Dalla Lyra a La Meusecca…un secolo di musica per Sarre

Nacque nel dicembre di tanti anni fa in una stalla. Al freddo ed al gelo, e grazie ad un Giuseppe. Le similitudini con un’altra celebre storia finiscono, però, qui. Perché nella stalla di Joseph Carral, in frazione Grand Crè, a nascere, il 12 dicembre 1937, non fu un “pargol divino”, bensì una Banda: “La Rinascente” di Sarre (AO). Che, poi, come dice il nome, in realtà rinacque. Già nel 1919, infatti, un gruppo di sarolens avevano formato la “Lyra”, una Fanfara diretta dal mitico Giuseppe Filippo “Pinot” Gaia, flautista e compositore di brani entrati, poi, nel repertorio dei Trouveur Valdoten.
Di quella banda del dicembre 1937 resta una storica foto che immortala i venti sarolens fondatori con, al centro, il direttore, Casimiro Rossignolo, un ventinovenne clarinettista aostano “molto serio e preparato”. E’ questo uno dei cimeli che dal 18 maggio sono esposti alla Biblioteca Comunale di Sarre nella mostra “Exposition Souvenir- Dalla Lyra a La Meusecca…un secolo di musica per Sarre”.
Curata da Adriana Meynet con l’aiuto della bibliotecaria Clara Bethaz, raccoglie 32 foto storiche e cinque più recenti de La Meusecca, la nuova banda del paese fondata dieci anni fa dal maestro Claudio Ratti. «Ogni gruppo familiare di Sarre- spiega Adriana Meynet- aveva ed ha qualcuno che suona in banda. E’ sempre stato un modo per socializzare, elevando la cultura musicale del paese. Lo sottolineava, nel 1937, lo statuto de “La Rinascente”, in cui si specificava che la banda era “destinata allo sviluppo e all’istruzione delle Arti Musicali per il buon decoro del paese”.» In esposizione ci sono anche storici strumenti appartenuti ad alcune delle glorie musicali del paese, come il già citato Pinot Gaia e Corrado Vallet, morto nel 2006 ed attivo in diverse bande della Valle.
«L’8 giugno, nel corso del saggio di fine anno, “La Meusecca” suonerà alcuni dei pezzi di Pinot Gaia in mostra.- annuncia l’assessore alla cultura Susanna Bozon- Questo sottolinea il collegamento col passato di una formazione che, grazie al lavoro del maestro Ratti, è proiettata nel futuro. Da due anni, infatti, porta avanti, nell’ambito de “La Scuola suona”, un progetto con 140 bambini delle scuole primarie di Sarre.» I frutti di questo lavoro si potranno ascoltare la sera del 27 maggio, in occasione del concerto inaugurale del 40° raduno delle Bande musicali valdostane che, nel Palatenda in zona Castello, vedrà tra i protagonisti proprio La Scuola suona di Sarre con il Corps Philharmonique La Meusecca. La mostra è, infatti, una delle manifestazioni collaterali del raduno che si terrà a Sarre dal 27 maggio al 2 giugno. Resterà aperta fino al 3 giugno e sarà visitabile, gratuitamente, dal lunedì al sabato, dalle 18 alle 21 e le domeniche dalle 9 alle 12 (il 27 maggio anche 18-21).
La voce luminosa di GIORGIA illumina il Palais Saint-Vincent

Tanto per iniziare, ha messo subito le cose in chiaro. “Come saprei riuscirci io… nessuno saprebbe mai” ha cantato, salendo sul palco del Palais Saint-Vincent. E tutto il concerto del 27 aprile è stato una conferma di come siano in pochissime le cantanti coi mezzi vocali di Giorgia, che sappiano, cioè, fare le cose che sa fare lei.
