Sull’altalena emotiva di SIMONE CRISTICCHI alla Cittadella di Aosta

La seconda edizione del “Little City Contest” si è conclusa il 5 agosto con un concerto, alla Cittadella dei Giovani di Aosta, della valdostana Christine Naïf Herin e di Simone Cristicchi. L’ultima volta del cantautore romano ad Aosta era stata il 3 giugno 2010, quando aveva vinto il Premio Mogol (ex aequo con Edoardo Bennato) per il testo della canzone “L’ultimo valzer”. In quell’occasione Mogol aveva commentato: «è una poesia che avrebbe potuto scrivere Charlie Chaplin, che sapeva come fare ridere e piangere nello stesso tempo». E’ una caratteristica che accomuna tutta la produzione di questo abilissimo “fabbricante di canzoni” che sa conciliare, come pochi, il suo lato romantico e nostalgico con quello più scanzonato e pungente.
«La cifra stilistica dei miei dischi e del concerto di Aosta è proprio questa altalena emotiva.- ha ammesso, prima del concerto, Cristicchi- Al punto che lo definisco un concerto “all inclusive”, per cui, sulla falsariga di Gaber, passerò da pezzi scanzonati come “Meno male” e “Vorrei cantare come Biagio Antonacci” a “Ti regalerò una rosa”, intercalandoli con monologhi tratti dai miei spettacoli teatrali.» Tra questi un breve estratto di “Li Romani In Russia”, il monologo teatrale che racconta le peripezie dei romani della Divisione “Torino” in Russia, durante la seconda guerra mondiale (lo spettacolo sarà, tra l’altro, in cartellone nella prossima “Saison Culturelle”). «Tra quei romani c’era mio nonno Rinaldo che, seppur con un principio di congelamento, è stato uno dei pochi a tornare. Mi piace scavare nella storia delle persone con un approccio puro, senza pregiudizi, e, poi, mettere assieme il mosaico di memorie raccolto.»
Quando, però, lo stesso metodo lo ha usato per fatti a noi più vicini, come quelli della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001 a Genova, ne è nata una canzone, come “Genova brucia”, premiata da Amnesty International ma che, nello stesso tempo, gli ha creato molti problemi: con l’amministrazione di Villadose, sede del premio, che ne ha preso le distanze considerandola “una scelta avventata”, ma, anche coi sindacati di Polizia. «In realtà molti poliziotti mi hanno dato ragione sull’esistenza di certi loro colleghi in po’ esaltati.- ha raccontato- La canzone ha acceso gli animi perché ha messo sotto i riflettori, rendendoli fruibili a un gran numero di persone, gli atti processuali. Quando l’anno scorso sono stato a Genova, dopo averla cantata al concerto del 1° maggio a Roma, ho dovuto essere scortato del servizio d’ordine di MTV.» Tra i grandi successi, che ha eseguito ad Aosta in versione minimale con il chitarrista Riccardo Corso e il tastierista e fisarmonicista Riccardo Ciaramellari, c’e stata anche la sempre attuale “L‘Italia di Piero”. «In effetti è sempre più l’Italia dei “cazzari” descritti nel pezzo.- ha concluso- In questo periodo è uno dei miei video più cliccati, sarà un segno dei tempi?» 
La vita è bella quando ti sorride con la voce di NOA

Stasera (alle 23) la si potrà ascoltare su RAI 1 nel corso della premiazione del Premio Mogol. Registrata ad Aosta il 14 giugno, l’esibizione andrà, quindi, in onda giusto il giorno del suo compleanno (è nata il 23 giugno 1969). Con alle spalle il suggestivo scenario notturno del Teatro Romano, Achinoam Nini, in arte Noa, interpreterà “I te vurria ‘vasà” , una delle celebri canzoni napoletane che da qualche tempo sono diventate la sua passione, al punto che ha dedicato loro “Noapolis“, il suo ultimo cd. «In questa musica- ha spiegato- c’è qualcosa di universale che accomuna i napoletani agli ebrei: entrambi sono, infatti, emigrati per cercare un futuro migliore in America, continuando, però, a sognare la patria al di qua dell’oceano.»
