un certo Stephen Stills, aveva il pizzo e lo sguardo del predicatore evangelico, di quelli che ti cantano “Love the One You’re With”, ripetendo che bisogna “disperatamente sperare”. Il secondo, Graham Nash, era un “simple man” con uso di mondo. Si diceva avesse fatto diversi “trip” col “Marrakesh Express”, ma, sembra, lo abbiano anche visto urlare la sua rabbia dalle parti di “Chicago”. Adesso, raccontava, si gode la sua “very, very fine house” con il fresco titolo di baronetto (Officer of the Order of the British Empire, per la precisione) concessogli da Elisabetta II di cui è stato suddito fino al 1978, quando ha preso la cittadinanza statunitense. Era, però, soprattutto, il terzo, David Crosby, ad avere qualcosa di “déjà vu”. Non gli bastava, infatti, l’aspetto rubicondo per nascondere lo sguardo sbrilluccicoso di uno che ha tanto vissuto, amando (canterebbe spesso di una certa “Guinnevere”) e viaggiando su “wooden ships”. E i suoi capelli, seppure bianchi, erano ancora lunghi, come quando li sventolava come una “bandiera freak”. I tre, il 21 luglio, li si è potuti ritrovare al Teatro Romano di Aosta. «E’ la prima volta che suoniamo in un posto più vecchio di noi»,ha detto Crosby. Mentre Nash gridava: «We are ba-ack!»

Non erano, infatti, semplici turisti, bensì i protagonisti di uno degli eventi clou della rassegna “Aosta Classica” . A cavallo tra i Sessanta e i Settanta, infatti, le tre “way streets” di questi miti pop-rock si sono intrecciate con quelle della musica che contava. Prima separatamente, quando erano alla guida di gruppi del calibro di Byrds, Buffalo Springfield ed Hollies, poi insieme, quando hanno formato uno dei primi supergruppi della storia. Per chi veleggia intorno ai cinquant’anni la giaculatoria “Crosby, Stills, Nash & Young” (quest’ultimo arrivato dopo ed andato via prima) rievoca grandi vibrazioni ed il sogno di “love & peace” immortalato dal Festival di Woodstock, di cui, non a caso, furono grandi protagonisti. Ideale di armonia che si concretizzò in particolare negli avvolgenti cori di cui i tre rimangono inarrivabili maestri.

Un sogno incrinatosi a metà degli anni Settanta, ma che ha ancora molti nostalgici. Lo conferma il tutto esaurito realizzato dal concerto aostano in cui i tre, impegnati in un tourbillon di cambi di chitarra, sono stati accompagnati da Todd Caldwell (tastiere), Robert Glaub (basso) e Joe Vitale (batteria). «Ci sono alcune canzoni che sembrano ancora spingere la gente verso un viaggio emozionale.– ha detto Crosby- L‘età del pubblico è molto ampia: alcuni hanno cominciato a sentire le nostre canzoni quando avevano diciassette anni, ma vengono anche molti adolescenti. Ora facciamo anche brani di altri, perché stiamo lavorando a un disco di cover.» A dispetto delle battute di Crosby (che ha detto di ricordare ormai solo 2 o 3 canzoni), ad Aosta il trio hanno sciorinato tutti i suoi  inni- dall’iniziale “Woodstock” (scritta, in realtà, da Joni Mitchell) al bis finale “Teach your children”- ma, anche molti brani di loro illustri coetanei: dai Beatles (Norwegian Wood) ai Rolling Stones (Ruby Tuesday), da Bob Dylan (Girl From the North Country) agli Who (Behind Blue Eyes). Spiritualmente è stato presente anche il loro vecchio compare Neil Young, di cui, dopo lunghe discussioni(così, almeno, ha detto ironicamente Crosby), hanno scelto di cantare “Long may you run”. Un test per il loro prossimo cd di cover che non si sa quando registreranno, visti i continui bagni di folla e nostalgia che continuano a fare in tutto il mondo.