Il blog di Gaetano Lo Presti

GOCCE DI MEMORIA GIORNALISTICA

BURT a BARD: BACHARACH regala “magic moments” al Forte di Bard

Non è facile lasciare Luciana Littizzetto senza parole. L’8 luglio Burt Bacharach c’è riuscito. Dopo avere seguito estasiata, in prima fila, il suo concerto nella Piazza d’Armi del Forte di Bard, l’attrice torinese (che, ricordiamolo, è prima di tutto una musicista diplomata in pianoforte) ha, infatti, confessato: «E’ una grande emozione che preferisco tenere dentro». Come darle, del resto, torto dopo che si è stati investiti per due ore da un flusso ininterrotto di canzoni entrate nell’immaginario collettivo di generazioni su generazioni.

Difficile, infatti, non avere amato almeno una delle migliaia di canzoni dell’ottantatreene compositore americano. Sono talmente tante che, a volte, non si sa nemmeno che sono sue. In Italia, per esempio, succede con certi successi degli anni Sessanta di Adriano Celentano (“Stai lontana da me” è la traduzione di “Tower of Strength”) o Mal (“Bambolina” è “Any day now”). Ma con le sue canzoni si sono confrontati ben 1789 artisti (come annotato nel suo Hitmaker Archive), tra questi i Beatles (Baby, It’s You), Tom Jones (What’s New, Pussycat), Dusty Springfield (The look of love), Herb Alpert (This Guy’s in Love With You). L’interprete preferita resta, comunque, Dionne Warwick, che negli anni Sessanta formò con Bacharach e il paroliere Hal David una delle principali fabbriche di successi del mondo. Dopo 
i due Oscar, nel 1970, per le musiche del film “Butch Cassidy And The Sundance Kid” e la canzone “Raindrops Keep Falling On My Head”, Bacharach conobbe un appannamento, legato anche a vicende personali. La sua stella tornò, comunque, a brillare negli anni Ottanta in cui sfornò successi planetari come “Arthur’s Theme” di Christopher Cross e “That’s what friends are for” cantato dalla Warwick con Stevie Wonder ed Elton John. Tutte melodie che si imprimono immediatamente nella memoria pur se frutto di una grande sapienza musicale, affinata con Darius Milhaud, che lo fa oggetto di venerazione ed omaggi da parte di musicisti come Elvis Costello, Pat Metheny e Oasis.

Gran parte di questi successi Bacharach li ha eseguiti anche a Bard legandoli con il filo conduttore dell’amore, sottolineato da “What the world needs now is love”, che ha, significativamente, aperto e chiuso il concerto. Ad eseguirli una sfavillante band formata da Bill Cantos e David Joyce (tastiere), Elizabeth Chorley (violino), Tom Ehlen e Dennis Wilson (fiati), David Coy (basso), Vinny Pagano (batteria) e i cantanti Josie James, John Pagano e Donna Taylor. Oltre a suonare il piano, Bacharach si è limitato a accennare, con la sua caratteristica voce afona, solo pochi pezzi. In particolare nel medley dedicato alle sue musiche da film ha sussurrato le stupende “The look of love” e “Alfie” e, nel finale, “Raindrops keep fallin’ on my head”, sulle note della quale ha accompagnato al piano, in piedi, il coro del pubblico. La canzone aveva quasi evocato la pioggia caduta fino a poco prima del concerto. Per proteggersene gli 850 spettatori (il massimo della capienza omologata della Piazza d’Armi) erano stati forniti di un “poncho” impermeabile rosso che è molto piaciuto a Bacharach. «Mi piacete vestiti tutti con la stessa uniforme.-ha detto dal palco- Sembrate una squadra di calcio.» A piacergli, e tanto, è stato anche il Forte che ha definito “wonderful place”. Vi era arrivato il giorno prima e lo ha girato in lungo e largo con lunghe passeggiate. Spintosi fino alle Scuderie, giovedì sera era finito per rimanere chiuso fuori dal corpo principale. E’ bastata una telefonata a Gabriele Accornero, dirigente del Forte, per risolvere l’inconveniente. Peccato che Bacharach non si fosse trovato lì anche al termine dello spettacolo, avrebbe sicuramente sorriso ascoltando il gruppo di giovani che è sceso verso il borgo di Bard cantando “Magic moments”.                                                                                                 

 

 

10 luglio 2011 Pubblicato da | Musica | , , , , , , , , , , , , , , , | 3 commenti

