Il blog di Gaetano Lo Presti

GOCCE DI MEMORIA GIORNALISTICA

La MIGNOTTOCRAZIA al potere

Il termine MIGNOTTOCRAZIA fu coniato dal giornalista Paolo Guzzanti il 3 novembre 2008. A proposito di una querelle nata tra sua figlia Sabrina e il ministro Mara Carfagna, riferendosi a quest’ultima sul suo blog scrisse:“abbasso la mignottocrazia”. In precedenza, sempre sul blog, aveva definito il ministro del governo Berlusconicalendarista delle Pari opportunità” e affermato che la sua sarebbe stata una “nomina di scambio”.

Mara Carfagna

Qualche giorno dopo precisò meglio il concetto: “MIGNOTTOCRAZIA è il nome della corruzione che ottiene potere in cambio di favori. Ci sono anche casi di mignotte per sesso, ma io intendo denunciare tutti coloro che ottengono potere o vantaggi di qualsiasi genere compiacendo il potente: in questo senso le più grandi mignotte sono gli uomini, e io non voglio limitarmi alle sole questioni di natura sessuale. Speravo che da Berlusconi venisse una rivoluzione liberale, insieme a molti altri intellettuali come Adornato, il povero Colletti, in fondo mignotte anche noi. E ora io sono una mignotta delusa, per restare alla metafora.”

Barbara Matera


E ancora: “MIGNOTTOCRAZIA indica selezione del personale politico in base al sex appeal. Dopo il Parlamento, anche nei consigli locali approderanno candidate che hanno centimetri di carne nei posti giusti, piuttosto che neuroni nel cervello.”

Elvira Savino

Guzzanti fu facile profeta, e nel libro pubblicato nel 2010, “Mignottocrazia-La sera andavamo a ministre”, ha elencato diversi, eclatanti, esempi di carriere politiche per meriti non propriamente ideali: da Nicole Minetti (consigliera della Regione Lombardia) a Barbara Matera (parlamentare europea), da Elvira Savino (parlamentare italiana) a Emanuela Romano (assessore comunale a Castellammare di Stabia).

La MIGNOTTOCRAZIA sarebbe, per Guzzanti, un aspetto della manovra a tenaglia messa in atto da Berlusconi per distruggere le regole della democrazia e del vivere civile, che, normalmente, si sono sempre basati su valori, meriti e, soprattutto, regole.

La MIGNOTTOCRAZIA come sistema di potere- scrive nel libro Guzzanti- ha esattamente questo scopo ideologico: assuefare l’opinione pubblica con un continuo e rivendicato stupro delle regole, delle norme, delle consuetudini, introducendo una prassi apparentemente anarchica, ma, in realtà, funzionale al mantenimento del potere. Il potere consiste nella conquista del consenso raccolto attraverso gli strumenti più elementari della solidarietà di pancia, di genitali, di populismo sessuale che incontra sia l’approvazione e l’ammirazione maschile, sia quella di una incredibile quantità di donne che pensano: finalmente un vero uomo, uno che sa stare con le donne e le soddisfa, in un mondo ormai popolato da gay e travestiti.”

Nicole MINETTI

2 gennaio 2012 Pubblicato da | DONNE, Società | , , , , , , , , , | 2 commenti

ELIO E LE STORIE TESE: una band al 100% contro il logorio della stupidità moderna

Ci sarà pure un motivo se nel gennaio di quest’anno un sondaggio del sito “Rockol” ha eletto Elio e le Storie Tese miglior artista italiano del decennio 2001-2010. I motivi, in realtà, sono più di uno: il beffardo sarcasmo dei loro testi, la coinvolgente presenza scenica del leader ma, anche e soprattutto, una grande sostanza musicale. «Quelli che ci ascoltano- ha spiegato il bassista Nicola “Faso” Fasani- si dividono in un gruppetto di persone superficiali per i quali siamo quelli che fanno ridere e quelli che, invece, hanno capito che siamo una band al 100%. Uno dei nostri modelli, Frank Zappa, diceva che per far passare la musica evoluta bisogna infarcirla di parolacce ed argomenti assurdi, in modo che la gente non se ne accorga e l’ascolti. E’ un po’ quello che facciamo noi