Ma questo si sapeva. A certificarlo è stata gente come Herbie Hancock (“quando canta- ha detto- ha una luce dentro”) o Elton John (che l’ha definita “una delle più belle voci del mondo“). Rispetto all’ultima volta in Valle, 11 anni fa («E’ gravissimo che sia passato tanto tempo dall’ultima volta che sono venuta in Valle.- ha detto- Prometto che non si ripeterà»), ha, però, messo in mostra qualcosa in più. Una sicurezza nuova, innanzitutto («la mia parte che aveva paura si è assopita, lasciando spazio a quella che canta per il piacere di farlo»). Ma, anche, una maggiore capacità di giocare. Con le note e, soprattutto, con sé stessa. Sarà per i 41 anni compiuti il giorno prima. O per la nascita del figlio Samuel, avuto il 18 febbraio 2010 dal cantautore e ballerino romano Emanuel Lo («stasera si conclude il tour iniziato a gennaio, sono proprio una madre disgraziata ad abbandonarlo tutto questo tempo»). Il risultato è, in ogni caso,un atteggiamento più ironico e disincantato verso la vita, ben simboleggiato dal naso rosso da clown che, su una delle magliette che ha indossato, ammiccava buffo sul romantico volto di Audrey Herpburn in “Colazione da Tiffany”.
Aveva capito tutto il leggendario Ray Charles, quando, nel 2000, saputo che il padre l’aveva chiamata Giorgia in onore della canzone “Georgia on my mind”, l’aveva invitata a cantarla con lui sul palco del Summer Festival di Lucca. «Diceva di capire le persone dal battito del polso- ha ricordato la cantante- e non dimenticherò mai l’emozione grandissima di quando ha preso il polso anche a me.» Quel polso è stato spesso tachicardico, perché, l’irresistibile attrazione verso le “cose complicate senza una via d’uscita” l’ha fatta a lungo penare in amore. Adesso, invece i testi dell’ultimo cd “Dietro le apparenze” girano sì sempre intorno al tema dell’amore («l’amore- ha ammesso- è sempre sotto tutto quello che uno fa. E s’impara giorno dopo giorno, accettando se stessi e gli altri»), ma frasi come “so difendere le mie emozioni” o “so quello che voglio per me” sono segno di una sicurezza nuova anche personale.
La stessa che l’ha portata anche a “dissacrare” uno dei suoi classici più ricchi di pathos, “E poi”, che, al Palais ha iniziato gigioneggiando scherzosa e, dopo averne rispettato il maestoso incedere melodico, finito con venature soul, accentuate
dall’intervento vocale del bassista, direttore musicale e “maestro di vita” Sonny Thompson, a lungo sodale di Prince. Uno che, bravura stratosferica a parte, in fatto di giocosità non è secondo a nessuno.
Come, del resto, gli altri membri della “fortissima” band che accompagnava la cantante che comprendeva Mike Scott (chitarre), Mylious Johnson (batteria), Claudio Storniolo (piano e tastiere), Gianluca Ballarin (tastiere), Diana Winter e Chiara Vergati (vocalist). Una vera e propria “rhythm machine” (per parafrasare “Sex machine”, il pezzo di James Brown cantato da Sonny per permettere a Giorgia di cambiarsi), espressasi al meglio nell’interpretazione dei pezzi più danzerecci, che però, a causa di un servizio di sicurezza eccessivamente burbero, hanno stentato a coinvolgere gli spettatori che gremivano il Palais. Al punto che c’ha dovuto pensare la stessa Giorgia a dar loro un aiutino: «Sono troppo trasgressiva se vi chiedo di ballare? Anche sul posto, in modo da non innervosire i signori del servizio d’ordine.» Finale con due cover: un omaggio a Whitney Houston e l’infuocata “I gotta feeling” di The Black Eyed Peas.
“Un mondo di baci” nelle foto di MARIO DE BIASI

«Ha fotografato rivoluzioni, uomini famosi, paesi sconosciuti. Ha fotografato vulcani in eruzione e distese bianche di neve al Polo a sessantacinque gradi sottozero. La macchina fotografica fa parte ormai della sua anatomia, come il naso e gli occhi.»
Bruno Munari ha così descritto il suo amico Mario De Biasi, uno dei decani del fotogiornalismo italiano. Nato a Belluno nel 1923, ma vissuto quasi sempre a Milano, a partire dal 1953 De Biasi è stato fotoreporter di Epoca, giornale per il quale, in più di trent’anni, ha realizzato centinaia di copertine e innumerevoli reportage da tutto il mondo. Come quello, leggendario, in cui documentò la rivolta d’Ungheria del 1956 guadagnandosi l’appellativo di “Italiano pazzo”.
