Sarre e i suoi figli nella Grande Guerra

“La morte di un uomo è una tragedia, quella di milioni di uomini una statistica”. E’ una frase cinica attribuita a Stalin (uno che in fatto di massacri se ne intendeva) che si adatta perfettamente a tragedie come le grandi guerre. Tra i combattenti della Prima Guerra Mondiale, per esempio, si contarono ben 9 milioni di vittime (alle quali bisogna aggiungere i circa 7 milioni di morti civili).

Pur lontana dai campi di battaglia anche la Valle d’Aosta pagò un alto prezzo di sangue ricordato nel libro “Sarre e i suoi figli nella Grande Guerra” opera di Santo De Dorigo, Amerigo Pedrotti e Adriana Meynet. I primi, due esperti di Grande Guerra, a descrivere dettagliatamente le operazioni al fronte, la Meynet, sarrolein, a sottolineare il prezzo in vite umane dei valdostani, in gran parte inquadrati nel “massacratissimo” Battaglione Aosta. Su 8500 soldati partiti in guerra, scrive, 3600 furono ospedalizzati, 850 prigionieri e 1557 morti.

In parecchie famiglie scomparvero due o più figli e il ritorno dei reduci fu accompagnato da gravi malattie, traumi e conseguenti difficoltà di inserimento. Il che rese ancor più difficili le condizioni economiche di una popolazione che la guerra l’aveva subita, lontanissima dagli entusiasmi dei politici e dei vertici del clero valdostano.

Non certo del prete di Saint-Maurice, il solerte Lale Thomas, che doveva comunicare ai sarrolein i decessi dei figli. Come quando nel febbraio 1917 annunciò alla famiglia Blanchet la morte dei fratelli Joseph e Désiré Joconde e dei cugini Pierre Louis Blanchet e Louis Meynet.

Furono ben 27 i caduti di Sarre-Chesallet, ai quali il 22 giugno 1924, nella piazza del paese, venne innalzato il monumento ai caduti della Guerra Italo-Austriaca 1915-18. Sono tutti raffigurati in un poster stampato nel 1925 che raccoglie i “caduti e combattenti di Sarre Gazolo (che era l’italianizzazione di Chesallet, n.d.r.)”. E una delle immagini del ricco corredo fotografico del libro che, accanto ad alpini dimenticati, parla approfonditamente del capitano Octave Bérard, illustre sarrolein che durante la guerra fu insignito di due medaglie di bronzo ed una d’argento.

Il mondo in minore dei “Fleurs de papier” di EVA (e Charles) PELLISSIER

Que itrandze la via (che strana questa vita)”, ha scritto Eva Pellissier in una delle centinaia di poesie che da più di 30 anni scriveva in patois e francese. “Ci sono persone tanto stanche di recitare la loro vita- continua la poesia- e ci sono persone costrette a partire senza aver goduto di tutti i loro giorni e vorrebbero tanto poter ancora odorare la pioggia, il vento, l’acre profumo dell’assenzio.”

Questa condizione di perdita Eva l’ha provata più volte, visti i ripetuti bruschi “reset” che il destino le ha riservato. Come nell’ottobre 2000, quando l’acqua fece rotolare via la sua casa e, con lei, la frazione Faverge di Nus. O, in anni più recenti, quando una malattia le fece perdere un seno. O, ancora, dopo una traumatica separazione. Ricominciare, ogni volta, è stato un po’ come ritrovarsi di fronte ad un foglio bianco in attesa d’ispirazione. E l’abitudine a farvi fiorire “fiori di carta” l’ha aiutata. «Una volta messe in pagina le poesie diventano fiori di carta, più colorati e duraturi di quelli veri.- spiegava- Ho iniziato a scriverle a sette anni, attratta dalla possibilità di esprimere sensazioni e sentimenti, facendo cantare la parola».

Uno dei primi estimatori fu il colonnello Octave Berard che, nel 1972, ne lesse alcune dalle stazioni regionali della Rai. Tra queste, “La Viëille vatse”. «E’ la prima poesia che ho pubblicato.- ricordava- L’ho scritta in patois perché la poesia è musica, e certi suoni, legati a certe immagini, li sento nelle orecchie in francese e, soprattutto, in patois, la prima lingua che ho parlato.» Una musicalità che ha fatto sì che molte siano state rivestite di note. Come “Dans vos yeux”, musicata da Efisio Blanc. O «Ecoute», la sua poesia forse più nota, che, musicata da Angelo Mazza, è entrata nel repertorio del Coro Sant’Orso.

«Adesso abito a Messigné di Nus- mi raccontò l’ultima volta che l’intervistai- e in fondo al mio terreno c’è un valloncello in cui c’è una bellissima quercia. Quando l’Enel ha spostato le linee elettriche le hanno tagliato la chioma. Ma lei ha rifatto tutti i rami ed è ancora lì. Mi sembra quasi Eva.» “La Quercia”, che rinasce sentendo “formiche con le ali…nascere sulla punta delle mie dita, raggiungere le mie mani, salire fino alle mie guance”, è diventata una poesia del figlio Charles. Con lui, ventiduenne, Eva nell’ottobre 2011 ha pubblicato il libro “Fleurs de papier” popolato da poesie, in patois e francese, che cantano un mondo “in minore” che gira intorno a temi come la natura, i sentimenti e, soprattutto, l’inesorabile scorrere del tempo. “Une feuille de calendrier apès l’autre le temps s’en va”, scriveva Eva. Tempo che lascia una “douce mélancolie d’espérance, perché anche se ha “l’hiver dans le coeur … j’attends: le froid partira”. A casa di una riaccensione del cancro, Eva Pellissier è morta la mattina del 24 marzo 2011. Aveva 53 anni. I funerali si svolgeranno alle 15 del 26 marzo nella Chiesa Parrocchiale di Nus.