Le confessioni del malandrino ANGELO BRANDUARDI

Ha folti e riccioluti capelli, non certo peli sulla lingua l’Angelo Branduardi che il 25 giugno si è esibito allo stadio Puchoz per l’Aosta Sound & Jazz Fest. La sua ipertrofica coscienza non risparmia neanche sé stesso, al punto da ammettere di essere incoerente, bastian contrario, e, tanto per gradire, un po’ schizofrenico. E’ anche grazie a questa personalità “malandrina” che ha attraversato indenne sbalzi di popolarità, passando «da duecentomila spettatori, con “Cogli la prima mela”, a dodici, con “Il ladro”» (per inciso sono state almeno duemila le persone che hanno assistito al concerto aostano). «Con quasi 40 anni di carriera– ha spiegato- ho uno zoccolo duro di pubblico che mi perdona anche le cose brutte. E, poi, siano benedetti questi sbalzi nella vita di artista! E’ utile cambiare prospettiva. Me lo insegnava, al Conservatorio di Genova, il mio maestro Augusto Silvestri, che mi ha abituato ad essere il numero uno e il numero un miliardo. E, poi, io sono un uomo inquieto che nella musica cerca la pace, per cui quando c’è bonaccia la tempesta la cerco.» Non a caso il suo ultimo singolo si intitola “La Tempesta”, una canzone dedicata “a tutti i “marinai” che, almeno una volta nella loro vita, hanno affrontato la tempesta, rischiando di perdere la rotta… ma hanno saputo attendere che il vento buono gonfiasse le loro vele ed hanno ripreso le vie del mare, verso nuove tempeste.” «Mi riconosco soprattutto nel verso “per noi che stelle cercavamo sotto quel cielo scuro”.- ha ammesso- Il cielo scuro può essere fatto di tante cose, ma io le stelle le ho sempre viste. Non a caso canto con gli occhi chiusi, vedendo cose che non esistono ma vorrei esistessero. Perché la musica va “Oltre”, è, cioè, qualcosa che non è qui ed ora ma in un altro luogo e in un altro momento. Più che a fuggire dalla realtà, serve a staccarsene, trascendendola. E, poi, non è detto che il sogno non si realizzi.» E’ legata a questa concezione anche la sua svolta religiosa culminata con le canzoni su testi tratti dalle Fonti Francescane che ha cantato stasera? «Indubbiamente, perché, trascendendo la realtà, la musica è spiritualità. Come dice il mio amico Morricone: la musica è l’arte più astratta e, quindi, la più vicina a Dio.» E’ questo bisogno di essenza che l’ha portata  a cercare di superare la crisi attuale della musica risalendo alle sue origini con il progetto “Futuro antico”? «E’ il tentativo di fare un passo indietro per farne due avanti, guardando indietro per vedere se, per caso, si stava meglio quando si stava peggio. Il nostro passato può, così, trasformarsi nel nostro futuro.» Dal suo passato musicale di canzoni “vecchie e di mezza età” Branduardi ha attinto a piene mani per il concerto aostano in cui è stato accompagnato da Davide Ragazzoni (batteria), Stefano Olivato (contrabbasso), Leonardo Pieri (tastiere) e Michele Ascolese (chitarre). «Abbiamo fatto una sorta di “il meglio di”, rivisitando cose che non faccio da anni. Anche quelle più conosciute, perché non sono uno snob che dice: ah, basta con ”La fiera dell’Est”! Anzi, vorrei averne fatte cento di queste canzoni.» I rapporti di Branduardi con la Valle sono sempre stati molto stretti. «Da bambino andavo in vacanza dal signor Pession, in una baita del centro storico di Valtournenche. Nel 2006, alla prima festa della Valle, ho cantato ‘La novela de Jan Kapon’ in patois e ‘Montagnes Valdôtaines’ in francese. E, poi, ricordo con piacere il concerto acustico che per due anni ho fatto vicino alla chiesetta degli Alpini di Cervinia. Una cosa minimale, ma che, per l’impatto emotivo dell’ambiente, lasciò senza parole me e il pubblico presente