Nata a Tel Aviv da una famiglia di ebrei yemeniti costretti a fuggire dal loro paese dopo la proclamazione dello stato d’Israele, a due anni Noa si trasferì con la famiglia a New York. «Inevitabilmente- ha ricordato- imparai ad amare le sonorità di un certo rock degli anni Settanta, del jazz e dell’etno-folk di Paul Simon. Non si può, però, fuggire dalle proprie radici, per cui a 17 anni sono tornata in Israele. Nella mia musica sono, quindi, confluite anche melodie yemenite, ritmi arabi e, naturalmente, la tradizione ebraica. Il risultato è una musica universale, anche perché la mia storia personale mi ha portato ad abbattere ogni barriera. Ecco perché non sopporto le etichette. Non capisco, per esempio, perché, solo per il fatto di essere nata in Israele, qualcuno definisca la mia musica “ebraica”. Quando mai quella di Sting è stata definita musica “cristiana”?».
Non ti sembra, però- abbiamo chiesto- che, così come avevano fatto per il jazz musicisti come Gershwin, grazie a compositori come Paul Simon e Leonard Cohen si sia creato anche nella musica pop-rock un “Jewish mood”? «Gli Ebrei dopo la Diaspora non hanno più avuto una loro terra, per cui se la sono creata nel profondo dell’anima. Non potendo più dire questo è il mio albero, la mia casa, la mia verità, il loro mondo è diventato la poesia, la letteratura, l’elaborazione intellettuale basata sul continuo bisogno di porsi delle domande. L’enorme ricchezza poetica ed intellettuale che ne è scaturita si riflette anche nella nostra musica». Si parla di ebrei e di Olocausto anche nel film “La vita è bella” di Roberto Benigni, alla cui colonna sonora Noa deve uno dei suoi più grandi successi.«Nicola Piovani- ha ricordato- mi chiese di scrivere dei versi per due suoi temi tratti dal film “La vita è bella” di Benigni. “Buongiorno Principessa” era un po’ troppo lento ed i versi non si adattavano bene. Quando, invece, ho sentito quello che poi è diventato “Beautiful that way” ne sono stata subito conquistata. E’ stato come se la musica mi avesse detto: per favore, scrivi i versi per me». E’ stato, aggiungiamo noi, come se la musica di Piovani le avesse detto “cantami”. Indimenticabile, a questo proposito, la versione da brividi con la quale il 15 aprile 2000 Noa,accompagnata dalla sola chitarra di Gil Dor, chiuse, al Palais Saint-Vincent, il suo primo concerto valdostano.
Stop alla messa in onda de “Il paradiso non è quì”, cantata da Ron al Premio Mogol 2011, da parte della vedova Battisti

In attesa che la sera del 23 giugno venga messa in onda su Rai1 la registrazione della serata finale del Premio Mogol tenutasi al Teatro Romano di Aosta il 14 giugno, scoppia un caso su ‘Il paradiso non e’ qui‘, l’inedito di Lucio Battisti che ad Aosta è stato interpretato magistralmente da Ron con Beppe Barbera al piano. La vedova di Lucio Battisti, Grazia Letizia Veronese, ha chiesto, infatti, alla Rai di non trasmettere quello spezzone.
E’ l’ennesima azione protezionistica nei confronti dell’immagine e dell’opera del marito che la signora Veronese porta avanti, e che ha, finora, portato al blocco di iniziative, cover e pubblicazioni di CD e DVD. «Per legge dobbiamo attenerci alla volonta’ degli eredi di Lucio Battisti- spiega il capostruttura di Rai1 Michele Bovi- Se dalla famiglia non arrivera’ l’autorizzazione a mandarla in onda taglieremo la parte in cui Ron canta “Il paradiso non e’ qui”.»
Indispettita la reazione di Giulio Mogol Rapetti che della canzone aveva scritto il testo alla fine degli anni Settanta. «Quel brano – racconta Mogol – doveva far parte dell’album ‘Una giornata uggiosa’, l’ultimo che abbiamo fatto insieme. Poi ne rimase fuori e non se ne fece piu’ nulla. Battisti l’aveva cantata in un provino che circola liberamente su Internet.Non capisco questa idea di soffocare una canzone che se non e’ un successo non e’ niente. Ho gia’ deciso che, se mai sara’ possibile pubblicarla, devolverò tutti i proventi in beneficienza. Se la signora Battisti accetta, regaliamo una canzone meravigliosa agli italiani.» 




JOVANOTTI e “Le tasche piene di sassi”: con questa canzone qua ho proprio fatto… Mo…Gol.

Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, doppia la vittoria conseguita nel 2008, vincendo, al Teatro Romano di Aosta, anche la quarta edizione del “Premio Mogol” con la canzone “Le tasche piene di sassi”. Il verdetto è stato annunciato dal presidente della giuria, Giulio Mogol Rapetti, intorno alla mezzanotte del 14 giugno. Era, però, già stato deciso qualche giorno prima. Lo ha confermato il bassista Saturnino Celati, il “sarto delle canzoni di Lorenzo”, rientrato
appositamente lunedì sera dagli Stati Uniti (dove il cantautore romano si trova) per ritirare il prezioso tatà dorato del valore di 18.000 euro. «Lorenzo era entusiasta quando mi ha detto: abbiamo vinto un’altra volta il Premio Mogol.- ha raccontato Saturnino- E ha aggiunto: con questa canzone qua ho proprio fatto… Mo…Gol. Poi mi ha chiesto: io non ce la faccio ad arrivare in tempo, puoi andare tu? Adesso, però, questo tatà me lo tengo finché non mi darà il diplomino del Davide di Donatello che abbiamo vinto insieme lo scorso anno per “Baciami ancora”.» Oltre ad essere un virtuoso del basso elettrico, il quarantunenne ascolano è, infatti, un bravissimo compositore, coautore di alcuni celebri brani di Jovanotti, come, appunto, “Baciami ancora”, ma, anche, “Penso positivo”, “L’ombelico del mondo” e “Il mio nome è mai più”. «Vorrei in questo momento ricordare anche Franco Santarnecchi, il nostro pianista che ha composto la musica di “Le tasche piene di sassi” e, in precedenza, di “A te”. Con Lorenzo e gli altri musicisti si prova la sensazione bellissima di far parte di un progetto di eccellenza, che in questi vent’anni in cui ci suono con lui non ha avuto mai un calo d’energia e continua a regalarci emozioni intense. Lo dimostra il
tour che non è ma stato bello come quest’anno. Quando a fine mese darò il tatà a Lorenzo, fomenterò una data aostana perché questo Teatro romano è un posto straordinario.» Jovanotti ha sbaragliato una concorrenza la cui consistenza ed identità è cambiata fino al momento della registrazione della serata del 14 giugno, condotta con disinvoltura da Fabrizio Frizzi (andrà in onda su Rai 1 alle 23 del 23 giugno).

Spariti, infatti, cantautori importanti come Cesare Cremonini e Max Pezzali, che fino alla conferenza stampa delle 17.30 erano nella “lista definitiva dei finalisti”, sono, invece, comparsi Max Gazzè con “Mentre dormi” e Le Striscie con “Vieni a vivere a Napoli” dei quali fino a quel momento non si era avuta notizia. Come da copione, invece, le esibizioni degli altri candidati: Alessandro Mannarino, con “Statte zitta”, e Davide Van De Sfroos,con “Yanez”. Il protagonista della serata è diventato, quindi, il maxi-schermo di 8 metri per 4.50 del peso di 8 tonnellate che dominava il palco del Teatro Romano. E’ lì che è stato proiettato un video di Jovanotti, registrato prima della partenza per gli Stati Uniti, che profeticamente preannunciava: «se dovessi vincere fatemi una telefonata e stapperò una bottiglia di champagne in giro per il mondo.»
Al momento della premiazione, effettuata dal Presidente della Giunta Augusto Rollandin e dall’assessore Laurent Vierin, Saturnino ha letto una lettera di Jovanotti che ha commosso Mara Maionchi che faceva parte della giuria con Mario Luzzatto Fegiz, Paolo Giordano, Marinella Venegoni e Dario Salvatori. «Ricevere il premio Mogol per la seconda volta è come dare il primo bacio per la seconda volta.- c’era scritto- “Le tasche piene di sassi” è nata in cinque minuti, e in quei cinque minuti sono stato di nuovo bambino alle prese con la sensazione forte dell’abbandono di mia madre. Ricevendo questo premio si compie un piccolo prodigio, il dolore e il senso di abbandono si trasformano in me nel loro opposto: gioia e voglia di condividere con tutti la soddisfazione di fare un mestiere che mi permette di non sentirmi mai davvero solo e abbandonato. Grazie Mogol, grazie a tutti e godetevi la vita!» 