Il colorato acquerello di TOQUINHO al Forte di Bard

Se, come diceva il suo amico Vinicius, la vita è l’arte dell’incontro, il sessantaquattrenne brasiliano Antonio Pecci Filho, meglio conosciuto come Toquinho, è artista grandissimo. Enorme talento a parte, infatti, ha avuto fin da giovane la fortuna di collaborare con gente come Paulinho Nogueira, Chico Buarque de Hollanda, Gilberto Gil e Antonio Carlos Jobim. Praticamente la storia della musica brasiliana. Ci ha preso talmente gusto che ne ha scritto un pezzo anche lui, specie da quando, nel 1970, ha incontrato il poeta Marcus Vinícius da Cruz de Mello Moraes, un “cattivo esempio per la gente come noi” (come Toquinho canta in “Samba pra Vinicius”), ma, anche, uno che gli ha aperto molte porte. Con lui ha composto un centinaio di canzoni, tra le quali abbondano i capolavori. Com’è avvenuto l’incontro con Vinicius?, gli ho chiesto prima del concerto del 6 agosto al Forte di Bard per la rassegna “MusicaStelle”. «Nel 1969, mentre ero in Italia con Chico, ho registrato un disco a lui dedicato con poesie recitate da Giuseppe Ungaretti e canzoni, tra cui “La casa”, cantate da Sergio Endrigo. Dopo averlo sentito Vinicius mi ha chiamato per accompagnare lui e la cantante Maria Creuza in una serie di concerti. E’, così, iniziato un matrimonio musicale perfetto, durato fino al 1980, quando morì. Aveva il pregio che, pur con tutta la maestria del poeta colto, sapeva fare cose popolari, perché condivideva con me l’idea di fare canzoni semplici. Il che non vuol dire facili, perché la semplicità è molto difficile da ottenere. E’ piuttosto una forma pulita di fare canzoni che viene da maestri come Caymmi e Jobim e ha prodotto pezzi che sono rimasti nel tempo.» Canzoni come “Samba della rosa” e “La voglia, la pazzia” che hanno entusiasmato anche a Bard, interpretate con la bravissima Badi Assad (protagonista anche di un breve set in cui, oltre a quelle vocali, ha messo in mostra grandi doti chitarristiche e percussive). Come se non bastasse, Toquinho ha maramaldeggiato con una carrellata dei grandi autori brasiliani: da Jorge Ben (“Que Maravilha”) a Jobim ( “Garota de Ipanema”), da Chico Buarque (“O Que Serà”) a Baden Powell (“Berimbau”, “Apelo” e “Samba em preludio”, interpretata con la giornalista RAI Cristina Ravot). «Insieme a Paulinho Nogueira, Baden è stato il mio principale maestro.- ha precisato Toquinho- La sua tecnica chitarristica mescolava varie influenze: il suono era classicamente pulito ma la mano destra faceva un samba che aveva qualcosa del flamenco e dell’afro che ha introdotto nella musica brasiliana. Un modo di suonare molto percussivo simile al mio e a quello di Badi Assad.» Lei ha origini abruzzesi ed ha vissuto a lungo in Italia, c’è qualcosa di italiano nella sua musica? «Ogni artista ha sicuramente tante influenze, per cui in me c’è sicuramente un pò d’Italia: dalla melodia delle canzoni napoletane al modo emozionale di fare canzoni che avete. Ricordo ancora la meraviglia con cui, in un ristorante di Roma, sentii per la prima volta “Roma nu fa la stupida stasera” che, poi, ho registrato con Ornella Vanoni.» In Italia Toquinho ha anche ottenuto il suo successo più grande quando, nel 1983, presentò al Festival di Sanremo (come ospite) “Acquarello”, scritta con Maurizio Fabrizio e Guido Morra, ma in cui, si scoprì in seguito, aveva ripreso “Uma rosa en minha maõ”, composta anni prima con Vinicius. “Canzone fatalista”, come l’ha definita a Bard, che piace tanto ai bambini nonostante un finale piuttosto amaro (“Siamo solo un acquarello che scolorirà”). A questo proposito, non le sembra che adesso sia sempre più difficile dare, con la musica, la “buonanotte all’incertezza e ai problemi”? «I tempi sono indubbiamente cambiati, ma l’essenza delle persone no. – ha risposto- Tutti vogliono amare ed essere amati e le mie canzoni possono servire a far sì che la tristezza vada via. Per un paio d’ore e naturalmente, come canto nella celebre canzone,“por favor”

8 agosto 2010 Pubblicato da | Musiche del mondo | , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La musica “in blue” di McCOY TYNER e Joe LOVANO

Dopo il concerto di George Benson a Fénis, la rassegna “Musicastelle in Blue”, inserita nel Festival “MusicaStelle”, si è conclusa il 2 agosto nella Piazza d’Armi del Forte di Bard con il trio del pianista McCoy Tyner con il sassofonista Joe Lovano. Il nome della rassegna deriva da “Blue Note” che è il locale di Milano che l’ha organizzata con l’Assessorato regionale al Turismo, ma è anche quello di una storica etichetta jazz. Non ci poteva, quindi, essere ospite migliore del settantaduenne Alfred McCoy Tyner che, tra il 1967 e il 1970, per la “Blue Note” ha pubblicato sette importanti album.

