PATTI SMITH: canzoni di rabbia, amore e morte a Saint-Vincent

In fondo non aveva tutti i torti quando, con un misto di orgoglio e preoccupazione, diceva: “Guardate Cristo, è durato solo 33 anni”? Lei che, parlando al cuore di milioni di uomini, di anni è riuscita a metterne in fila il doppio. Lei che ha saputo volare nei cieli della poesia, sposandola meglio di chiunque altro al rock (“go Rimbaud, go Rimbaud, and go Johnny go”). Lei che è riuscita a riemergere (quasi) indenne dall’inferno della droga e della morte.

Come dare torto ad un mito come Patricia Lee Smith, nata a Chicago il 30 dicembre 1946 e meglio nota come Patti Smith. Specie quando te lo ritrovi di fronte per l’intervista, come mi successe il 28 ottobre 2003 poco prima che salisse sul palco del Palais Saint-Vincent per il concerto che inaugurò la “Saison Culturelle 2003-2004”.

Il look era sempre quello chele è valso il soprannome di “black crow (corvo nero)”: magra, con il solito taglio di capelli mutuato da Keith Richards, vestiti un pò trasandati e lo sguardo reso ancor più allucinato da un occhio leggermente strabico. Il linguaggio, invece, si dimostrò molto più castigato rispetto a qualche anno prima, quando le radio americane si rifiutavano di intervistarla perché condiva i discorsi con tutta una serie di vaffanculo e merda (e lei dedicava loro “You can’t say fuck in radio free America”).

Per rompere il ghiaccio, comunque, pensai fosse meglio sondare il terreno con una domanda facile facile: signora Smith ci può raccontare qualcosa del “Premio Tenco 2003” che ha ricevuto lo scorso 25 ottobre (2003: n.d.r.) a Sanremo? ”Nella mia lunga carriera- rispose-  ho ricevuto solo due premi, ed entrambi in Italia. Ciò mi fa molto piacere, anche se un artista non lavora certo per ricevere premi. A Sanremo sono stata premiata per la mia poesia e la mia musica. Guardando dalla finestra del mio albergo credevo di vedere un dipinto: le nuvole nel cielo italiano erano così belle che mi sono commossa ed ho scritto un lungo poema. Al “Tenco” ho incontrato molta gente ed visto molti colori in ognuno, ma non saprei fare dei nomi perché non conosco i musicisti italiani attuali. Ascolto tutti i generi di musica- da John Coltrane alla junk music, da Jimi Hendrix alla classica- e trovo qualcosa di buono in tutto quello che ascolto.

All’Italia Patti Smith è legata da ricordi molto intensi, a cominciare dalla tournèe dell’estate 1979, quando, di fronte alla bolgia dei 70.000 accorsi a sentirla a Firenze, capì di avere scatenato energie che non era più in grado di indirizzare né, tanto meno, governare. Al punto di dire “basta”, e ritirarsi, per un decennio, dalle scene. A scatenare l’inferno aveva contribuito la bandiera a stelle e strisce che Patti era solita affiggere, e non certo per orgoglio nazionalistico, sul palco.

Come vive oggi il suo essere americana- chiesi- una che ha cantato “sono un’artista americana, ma non ne ho colpa”? “Mi sento molto fortunata di essere americana perché, amministrazione Bush a parte, abbiamo conquistato i diritti che ci permettono di realizzare i nostri sogni. Ma non ho mai avuto un sogno americano, perché ho sempre pensato al mondo nella sua globalità. Quand’ero giovane il mio sogno era, piuttosto, di lasciare gli Stati Uniti e di venire a visitare l’Europa per vedere i musei, le opere di Michelangelo, i posti dove viveva Rimbaud…

Come si è evoluta negli anni la sua coscienza politica? “Quand’ero giovane le cose negative che succedevano nel mondo mi facevano stare male, ma non sapevo cosa fare per cambiarle. Mi limitavo ad ascoltare quello che dicevano i leader spirituali, come Martin Luther King, o che cantavano Bob Dylan e Joan Baez. Crescendo, mi sono resa conto che chiunque può fare qualcosa, basta che unisca la sua voce a quella di altre persone per esprimere il proprio dissenso ai governanti. Non è una cosa facile, perché i nostri governi sono corrotti ed hanno molto potere. Ma unendo la nostra voce a quella di altri individui creiamo una forza reale che può rovesciare i governi.

In pratica il concetto espresso in “People have the power”, il suo brano che è, forse, più nelle orecchie degli italiani perché utilizzato qualche anno fa nella pubblicità televisiva di un assicurazione, e che, anche a Saint-Vincent, fu uno dei momenti topici di un recital intimo in cui Patti alternò canzoni e poesie accompagnata dal chitarrista (e compagno di vita) Oliver Ray.

Vi ringrazio per essere scesi in strada per manifestare contro le guerre di Bush. – disse al pubblico introducendo il brano- Anche se lontana, io vi ho seguiti. Grazie, perché così, almeno fuori degli Stati Uniti, Bush non è riuscito a bloccare il dissenso.

E, poi, giù a sputare la sua rabbia. Giù a sputare la sua indignazione. Giù a sputare tout court, come ha fatto per tutto il concerto. Un po’ come facevano i nostri vecchi che masticavano tabacco e ti volevano spiegare il mondo. Quel mondo a cui Patti ha fatto cambiar pelle (almeno musicalmente), per, poi, dopo una serie incredibile di lutti, avvolgerlo in un velo di malinconia.  Come, infatti, le succede da anni, anche al Palais in ogni sua nota o verso fu ben presente il senso della morte. Ma anche, per fortuna, la speranza che si possa sopravvivere restando in contatto con le persone che si sono amate. Con momenti particolarmente intensi, come quando cantò “Frederick”, dedicata al marito  Fred “Sonic” Smith morto nel 1994, o “Path the cross” (ci incontreremo ancora/ non so quando, tieni duro bye bye. Sentieri che si incrociano s’incroceranno ancora”).

Nella mia vita- concluse- ho visto molte morti di persone care, ed ogni volta il dolore è stato immenso. Per riuscire a superarlo ho imparato che la cosa migliore è tenere la persona dentro il proprio cuore. E’ una lezione che ho ricavato, in particolare, dalla morte di mio fratello che è avvenuta ad appena un mese di distanza da quella di mio marito. Improvvisamente un giorno, mentre camminavo per strada, mi sono sentita attraversare da un lampo di felicità e ho iniziato a ridere. Allora ho pensato: questo è mio fratello, perché provavo la stessa sensazione di quando lo vedevo. Fu allora che mi resi conto che, se ascoltavo attentamente, lo avrei sentito. Lui era lì, gli potevo parlare e ricevevo energia da lui. E’ la stessa sensazione che un credente può provare nei confronti del suo Dio: basta che ascolti bene che lo sente. E se si ascolta Dio, Dio ci ascolta e risolve i nostri problemi. Ancora adesso, quando ho paura chiedo aiuto a mia madre, e quello che, poi, provo è una potenzialità universale”.