L’emotivo, emozionale ed emozionante RICCARDO COCCIANTE

Riccardo_Cocciante

Riccardo-Cocciante-Cocciante-539709 Emotivo, emozionale ed emozionante. Fu così il Riccardo Cocciante (Saigon 20 febbraio 1946) che incontrai il 4 marzo 1998, al termine del trionfale concerto tenuto al Teatro “Giacosa” di Aosta per la “Saison Culturelle”. «Il pubblico in questo momento cerca l’emozione. -confermò convinto- Quelli che vengono ai miei concerti sono stupiti di uscir fuori “mossi”, cioè di avere avuto delle emozioni. Bisogna anche dire che, come avrai visto, gli spettatori hanno avuto uno spettacolo completo che varia molto nelle atmosfere: si chiude nell’intimismo, si riapre nel canto felice, esplode nella partecipazione collettiva alle mie canzoni più famose. E’ sicuramente diverso da quello degli altri cantautori che fanno uno spettacolo molto più lineare e volutamente appiattito.»

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In effetti nelle oltre due ore di concerto Cocciante non si risparmiò facendo un’excursus completo del suo immenso repertorio. A partire dalla suite iniziale di “Mu”,il primo album pubblicato nel lontano 1972. «Sono uscito in un momento in cui non dovevo venire fuori perché cantavo l’amore ed erano gli anni in cui andavano le canzoni politicizzate. Poi ho attraversato indenne gli anni ‘80 che per chi, come me, amava la melodia sono stati una tragedia: era quasi vietato cantare bene ed andavano di moda le voci mediocri con una melodia appiattita. Adesso, invece, c’è una rinascita della melodia, anche se costruita in modo diverso, e la voglia di usare la bella voce.»

Fu inevitabile chiedere a lui, che lo aveva vinto nel 1991 con “Se stiamo insieme”, un giudizio sul Festival di Sanremo, e, più in generale, sullo stato della canzone italiana. Perché, gli chiesi, sono sempre meno le canzoni che, come è successo stasera con “Margherita” o “Un nuovo amico”, sono cantate in coro dal pubblico senza bisogno di accompagnamento musicale?  «Per poterle cantare così bisogna che il tempo dia ragione alla canzone. Quella di fare canzoni che non si ricordano è una tendenza moderna dovuta al fatto che non hanno molta melodia. E’ sempre più difficile trovare canzoni sanremesi belle perché rientrano nell’andazzo che c’è, soprattutto in Italia, di insinuarsi nelle tendenze musicali del momento invece di andarci contro. D’altronde il Festival di Sanremo è l’apoteosi delle cose comuni. Ecco perché nel momento stesso in cui ho deciso di parteciparvi, ho deciso anche che sarebbe stata l’ultima volta. Mi piace essere libero nella composizione, mi piace fare delle cose che non siano commerciali in partenza, ma che, magari, lo diventino alla fine per una loro intrinseca forza artistica.»

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Qual’è la canzone del tuo immenso repertorio che preferisci? «Quando finisce un amore”. Musicalmente ha un suo fascino atipico, perché è un lungo recitativo senza refrain, e, poi, ha un testo molto vero. Possiede una sua forza che le ha permesso di arrivare al successo senza alcuna promozione. Dopo metto “Margherita” che ha una melodia molto bella. Ma ce ne sono tante altre. L’album “Cocciante” del 1982 è, per esempio, magico perché su otto canzoni c’erano almeno cinque grandi successi: da “Un nuovo amico” a “In bicicletta”, da “Un buco al cuore” a “Celeste nostalgia“. E, poi, c’è la bellissima “E’ passata una nuvola


Nostalgicamente e irresistibilmente SYLVIE VARTAN ad Aosta

I “2’35 de bonheur” di uno dei suoi primi successi hanno portato fortuna alla cantante francese Sylvie Vartan. Al punto che il 23 novembre scorso, alla Salle Pleyel di Parigi, ha festeggiato i 50 anni di carriera. Con, sul palco, l’Orchestre symphonique di Sofia e, in platea, ospiti come i ministri della cultura francese, Frédéric Mitterand, e bulgaro. A ricordare, così, le sue origini: la sessantasettenne artista è nata, infatti, in un sobborgo di Sofia, da Georges Vartanian, che nel 1952, dopo l’occupazione sovietica, riparò a Parigi. «Sono una sangue misto, anche perché mia madre era ungherese.- ha confidato- Il mio cuore è, in ogni caso, francese, perché è il paese che mi ha dato la libertà, mi ha adottata e dove ho realizzato i miei sogni d’artista

Un posto importante nel suo cuore occupa anche l’Italia, dove il 30 novembre è tornata per un concerto al Teatro Giacosa di Aosta inserito nella Saison Culturelle. Merito di una nonna italiana e della fortunata stagione, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, che la vide tra le beniamine del pubblico italiano, per il suo fascino malizioso e canzoni come “Due minuti di felicità”, “Irresistibilmente” e “Come un ragazzo”.