Perfino in quell’occasione riuscì a cogliere, con la foto di un bacio, la forza irresistibile dell’amore nonostante tutto. «In mezzo a tanta crudeltà, tanto sangue c’era questa immagine poetica.- ha raccontato- Al termine della rivolta, sono tornato a Budapest da Vienna con l’autista. Mentre andavo verso il confine austro-ungarico, c’era un fiume che le persone attraversavano passando su una fune di ferro; c’era una signora con una cesta con dentro il bambino e dall’altra parte il marito che li stava aspettando. Ho scattato tutta la sequenza e questo è il bacio verso la libertà.»
E’ una delle foto di “Un mondo di baci”, la mostra organizzata dall’Assessorato regionale all’Istruzione e Cultura all‘Espace Porta Decumana di Aosta, che, iniziata il giorno di San Valentino, resterà aperta fino al 26 maggio 2012. «Il bacio è una cosa straordinaria- continua De Biasi- con un bacio si possono ottenere molte cose, e, a volte, basta un bacio per cambiare lo stato d’animo di una persona. Un bacio, se dato con entusiasmo, con simpatia e con amore, è tutto.»
Le foto in mostra raccolgono baci catturati in giro per il mondo tra gli anni Cinquanta ed oggi. A partire dal primo, “rubato” nel 1953 mentre stava realizzando un libro sui giardini di Milano.«Stavo inquadrando un particolare del giardino e ho visto questa donna in punta di piedi che stava baciando il suo uomo non più giovanissimo, una scena bellissima… La foto che fa da manifesto alla mostra l’ho, invece, scattata mentre stavo facendo un servizio su Parigi, e, con il teleobiettivo, dalla Tour Eiffel stavo inquadrando i tetti della città. Mentre cercavo dei soggetti, ho visto questi due giovani sulla panchina che si erano costruiti la loro stanza con delle sedie attorno. Sono sceso subito di corsa, a piedi perché c’era una fila lunghissima per scendere in ascensore e avevo paura di non trovarli più, e, invece, li ho trovati ancora lì a baciarsi.»
DOLCENERA: una “donna in evoluzione” che si mette a nudo

Il 2 dicembre, sul palco del Teatro Giacosa di Aosta, dove si è tenuta la premiazione della quattordicesima edizione del Premio internazionale “La donna dell’anno”, tra tante donne premiate e premianti c’era anche una “donna in evoluzione”: la trentaquattrenne cantautrice pugliese Emanuela Trane, in arte Dolcenera. Evoluzione artistica e personale, la sua, ma, soprattutto, “evoluzione della specie”. Che, poi, è il titolo del suo ultimo cd, pubblicato a maggio.
«Nella canzone omonima affronto in maniera ironica le eterne differenze tra uomo e donna.- ha spiegato, prima del concerto, Dolcenera- Se gli uomini, amanti del potere, sono “schiavi più che saggi”, io sono una ragazza idealista, “di una specie in estinzione che cerca maschio innamorato per salvare il mondo intero”. In questa, come in altre canzoni del cd canto la figura di donna che piace a me: che rimane sognatrice, segreta, che non usa sotterfugi per arrivare a ottenere ciò che vuole.» Una “specie in via d’estinzione”, appunto, se si guarda il modello femminile che esce dalle prime pagine dei giornali. Prime pagine su cui, nel settembre scorso, è finita anche Dolcenera. Per di più di un giornale, “Playboy”, che dalle donne non è mai stato visto di buon occhio.
«Il servizio- ha raccontato- è nato durante le riprese del video della canzone ”L’amore è un gioco”, cui “Playboy” ha collaborato con quattro sue “conigliette”. Al direttore è nata l’idea di fare il servizio, ed io ho accettato perché mi sentivo bene fisicamente, visto che facevo tanto sport. Questo mi ha fatto anche sentire bella, anche se il mio fisico è lontano dai canoni della bellezza prosperosa. Tutto è venuto in modo abbastanza semplice e naturale e le foto mi riprendono in posizioni intime ma non volgari.»

Dolcenera vi appare, indubbiamente, diversa rispetto dalla rabbiosa rocker degli esordi che la critica musicale paragonò a cantanti come Nina Hagen e Janis Joplin ed alla quale il “Rockmuseum” di Monaco di Baviera ha dedicato uno spazio. O da quella che nel 2003 esordì “col botto” al Festival di Sanremo, vincendo le “Nuove Proposte” con “Siamo tutti là fuori”. O, ancora, da quella che nel 2005 vinse il reality show “Music Farm”, facendo andando fuori di melone (e dal reality) Francesco Baccini.