Se ne è avuta un’ulteriore dimostrazione la sera del 23 luglio, in occasione del concerto che Elio e le Storie Tese hanno tenuto al Teatro Romano per “Aosta Classica”. Già il vederli in pittoresche vesti, con Elio travestito da marajà e Mangoni da Zeus che scagliava saette, ha fatto ingoiare al pubblico una lunga introduzione strumentale e la complicatissima “Pagano” con tanto di citazione di “Jesus Christ Superstar” («l’avevano già cantata in questo teatro duemila anni fa. In latino, però», ha chiosato Elio). Con Faso e la corista di lusso Paola Folli, sul palco c’erano il chitarrista Davide “Cesareo” Civaschi, il batterista Christian Meyer, i tastieristi Sergio Conforti alias “Rocco Tanica” e Antonello “Jantoman” Aguzzi e, naturalmente, il cantante e flautista Stefano Belisari in arte Elio.

A contendere a quest’ultimo il ruolo di protagonista è stato, come al solito, Mangoni, il membro non ufficiale del gruppo, che, come Elio ha più volte sottolineato, è reduce dal successo alle ultime elezioni comunali di Milano, dove ha ottenuto 1068 voti presentandosi nella lista “Federazione della Sinistra” come “Luca Mangoni detto Supergiovane“. «Le spiegazioni- aveva spiegato prima del concerto Faso- possono essere due: la gente l’ha votato perché nei nostri spettacoli fa ridere o perché è un architetto che da anni si confronta con competenza col mondo dell’edilizia di Milano. A mancare in Italia non sono le persone eleganti e di bello aspetto, ma quelle serie e competenti che sappiano fare il proprio lavoroUna situazione, questa, che da trent’anni permette al gruppo di far ridere mettendo in risalto gli aspetti tristemente comici del nostro paese. Con vette di notorietà come “La terra dei cachi”, presentata al Festival di Sanremo del 1996, e la recente partecipazione alla trasmissione “Parla con me”, dove, con caustiche parodie di celebri motivi, hanno fotografato l’attuale teatrino politico. Passando dai problemi del nucleare (“sai che il nucleare è una stronzata atomica… vaffanculo al plutonio… stoccatelo tu”, sulle note dei Beatles) alle elezioni comunali (“Ballo ballottaggio da capogiro”, sulle note della Carrà). Gli effetti più esilaranti li hanno, naturalmente, raggiunti con Berlusconi e canzoni come “Ruby Baby”, “Regime di cuori”, “Orgia on my mind” e la celebre “Bunga bunga/Waka Waka” (“Bunga bunga con Lele. Bunga bunga con Fede. Se non stai attento vai in galera per colpa dell’Africa”). «Siamo finiti sul “New York Times”- racconta Faso- e un giornale tedesco ci ha intervistati incuriosito da questi musicisti di mezza età che fanno canzoni ispirate a quella specie di cabaret legalizzato che è la scena politica italiana, che, ormai, fornisce così tanti argomenti che non ti devi neanche sforzare troppo di inventare cose.»