«Di quegli anni ho un ricordo pieno di sole.- ha raccontato prima del concerto, nel suo italiano “arrugginito”- Ho vissuto molto tempo a Roma, ho imparato l’italiano e fatto tanta televisione. Una decina di anni fa ho pure sposato un napoletano, il che fa capire fino a che punto ami il vostro paese.» Italiane sono state anche alcune canzoni della scaletta del concerto aostano in cui la Vartan ha mischiato l’intimismo dell’ultimo cd, “Soleil Bleu”, con un ben calibrato revival, accompagnata da Gérard Prevost (contrabasso e violoncello), Claude Engel (chitarra), Philippe Draï (batteria), Sandrine Matsuko (violino), Serge Perathoner (tastiere e fisarmonica), Gérard Daguerre (piano) e Sophie Gémin (cori).

Accanto ai suoi grandi successi come “La plus belle pour aller danse” (con cui nel 1964 aprì il concerto dei Beatles all’Olympia di Parigi), si sono, infatti, potute ascoltare “Moi, je n’aime ancore que toi” di Riccardo Cocciante e “Je chante le blues”, scritta da Carla Bruni in Sarkozy (alla quale la lega anche un suo grande successo: “Nicholas”). «Carla- ha raccontato la Vartan- è una persona molto affascinante e sensibile, con una parte gioiosa tipica degli italiani. Ma prima ancora è un grande talento musicale, per cui dopo la pubblicazione del primo album, quando ancora non era la “première dame”, le chiesi di scrivermi una canzone.» All’Eliseo, del resto, la Vartan è di casa. Fin dal 1998, quando ricevette dal presidente Jacques Chirac le insegne di Cavaliere della Legion d’Onore. Ci andò accompagnata dal figlio David, anche lui cantante, avuto dal primo, turbolento, matrimonio con la rockstar Johnny Hallyday.

«Non sono mai venuta in Valle d’Aosta, anche se ne ho sentito parlare.- ha concluso – Mi hanno detto che la vostra specialità è la fonduta, ma non è francese? Ah già che siete metà italiani e metà francesi. Mangiate della pasta buona qui?» Quasi a ricordare che, in fondo, la vita è fatta di cose semplici, di cui non ci si accorge finché non mancano. Come l’amore, che dopo aver fatto da fil rouge al concerto aostano, l’ha suggellato con le parole di uno dei capolavori di Jacques Brel. “Quand on n’a que l’amour
pour tracer un chemin et forcer le destin a chaque carrefour… Alors sans avoir rien
que la force d’aimer nous aurons dans nos mains, amis, le monde entier (Quando non c’è che l’amore
 per tracciare un cammino
 e forzare il destino ad ogni crocevia…Allora senza aver nient’altro
 che la forza d’amare noi avremo nelle nostre mani, amici, il mondo intero).


SARAH JANE MORRIS: I cinquant’anni non mi fanno paura

Sarah Jane Morris IMG_7562«Il 2009 è un anno importante, per me: ho compiuto cinquant’anni, ho divorziato, mi sono tagliata i capelli. E credo di avere appena fatto il miglior disco della mia carriera. I cinquant’anni non mi fanno paura, anzi li vivo come un punto di inizio.» Per ricominciare la cantautrice inglese Sarah Jane Morris ha scelto anche Aosta, che la sera del 3 luglio ha toccato con la sua tournèe, regalando al folto pubblico affluito allo stadio Puchoz per l’”Aosta Blues & Soul Festival 2009” un intenso concerto. Per lei sono, indubbiamente, lontani (in tutti i sensi) i tempi felici di “Don’t leave me this way”, che nel 1985 la rese celebre duettando con Jimmy Somerville, o di “Se stiamo insieme”, con la quale nel 1991 vinse il Festival di Sanremo con Riccardo Cocciante. Non è, infatti, un caso che il suo ultimo Cd si intitoli “Where it hurts” (“dove fa male”). Il dolore che vi canta Sarah non è, però, solo quello personale per la separazione dal compagno di una vita, David Coulter (ex Pogues). L’impegno sociale l’ha, infatti, portata ad indignarsi  con il regime militare in Birmania in “A world to win” o per la lunga detenzione nel braccio della morte di un detenuto innocente (“Never forget how to dance”). O, ancora, a mettere in guardia gli immigrati sul cercare in Inghilterra la loro “Promised land”. «Siamo rimasti in pochi, oggi, a cantare della realtà che ci circonda. Negli anni ’80 era diverso: in Inghilterra avevamo individuato un nemico, la Thatcher, la sua idea del “me” e “adesso” senza alcuna attenzione per il “noi” e il futuro: quella mobilitazione produsse uno straordinario fermento creativo in tutte le arti. Ora c’è un gap generazionale, nessuno sembra più interessato alla politica o disposto a esprimere il suo dissenso. Non voglio forzare nessuno ma mi interessa commentare quel che succede nella società. Cerco di scrivere canzoni relativamente commerciali che propongano, a chi sceglie di ascoltare, un contenuto su cui riflettere.»

