Il teatro musicale “barock” del “FURIOSUS” di VALERIANO GIALLI

Non tragga in inganno la definizione di spettacolo teatrale, il modo migliore per viaggiare all’interno del “Furiosus” che Valeriano Gialli ha tratto dall’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, è, infatti, pensarlo come un concerto, lasciandosi andare al flusso della sua colonna sonora. Musiche di tutti i tempi e di tutti luoghi (da Purcell all’etiope Astatke Mulatu, da Stockhausen ai polacchi Kroke, da Haendel ai Pink Floyd) sulle quali gli attori  “rappano” molti dei mille versi ai quali l’attore-regista ha condensato l’opera, che si avvale dell’adattamento drammaturgico di Guido Davico Bonino che ha scelto di concentrarsi sulla fuga di Angelica dai suoi spasimanti e sulla sua ricerca da parte di Orlando. Non a caso Gialli definisce lo spettacolo, che ha debuttato il 28 maggio al Théâtre de la Ville di Aosta,  un’ “operina musicale barocca”. «Si può parlare– conferma- di una forma di nuovo teatro musicale che si rifà all’opera barocca, nella quale, piuttosto che la trama e il testo, a prevalere era il paesaggio sonoro ed un impianto scenico sconvolgente, sul quale i cantanti facevano i loro assoli cantando le arie. Basta fondali neri e occhi di bue che fanno, ormai, venire il latte alle ginocchia! Voglio l’attore che recita al

centro della scena, con, intorno, un paesaggio scenico e sonoro sublime.» In questo senso la sua idea è stata assecondata al meglio dalla scenografia di Maurizio Agostinetto caratterizzata da un prato di papaveri sormontato da un piccolo palcoscenico magico dove i paesaggi del mondo si susseguono coi colori sgargianti dei 97 fondali dipinti appositamente dal giovane pittore aostano Gugliemo Croce. «Sia per le musiche che per le scene– contina Gialli- l’idea viene dal nomadismo che si vive nel testo di Ariosto, in cui c’è un vagare continuo, con continui e rapidissimi cambi di scenari e situazioni. Come nell’episodio finale di Astolfo, che, nel suo viaggio verso la luna, sorvola con l’ippogrifo tutto il mondo allora conosciuto. L’Orlando Furioso è psichedelico: più che un viaggio è un trip allucinato, velocissimo, senza capo né coda, in mondi diversi, con colpi di scena spaventevoli. Non a caso ho usato “Astronomy Domine” di Syd Barrett, il più visionario dei “Pink Floyd”. Solo che questi ultimi non avevano un un protagonista in primo piano, per cui  per l’impianto scenico mi rifaccio più ai concerti di una rockstar come David Bowie.» A caratterizzare, infatti, l’opera è il “recitar cantando” dell’Orlando di Valeriano Gialli e dell’Angelica della giovane Valentina Virando, molto brava a “rappare” mimando contemporaneamente i gesti pieni di grazia delle cantanti seicentesche, volutamente senza alcun nesso con la drammaticità delle vicende rappresentate. «E’ il mio concetto del teatro come finzione e non come realismo praticato da alcuni tra cui il grande Carmelo Bene. Solo che,  pur partendo dallo stesso pensiero, rispetto a lui ho la tendenza innata a rendere i miei lavori pop, nel senso di popolare.  Ne sono un esempio le due ballerine, una con l’anima bianca (Michela Lucenti: n.d.r.) e una con l’anima nera (Manuela Serra: n.d.r.), che si rifanno all’Opera dei Pupi siciliana che è riuscita a rendere popolare un poema dotto come “L’Orlando Furioso”.» Anche il finale del “Furiosus” di Gialli devia dalla ovvia normalità, con Orlando che, pur avendo respirato a pieni polmoni il senno contenuto nell’ampolla portatagli dalla luna da Astolfo (interpretato da Paola Corti) , persiste in uno stato di sorridente innocenza che accomuna i bambini, i poeti ed i folli. Perché, conclude Gialli: «Non possiamo più andare indietro: questo non è più il tempo per ritornare eroi».