Bunga Bunga” (inserita in un medley ballereccio con Mangoni con la maschera di Berlusconi) si è ascoltata anche ad Aosta insieme a cavalli di battaglia come “Il vitello dai piedi di balsa”(«ispirato ad una storia vera successa nei boschi di quella montagna lì di fronte, che non mi ricordo come si chiama ma è quella lì»),El pube”, “Servi della gleba” (dove la frase originale “mi è entrata una bruschetta nell’occhio” è diventata “mi è entrata una statuetta del Duomo in bocca”),“Born to be Abramo” e “Parco Sempione” (dedicata agli speculatori edilizi). Al termine di quasi due ore di spettacolo sorprendenti (anche perchè Elio voleva finirla lì dopo la prima canzone, preferendo la qualità alla quantità) Il coro di “forza Panino!” (citazione del finale di “Tapparella”) del pubblico, ha introdotto i bis con una spettacolare versione di “Il Rock and Roll”, in cui il re Mangoni viene sodomizzato e preso a calci da Elio, il leader della «più grande rock band italiana», e, naturalmente, la conclusiva “Tapparella”.    

                                                                                                                                     

24 luglio 2011 Pubblicato da | Musica | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

IMMUNITA’ è abusare in Sardegna di ville e di fregna

IMMUNITA’ di Neri Marcorè- Luca Barbarossa

Immunità è varare una legge che ti protegge

L’immunità ti cancella il reato con un decreto

L’immunità fa sembrare pulito anche un bandito

L’immunità, l’immunità


L’immunità, l’evasione fiscale diventa legale

Con l’immunità, si sente innocente il delinquente

Con l’immunità chi comanda può fare come gli pare

Con l’immunità, immunità


Immunità è tenere per mano Dell’Utri ed Alfano

Immunità è abusare in Sardegna di ville e di fregna

L’immunità è dire a Spatuzza che il fiato gli puzza

L’immunità, l’immunità


Senti nell’aria c’è già un’altra atmosfera di impunità

come un cetriolo che va nell’intimità

Senti che bello che è varare una legge che è solo per me

e in galera ci va chi protesterà

Immunità


17 ottobre 2010 Pubblicato da | Musica, Satira, Società, Televisione | , , , , , | Lascia un commento