La sua fama è, però, legata agli anni tra 1960 e 1965 in cui visse la più affascinante avventura che musicista possa augurarsi grazie al sodalizio con il sassofonista John Coltrane. Fu lui a scoprirlo quando era un oscuro pianista di Philadelpia. Ed è stato per seguirne la tumultuosa evoluzione creativa e la maestosità dell’impasto sonoro del celebre quartetto che Tyner si è creato un pianismo dalle dimensioni orchestrali, in cui, oltre al volume sonoro, ha ampliato a dismisura profondità armonica, libertà ritmica e tensione melodica. Quando, però, Coltrane si avventurò nel free jazz Tyner non lo seguì. «Tutto quello che sentivo era un sacco di rumore.- ha spiegato- Non avevo nessun feeling con quella musica, e quando non ho feeling non suono

Da allora il suo astratto pianismo ha continuato a creare sconfinati orizzonti che, però, raramente hanno trovato esploratori spericolati come l’ascetico Trane. A questa razza sicuramente appartiene il cinquantasettenne sassofonista Joe Salvatore Lovano che in avventurosi territori musicali si è ripetutamente addentrato con gente come John Scofield, Paul Motian e Bill Frisell (con questi ultimi due si è esibito anche alla “Saison Culturelle”). Con Lovano, tre anni fa, Tyner ha formato un quartetto e registrato un un cd, “Quartet”, entusiasticamente accolti dalla critica.

Il perché lo si è capito nel corso del concerto di Bard,in cui i due erano accompagnati dai bravissimi Gerard Cannon (contrabbasso) ed Eric Gravatt (batteria).
 E’ stata, infatti, una serata per palati fini con musica eccelsa e solisti di classe superiore. Con un Tyner sia fisicamente che musicalmente più scarno di qualche anno fa: accanto ai tipici, tumultuosi, ritmi ed assoli, infatti, sempre più spazio hanno i “tender moments”, le pause liriche in cui la sua ineccepibile tecnica lascia affiorare la sensibilità ferita di chi ha tanto vissuto. Esemplare, a questo proposito, il soliloquio di “For all we know” in cui il pianista è stato in grado di distillare emozioni attraverso un vorticoso viaggio negli stili pianistici jazz (ragtime compreso). Finale con la ellingtoniana “In a mellow tone” e niente bis, troppo freddo e troppo tardi per uno della sua età.

4 agosto 2010 Pubblicato da | Jazz | , , , , , , , , | Lascia un commento

“O leaozinho” CAETANO VELOSO vola su Bard

Un deltaplano ha caratterizzato la scenografia del concerto che il cantautore brasiliano Caetano Veloso ha tenuto il 31 luglio nella Piazza d’Armi del Forte di Bard per la rassegna “MusicaStelle” dell’assessorato regionale del Turismo. «E‘ un pò il simbolo di Rio.- ha spiegato Veloso- Dietro scorrono immagini di favelas e nuvoloni scuri sul mare e il deltaplano permette di volare su tutto questo.» E’ volando controvento “senza bavagli né documenti” (come canta in “Alegria, alegria”) che Veloso è diventato un’icona della musica brasiliana. Per lo stesso motivo, nel 1969, ha vissuto il carcere e l’esilio inflittogli da un regime militare che mal digeriva le pretese di libertà invocate dal “Tropicalismo”, movimento culturale di cui Veloso è stato tra i fondatori. A Londra, dove riparò, nutrì la sua musica con il rock, dando inizio a quel “cannibalismo culturale” che lo contraddistingue. «La verità- ha precisato- è che sono di Santo Amaro, (il paese dove è nato nel 1942: n.d.r.). Tutto quello che ho nel mio bagaglio culturale l’ho ascoltato lì. Dalla grande canzone americana alle melodie ispano-americane, dai primi vagiti del rock al fado portoghese. E, poi, le ballate italiane degli anni Cinquanta e Sessanta che in Brasile si ascoltano spesso nelle telenovelas e in qualche film. Quando, recentemente, ho sentito “Io che amo solo te” di Endrigo nel film “Saneamento básico” ho pianto. Sono molto legato anche al vostro cinema, in particolare a Fellini ed Antonioni che, insieme a Godard e Glauber Rocha sono presenti in tante mie canzoni. Ho sempre immaginato le mie canzoni come piccoli film.»

