OLIVIERO BEHA: la mia colpa è di essere me stesso in un paese che pretende delle recite continue.

1 Beha_olivieroPer chi sta al potere, di qualsiasi colore politico sia, Oliviero Beha (Firenze 14 gennaio 1949) è, indubbiamente, un tipo “scomodo”. Lo è per le tante “inchieste tanto scottanti da finire al rogo”. Lo è, soprattutto, perché si ostina a pensare con la propria testa senza scendere a compromessi. 

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«Sono considerato una specie di marziano da tenere da parte.– confessò in occasione del “Premio Mogol”, di cui nel 2009 fu un giurato– La mia colpa è di essere me stesso in un paese che pretende delle recite continue. Per questo sono stato tagliato fuori da tutto. Sono persino disposti ad avere tra i piedi un rompiscatole come Marco Travaglio, ma non me.» Dopo trasmissioni di successo come “Radio Zorro” e “Video Zorro” che lo hanno consacrato tra i più autorevoli giornalisti italiani, per anni non ha, infatti, più condotto programmi televisivi e radiofonici, almeno fino ai recenti Brontolo (2010)  e Telepatia (2012). L'Italia non canta più

«Nella copertina del mio libro, “I nuovi mostri”,- continuò- descrivo così la situazione italiana: nelle fauci di un’informazione truccata, un paese senza intellettuali, un’opinione pubblica imbalsamata, una democrazia svenuta. Più chiaro di così!» Lei nel 1997 ha scritto con Mogol il libro “L’Italia non canta più”, in cui sosteneva che la crisi delle canzonette poteva essere la punta dell’iceberg di una depressione culturale generalizzata. Come vede Beha 00234c74_mediumadesso la situazione? «I semi negativi di cui parlavamo si sono sviluppati. Adesso ci sarebbe bisogno di una nuova semina, ma non la fa nessuno perché si preferisce raccogliere, velocemente e avidamente. Ciò è gravissimo per la cultura perché apre nelle persone quel vuoto di identità che viene, poi, riempito nel modo peggiore con la violenza e la droga. L’Italia non canta più perché la musica, ridotta quasi solo a fenomeno di marketing, non riesce più a passare per il popolo. Rispetto ad altri problemi potrebbe sembrare secondario ma non lo è, perché per gli italiani la musica, il teatro e la stessa conversazione erano forme di espressione importanti. Invece oggi la gente non parla più, e si abbaia contro mutuando dalla televisione i peggiori esempi

C’è ancora speranza che l’Italia torni a cantare? «Sì, perché facendo via web un censimento delle associazioni culturali di tutta Italia che stanno reagendo al degrado, abbiamo censito ben 400 “partigiani dei valori scomparsi” che si oppongono ad una crisi che, prima e più che politica, è culturale.»