Le canzoni di rabbia e amore di STEFANO FRISON alla Saison Culturelle
Il cartellone musicale della “Saison Culturelle” si è concluso il 12 maggio con il concerto della strana coppia formata dal cantautore Stefano Frison e dalla cover band dei “Carisma”. Nulla ha, infatti, da spartire con il disimpegno festoso del gruppo, l’impegno sociale delle canzoni del trentottenne cantautore aostano. Sul palco del Teatro Giacosa di Aosta Frison ne ha cantate dieci che riassumono quindici anni di una carriera, che, partita dalle ballate arrabbiate che negli anni Novanta gli appiccicarono l’etichetta di “folksinger di stampo dylaniano“, si è aperta, dopo la partecipazione ai corsi C.E.T. di Mogol, a brani dal profilo più pop. Svolta sottolineata dagli arrangiamenti curati dagli “Tsin Aill”, il gruppo che lo ha accompagnato, di cui fanno parte Andrea D’Alonzo (batteria), Giorgio Pilon e Tonino Campiti (chitarre), Francesco Zampese (basso), Giovanni Navarra (flauto), Marco Padrin (tastiere), Elisabetta Padrin e Erica Iamonte(voci). L’apertura della serata è, comunque, stata nel vecchio stile, con Frison da solo con la chitarra a cantare “Ritmica anarchica”, la sua canzone manifesto degli esordi, in cui canta:
“intorno a me né trucchi né inganni, dietro di me nessuno copre le spalle… Ritmica anarchica questa sera ad ognuno una vita questa è la mia”. Erano gli anni in cui la sua «cirrosi poetica» lo portava a comporre brani in cui, filtrate attraverso la lente deformante dell’ironia, affrontava tematiche sociali anche locali. Il suo “cuore che batte depresso” sussultava di fronte alla varia umanità che incrociava vivendo tra i quartieri Cogne e Dora (“Da Portorico a Shanghai”) o all’ipocrisia sistematica delle persone che “sono tutto e
l’incontrario di tutto, amici di tutto perché tutto potrebbe tornare utile…” (“Carne e pesce”, il suo omaggio stilistico a De Andrè). Per non parlare di “Coriandoli e stelle filanti”, inno della contestazione studentesca dell’autunno 1998 ai criteri di valutazione della lingua francese nel nuovo esame di maturità. «Quando le scrissi avevo vent’anni, adesso ne ho quasi quaranta per cui non posso essere la stessa persona. – confessa- Ho maturato la convinzione che certi argomenti affrontati con ironia hanno una forza maggiore perché non si rischia di salire in cattedra e fare il professore. Alla selezione per il C.E.T. Mogol mi ha detto che “Ritmica anarchica” non aveva nulla da invidiare a “L’avvelenata” del Guccini degli anni 70. Per, poi, stroncarmi aggiungendo: però Guccini è morto lì. Al C.E.T. ho lavorato tre anni cercando di sviluppare la mia intuizione melodica. E quando la melodia assume un peso notevole finisce per parlare d’altro e diventa difficile affrontare temi sociali di pancia.» Al Giacosa il nuovo corso di Frison è stato esemplificato da canzoni d’amore come “Ti maledirei” e “Quando viene sera” (su musica di Dario Cremaschi), dal blues “Fa come credi” e dalla finale “Ogni fine mese”, un’allegra ballata pop alla Rino Gaetano. «E’ una fotografia dell’italiano medio che non arriva a fine mese ma, nonostante ciò, non rinuncia a vizi e capricci.- conclude- Indica la direzione musicale che voglio seguire: belle melodie con testi che, se è il caso, picchino forte. Come fa l’ultimo Daniele Silvestri.»
BRUNO LAUZI: il piccolo grande poeta che sapeva cantare d’amore
Un po’ se lo sentiva. E Bruno Lauzi ne esorcizzava lo spettro con l’ironia. «Noi cantautori della vecchia guardia non abbiamo vita lunga- mi aveva detto- Nessuno ha superato i 73 anni di Umberto Bindi. Comincio a preoccuparmi perché siamo rimasti io e Gino Paoli, e, dato che l’erba grama muore per ultima, tocca morire prima a me.» Purtroppo c’aveva azzeccato: Lauzi è, infatti, deceduto il 24 ottobre 2007 nella sua casa di Peschiera Borromeo. Aveva 69 anni («sono nato l’8 agosto 1937- chiosava- lo stesso giorno, mese ed anno di Dustin Hoffman. Ogni nazione ha quello che si merita»). Ha lasciato un mucchietto di canzoni del calibro di “Ritornerai”, “Il poeta”, “L’appuntamento”, “Almeno tu nell’universo” e “Piccolo uomo”. «La mia generazione- spiegava- aveva l’onestà di scrivere canzoni perché ne sentiva l’esigenza e non per fare i soldi, ed è proprio questa sincerità che fa sì che vengano ancora cantate. Quello che dovevo scrivere l’ho scritto, ho un cassetto pieno di belle canzoni nuove, ma non me le pubblicano».Deluso dall’industria discografica («non mi andava di servire dei servi sciocchi», ripeteva), negli ultimi anni si era, infatti, dedicato alla scrittura di libri di poesia e narrativa. Tra questi “Il caso del pompelmo levigato”, un giallo filosofico pubblicato per Bompiani.«Su “Il Foglio”- mi aveva raccontato felice durante un indimenticabile pranzo- è uscita una recensione che lo definisce un caleidoscopio, perché per gli eccessi di fantasia che ci sono dentro il termine romanzo gli sta troppo stretto.» Lo aveva presentato a Pont-Saint-Martin, dove il 10 settembre 2005 l’avevo chiamato per un omaggio a Lucio Battisti, nel settimo anniversario della morte. Quel Battisti che gli aveva detto: “tu sei l’unico che canta le mie canzoni facendole sue”, promettendogli che, se un giorno si fosse interrotta la collaborazione con Mogol, sarebbe stato lui a sostituirlo. A Pont-Saint-Martin aveva ritrovato l’amico Elio
