AL DI MEOLA ad Aosta: più che la velocità, è importante l’equilibrio che si riesce a creare tra melodia, ritmo ed armonia

Statunitense di chiare origini italiane (di Cerreto Sannita), il cinquantottenne Al Laurence Di Meola, che il 2 agosto si è esibito al Teatro Romano per “Aosta Classica”, è senza ombra di dubbio uno dei più grandi virtuosi mondiali della chitarra. Un vero e proprio “guitar hero” che, a metà degli anni Settanta, si affermò, all’interno dei Return to Forever di Chick Corea, anche per la pirotecnica velocità degli assoli.

Oltre ad inanellare un’impressionante serie di vittorie come “best guitarist” della rivista “Guitar Magazine”, è, così, divenuto un idolo degli iperveloci chitarristi “shred” , influenzando gente come Yngwie Malmsteen e Richie Sambora, da cui, però, nella chiaccherata seguita al concerto, ha preso le distanze. «La tecnica è importante- ha spiegato- perché se senti l’ispirazione devi essere capace di esprimerla con essa. Ancora più importante è, però, l’equilibrio che si riesce a creare tra melodia, ritmo ed armonia e quanto tutto ciò è legato al sentimento. Se non c’è questo, la velocità diventa solo uno sfogo di energia con risultati terribili

Come spesso accade agli eroi, anche Di Meola ha dovuto subire gli strali del destino che si è accanito sulle sue orecchie, che, a causa dell’eccessivo volume della chitarra elettrica, al posto degli abituali applausi, hanno cominciato a sentire fischi e ronzii.«Il tinnito è brutta cosa», ha confermato. Si è, così, dovuto “riciclare” alla chitarra acustica con risultati altrettanto strabilianti. Lo testimoniano i trionfi col trio formato con John Mclaughlin e Paco De Lucia o con quello altrettanto stellare con Stanely Clarke e Jean-Luc Ponty, coi quali nel novembre 1995 si esibì al Giacosa di Aosta.

Ricordiamo ancora quando, tra una raffica di note, citò una tarantella in onore delle sue origini. «Amo la musica italiana.- confessò- Da li’ partono le mie radici e la strada emotiva da cui derivano le emozioni che metto in musica. Per me l’influenza più grossa è stata quella di un italo argentino come Astor Piazzolla, di cui ero amico e che ha dato una svolta alla mia carriera. Lui mi ripeteva che il tango ha origini italiane, più precisamente napoletane

Atmosfere mediterranee hanno improntato anche la musica ascoltata al Teatro Romano che ha mostrato di risentire delle tante collaborazioni con musicisti spagnoli, arabi, greci ed italiani. Tra questi il chitarrista sardo Paolo Peo Alfonsi con cui ha duettato ad Aosta. «L’ho conosciuto tramite Andrea Parodi, il compianto cantante dei Tazenda con cui suonavo. -ha raccontato il musicista di Iglesias- Nel 2004 abbiamo fatto insieme una tournée mondiale, Midnight in Sardinia, e mi disse che gli sarebbe piaciuto collaborare. Sembrava finita lì, ma con mia grande sorpresa mi chiamo qualche mese dopo la morte di Andrea per formare il quartetto World Sinfonia. Poi abbiamo suonato in sestetto e, adesso, un duo.»

Nella scaletta del concerto c’è, quindi, stato spazio anche per l’Italia (oltre che per Piazzolla) grazie a “Gouache” di Peo,ma, anche, all’iniziale, “Infinite Desire” che anni fa aveva visto Di Meola duettare con Pino Daniele. «Peo è un musicista intelligente e maturo», ha commentato Di Meola. E, scherzando, ha aggiunto: «Suono con lui perchè Paul non era disponibile.» Dove Paul sta per quel tale McCartney che, coi Beatles, è tra i suoi beniamini.«Nel mio ultimo cd ho inserito una cover di “Srawberry fields”,e il prossimo sarà dedicato alle canzoni dei Beatles. Ne ho già registrate tre tratte da “Abbey Road”» Perché suona con un ventilatore vicino? «Perché non mi piace suonare sudato, ma stasera non ne ho avuto tanto bisogno visto il temporale che è scoppiato. E’ stata sicuramente la situazione più pericolosa in cui ho suonato.»

