ALDA MERINI: anche la follia merita i suoi applausi


Io e Alda Merini (foto di Silvia Berruto)

Tra i tanti premi ricevuti da Alda Merini negli ultimi anni di vita particolarmente significativa è stata la laurea honoris causa in “Teorie della comunicazione e dei linguaggi” concessale nel 2007 dalla Facoltà di Scienze della Formazione di Messina. La popolarità dell’artista milanese, scomparsa il primo novembre 2009 a 78 anni, è, infatti, legata al successo della sua immagine mediatica. Grazie, infatti, a “padrini” come Maurizio Costanzo e Vincenzo Mollica, il pubblico televisivo italiano aveva finito per identificare in lei la figura del moderno poeta per il quale l’originalità artistica sembra essere direttamente proporzionale all’audience degli atteggiamenti di irriverente provocazione (vedi le foto seminude fatte a settant’anni) o, ancor meglio, di follia. “Anche la follia merita i suoi applausi”, recita, del resto, uno degli aforismi della Merini, a lungo internata per una sindrome bipolare, che i meccanismi dello show business aveva capito e sapeva cavalcare.

Sono state due anche le Merini che ho conosciuto ad Aosta quando, il 21 luglio 2004, ha partecipato ad un omaggio in suo onore da me organizzato per “Aosta Classica” e incentrato su composizioni, su suoi versi, di Federico Gozzellino. Da una parte la Merini privata – quella prima dello spettacolo- capricciosa, ombrosa e maliziosamente furba. (Signora, ma lei è ciclotimica? «Sì». E, adesso, in che fase è? «In fase d’incazzatura nera, me la portate o no questa Coca-Cola?»). Dall’altra quella sotto i riflettori del palco del Teatro Romano che, per incanto, diventò ecumenica, ieratica e rassicurante come può esserlo «la pazza della porta accanto». «Tra vita e poesia ci sono passaggi segreti- disse- che io non vi posso mostrare perché sono solo un povero poeta.» Salvo, poi, dimostrare di conoscerli molto bene quando citò D’Annunzio: «Sa che cosa diceva quando apriva a qualche ammiratrice: Beata lei che ha visto il Vate… mille lire

Merini manifestoRaccontò anche di Achille Compagnoni con il quale aveva condiviso il premio “Il Longobardo d’oro”. «Mi sono commossa rivedendo l’alpinista che ha scalato il K2 e riflettendo su cos’erano i nostri vecchi che si giocavano la vita per una passione. Oggi non è più cosí e si fa, addirittura, fatica a leggere una poesia, perché il poeta lo si vuole solo vedere in televisione per verificare se è poi cosí bello.» Anche per questo lei in TV andava regolarmente, bucando lo schermo con il suo estro camaleontico e un’oralità poetica che aveva affascinato “colleghi” come Montale, Quasimodo e Pasolini.  L’ultima immagine che ho di quel 21 luglio è la Merini che, stanca ma sorridente, chiude la porta di casa su cui spiccava una targa dedicata all’amico Vanni Scheiwiller ( “un uomo che volò alto, talmente alto che molti indeboliti spiriti l’atterrarono“). Dopo i funerali di stato in Duomo, il 4 novembre la poetessa è stata sepolta nel cimitero monumentale di Milano. «Ma anche distesa per terra- aveva scritto- io canto per te le mie canzoni d’amore