«Mi piace essere cangiante e stupirmi.- ha ammesso- Non a caso il mio riferimento musicale è David Bowie che è stato un grande camaleonte. Anche musicalmente sono sempre in evoluzione: c’è stato il periodo dark, quello della rabbia, quello della ricerca del suono. Il comun denominatore ritengo sia la mia parte inquieta, un pò dark, che fa sì che non sia formale e nei testi mantenga una punta di crudezza. Anche se, poi, in fondo, sono dolce.» Anche per questo ha preso in prestito il nome d’arte, Dolcenera, dal titolo di una canzone di Fabrizio De Andrè. «Il contrasto tra la dolcezza e la forza dell’acqua di cui parla la canzone c’è anche nel mio modo di cantare, suonare e scrivere. Chiaroscuri che sono stati messi in evidenza nella tournèe teatrale che sto facendo, dove, oltre a cantare, recito.»
Presentato “Terra mia”, il nuovo cd della cantautrice MAURA SUSANNA
“Avrai molto da dire se non ti nasconderai”. Questa frase, che ha scritto nel testo di “Nell’oggi”, deve essere rimbombata a lungo nella testa di Maura Susanna. Perché, anche dopo quarant’anni di onorata carriera e l’unanime riconoscimento come la voce dell’animo popolare valdostano, la cantautrice di Saint-Vincent conserva un’insospettabile fondo di timidezza. La stessa che nei primi anni Settanta l’aveva costretta per un
anno a cantare i pezzi di Magui Betemps da dietro le quinte de “La veillá de Tsateilon”. «Ero talmente timida che non riuscivo ad affrontare il pubblico.-ricorda- La timidezza ha continuato ad uscire quando si trattava di cantare le canzoni che componevo, per cui o le distruggevo subito o, pur registrandole, non le ho messe in repertorio. Mi hai sentito mai cantare dal vivo “Il viaggio” e “Predze pa”?» Qualcosa deve, però, essere scattato in lei se la sera del 10 febbraio, al Teatro Giacosa di Aosta, Maura ha presentato un nuovo cd, “Terra mia”, di cui ha scritto 11 canzoni su 13. «Gli impegni lavorativi hanno a lungo rallentato la mia carriera- ha spiegato- al punto che il precedente cd, “Il viaggio”, risale a ben 15 anni fa. Adesso ho ricominciato a provare il piacere di scrivere e, soprattutto, ho il coraggio di non buttare via.» Una sicurezza nuova che si fonda su tre punti fermi: la sua terra, la sua lingua (il patois), le sue radici musicali. Non a caso i momenti migliori del cd si hanno proprio nelle canzoni in cui questi si ritrovano. Come nella title track “Terra mia, madre
mia”, nella quale Maura ha curato la versione in italiano di una canzone di Natalie Merchant. O in “Tango”, in cui infiammandosi di “pachòn”, il patois riesce ad esprimere “mots de soie” (al Giacosa è stato eseguito con il bandoneista Ezio Borghese ed i ballerini Paola
Indelicato e Alberto Comiotto). O, ancora, “J’ai un amour” in cui, con Giorgio Negro, ha rivestito di note un testo inedito di Enrico Thiébat, che, con Maura e Luis de Jyaryot (nel cd autore del testo di “Tot i tsandze”), costituisce la trinità dei padri della canzone d’autore valdostana. Nuove prospettive le si aprono, poi, quando vola nel “cielo del tempo” di “Lo conto de Gran-a” di Claudio Mantovani trasfigurata dal cameo del multistrumentista Vincenzo Zitello. Uno dei gioiellini del cd è, infine, “Outor du vèn”, grazie ad una grande interpretazione di un suo adattamento in patois del preludio n.20 op.28 di un compositore di belle speranze, tale Fryderyk Chopin. Al Giacosa Maura è stata accompagnata da un gruppo guidato dal tastierista Andrea Dugros (che ha curato tutti gli arrangiamenti e la registrazione del cd) che annoverava Christian Curcio e Marco Brunet alle chitarre, Remy Boniface all’organetto e violino, Beppe Salussoglia al basso e Andrea Urbica alla batteria. E’ stato della partita anche il Coro Alpino di Saint-Vincent, che l’ha affiancata nell’esecuzione di “Les Prisons du Roy- La bergère des Aravis”. Il concerto, inserito nell’ambito della “Saison Culturelle”, è stato ripreso dalla sede regionale della Rai.