UN GRANDE RINGRAZIAMENTO A BILL COMETTO (per le foto), SIMONA CHERAZ e MARINELLA COLOMBO

RETURN TO FOREVER IV: il Dream Team del jazz elettrico conquista anche il Forte di Bard

Al settantantenne pianista americano Armando Anthony Corea, più conosciuto come Chick, l’Italia piace. E non solo per le sue origini siciliane. Viene spessissimo a suonarvi, gustando, tra l’altro, molto i piaceri della tavola. E’ successo anche in Valle, dove è venuto più volte portandosi dietro amici famosi. Il 5 maggio 1992, per esempio, strabiliò il Teatro Giacosa di Aosta con la pirotecnica “Elektric Band”. Il 23 luglio 2009 fece, invece, tappa al Teatro Romano proponendo, con il vibrafonista Gary Burton, una musica più cameristica e riflessiva.

Lo scorso 15 luglio, infine, è sbarcato al Forte di Bard con i “Return to Forever IV”, un vero e proprio Dream Team formato da cinque dei migliori strumentisti del mondo: oltre a Corea, alle tastiere, Frank Gambale (chitarra), Stanley Clarke (basso), Lenny White (batteria) e Jean-Luc Ponty (violino). Un concerto-evento che ha scatenato l’interesse degli appassionati, al punto che il penultimo appuntamento della rassegna “Musicastelle in Blue” è andato immediatamente “sold out”.

Il “IV” del nome si riferisce all’ennesima reincarnazione di un gruppo che, nella prima formazione, tra il 1972 e il 1977 spopolò come uno dei massimi esempi di jazz-rock. Ne è anima e principale compositore Corea, che, dopo essere stato, con il suo Fender Rhodes, uno degli artefici della svolta elettrica di Miles Davis, fondò il gruppo per una voglia di “comunicare meglio col pubblico” conseguente all’adesione, nel 1972, a Scientology. Anche il nome “Return to Forever” fu influenzato dalla “filosofia dello spirito di Ron Hubbard” e lo stesso Stanley Clarke, l’altro membro fondatore, fu “convertito” a Scientology (per staccarsene nei primi anni Ottanta). Filosofia a parte, la musica che il gruppo produsse fu di prim’ordine anche grazie a virtuosi come il chitarrista Al di Meola e il batterista Lenny White che ne completarono il quartetto tipo.

Dopo trent’anni di stop (con episodiche reunion), dal 2008 i “Return to Forever” sono tornati in attività. La formazione “IV” si è formata nel 2010, quando a Corea, Clarke, e White si sono uniti il chitarrista italo-australiano Frank Gambale e il violinista Jean-Luc Ponty (francese, anche se, scherzosamente, White lo ha collocato a “Paris, Texas”). Immediatamente le recensioni dei loro concerti hanno cominciato a parlare di “jazz elettrico ai suoi massimi livelli” e di “concerti mai visti”.

Lo ha confermato il concerto di Bard in cui, tra una gigioneria e l’altra, hanno maramaldeggiato su 850 aficionados con virtuosismi assortiti ed una gioia di suonare neanche minimamente incrinata dall’età (il più giovane è il cinquantunenne Gambale, il più anziano Corea che il 12 giugno ha compiuto 70 anni). Accanto a riletture dei classici del gruppo (dall’iniziale “Medieval Overture” a “Romantic Warriors”, da “Senor Mouse” a “Shadow Of Lo”) il gruppo ha proposto qualche nuova composizione e cavalli di battaglia dei singoli membri. Ecco, quindi, “Fiesta” e “Spain” di Corea (quest’ultima riproposta nell’arrangiamento di “Light as feather”, con l’intro del “Concerto di Aranjuez” suonato da Corea e Ponty), “Renaissance” di Ponty e, soprattutto “School Days” di Stanley Clarke che ha concluso il concerto in un’atmosfera di eccitazione collettiva.