FABRIZIO GATTI: raccontare la realtà senza paraocchi

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Fabrizio Gatti è uomo coraggioso, che sa che oggi il compito del giornalista è, più che mai, raccontare la realtà senza paraocchi. «Da piccolo– mi aveva confidato- avevo visto fare giornalismo di questo tipo e ne sono rimasto segnato.» Quando l’ho conosciuto, nel maggio 2004, di anni ne aveva 38 ed aveva pubblicato sul “Corriere della Sera” una serie di articoli che cercavano di gettare un po’ di luce sulle vaste zone d’ombra che questa società tende a marginalizzare, demonizzare, eliminare.

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Tra queste spiccava l’inchiesta sul “CPT- Centro di permanenza temporanea e di assistenza“ di via Corelli, a Milano, che, nel gennaio 2000, aveva fatto scalpore. Sotto le mentite spoglie del rumeno Roman Ladu, era, infatti, riuscito a vivere per un giorno in uno di questi “ghetti” per immigrati. Aveva, così, provato sulla propria pelle le violenze fisiche e psicologiche cui erano sottoposti. A cominciare da quella puzza “di urina, di scarpe, di miseria” che si respirava nei vecchi containers già utilizzati per il terremoto dell’Irpinia che li ospitavano. Sulle loro pareti aveva letto messaggi d’odio (“Vafankoulu Italia”) e rassegnazione (“La vie est dans sa souffrance -la vita è nella sua sofferenza”). Lì dentro aveva visto donne farsi mettere incinte per riottenere la libertà (salvo correre subito ad abortire). Il CPT di Via Corelli era stato chiuso un mese dopo la pubblicazione dei suoi articoli.

Avevo rivisto Fabrizio (nato a Como il 9 marzo 1966) al Quirinale, quando, nel dicembre 2004, eravamo stati entrambi premiati dal Presidente Ciampi con il “Premio Saint-Vincent per il giornalismo”. Era passato all’ “Espresso” e la grande gioia di quel giorno fu, purtroppo, velata dall’assurda condanna a 20 giorni di reclusione che, mi raccontò, gli era stata comminata per la falsa attestazione a pubblico ufficiale sulla propria identità in cui era incorso nel corso dell’inchiesta.

Incidente di percorso che non ha fermato il suo tagliente giornalismo investigativo d’assalto. Ricordiamo, tra gli altri, il  servizio “Io schiavo in Puglia” scritto nel 2006 sul lavoro degli immigrati in Puglia impegnati nella raccolta dei pomodori (che gli è valso il Premio Giuseppe Fava e il “Journalist Award 2006″  dell’Unione Europea), quello  sulle situazioni del Policlinico “Umberto I” di Roma e, nel 2009,  il servizio “L’amico Isaias” sugli affari d’oro che molte imprese italiane fanno col dittatore eritreo Isaias Afewerki sfruttando schiavitù, torture e genocidi de popolo eritreo.

Non è quindi un caso che Raoul Bova  si sia ispirato a Fabrizio per interpretare il giornalista d’assalto Matteo Gatti nel film «Sbirri» di Roberto Burchielli.

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