A Bard Veloso è arrivato con il tour legato alla pubblicazione dell’ultimo cd “Zii e zie” (titolo ispirato dalla lettura di “Istanbul” di Orhan Pamuk), in cui è accompagnato dai giovani Pedro Sa (chitarra), Ricardo Diaz Gomes (basso) e Marcello Callado (batteria). «E’ un show che accosta le canzoni del nuovo cd con versioni aggiornate di quelle “tropicaliste” interpretate negli anni Sessanta con gruppi rock come i “Mutantes” e i “Beat Boys”. Ci sono arrangiamenti crudi e duri, ma anche la dolcezza della mia voce di “soft brazilian singer”. Accanto a canzoni oscure e acide come “Por quem?”, c’è “Sem cais” che descrive la mia paura di tornare ad innamorarmi di una ragazza sconosciuta.» Recentemente lei si è dichiarato deluso dal presidente brasiliano Lula, che in passato aveva sostenuto, ed è stato criticato da Fidel Castro per la canzone “Base de Guantànamo”. Non pensa che, come cantava Fabrizio De Andrè, “non ci sono poteri buoni”, e, inevitabilmente, la libertà intellettuale tipica degli artisti si scontri con qualsiasi tipo di Potere? «Non sono deluso da Lula. Una volta diventato presidente ha mantenuto tutto quel che di buono aveva fatto l’amministrazione precedente di Fernando Henrique Cardoso. Così il Brasile e cresciuto e la differenza fra i poveri e i ricchi è, per la prima volta, caduta. Nella sua azione è stato aiutato dalla fortuna perché la Cina ha cominciato a comperare “commodities” in grandi quantità. Quello che non mi è piaciuto è, invece, che Lula abbia sostenuto pubblicamente la vittoria elettorale iraniana prima che il potere teocratico facesse le revisioni libertarie. O anche che non abbia voluto parlare coi dissidenti cubani quando è andato all’Avana, nonostante gli avessero scritto una lettera chiedendo che perorasse la loro causa. E uno di essi è morto proprio il giorno che lui ha parlato coi fratelli Castro. Penso che si sarebbe trattato di un atto di rispetto ed umanità verso i dissidenti. Anche perché queste sono posizioni di sinistra che lui e la gente del sua partito erano soliti assumere prima che diventasse presidente. Queste cose non mi piacciono. Sono come le “torcidas” del calcio. La frase de De Andrè è bella e piena di verità. Sono, però, sicuro che i poteri che Lula e Castro rappresentano sono più buoni del potere dei militari che mi ha esiliato. E anche che Obama è meglio di Bush

SCALETTA

A voz do morto

Sem cais

Trem das cores

Perdeu

Por quem?

Lobao tem razao

Maria Bethania

Irene

Volver

Aquele frevo axe

Tarado ni vocè

Nao identificado

Odeio

Base de Guantanamo

Lapa

Agua

A cor amarela

Eu sou neguinha

Bis

O Leaozinho

Menino do Rio

Falso Leblon

Manjar de reis
Tieta

2 agosto 2010 Pubblicato da | Musiche del mondo | , , , , , , , | 1 commento

GEORGE BENSON: singing (and playing) in the rain a Fénis

«Sarà il migliore concerto che abbia mai fatto. Non lo dimenticherete!» Così aveva detto George Benson prima del concerto tenuto il 28 luglio davanti al Castello di Fénis per il Festival “MusicaStelle”. E, effettivamente, così è stato. Inchiodando il migliaio di spettatori alle sedie nonostante una fastidiosa e protratta pioggerella (neutralizzata grazie alla provvidenziale distribuzione, da parte degli organizzatori, di impermeabili rossi). Del resto il sessantasettenne chitarrista americano conosce bene le regole del business e sa che la pubblicità è l’anima del commercio, anche quando si è smisuratamente bravi come lui. Anche per questo nessun jazzista può annoverare tanti successi nelle classifiche pop. A cavallo degli anni Settanta ed Ottanta vi ha imperversato con pezzi come “On Broadway”, “Breezin’” e “Give Me The Night”. Ed è stato sempre Benson a lanciare “The Greatest Love of All (poi interpretata anche da Whitney Houston). In queste canzoni a risaltare era una voce che ha destato l’ammirazione nientepopodimenoche Frank “The Voice” Sinatra. «Mi sorprese quando mi disse che amava la mia voce.- ha ricordato- Un complimento che nessuna critica potrà cancellare.» Il suo canto ha caratterizzato anche gran parte del concerto valdostano, raddoppiando,a tratti, le linee suonate alla chitarra. E qui l’avere da anni fisso in scaletta un pezzo che si intitola “We all remember Wes” la dice lunga sulle sue influenze. «Indubbiamente per me è stato importante- ha confermato- ma Wes Montgomery fu ispirato, tra gli altri, da Charlie Christian che è stato il vero fondatore della chitarra jazz moderna.» Quanto il suo modo di cantare, con annesso scat, si riflette nel suo stile chitarristico ? «L’influenza c’è stata, sia percussivamente che nell’agilità del fraseggio. Ho cominciato registrando una mia versione dell’album “Abbey Road” dei Beatles. Nessuno in studio credeva che sapessi cantare, e invece…Fu una vera sorpresa soprattutto per l’orchestra da camera che registrò con me dal vivo.» Dopo anni di jazz canonico culminati con la partecipazione all’album “Miles in the Sky” di Miles Davis, fu proprio con “The Other Side of Abbey Road” che