L’esilio spiegato da TAHAR BEN JELLOUN

Lui sì che sa cosa voglia dire emigrare. Ha, infatti, provato sulla propria pelle l’estrema solitudine e il razzismo che ne sono l’ inevitabile corollario e li ha raccontati in libri di successo (il più famoso è “Il razzismo spiegato a mia figlia” che gli è valso il “Global Tolerance Award” dell’ONU). Non ci poteva, quindi, essere persona più adatta dello scrittore franco marocchino Tahar Ben Jelloun per parlare dell’esilio e dei suoi “effetti collaterali”. Lo ha fatto il 30 aprile, per “Babel”, con Giovanna Zucconi. La mattina, sotto il tendone allestito in piazza Chanoux, per i ragazzi delle scuole superiori e la sera al Castello di Sarre. «Partire- ha detto- è stato a lungo un sogno rischioso per i marocchini che dai caffè di Tangeri vedevano, a pochi chilometri, la Spagna. La spinta era la speranza di cambiare qualcosa nella vita, ma nei miei libri ripeto che bisogna cambiare nel proprio paese, perché emigrare produce società infelici, sia dove si va che da dove si viene. Accanto all’esilio economico dovuto agli squilibri esistenti, ci sono, poi, l’esilio politico e quello, esistenziale, di chi si sente discriminato a casa sua da leggi o pregiudizi. E’ molto frequente perché tutti siamo diversi rispetto a qualcun altro. Su questa ovvia realtà si inseriscono, poi, discorsi politici e religiosi, che, invece di limitarsi alla coscienza dell’individuo ne condizionano, attraverso imposizioni, la sfera pubblica.» A questo proposito Ben Jelloun ha stigmatizzato l’ostilità della Lega verso gli immigrati mussulmani e le esternazioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. «Quando un capo di Stato ironizza sull’abbronzatura di un uomo di colore che, incidentalmente, è il presidente degli Stati Uniti – ha detto- non commette solamente una gaffe diplomatica, ma, essendo il leader del proprio Paese, autorizza implicitamente chiunque a fare lo stesso. Perché l’esempio viene sempre dall’alto.»  Emigrato a Parigi nei primi anni Settanta, Ben Jelloun vi ha a lungo studiato, come psicoterapeuta sociale, i danni psicologici di cui erano vittima gli immigrati maghrebini che vivevano nelle periferie, finendo poi per raccontare le loro storie nei suo libri. «Nei primi anni Settanta c’era solo immigrazione maschile, poi Giscard d’Estaing consentì il ricongiungimento del nucleo familiare senza troppo pensare che queste coppie potessero fare l’amore. Ci ritroviamo così con milioni di bambini arabi nati in Francia da immigrati. Molti di questi vivono nelle periferie e sono senza lavoro, con conseguenti episodi di delinquenza e, per reazione, campagne di intolleranza e repressione. Il ruolo dello scrittore, come l’intendo io, è tradurre in letteratura la rabbia di queste persone, esprimendo con parole comprensibili a tutti la complessità di problemi scatenati dall’ignoranza e dalla paura. Per farlo c’è bisogno di una grande capacità di ascolto e di rispetto verso gli altri. Non è, comunque, facile perché la realtà sempre più spesso supera la fantasia. Chi crederebbe, per esempio, ad una scena ambientata in una sala piena di corna come questa del castello di Sarre?» Ben Jelloun ha, poi, parlato, degli incontri con alcuni grandi scrittori come Jean Genet («ha scritto cose bellissime sebbene fosse un delinquente. Da lui ho imparato la modestia e l’umiltà») e Celine («un personaggio negativo, ma che ha portato grandi innovazioni nella lingua francese»). Qual’è il libro della sua vita?, ha chiesto la Zucconi. «Le mille e una notte.- ha risposto- Contiene tecniche di racconto oggi adoperate nei film polizieschi e, poi, affronta temi attualissimi, a partire dal fatto tutti scriviamo per non morire come Sheherazade, la giovane vergine che ogni notte raccontava al principe una storia perché non la facesse decapitare. Ci sono anche aspetti magici, come il viaggio istantaneo tra paesi lontani, riproposto in film di grande successo come “Avatar”,  che all’epoca servivano per combattere l’angoscia esistenziale e le paure degli uomini.» E funzionano?, ha ribattuto la Zucconi. «Non so», ha concluso, sorridendo, Ben Jelloun.

4 maggio 2010 Pubblicato da | Libri | , , , , , , , , | Lascia un commento

GIOVANNA MARINI: un urlo sempre dall’altra parte del potere

Quel 1° aprile 2009, sul palco del Teatro Giacosa di Aosta, c’era Ambrogio Sparagna, virtuoso dell’organetto e grande divulgatore di musica popolare, cheproponeva il suo spettacolo “Eccolo maggio!Canti di festa (e di lavoro) della tradizione popolare italiana”. E c’era l’Orchestra Popolare Italiana, da lui formata con giovani musicisti provenienti da varie regioni che suonavano strumenti popolari tipici della tradizione italiana (in quell’occasione ne facevano parte anche i Trouveur Valdoten).

Ma, soprattutto, sul palco del Teatro Giacosa c’era Giovanna Salviucci in Marini (Roma 19 gennaio 1937), la cantautrice e ricercatrice etnomusicale romana che da quasi mezzo secolo porta avanti con coerenza la causa della canzone sociale in Italia. Proprio quel tipo di canti che recentemente Silvio Berlusconi aveva definito “pieni di cattiverie”.

«Mi ricorda quella signora- ribattè la Marini- che quando, nel 1964, presentammo a Spoleto, con Giovanna Daffini ed altri rappresentanti della cultura contadina, lo spettacolo di canto sociale “Bella Ciao” disse:  “Io non ho pagato mille lire per sentire cantare sul palcoscenico la mia donna di servizio”. Entrambi identificano in quel tipo di voce e canzone tutta la negatività che ci può essere nella lotta sociale, per cui sentono minacciato il loro potere da qualcuno che, pensano, voglia appropriarsene per usarlo con la stessa cattiveria con cui lo usano loro. Abbiamo, comunque, fatto sapere a Berlusconi che le canzoni popolari non possono essere cattive perché nascono nell’interesse comune della collettività, quindi c’è una larghissima fetta di popolazione che le pensa, le condivide e le canta. Mentre la canzone del singolo, come potrebbe essere il suo Apicella, può nascere anche per un interesse privato».