TERRA MIA, MADRE MIA
Quando il sole verrà a riscaldare il tuo viso
nulla potrà più far male, perchè tutto un giorno cambierà.
Non morire perchè saremo in tanti con te
ad aiutare la vita rinascere in te non morire perchè
Terra mia, madre mia nel tuo ventre la poesia
lascia il vento ti asciughi il dolore
delle lacrime, no non piangere più
Un bambino verrà senza rabbia sarà
gocce d’acqua e spighe nel palmo terrà
e la voce sarà
Terra mia, madre mia chiudi gli occhi e non andare via
lascia il vento ti asciughi il dolore delle lacrime e poi
nelle mani noi, porteremo sai se mi nuovi riceverai
Cresceranno in te la speranza e il coraggio di amare di più
l’alba della vita vedrai
Nuovi fiori darà e il canto dell’armonia
danzeremo per te, solo per te
…Tu perdonerai, tu rinascerai
La musica alla Fiera di Sant’Orso di Aosta
La Foire de Saint-Ours di Aosta, la più importante ed affollata manifestazione turistica della regione (giunta quest’anno alla 1011esima edizione), è anche musica. Istituzionalizzata, come per i gruppi di musica tradizionale che si esibiscono lungo il suo percorso nel centro della città o nei concerti inaugurale del 29 gennaio (a Sant’Orso) e finale del 31 (lo spettacolo organizzato dai Trouveur Valdoten al Giacosa). Ma anche musica spontanea, improvvisata, che sale dalle cantine, durante la Veillà del 30, o coglie, inaspettata, nelle piazze e per strada. Bastano una fisarmonica, una chitarra, un violino, delle voci e l’antica magia si ripete.
CHAMOIS: alta, isolata e senza auto

C’è un minuscolo paese della Valle d’Aosta, una novantina di abitanti appena, che fa del suo suggestivo isolamento un’attrattiva turistica. Si tratta di Chamois, l’unico comune italiano totalmente privo di automobili (a benzina, perché ne circolano alcune a trazione elettrica). Fino al 1955, quando venne inaugurata la funivia che lo collega a Buisson (una frazione del comune di Antey Saint-Andrè che si trova sulla statale della Valtournenche), per raggiungere i suoi 1820 metri d’altezza occorrevano tre ore di cammino.
Quando nel 1964 , volendo favorire l’afflusso turistico, venne indetto un referendum per decidere se costruire una strada di collegamento con La Magdeleine o potenziare la funivia, l’80% degli abitanti scelse quest’ultima ipotesi, ribadendo così una vocazione turistica in controtendenza rispetto ai modelli di turismo di massa diffusisi nell’arco alpino. Scelta difficile, ma che oggi fa sì che le maggiori attrattive turistiche del paese siano la quiete e il contatto con una natura preservata dalla cementificazione che ha deturpato molte altre zone della Valle. Attualmente i 700 metri di dislivello che separano Buisson da Chamois si possono coprire in 5 minuti con la funivia oppure in qualche ora inerpicandosi lungo le 93 curve della storica mulattiera “Les Seingles”. Alla portata di tutti è il tranquillo sentiero, in gran parte ombreggiato, che, in un’oretta di tranquilla passeggiata, arriva a Chamois partendo dai 1.760 metri della frazione Corgnolaz di La Magdeleine. Per i più avventurosi, infine, c’è l’Altiporto, il primo realizzato in Italia (nel 1967), che, oltre che ai piccoli aerei, è aperto a chi pratica deltaplano e parapendio.
«Chi sono gli “ululatori nei boschi”?», si chiede il ministro RENATO BRUNETTA
Da un’intervista del 28 maggio (http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200905articoli/44117girata.asp) che l’editorialista de “La Stampa” e docente di analisi dei dati all’Università di Torino, Luca Ricolfi ha fatto al ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta, in occasione dell’uscita del libro “La rivoluzione in corso. Il dovere di cambiare dalla parte dei cittadini” (Mondadori, 18 euro). In questo volume il ministro racconta come si propone di rendere più efficiente la macchina amminisitrativa in Italia, riducendone assenteismo e sprechi.