cominciò la sua fenomenale opera di divulgazione, che in oltre mezzo secolo di carriera gli ha permesso di fondere, con maestria inarrivabile, il linguaggio jazz con il pop e il rock. Al punto da far esclamare allo storico del jazz Ken Burns: «Se nel jazz qualcuno ha fatto quello che hanno fatto i Beatles nel pop, questo è George Benson.» E’ d’accordo che in tutta la sua musica finisce per venire fuori il Blues? «Uno dei miei primi maestri, l’organista Jack McDuff, mi diceva sempre: metti del blues in quel pezzo. Una volta gli risposi: un momento, ma non è un pezzo blues. E lui: Non importa, mettici lo stesso del blues. Il blues coinvolge persone di ogni tipo, così nella mia musica metto qua e là pennellate blues per l’emozione che provocano.» A Fenis con Benson si è esibito un validissimo gruppo formato da David Garfield (piano), Michael O’Neill (chitarra e voce), Lil John Roberts (batteria), Stanley Banks (basso) e  Thom Hall (tastiere). In scaletta c’era anche la cover di “Don’t let me be lonely tonight” di James Taylor contenuta, con altre cover di Smokey Robinson, Bill Withers e Donny Hathaway, nel cd “Songs and Stories” pubblicato lo scorso anno. «Sono arrivato alla conclusione- ha spiegato- che quando si deve fare un cd la cosa migliore sia arrivare con grandi canzoni. E se vuoi grandi canzoni devi avere grandi compositori, per cui non mi rimaneva che chiamare dei miei amici che, incidentalmente, sono alcuni dei più grandi compositori di tutti i tempi.» L’unico che, purtroppo, non ha potuto rispondere al suo appello è l’amico Michael Jackson. «Se Michael è diventato Testimone di Geova- ha confessato Benson- è stato grazie ad una discussione sulla Bibbia che abbiamo avuto nel 1978. L’anno dopo fummo battezzati insieme ed andavamo di porta in porta a portare il nostro messaggio. Almeno finchè lui non divenne celebre e la gente, quando appariva alla porta, cominciò a chiedergli con troppa insistenza: ma nessuno le ha mai detto che assomiglia a Michael Jackson?»

SCALETTA

Affirmation

Turn your love around

Kisses in the moonlight

Beyond the sea (La Mer)

Nature boy

Danny boy

Breezin’

Week end in L.A.

We all remember Wes

Don’t let me be lonely tonight

Basie’s bag

Love ballad

Give me the night

On Broadway

30 luglio 2010 Pubblicato da | Chitarristi & Bassisti, Jazz | , , , , , , , , , , , | 1 commento

FRANCO BATTIATO: stati di gioia sotto il castello di Fénis

 

Non è facile scegliere l’evento musicale di questa estate valdostana piena di stelle. Sarà, comunque, difficile eguagliare l’intensità emotiva del concerto che Franco Battiato ha tenuto la sera del 26 luglio sotto la cinta muraria merlata del castello di Fénis per la rassegna “Musicastelle” dell’assessorato regionale al Turismo. Non a caso l’evento (per il cantautore era l’unico concerto dell’estate 2010)  ha avuto una eco nazionale grazie alla diretta su Radio Uno nell’ambito della trasmissione “Suoni d’Estate”. Gli ingredienti perchè venisse fuori qualcosa di buono c’erano, d’altronde, tutti: dalla suggestiva scenografia (il castello) ai trenta elementi della Royal Philharmonic Orchestra, la più prestigiosa orchestra britannica, che, diretti dal pianista Carlo Guaitoli, hanno reso al meglio versioni sinfoniche dei grandi successi del cantautore catanese. C’era, soprattutto lui, Battiato che ha officiato seduto sul solito tappeto, sorseggiando ananas («mi hanno detto che fa dimagrire») con sulle gambe un plaid azzurro prestatogli dal vicino ristorante “Comtes de Challant” per proteggersi dal vento. Avrebbe, del resto, potuto indossare anche papalina e babucce, visto che a scuotere i 2300 spettatori (tutto esaurito) bastava e avanzava il suo repertorio di canzoni capaci come poche di toccare le corde emotive più profonde. Dopo un inizio cauto con le cover tratte dai Cd “Fleurs” e qualche “mystic pizza” (come lui stesso le ha definite), il crescendo dei suoi classici in versioni sinfonica è stato inarrestabile. Con applausi a scena aperta in “Povera Patria”. «Oggi- ha precisato- sarebbe meglio ribattezzarla “Poverissima Italia”.» Finale elettrico (anche perchè a venire in primo piano sono stati il tastierisa Angelo Privitera e il chitarrista Davide Ferrario), con tutti in piedi (Battiato compreso) a ballare e cantare “Cuccurucucù Palomaaa…”