Bertolin di Arnad, che con Lauzi condivideva il morbo di Parkinson. Nell’attesa che si avverasse il sogno di “potere, un giorno non lontano, prendere a schiaffi Mister Parkinson. A mano ferma”, lo esorcizzava continuamente con l’umorismo che ha insaporito tutta la sua vita. «Adesso- scherzava- non posso più suonare la chitarra, ma vado benissimo alle maracas.» Era una delle tante cicatrici che la vita gli aveva arrecato. «Nonostante tutto continuo a credere profondamente nella vita.- mi aveva confessato- E a ripetere che ognuno di noi, anche se è un personaggio da poco che, magari, ha vissuto una vita da poco, deve esserne felice. In fondo questa vita è tutto quello che abbiamo, e l’alternativa sarebbe non esserci. Anche se diventassi cieco, sordo e muto, senza gambe e senza braccia, non buttatemi via. Usatemi come fermaporte, ma non buttatemi via!» Chissà se l’ultimo viaggio lo ha fatto, come prevedeva, in ascensore con Dio. «Gli chiederò: lei dove va? All’ultimo piano. E lei? Oltre.»
ELVIRA DOPPIU: a su male su remediu
“A su male su remediu (a tutti i mali c’è un rimedio)”. Chissà quante volte questo proverbio sardo è rimbombato nella testa di Elvira Doppiu nei sei anni in cui la malattia le destabilizzava ogni certezza? Finché, nel 2009, il “remediu” è arrivato, e con esso è tornata la voglia di vivere. Per riprendersi si è tuffata nel lavoro (fa l’Infermiera all’Ospedale di Aosta) e nella musica, che negli anni difficili l’aveva aiutata a non sentire il silenzio che la circondava. In fondo aveva una bella voce che l’aveva fatta diventare solista nella cantoria della Cattedrale di Aosta. E, poi, c’era il figlio, Alex Sechi, che le parlava con entusiasmo del corso C.E.T. di Mogol che aveva frequentato in Umbria. Perché non provare anche lei? Eccola, quindi, nel febbraio 2009 presentarsi come interprete all’audizione con Mogol. Il celebre autore l’aveva selezionata, ma le aveva detto: «Io la vedrei meglio nel corso autori.» Autore? Ma se non aveva mai neanche pensato di comporre qualcosa, né, tantomeno, suonare uno strumento? Una dote, a pensarci bene, l’aveva: spesso le sgorgavano melodie già complete di testo. Ancor più dopo la malattia, perché , come le diceva la nonna, “a chie no dolede, non friede (chi non prova dolore, non è sensibile). Una dote, questa, che durante il corso è stata apprezzata da insegnanti come Beppe Anastasi, il fidanzato di Arisa nonché autore di “Sincerità”. Al punto che all’esame finale il suo giudizio su Elvira è stato: “buona comunicazione emozionale, svolgimento comprensivo di un linguaggio chiaro e sincero. Continua a lavorare così.” Continuando così sono nate le canzoni che, elaborate dal tastierista Ivan Colosimo, Elvira ha presentato allo stadio Puchoz di Aosta quando nel giugno 2010 ha aperto il concerto di Povia. Canzoni come “Il giorno e la notte”, dedicata al figlio, che le ha fatto sfiorare la partecipazione alla finalissima del Festival di Saint-Vincent. O come “A volte
l’amicizia”, che “a volte è così avara” e “a volte sembra un sogno”. O, ancora, quelle dedicate alle sue due patrie: quella acquisita nel 1996, la Valle, e quella natia, la Sardegna. Per la prima, “piccola ma grande terra da sognare”, ha composto “Per te”, nel cui arrangiamento si sentono echi di Tiziano Ferro, che, con Maria Carta e i “Negramaro”, è tra i suoi autori preferiti. Alla Sardegna ha dedicato, invece, “Nel mio cuore [In su coro meu]” in cui canta “tue ses cantu e poesia”. Dalla sua terra le vengono qualità come solarità, socievolezza, buon cuore e rispetto per l’altro. In una parola quel suo essere “geniosa” che si riflette in canti che in Sardegna sono piaciuti, al punto da essere trasmessi dalla sassarese “Radio Nova” o cantati dal “Duo Blue Moon” sulla nave “Moby” in linea tra Porto Torres e Genova. Si sono ascoltati anche il 3 settembre a Pont-Saint-Martin, in Piazza IV Novembre, per “Sa Festa Sarda”. Tra queste “Colorina”, filastrocca dedicata ad una bambola di pezza che considera il suo porta fortuna. La stessa che durante la malattia sembrava ripeterle “a su male su remediu”.
