Le case di tolleranza: quando il piacere era tutto dello Stato “pappone”

 

Case-chiuse-1Adesso che “è tutto un casino” e  le “marchette” sono all’ordine del giorno, risulta difficile pensare che solo cinquant’anni fa la prostituzione in Italia fosse esercitata (quasi) esclusivamente nei casini (o bordelli, case d’appuntamento, case chiuse, postriboli, lupanari) gestiti dallo Stato.

Per la precisione fino a quel 20 febbraio 1958 in cui il Parlamento italiano li abolì approvando la legge 75/58 promossa dalla senatrice socialista Angelina  Merlin.

Quest’ultima non voleva abolire “il mestiere più vecchio del mondo, che morirà con il mondo“, ma solo cancellare lo sfruttamento del meretricio da parte dello Stato, che andava, tra l’altro,  contro le disposizioni dell’Onu che dal 1949  impegnavano gli Stati membri a punire chi traeva guadagno dalla prostituzione altrui.

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E in quanto a “pappone” lo Stato italiano (entrato nelle Nazioni Unite nel 1955) non scherzava, basti pensare che nel 1958 le “case” da lui autorizzate erano 560, per un totale di 2.700 prostitute che muovevano un giro d’affari tale che lo Stato ogni anno incamerava ben 100 milioni di lire di allora, pari a 1,1 milioni di euro attuali.

Inevitabilmente nella sua battaglia la Merlin trovò molte resistenze. A tutti i livelli, compresi intellettuali come Indro Montanelli (che sul tema pubblicò il libello, “Addio Wanda!”) e Dino Buzzati (che arrivò a paragonare la senatrice veneta a “Erostrato, che è leggenda abbia appiccato il fuoco alla grande Biblioteca di Alessandria, distruggendo un grande capitale“).

Con un corollario minacce di morte assortite che la costrinsero a vivere per un periodo in clandestinità. Non si arrese, però, e la mattina del 20 settembre 1958 si fece fotografare mentre apriva le persiane di una casa chiusa.

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case chiuse 10Si concluse, così, un’epoca la cui unità di misura era, appunto, la ‘marchetta‘, un gettone in ottone forato al centro che sul dorso recava inciso il nome della Casa (ma poteva ridursi anche a un semplice talloncino di carta) e che, una volta acquistata dal cliente, veniva consegnata in camera alla ragazza prima della “consumazione”.

 

Il tariffario, esposto nella sala d’attesa, prevedeva varie prestazioni: dalla “semplice o singola” ( praticamente una “sveltina”) alla “doppia”  (rapporto più curato con maggiori attenzioni da parte della ragazza). Le “spettanze della premiata Casa” salivano, poi, per i più dotati (più che fisicamente, economicamente) che volevano prolungare l’incontro, e, invece, scendevano grazie alle “agevolazioni” praticate per studenti, militari e “giovanotti di primo pelo”.

C’era anche chi entrava senza pagare, come facevano i cosiddetti “flanellisti”  che andavano nei bordelli solo per respirarne l’atmosfera peccaminosa. Non erano, però, visti di buon occhio, come si intuisce dal cartello “Giovanotti! Le signorine lavorano! Si raccomanda di non intrattenerle con le bagattelle inutili”.

Questo è uno dei tanti cartelli che attualmente fanno bella mostra di sè  nei mercatini dell’antiquariato di tutta Italia, alimentando un florido mercato da collezione che fotografa uno spaccato della società italiana che crebbe in questi “sfogatoi della libidine popolare“.

Gentili clienti” che i cartelli invitavano a “orinare all’interno della casa onde evitare di lordare la pubblica via”. O ad affrettarsi a dar libero sfogo agli istinti in modo da goderne più degli altri: “Trombatele finché son vergini”, consigliava, infatti, il cartello di un bordello livornese.

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