SCALETTA

1) Haiku

2) Stati di gioia

3) E io tra di voi

4) Te lo leggo negli occhi

5) La canzone dei vecchi amanti

6) Inverno

7) Io chi sono?

8) No time no space

9) L’incantesimo

10) Un’altra vita

11) Gli uccelli

12) Lode all’inviolato

13) La cura

14) Povera Patria

15) Segnali di vita

16) Tra sesso e castità

17) E ti vengo a cercare

18) Tutto l’universo ubbidisce all’amore

19) L’era del cinghiale bianco

20) Centro di gravità permanente

21) L’animale

22) La stagione dell’amore

23) Voglio vederti ballare

24) Prospettiva Nevsky

25) Cuccurucucu Paloma

28 luglio 2010 Pubblicato da | Cantautori | , , , , , , , , , | 3 commenti

A Fenis brilla, ma non per tutti, la stella di ROBERTO BOLLE

Bolle blog IMG_0445Bolle Fenis  006Evento doveva essere e il Gala “Roberto Bolle and Friends” evento è stato. Con i suoi lati postivi e anche qualche inevitabile polemica. Tra i primi rientra sicuramente lo stupendo fondale del castello di Fenis che la sera del 27 luglio è stato illuminato da 200 kilowatt di luci modellate da Marco Filibeck, “light designer” al Teatro alla Scala, che negli spettacoli del tour sta illuminando alcuni dei più bei monumenti italiani(dal Duomo di Milano al Colosseo). Non ci poteva essere migliore biglietto da visita per una rassegna come Musicastelle” che è organizzata dall’Assessorato regionale al Turismo , a cui non ha potuto che fare piacere il vedere, a sorpresa, sul palco una mucca (anche se di cartapesta)  protagonista, con Bolle, in “Le Grand Pas de Deux” . Tutti bravi, poi, i ballerini che hanno fatto corona a Roberto Bolle, carismatica “icona pop” (come si è definito nell’intervista concessa alla Rai), che, per la delizia delle donne presenti, tra un “renversé” e un “lift” ha messo generosamente in mostra un fisico scultoreo. Molto meno generoso Bolle è stato con la stampa locale che, infatti, non ha, poi, mancato di stigmatizzare uno “spettacolo mordi e fuggi” fatto da una “star al risparmio”. Le lamentele più forti sono, però, venute dagli spettatori seduti in una platea che, tranne che per i posti anteriori (in gran parte riservati) e laterali, ha creato seri problemi Bolle Grolla  IMG_0628di visibilità a chi non fosse stato più che alto. “Bolle? E chi l’ha visto?”, Bolle-Mucca blog IMG_0219ha esclamato, per esempio, una signora incappata dietro una vistosa cotonatura. Non si tratta, tra l’altro, di polemiche nuove, visto che le critiche legate alla scarsa visibilità di uno spettacolo dei “Momix” erano state tra le cause della fine del mai abbastanza rimpianto “Festival di Sarre”. Va bene, infatti, che gli organizzatori portino la danza verso la gente ambientandola in posti suggestivi, solo che spesso e volentieri questi, come nel caso di Fenis, non permettono agli spettatori di godere appieno lo spettacolo, visto che la danza è fatta di atletici salti e “relevé”, ma, anche di espressivi “par terre”. Lo prova la battuta di uno spettatore nel momento di massima tensione emotiva del celeberrimo “La morte del Cigno”: «Ma non può morire in piedi? Almeno così si vede qualcosa!»