L’”attempato e ignorante” EDOARDO BENNATO vince il PREMIO MOGOL 2010
“Non farti cadere le braccia”, Edoardo Bennato, se la canta e se la suona spesso. Anche perché di motivi per farle cadere (le braccia, ma non solo quelle) il mondo gliene fornisce parecchi. Lo si è capito dalla rabbia affiorata nel corso della chiacchierata fatta al Teatro Romano di Aosta il 3 giugno in occasione del “Premio Mogol 2010” da lui vinto con “E’ lei” (ex aequo con Simone Cristicchi). «Il vero ottimista- ha spiegato- è chi analizza con freddezza, e non con cinismo, la situazione. Perché solo da un’analisi precisa possono nascere i presupposti per essere propositivi. E’ anche per questo che, dopo quella in architettura, sto prendendo la laurea in scienze politiche. Nelle mie canzonette faccio poesia partendo, però, da fatti
circostanziati e ogni parola ha un preciso significato. Prendi il finale di “E’ lei” dove canto “lei che parte da zero, lei che passa di qua in un mondo confuso dalla sua civiltà, tra chi invoca i diritti su una terra promessa (gli ebrei: n.d.r.) e chi invoca vendetta verso chi gliel’ha tolta (i palestinesi: n.d.r). All’origine di questa situazione c’è qualcosa che non va, come, del resto, qualcosa di sbagliato c’è alla base dell’attuale situazione socio-politica che tende a dividere gli italiani, e sulla cui genesi ironizzo in “C’era un re”. Il principe di Metternich, sostengo, non aveva torto quando, agli inizi dell’Ottocento, diceva che l’Italia era “un’espressione geografica”. Sono passati 150 anni, ma nel 60-70% della popolazione lo Stato è ancora visto come tiranno e le forze dell’ordine come suoi strumenti vessatori. E’ a causa di questa mentalità che le basi del progresso civile sono minate dal crescere del cancro di un’entità alternativa che in certe zone dell’Italia “difende” i cittadini dallo Stato. Si spiega, così, il perché chi ha cercato di governare l’Italia abbia finito per farsi male: Mussolini si è fatto male,
Craxi si è fatto male e Berlusconi tanto bene non sta. Sono verità che fanno male, per cui mi sono ritrovato con questo Ernesto Galli della Loggia, uno storico che è nel comitato per i festeggiamenti per i 150 anni dell’unità italiana, che in un articolo su “Style” mi ha definito attempato, nostalgico dei Borboni e grande ignorante.» Alle critiche feroci Bennato è abituato fin dagli esordi, quando, proprio dopo la pubblicazione del Cd “Non farti cadere le braccia”, il direttore della Ricordi lo invitò a cambiare mestiere. «Allora, con chitarra e tamburello a pedale, mi misi per strada, a Roma, in un posto strategico dove passavano i giornalisti rampanti di “Ciao 2001”, tra cui Dario Salvatori. Furono loro a mandarmi al Festival di Civitanova Marche, dove, ai tempi supplementari, la lobby politico culturale mi diede la patente di rappresentante dell’insoddisfazione giovanile. Questo fa capire quanto siano importanti i media: sono loro a presentare il prodotto alle masse che non scelgono quasi mai. Siccome, però, si tratta di un mondo spocchioso e supponente, così come te la danno, la patente te la tolgono. Così, quando cantai con la Nannini l’inno dei Mondiali di calcio 1990, uno di questi mi disse: avevamo grande stima di te, ma quando ti abbiamo visto sgambettare con la Nannini è crollato un mito. Non ho avuto mai vita facile, perché, non essendo schierato e dicendo cose al di sopra delle parti, posso essere pericoloso.» Cosa pensi del Premio
Mogol? «E’ importante perché è l’unico modo di riscattarci dalla soggezione dalla musica rock angloamericana. I musicisti italiani sono ormai quasi sempre replicanti o cloni degli angloamericani, per cui le nuove generazioni più attente ed evolute ascoltano direttamente la musica angloamericana. Quello che può riscattare il sound italiano sono testi che dicano qualcosa.» Nel corso della cerimonia di premiazione del Premio Mogol Bennato ha anche raccontato la genesi della canzone “Il tempo di morire” di Lucio Battisti per spiegare alcune fonti d’ispirazione del cantautore di Poggio Bustone. «Quando conobbi Mogol con lui