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L’inafferrabile LOLA PONCE

Il 25 giugno 1982 è nata la cantante ed attrice argentina LOLA PONCE. La ricordo con l’intervista che le feci il 2 aprile 2008.

Ponce P4020266Ponce P4020299Se qualche anno fa per un cantante era importante il numero dei dischi che vendeva, oggi è fondamentale il numero delle copertine di giornale che riesce ad avere. In base a questo metro di giudizio, la venticinquenne Lola Ponce attualmente, in Italia, non ha rivali. La vittoria, in coppia con Giò Di Tonno, all’ultimo Festival di Sanremo l’ha, infatti, imposta come sex symbol, dando la stura ad una curiosità morbosa per la sua vita privata. Quanto “tiri” l’argentina è testimoniato dal pienone che si è registrato il 2 aprile al Palais Saint-Vincent per il concerto con Di Tonno inserito nella “Saison Culturelle”. Spettatori, evidentemente, affluiti per riascoltare la canzone “Colpo di fulmine” che ha trionfato a Sanremo. O le suggestive arie del musical “Notre Dame de Paris” di Cocciante, di cui Ponce e Di Tonno sono stati protagonisti (con Matteo Setti, ospite Notre Dame P4020388speciale della serata). Sarebbe, però, ipocrita negare che molti, in particolare i maschietti, sono accorsi per “toccare con mano” il fascino dall’argentina. Esame superato a pieni voti grazie al fisico “caliente”, ma, anche, a una istintiva simpatia. Come non rimanere ammaliati, per esempio, dal candido stupore con cui, durante l’intervista, ha accolto l’unanime riconoscimento della sua intensa sensualità. «Mi stupisco, sì!- ha ribattuto la Ponce- Non faccio niente per esserlo perché sul palco sono proprio come nella vita. Per me è naturale esprimermi in questo modo. Probabilmente influisce il fatto che sono latina: sono nata in Argentina da un mix esplosivo di sangue italiano e spagnolo». Adesso che è una popstar internazionale, cosa è rimasto delle radici argentine? «Tantissimo. Nel mio ultimo cd, “Il diario di Lola”, ho, per esempio, inserito due tanghi adattati alla musica pop, che è il genere che faccio. In uno, “El dia que me quieras”, ho duettato con mio padre Hector che me l’aveva insegnato da piccola. Lui l’aveva, a sua volta, imparato da mio nonno, di origini genovesi, che aveva suonato coi grandi Carlos Gardel e Astor Piazzolla». E lei suona? «Sì, il piano e la chitarra da dilettante. E, poi, ho scritto alcuni testi delle mie canzoni. Mi piace raccontare storie d’amore, perché per me, Ponce & Me P4020079che sono una romantica, l’amore è molto importante. Sono particolarmente legata ad una canzone del mio primo Cd che ho scritto quando avevo 15 anni. Si intitola “El chico que me enseño a amar” e dice: anche se la vita mi porterà da altre parti, per sempre tu rimarrai il ragazzo che mi ha insegnato come si ama». La vita ha, ultimamente, portato la Ponce dalle parti di Manuele Malenotti, ricco imprenditore nel campo dell’abbigliamento, che prima dell’inizio di Sanremo le aveva detto: «Se vinci il festival ci sposiamo». «Per ora ho sposato la musica- puntualizza lei- Nella mia carriera non vedo limiti, piuttosto, come è stato finora, sorprese. E, poi, non è un caso che il mio primo Cd si intitoli “Inalcanzable”, che vuol dire inafferrabile… Anche se niente è inafferrabile».