1 agosto 2009 Pubblicato da | Danza, Valle d'Aosta | , , , , , | Lascia un commento

“A casciaforte” musicale di RENZO ARBORE, il profeta dell’altro

Arbore IMG_6047Arbore IMG_5559Vittima recentemente di un rapina nel proprio appartamento, più che per gli ottomila euro ed i preziosi rubatigli Renzo Arbore si è detto dispiaciuto per la perdita del corno di corallo appartenuto a Totò. “Cuorno ‘e curallo” che custodiva nella simbolica “casciaforte” in cui sono stipati “certi cimeli” di valore più affettivo che economico, che, però, rendono la vita meno “tragica”. “Reliquie” tra cui annovera anche le grandi canzoni napoletane che dal 1991 propone al pubblico di tutto il mondo alla testa dell’ Orchestra Italiana e che la sera di domenica 19 luglio ha fatto risuonare nella suggestiva Piazza d’Armi del Forte di Bard per la rassegna “Musicastelle” organizzata dall’assessorato regionale al Turismo. «Purtroppo in Italia- mi ha precisato- si accomuna la canzonetta, che vive lo spazio di una stagione, alle grandi canzoni che invece rimangono eterne e che, col jazz, sono state la musica più creativa del Novecento. Quelle classiche napoletane che facciamo noi sono state erroneamente identificate come canzoni del passato o di una Napoli che non c’è più. Ma è come dire che “Summertime” non rappresenta più lArbore & Gaetano Lo Presti’America di oggi. Si tratta, tra l’altro, di musica da esportazione, e, andando in giro per il mondo con l’Orchestra Italiana, svolgiamo una funzione istituzionale della quale mi piacerebbe che le istituzioni si accorgessero». La melodia, che fa da filo conduttore ai suoi concerti, spalanca, infatti, tutte le porte. E abbatte tutti i confini, portando Arbore a sconfinare in altre regioni italiane (dal Lazio di “Tanto pè cantà” alla Sicilia di “E vui dormiti ancora”) o, addirittura, in altre nazioni (il Portogallo di “Cancao do mar”, per non parlare degli Stati Uniti di “Evrybody’s Talkin’” che sfumano in “’O Sudato nnammurato”). A dare voce (e che voce, visto che dispone di cantanti come Barbara Bonaiuto, Gianni Conte e Mariano Caiano) alla canzone popolare, quella con “pochi accordi, ma giusti”. Perorare la causa dell’altra canzone, dopo quella dell’altra Tv e dell’altra radio, sembra, Gianni Conte IMG_5406Barbara Bonaiuto IMG_5402d’altronde, per Arbore una missione. Non a caso nel 2003 gli hanno dato il “Premio Faraglioni” come “Profeta dell’altro”. «Mi piace difendere le minoranze, come pure ripescare cose dimenticate. Oltre che con la canzone napoletana, l’ho fatto nel 2001 con lo swing, ben prima che uscisse Michael Bublé. Mi piace fare quello che non fanno tutti. L’ “altro” è il mio marchio fin da quando ho inventato “L’altra domenica”, che una commissione di critici ha giudicato il migliore programma della storia della televisione italiana. Tra le altre invenzioni c’era il telefono a disposizione del pubblico per i primi quiz telefonici. Un segno del successo fu il progetto dei brigatisti rossi di telefonare per fare un proclama in diretta. Le linee erano, però, talmente intasate che non ci riuscirono.» Si ricorda di Mario Pogliotti, un grande personaggio vissuto a lungo in Valle? «Eccome no! Un mio rammarico è non avere concretizzato un suo progetto su una storia d’Italia attraverso le canzoni d’epoca. Appartiene alla generazione del dopoguerra, piena di inventori di arte di tutti i tipi, a cui devo tutto. Pogliotti era uno di questi, ed è stato un antesignano di quelli che hanno preso sul serio la musica popolare. Purtroppo in Italia si dimentica facilmente, basti pensare che è stato dimenticato uno come Domenico Modugno. Così i nostri ragazzi non hanno modelli e si accontentano di quello che passa il convento.» Orchestra Italiana IMG_5388Le nuove generazioni finiscono anche per non appassionarsi alla musica pur avendone a disposizione quanta ne vogliono, mentre ad Arbore, nella Foggia dell’immediato dopoguerra, bastarono le finestre, aperte, di casa. «Davano sul circolo americano che c’era di fronte a casa mia, per cui mi addormentavo coi blues, i boogie woogie e tutte quelle canzoni che sono poi entrate nel mio DNA. La mia passione per il jazz si chiama, invece, Louis Armstrong. Il momento più emozionante della mia vita è stato quando, dopo aver cantato “Mi va di cantare” al Festival di Sanremo del 1968, mi ricevette in camerino e senza dire una parola mise la mia mano sul suo cuore

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Il video di “O Sarracino” live a Bard

21 luglio 2009 Pubblicato da | Foto Gaetano Lo Presti, Musica | , , , , , , , , | 2 commenti