c’era anche Lucio, e, indicandolo, Giulio mi disse: “lo vedi questo: la prima canzone che mi ha portato l’ho cestinata, la seconda pure, alla terza abbiamo cominciato a lavorarci.” Questo per farmi capire che in questo mestiere bisogna essere molto umili. Con Battisti ci accomunava la cultura rock blues. Una volta gli prestai un album di John Hammond, che per me è il vangelo della musica blues, e lui lo ascoltò per un mese cambiando il suo modo di suonare la chitarra.La sua fortuna fu avere Giulio che gli scriveva testi che riuscivano a rendere l’energia di una musica che quando componeva cantava in finto inglese. Io, che i testi me li sono dovuti fare da solo, ho dovuto fare molta più fatica.»
DORI GHEZZI e il pudore nel cantar d’amore di FABRIZIO DE ANDRE’
Nella giuria che ha deciso l’assegnazione del “Premio Mogol 2010” spiccava la presenza della cantante Dori Ghezzi, che coi testi di qualità, grazie al marito Fabrizio De Andrè, ha convissuto per 25 anni. «In veste di giurata mi trovo a disagio- ha confessato- perché per anni, quando cantavo, ho sofferto molto ad essere giudicata. Mi ha convinto l’entusiasmo che trasmette Mogol, che con questo premio si può dire che cerchi di riportare la
canzone popolare in paradiso, dov’è nata.» Com’era vedere nascere i testi di Fabrizio? «Quello che mi colpì, mentre lo scriveva, fu “La domenica delle salme”. E’ una canzone che continuo a vedere molto avanti e ogni volta che l’ascolto mi crea nuovi punti interrogativi.» Tra i candidati al premio di quest’anno c’era una donna, come giudica la situazione delle autrici italiane? «Carmen Consoli ha una scrittura molto personale che mi piace. Per il resto la situazione è molto buona. A parte quelle più note, come Elisa o la Nannini, mi piace Cristina Donà, una che sa scrivere bene ma che ha avuto più successo all’estero.» Per ragioni anagrafiche i due candidati più vicini a Fabrizio erano Battiato e Bennato, che ne pensa delle loro canzoni in gara? «”E’ lei” mi ha colpita per l’enorme sofferenza che trasmette, sulla cui autenticità, conoscendo il mondo tormentato di Edoardo, non ho dubbi. “U Cuntu”, invece, è struggente ma non triste. Sfrutta quel contrasto tra testo e musica che Fabrizio usava spesso. Come in “Don Raffaè”, in cui il messaggio arriva meglio per il contrasto tra il testo tagliente e la leggerezza con cui è cantata.» La Ghezzi ha mostrato
apprezzamento anche per “Pace” di Giuseppe Anastasi ed Arisa («è brava, deve solo convincersi che non ha bisogno di nessuna maschera») e ”L’ultimo valzer” di Simone Cristicchi («il tema dell’amore negli anziani era stato affrontato nel cinema, ma mai in una canzone»). Quest’ultimo richiama il “Valzer per un amore” che è stata l’unica canzone a lei dedicata da De Andrè. Come mai questa reticenza a parlare d’amore nelle canzoni? «Nelle canzoni Fabrizio ha parlato di amori che finivano ma non in corso, come se avesse una sorta di pudore di estrinsecare questo sentimento. A parte “Hotel Supramonte”, dove si parla chiaramente del nostro sequestro, ha sempre sostenuto che ci sono canzoni per le quali si è ispirato a me, anche se non ha mai confessato quali fossero.» Parole d’amore sono, in ogni caso, quelle che Fabrizio scrisse dopo quei terribili 117 giorni di sequestro: «senza Dori sarei, probabilmente, morto di alcol, di pessimismo, di dolore o semplicemente di autodistruzione». «Se non ci fossi stata io-si schermiscela Grezzi- penso che avrebbe trovato un’altra Dori, non sono insostituibile anche se mi fa piacere che l’abbia creduto lui. Sicuramente per me sarebbe stato più difficile trovare un altro Fabrizio.» Ancora più doloroso è quindi il ricordo di quella telefonata da Aosta che annunciò la malattia che glielo avrebbe strappato. «Era l’estate del 1998 e Fabrizio si trovava a Saint-Vincent per un concerto quando si sentì male. Mi telefonò in Sardegna, dove ero rimasta, per dirmi che all’ospedale di Aosta gli avevano diagnosticato un tumore al polmone. Dapprima ero incredula, poi subentrò la speranza di un errore. Invece fu l’inizio della fine.»