Non avrebbe potuto pensarla diversamente questa “donna adorabile” (come l’ha definita l’amico Francesco De Gregori, con cui nel 2002 ha registrato il Cd “Il fischio del vapore”) che è stata definita ”un urlo a volte sgraziato e scomposto, ma sempre dall’altra parte del potere”. E lo è fin da quel fatidico 1964 in cui, col marito, si trasferì negli Stati Uniti scossi dall’assassinio del Presidente Kennedy. «Lì il Sessantotto è successo nel 1964- affermò- perché quel delitto ha smosso le coscienze facendo sì che tutti uscissero dal proprio guscio. Mi ricordo a Boston i primi sit-in, dopo i quali ci ritrovavamo all’università con Pete Seeger. Cantavo al “Club 47” dove veniva un ricciutello prepotente che voleva cantare sempre lui. Si chiamava Robert Zimmermann, ma è diventato famoso come Bob Dylan».

Nel 1967 la Marini descrisse questa esperienza nella spietata ballata “Vi parlo dell’America” in cui cantava: ”E’ tutta da combattere, è tutta da distruggere, non c’è niente da salvare”. «C’è l’avevo con quell’America di Lyndon Johnson che era simile a quella di George Bush. Solo che allora il paese aveva una grande anima che poi è scomparsa, salvo, poi, rispuntare con Obama. A proposito delle parole di quella ballata, ho notato che cose che allora cantavamo tranquillamente adesso è difficile farle perché la gente si spaventa. Purtroppo la politica italiana ci ha insegnato ad usare tutta una serie di giri di parole perché non si può più avere un nemico, anche perché non si sa mai. Non è “politically correct” parlare male di qualcuno anche se lo merita, e si è guardati con diffidenza anche dalla brava gente che pensa sia pericoloso esporsi. E, invece, ora lo si deve assolutamente fare».

Tra le canzoni che eseguì ad Aosta anche “Un paese vuol dire non essere soli” di un valdostano d’adozione: il compianto Mario Pogliotti. «Faceva parte- ricordò- del gruppo dei “Cantacronache”, a cui noi giovani ci siamo ispirati. E’ stato autore di canzoni intelligenti, di quelle che si facevano prima che “ci tagliassero le gambe”. “Un paese vuol dire” è una canzone “lacerante” che ho registrato per il mio  Cd, pubblicato dal “Il Manifesto, cui ha dato il titolo».


19 gennaio 2010 Pubblicato da | DONNE, Musiche del mondo | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