ENNIO MORRICONE:nelle mie musiche conta quello che c’è intorno al già udito

«A casa nostra la musica è quella che si sente meno. Ennio sopporta tutti i rumori possibili, dai ragazzini che urlano all’aspirapolvere, ma appena uno comincia a canticchiare si arrabbia perché lo distrae.» Di case come questa, con poca musica, ce ne sono, purtroppo, tante. Quello che “stranizza” è, piuttosto, che il padrone della casa in questione sia Ennio Morricone (nato a Roma il 10 novembre 1928), uno dei più grandi musicisti che l’Italia abbia mai espresso. A confidare l’apparente incongruenza è stata la moglie Maria che lo ha accompagnato in Valle in occasione del concerto che Morricone ha diretto giovedì 16 luglio nella suggestiva cornice del Parco del Castello di Fenis, per il festival Musicastelle“. Oltre che nella vita affettiva, la signora Maria ha da qualche anno un posto importante anche in quella artistica perchè ha  l’onore e l’onere di giudicare in anteprima le musiche del marito . «Non ha una conoscenza tecnica, ma giudica come farebbe il pubblico. Ed è severissima», ha ammesso lo stesso Maestro durante l’incontro svoltosi in un albergo di Saint-Vincent.

Il cantautore Tom Waits ha detto che fare la colonna sonora di un film è come sognare il sogno di un altro, è una sensazione che ha provato anche lei? «E’ una maniera poetica per dire che lui fa quello che gli Lo Presti Gaetano-Morricone  IMG_3187chiede il regista. Con quest’ultimo bisogna indubbiamente fare i conti perché l’opera è sua, ma non è detto che il musicista lo debba sempre seguire. Se, infatti, il regista chiede delle cose strane il compositore ha il dovere di discutere per convincerlo a correggersi. Se, invece, chiede delle cose normali, allora il musicista può benissimo dargli conto, contribuendo, però, con un proprio apporto personale di tecnica e fantasia. In qualche caso, infine, il regista mi ha detto: faccia quello che le pare. Se ciò da una parte mi ha caricato di una maggiore responsabilità, dall’altra mi ha fatto sentire più libero facendomi ottenere i risultati migliori. Il mio intento è sempre stato scrivere musica da film che avesse una forza  autonoma. Musiche di Bach, Mozart, Mahler e altri autori classici hanno funzionato anche nei film perché si tratta di musica musica, per cui cerco sempre di scrivere la musica come se fosse preesistente al film .» Che quella di Morricone sia “musica assoluta” che sta in piedi anche senza le immagini lo si è potuto ancora una volta apprezzare nel corso del concerto di Fenis, dove Morricone ha diretto la “Győr Philharmonic Orchestra”, il soprano Susanna Rigacci e il Coro dell’Associazione Regionale Cori della Valle d’Aosta in sei coinvolgenti suites di temi tratti dalle colonne sonore dei suoi film. «In un’ora e quaranta ho concentrato le musiche che piacciono al pubblico ma, anche, quelle meno conosciute che piacciono a me come “H2 S”, “Per le antiche scale”, “Vittime di guerra”, “Quemada”.  Le assicuro che non è stata una scelta facile

Morricone IMG_3977Non è, ormai, facile neanche creare musica che piaccia alla gente e sia originale, visto che, come lei ha detto, le combinazioni armoniche e melodiche tra le sette note sono ormai da considerarsi esaurite… «Oggi per il cinema si scrive musica tonale, cioè orecchiabile fatta sui sette suoni. Per continuare a fare qualcosa di originale bisogna, però, fare rientrare le melodie in altri parametri che non siano quelli classici, giocando sulla reiterazione o contrapposizione degli intervalli, sui valori e sulle pause».  O i timbri, aggiungiamo noi. Non è, infatti, un caso che in lei non si capisca dove inizi la bravura del compositore e finisca quella dell’arrangiatore… «Si, i timbri sono un’altra maniera per salvarsi dal già udito, in cui, però, si cade con facilità, specialmente nei film che devono avere una impronta popolaresca. Quello che conta non è la semplice scala di do maggiore che a volte ho usato per costruire una melodia, ma tutto quello che c’è intorno che riscatta e valorizza il pezzo.» Non le sembra che stenti ad essere riconosciuta l’importanza che voi compositori di musica da film italiani avete avuto nella cultura del nostro Paese? «Il nostro valore sarà riconosciuto col tempo.- risponde amareggiato- Certi musicologi con la puzza sotto il naso non hanno capito che in futuro per capire il Novecento si dovrà fare i conti col cinema, che ne è lo specchio più fedele, e con la sua musica. Questa richiede al compositore una totalità di prestazioni, perché per sottolineare un’atmosfera posso scrivere un quartetto d’archi o un coro, o, come ho fatto in “Canone inverso”, una sinfonia. Ma, se serve, scrivo anche una canzone rock. Penso non ci sia nulla che dica meglio la verità, anche musicale, sull’epoca che viviamo».

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“Il buono, il brutto e il cattivo” live a Fenis

18 luglio 2009 Pubblicato da | Cinema, Musica | , , , , | 2 commenti

   

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