ENRICO RUGGERI: il “turnover” è una spada di Damocle su tutti noi

Dentro di lui batte un cuore da miope, ma gli occhi sono quelli del musicista: lo “sguardo incuriosito di una misteriosa razza senza colore” capace di mettere in musica perfino quello che le donne non dicono. Occhi che ammaliarono anche il pubblico che il 21 febbraio 2004,  nonostante la nevicata, affollò il Palais Saint-Vincent per un concerto che vide Enrico Ruggeri (nato a Milano il 5 giugno 1957) rileggere i suoi cavalli battaglia (da “Contessa” a “Primavera a Sarajevo”) alla luce del sound dell’ ultimo Cd, “Gli occhi del musicista” appunto, che guardava molto alla musica etnica.  «Credo molto all’Europa– mi spiegò- a quell’asse musicale che va dai Balcani all’Irlanda, dal Bosforo alla Finlandia, dalla Russia al nostro caro Mediterraneo. Credo sia più facile che le novità possano uscire da lì, e, soprattutto, che lì si trovino terreni più incontaminati che non la classica canzone pop. Quando ho cominciato a fare l’ultimo Cd non sapevo esattamente cosa volevo, ma sapevo esattamente cosa non volevo: non volevo il suono FM, non volevo americanismi, non volevo che il mio disco facesse la fine dl 99,9% dei dischi che escono attualmente che si assomigliano tutti. Quindi sono arrivato in studio con le canzoni ed ho fatto come si faceva una volta: a computer spento ho suonato le canzoni ai ragazzi. Poi, piano piano, si sono trovati gli arrangiamenti, finchè, ad un certo punto, abbiamo deciso che era venuto il momento di registrare.» Ne è nato un mucchietto di belle canzoni, come “A un passo dalle nuvole” e “Andiamo”, che hanno ulteriormente ampliato la sua già vasta tavolozza espressiva. «La varietà è uno dei miei obiettivi. Quando vado ai concerti dopo quattro pezzi, se non mi annoio, di sicuro ho già capito tutto. E’ raro assistere ad un concerto che spiazzi un po’, ed è, proprio, quello, invece, il mio obiettivo principale. Mi farebbe piacere che, a seconda del momento in cui uno spettatore entra, pensi si tratti di concerti diversi.» Accanto ai suoi infallibili “pezzi per spiriti romantici”, Ruggeri ha toccato tematiche come la guerra (“Lettera dal fronte”), la follia (“La preghiera del matto”) e il crudele consumismo che dalle cose si è esteso alle persone (“Turnover”). Quest’ultima non ti sembra perfetta per spiegare la tragica fine di Marco Pantani?, chiesi. «Questo è un mondo organizzato su misura per quelli a cui tutto va bene. rispose- Se sei nel gruppo di testa hai a disposizione un mondo meraviglioso che ti asseconda perché ti da opportunità, carte di credito, viaggi, beauty farm… Nel momento, però, in cui non sei più nel gruppo di testa, o, ancora peggio, non lo sei mai stato perché sei povero, brutto, handicappato, nero, omosessuale o qualsiasi altra cosa, allora il mondo tende a farti fuori. A questo bisogna aggiungere il maledetto mito dell’efficienza. Essere vincenti è un diktat terribile che sta rovinando gran parte del nostro contesto sociale. Ciò fa sì che un’innocua parola nata nel gergo calcistico come turnover sia, ormai, diventata una specie di spada di Damocle su tutti noi: se non sei perfetto arriva un altro che ti mette da parte. E’ il turnover porta ad effetti tragici. Il caso di Pantani ne è la conseguenza estrema, l’inevitabile conclusione per chi non riesce a sopportare l’anonimato dopo essere stato un numero uno».

Con me e Lorena Isabellon