MARCO PAOLINI: i muri cadono se, uniti, lo vogliamo

Paolini Marco (by Gaetano Lo Presti) IMG_0364Paolini Marco (by Gaetano Lo Presti) IMG_0358Si è parlato del secondo principio della termodinamica e di quello di indeterminazione di Heisenberg lo scorso giovedì 15 ottobre al Teatro “Giacosa” di  Aosta Non era però, come ci si potrebbe aspettare, una delle conferenze scientifiche inserite nel cartellone della Saison Culturelle 2009/2010, quanto, piuttosto, lo spettacolo teatrale “Miserabili- Io e Margaret Thatcher” di e con Marco Paolini che ne ha inaugurato la sezione “Teatro”. I danni causati dall’economia sregolata e deregolata della “Lady di Ferro”, passati in rassegna con amara ironia dall’attore, hanno, infatti, ormai, caratteristiche di scientificità che si rifanno a concetti come entropia, moto perpetuo, indeterminazione. E’, in pratica, il controllato caos di un mercato globale in cui soldi e lavoratori devono girare incessantemente per garantire gli utili di pochi ed ingrossare sempre più le fila di quei “miserabili” che stanno peggio dei poveri perché miseria vuol dire aver perso anche la speranza di un cambiamento. Il tutto sviscerato con l’abituale sagacia e verve da Paolini sostenuto musicalmente da “I mercanti di Liquore” racchiusi in nicchie che simboleggiavano i personali muri mentali che hanno preso il posto dei grandi muri fisici (leggi Muro di Berlino). Generosissimo, al termine della serata l’attore si è confrontato con chi lo avesse voluto nel vicino Caffè Nazionale. Paolini e Mercanti di Liquore (by Gaetano Lo Presti) IMG_0319«Sento- ha detto- che schegge del paese se ne stanno andando per conto loro e quello che ci tiene insieme è sempre meno. C’è una maggiore diffidenza ed un minore senso di appartenenza. Anche a fare il mio mestiere avverto una sensazione di solitudine bestiale perché non c’è l’abitudine a condividere le cose con altri, per cui quello di cui si parla non lievita insieme. Ma se ognuno fa il pane da solo non è detto che abbia capito come si faccia il pane.» Durante lo spettacolo ha stigmatizzato problemi e difetti della nostra società, ma quali potrebbero essere, secondo lei, le soluzioni? «Questo è un paese di gente che tende ad affidarsi a “facilitatori”, cioè persone che infondono fiducia promettendo di risolvere i nostri problemi. Vedi l’ultima sparata di Berlusconi che ha detto agli industriali: alla democrazia ci penso io. Io so, invece, che nel mio mestiere è sano non diventare il guru di nessuno. Più che dare delle risposte preferisco guardarmi attorno per vedere dove ci sono risposte e col mio teatro farvi sapere che c’è stato qualcuno che è riuscito a fare delle cose buone. Questa sera ho cercato di dire che la speranza non è un mezzo per arrivare a qualcosa, ma, oggi come oggi, è un fine. Io rivendico il diritto di cambiare orizzonte culturale, per non essere condannato ad un luogo, a un destino, a una direzione. Ricordiamoci che un paio di mesi prima che cadesse il Muro di Berlino sembrava solido, e poi invece… Questo sistema non vive di una solidità reale ma è legato alla mancanza di alternative. Solo che se le alternative le coltiviamo individualmente appaiono frustranti e minoritarie, se, invece, le condividiamo con gli altri forse possono nascere delle idee e cadere altri muri .»

Marco Paolini al Nazionale (by Gaetano Lo Presti)

18 ottobre 2009 Pubblicato da | Teatro | , , , , | 1 commento

Le verità nascoste tra mafia e politica ad “Anno Zero”

Massimo Ciancimino (by Gaetano Lo Presti) IMG_8970Sandro Ruotolo (by Gaetano Lo Presti) IMG_8889Niccolò Ghedini (by Gaetano Lo Presti) IMG_8963

MIchele Santoro (by Gaetano Lo Presti) IMG_8829Vauro IMG_8992Vauro IMG_8986

9 ottobre 2009 Pubblicato da | Giornalismo, Satira | , , , , , , , | 1 commento

L’ “escort pride” di PATRIZIA D’ADDARIO

«Sono andata da Berlusconi due volte e sempre pagata….Berlusconi sapeva che ero una escort…E’ vero: ho usato il registratore, ma non volevo ricattare nessuno…Non mi vergogno di quello che ho fatto, di quello che ho detto. »

Patrizia D'Addario IMG_8559Patrizia D'Addario IMG_8440Patrizia D'Addario IMG_8540

Vauro 1 IMG_8698

2 ottobre 2009 Pubblicato da | Giornalismo, Società | , , , , , | Lascia un commento

ll “Compendio di retorica” di DANIELE GORRET

“Fu alle sei del mattino il nove Giugno Millenovecentocinquantuno che sbucai dal ventre folle della nonna per entrare nel mondo folle-cieco”. Oggi ricorre il compleanno di Daniele Gorret, uno dei più grandi scrittori valdostani. Lo ricordo riproponendo la recensione del suo ultimo libro: “Compendio di retorica” del 2008.

