L'”attempato e ignorante” EDOARDO BENNATO vince il PREMIO MOGOL 2010

“Non farti cadere le braccia”, Edoardo Bennato, se la canta e se la suona spesso. Anche perché di motivi per farle cadere (le braccia, ma non solo quelle) il mondo gliene fornisce parecchi. Lo si è capito dalla rabbia affiorata nel corso della chiacchierata fatta al Teatro Romano di Aosta il 3 giugno in occasione del “Premio Mogol 2010” da lui vinto con “E’ lei” (ex aequo con Simone Cristicchi). «Il vero ottimista– ha spiegato- è chi analizza con freddezza, e non con cinismo, la situazione. Perché solo da un’analisi precisa possono nascere i presupposti per essere propositivi. E’ anche per questo che, dopo quella in architettura, sto prendendo la laurea in scienze politiche. Nelle mie canzonette faccio poesia  partendo, però,  da fatti circostanziati e ogni parola ha un preciso significato. Prendi il finale di “E’ lei” dove canto “lei che parte da zero, lei che passa di qua in un mondo confuso dalla sua civiltà, tra chi invoca i diritti su una terra promessa (gli ebrei: n.d.r.) e chi invoca vendetta verso chi gliel’ha tolta (i palestinesi: n.d.r). All’origine di questa situazione c’è qualcosa che non va, come, del resto, qualcosa di sbagliato c’è alla base dell’attuale situazione socio-politica che tende a dividere gli italiani, e sulla cui genesi ironizzo in “C’era un re”. Il principe di Metternich, sostengo, non aveva torto quando, agli inizi dell’Ottocento, diceva che l’Italia era “un’espressione geografica”. Sono passati 150 anni, ma nel 60-70% della popolazione lo Stato è ancora visto come tiranno e le forze dell’ordine come suoi strumenti vessatori. E’ a causa di questa mentalità che le basi del progresso civile sono minate dal crescere del cancro di un’entità alternativa che in certe zone dell’Italia “difende” i cittadini dallo Stato. Si spiega, così, il perché chi ha cercato di governare l’Italia abbia finito per farsi male: Mussolini si è fatto male, Craxi si è fatto male e Berlusconi tanto bene non sta. Sono verità che fanno male, per cui mi sono ritrovato con questo Ernesto Galli della Loggia, uno storico che è nel comitato per i festeggiamenti per i 150 anni dell’unità italiana, che in un articolo su “Style” mi ha definito attempato, nostalgico dei Borboni e grande ignorante.» Alle critiche feroci Bennato è abituato fin dagli esordi, quando, proprio dopo la pubblicazione del Cd “Non farti cadere le braccia”, il direttore della Ricordi lo invitò a cambiare mestiere. «Allora, con chitarra e tamburello a pedale, mi misi per strada, a Roma, in un posto strategico dove passavano i giornalisti rampanti di “Ciao 2001”, tra cui Dario Salvatori. Furono loro a mandarmi al Festival di  Civitanova Marche, dove, ai tempi supplementari, la lobby politico culturale mi diede la patente di rappresentante dell’insoddisfazione giovanile. Questo fa capire quanto siano importanti i media: sono loro a presentare il prodotto alle masse che non scelgono quasi mai. Siccome, però, si tratta di un mondo spocchioso e supponente, così come te la danno, la patente te la tolgono. Così, quando cantai con la Nannini l’inno dei Mondiali di calcio 1990, uno di questi mi disse: avevamo grande stima di te, ma quando ti abbiamo visto sgambettare con la Nannini è crollato un mito. Non ho avuto mai vita facile, perché, non essendo schierato e dicendo cose al di sopra delle parti, posso essere pericoloso.» Cosa pensi del Premio Mogol? «E’ importante perché è l’unico modo di riscattarci dalla soggezione dalla musica rock angloamericana. I musicisti italiani sono ormai quasi sempre replicanti o cloni degli angloamericani, per cui le nuove generazioni più attente ed evolute ascoltano direttamente la musica angloamericana. Quello che può riscattare il sound italiano sono testi che dicano qualcosa.» Nel corso della cerimonia di premiazione del Premio Mogol Bennato ha anche raccontato la genesi della canzone “Il tempo di morire” di Lucio Battisti per spiegare alcune fonti d’ispirazione del cantautore di Poggio Bustone. «Quando conobbi Mogol con lui c’era anche Lucio, e, indicandolo, Giulio mi disse: “lo vedi questo: la prima canzone che mi ha portato l’ho cestinata, la seconda pure, alla terza abbiamo cominciato a lavorarci.” Questo per farmi capire che in questo mestiere bisogna essere molto umili. Con Battisti ci accomunava la cultura rock blues. Una volta gli prestai un album di John Hammond, che per me è il vangelo della musica blues, e lui lo ascoltò per un mese cambiando il suo modo di suonare la chitarra.La sua fortuna fu avere Giulio che gli scriveva testi che riuscivano a rendere l’energia di una musica che quando componeva cantava in finto inglese. Io, che i testi me li sono dovuti fare da solo, ho dovuto fare molta più fatica