RICOLFI – «Signor Ministro, il suo libro … è anche un diario, pieno di aneddoti gustosi, al punto che qualche volta non ho capito se lei descriva la realtà o la inventi per farsi capire meglio. Ad esempio: chi sono gli “ululatori nei boschi”»?
BRUNETTA – «Bella domanda, la stessa che mi sono fatto quando li ho visti fra i consulenti della pubblica amministrazione (con loro tantissimi altri: l’esperto in mandolino, il collaudatore delle scarpe dei vigili, l’addetto al censimento dei cormorani, gli storiografi dei Beatles…). Non ho ancora trovato una risposta convincente ma è anche vero che non sono un esperto, né in boschi né in ululati. Può darsi che siano utili, ma ho qualche dubbio. Non ne ho nessuno, invece, sul fatto che le consulenze chieste dalle amministrazioni pubbliche siano talora grottesche, spesso inutili e, cosa ancora peggiore, in grado di duplicare i costi, chiedendo ad esterni di fare quel che già degli impiegati interni sono pagati per realizzare. Non tutte le consulenze, naturalmente, meritano degli ululati ma la trasparenza, che abbiamo subito imposto, ha aiutato e aiuterà a disboscare».
R. – «Insisto, a nome dei lettori della Stampa: qual è il territorio e l’amministrazione pubblica che ha dato consulenze per “ululatori nei boschi”»?
B. – «Insiste? E sia: la Valle d’Aosta pagò 8.750 euro per “monitorare la specie lupo (canis lupus) mediante il wolf-howling”. L’impresa, non so dirle se ardua o meno, fu affidata a un professore universitario. Un collega. Un altro collega, del resto, questa volta in Val Cavallina, studiò la possibile “mitigazione dell’impatto del traffico stradale sulle popolazioni anfibie”, che, più o meno, sarebbe lo sforzo di mettere meno rospi sotto le macchine. Meritorio, ne sono certo, ma forse si potrebbe dirlo anche in lingua italiana e non pagarlo 3.000 euro».
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Tempi duri per la satira di costume. Almeno in Valle d’Aosta, dove la realtà, con i suoi tragicomici fatti di cronaca, supera la fantasia più sfrenata, annegando le risate nella rassegnazione.
A tenerne alta la bandiera rimane lo scrittore e giornalista aostano Gianni Barbieri («necessariamente spiritoso perché di sinistra») che nel 2002 ha pubblicato per la “Fantastylos” la raccolta di aforismi “Mi sono fatto un nome, anzi tre”. Cinquantunenne, Barbieri lavora alla Biblioteca Regionale di Aosta ed ha l’hobby della scrittura, ma “vorrebbe essere scrittore con l’hobby della biblioteconomia”. Dopo un esordio nelle radio private, ha collaborato con la Rai e tenuto rubriche satiriche su alcuni giornali locali che gli hanno permesso di “farsi un nome“. «Anzi tre- ironizza- dato che le firmavo con alcuni pseudonimi come Guercino ed Armstrong.» Da qui il titolo del libro che contiene ben 640 aforismi scritti nell’arco di vent’anni. Uno solo dei quali è in francese. «La percentuale del mio francese è, quindi, 1 su 640. Non male, in una regione nella quale il bilinguismo è una grande opportunità di tacere in due lingue.» Pur essendo apprezzabile anche per chi non è valdostano, il libro vive i suoi momenti migliori quando fa riferimenti, più o meno diretti, al “paese dei campanacci”. Il sorriso non nasconde, in questi casi, l’amarezza di vivere in una “valle di lacrime nella quale ci vorrebbe più collirio”, dove “chi semina raccoglie, e chi non semina chiede i contributi” e dove, alla fine, ci si accorge che “contro un muro di gomma anche pisciare diventa difficile”. Il sorriso- che pure alla lettura sgorga spontaneo e, a volte, irresistibile- non nasconde l’amarezza di vivere in tempi e posti che invitano a “tirare fuori la carogna che è in noi, prima che ci pensino gli altri”. Senza, quasi, neanche più la speranza in una giustizia Superiore. Perché, nell’era delle telecomunicazioni globali, anche Lui si è adeguato: ”Dio non c’è. Lasciate un messaggio dopo il segnale acustico”. E l’ultimo chiuda la parentesi.


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