Il PREMIO MOGOL 2010 ex aequo a Edoardo BENNATO e Simone CRISTICCHI

E’ stata caratterizzata da inconvenienti e ritardi la premiazione del terzo “Premio Mogol” svoltasi il 3 giugno. E se i primi sono quasi fisiologici per le riprese televisive della serata condotta al Teatro Romano da Fabrizio Frizzi (trasmessa ieri su Rai Uno), imprevisto era, invece, il ritardo con cui è stato comunicato il vincitore del Tatà d’oro che ha reso inutile la conferenza pomeridiana al Palazzo Regionale. La giustificazione ufficiale è stata l’incertezza della giuria composta da Dori Ghezzi, Gino Castaldo e Dario Salvatori e presieduta da Giulio Mogol Rapetti. In realtà già nelle prove pomeridiane circolavano voci di un salomonico ex aequo tra i due “pezzi da novanta” arrivati ad Aosta: Edoardo Bennato e Simone Cristicchi. E così è stato. «Eravamo indecisi- ha detto Mogol intorno alla mezzanotte- per cui abbiamo optato per due vincitori, dando fondo alla scorta di Tatà d’oro dell’anno prossimo.» Niente da fare, quindi, per
“Mandaci una cartolina” di Carmen Consoli (impegnata in Svizzera), “U cuntu” di Franco Battiato (in concerto a Berlino) e “Pace” scritta da Giuseppe Anastasi e cantata dalla fidanzata Arisa. Quest’ultima, presente, ha confermato la corrente di simpatia che la lega al pubblico, immedesimatosi nell’autobiografismo della canzone. «E’ stata scritta in un momento particolare del nostro rapporto- ha confessato la cantante- Gli impegni dopo il Festival di Sanremo dello scorso anno avevano creato delle incomprensioni, con l’affiorare di orgoglio, nervosismo e noia. In realtà l’unica cosa che volevamo era stare insieme.» L’intento del premio, creato da Mogol con l’Assessorato regionale all’Istruzione e Cultura, di valorizzare la produzione di testi italiani dell’anno è stato, tra l’altro, sottolineato dalla lettura di quelli in gara da parte
degli attori Rosalinda Celentano e Andrea Montovoli. Naturalmente felici i due vincitori. «Per me è come una laurea ad honorem – ha detto Cristicchi – per di più davanti a miei miti giovanili come Bennato e Mogol.» Per la sua “L’ultimo valzer”,
poetica fotografia di un amore senile, i complimenti si sono sprecati. Da quelli dell’ospite Mara Maionchi («bellissima, anche se un po’ di preoccupazione di andare a finire in “via dei coglioni” ce l’ho») a Mogol («è una poesia che avrebbe potuto scrivere Charlie Chaplin, che sapeva come fare ridere e piangere nello stesso tempo»). “Le strade del rock sono infinite” recita, invece, il titolo dell’ultimo cd di un ritrovato Edoardo Bennato. Se da una parte lo hanno portato a immedesimarsi nella rabbia di pirati e briganti, dall’altra gli hanno ispirato la struggente dolcezza di “E’ lei”, la canzone in gara. «E’ una canzone di speranza per il futuro e anche un elogio della femminilità, perché ho sempre creduto che le donne abbiano una marcia in più.» «Lo trovo molto cresciuto», ha chiosato, bontà sua, Mogol, che ha sciolto anche un dubbio di Dori Grezzi. «Giulio- ha chiesto la moglie di De Andrè- ma un tuo testo potrebbe vincere il premio Mogol?». «Devo essere sincero- ha risposto l’autore di “Emozioni”- me lo sono già chiesto, e mi sono riposto che 2 o 3 volte l’avrei vinto.» Il che, se la matematica non è un’opinione, vorrebbe dire che nelle 3 edizioni avrebbe vinto sempre lui.
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