Gorret8256La retorica nacque in Grecia nel V secolo a.C. come arte del persuadere. Applicando le sue regole,  l’oratore era, infatti, in grado di “delectare” (cioè catturare l’attenzione con un discorso non noioso) per “docere et probare” (ovvero informare e convincere) e “movere” il pubblico ad aderire alle sue tesi. «E’ un’arte nobilissima- sostiene lo scrittore Daniele Gorret- sulla quale si costruiva la logica del discorso poetico, ma, anche, prosastico e forense. E’ entrata in crisi nel Novecento, quando la nuova poesia ha voluto far piazza pulita delle figure retoriche. Al punto che adesso nel linguaggio comune ha, addirittura, un significato negativo in quanto è scaduta a enfasi retorica, cioè ad un uso banalizzato e banalizzante di tali figure». Ecco, quindi, che Gorret- “custode di reliquia della Lingua” e uomo altro e altrove rispetto al manicheismo di questi tempi sgrammaticati e senza dialettica- ha pensato bene di rispolverare quest’arte scrivendo il “Compendio di retorica” appena pubblicato da Capanotto Editore. nella sua prestigiosa collana di poesia. Compendio di retoricaIl libro si inserisce nella serie di libri di “poesia civile”, iniziata nel 2003 con “La ballata dei tredici mesi”, in cui l’”utopista mentecatto” Gorret, usando la carezza dei suoi “versi strani, nemici di successo”, colpisce col pugno della rabbia l’ipocrisia del “Mondo Falso”. Questa volta lo fa usando la lente d’ingrandimento di 18 figure retoriche (dalla Metafora all’Iperbole, dall’Eufemismo alla Perifrasi), che costituiscono altrettanti capitoletti del libro. All’interno di questi ha, infatti, inserito ricordi e pensieri, che, partendo dalla figura del titolo, riflettono il suo punto di vista sul mondo. «Se c’è una figura retorica che può sintetizzare i miei testi è Antitesi, la mia è, infatti, una continua contrapposizione alla società dominante. In un tempo come il nostro in cui tutto sembra essere in funzione di una costruzione falsificante del vero, la retorica è una straordinaria forma di rovesciamento di questa situazione. Prendiamo, per esempio, l’Ironia che definisco una vera e propria “bomba di Hiroshima… che assalta l’ingiustizia, che si scaglia al potente e gli fa lotta”. Come tutte le altre figure retoriche, è, però, un’arma a doppio taglio, che può sì far venire in chiaro cose che stanno ben nascoste, ma anche, in bocca al malvagio, essere usata per difendere l’indifendibile. La lingua degradata dei nostri tempi è, infatti, diventata strumento di potere. La figura retorica più attuale è, quindi, l’Ossimoro che accosta un termine al suo contrario. E’, infatti, sempre più diffuso l’uso di dire per, poi, disdire o dimenticarsi di aver detto. A cominciare dai politici che la mattina fanno una dichiarazione e il pomeriggio la smentiscono. E’ come se il valore fosse nell’affermazione stessa e non nel nesso con altre affermazioni. Da questo punto di vista Berlusconi è un geniale Ossimoro vivente». Ma per lei anche il poeta è un “concentrato di ossimori penoso”… «Sì, il  poeta armato-disarmato è costretto dicendo a contraddirsi, ma, il poeta vero è anche uno dei pochi spiriti che tengono gli occhi ben aperti sul presente buttandoci dentro la forza di quanto di meglio hanno appreso dal passato. E, secondo me, oggi l’Arte non dovrebbe essere altro che la registrazione nella parola, nella materia o nei suoni delle scintille prodotte da questo cozzo tra ciò da cui veniamo e stiamo vivendo e ciò verso cui stiamo andando. Non a caso morte da immortale è la morte del Poeta».

9 giugno 2009 Pubblicato da | Libri, Valle d'Aosta | , , , | Lascia un commento

FEDELE CONFALONIERI: i cimiteri sono pieni di persone indispensabili

Mentanaconfalonieri«Comunque anche i matrimoni finiscono male». Questa frase, ascoltata lo scorso 22 maggio da Fedele Confalonieri, poteva far pensare alla strombazzata vicenda personale del suo amico Silvio. In realtà il presidente di Mediaset- che si trovava ad un convegno svoltosi a La Bagnaia, vicino Siena- si riferiva al “divorzio” Mediaset-Enrico Mentana, susseguente alle polemiche scatenate dal giornalista per l’insufficiente approfondimento giornalistico su Canale 5 della notizia della morte di Eluana Englaro. Vicenda che Confalonieri liquidava con un terribile epitaffio: «i cimiteri sono pieni di persone indispensabili». Citazione colta (è del politico francese Georges Clemenceau)  ma spietata per la crudezza con cui colpiva una star dell’informazione italiana. “Tutti sappiamo riconoscere una campana quando suona per ognuno di noi”, ha scritto, allarmata, Lucia Annunziata su “La Stampa” del 24 maggio (http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=5986&ID_sezione=&sezione=). Spiegando come questa frase di Confalonieri rifletta l’idea degli editori di tutto il mondo che l’epoca dei Grandi Giornalisti sia arrivata alla fine. “Oggi l’editoria internazionale, in testa l’imprenditore dalle uova d’oro Rupert Murdoch, vuole passare su Internet- scrive la Annunziata- e vuole far pagare i contenuti. Il ragionamento funziona più o meno così: le notizie sono più o meno le stesse, prodotte da un alveare operoso ma senza nome dei vari media, e saranno dunque inevitabilmente gratis. Altro sono i contenuti e questi si faranno pagare. Dunque meno giornalisti per lavorare al corpaccione unico delle news generali, e poche pepite d’oro da far pagare care.» Il resto dell’articolo elenca tutta una serie di problemi che questo comporterebbe e la conseguente perdita di “audience” che i grandi opinionisti avrebbero. debordPersino Fiorello, che è una vera grande star- conclude la Annunziata- se messo dentro il tritacarne di una Tv da pagare (Sky) non raccoglie milioni ma solo decine di migliaia di spettatori”. La vicenda non sorprende chi conosce le teorie del filosofo francese Guy Debord che negli anni Sessanta teorizzava che nell’attuale “società dello spettacolo” “tutti gli esperti sono dei funzionari mediali-statali, e solo in quanto tali sono riconosciuti esperti. Ogni esperto serve il suo padrone, perché tutte le antiche possibilità d’indipendenza economica sono state pressappoco azzerate.” Dopo che questa società ha polverizzato il dibattito sociale, sono le opinioni di questi “funzionari” a indirizzare le “opinioni” della massa. Ma ciò succede perché il “comitato elettorale” (come Mentana ha definito Mediaset) permette loro di accedere alla cassa di risonanza dei mezzi di comunicazione che controlla (“in questo comitato c’è stato per diciotto anni”, ha ribattuto Confalonieri). Se, per qualche motivo i giornalisti, o chi per loro, perdono la coscienza di questa “concessione” il “comitato elettorale” glielo fa pesare. Sempre più frequentemente e brutalmente. Perché, come scriveva il preveggente Debord, “pensa di essere stato finora anche troppo buono e paziente; ma non vuole essere più criticato”. E poi, concludeva il filosofo, “ogni funzionario mediale sa di essere sostituibile”.

25 maggio 2009 Pubblicato da | Giornalismo, Speaker's Corner | , , , , , , | 1 commento

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