I cantautori francesi di ALBERTO VISCONTI

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1 Visconti(by gaetano lo presti)  IMG_3902Una delle incongruenze di una regione sulla carta francofona come la Valle è che la canzone francese non vi ha mai preso piede. A parte qualche iniziativa sporadica (e, non di rado, interessata ad ottenere contributi regionali), i musicisti valdostani hanno, infatti, trascurato la canzone francese che non fosse quella più stereotipata e classica.

Fa eccezione il cantautore Alberto Visconti, che, da qualche anno, dedica intere serate all’approfondimento dei cantautori che hanno fatto grande la canzone francese. E’ stato così anche il 19 novembre, nella sala consiliare di Arvier, nell’ambito della rassegna “Sono solo canzonette”, ideata da Marco Brunet ed organizzata dalla locale Biblioteca.

Il filo conduttore scelto da Alberto è stato la solidarietà ed una “vaga moralità” che caratterizzano i personaggi in minore di alcune delle canzoni meno note del repertorio dei tre big del cantautorato d’oltralpe: Georges Brassens, Jacques Brel e Serge Gainsbourg.

georges-brassensE’ soprattutto al primo che Visconti è legato. Lo dimostra il recital dedicatogli, nel 2011, all’Espace Populaire di Aosta e, soprattutto, il nome del gruppo con cui si sta imponendo all’attenzione nazionale, L’Orage, che è preso dal titolo di una canzone di Brassens. Canzone interpretata ad Arvier insieme con “Le Testament”, “Philistins”, “Joresse”, “Heureux Qui Comme Ulysse” e la finale “Chanson pour l’auvergnat”. «Brassens è il mago della canzone come artigianato.- ha spiegato Visconti- Mi fa venire in mente il lavoro certosino degli incisori, perché per lui il comporre era legato al lavoro duro più che alla retorica romantica dell’ispirazione. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, quella che per lui contava era la musica ed i testi erano solo un modo per farla passare. Mi lega a lui anche il legame che ebbe con la poesia francese e con il ballo, una matrice, quest’ultima, che all’epoca nelle canzoni era di default per poi perdersi, e che noi L’Orage stiamo tentando di riattivare

Brel_7La sorpresa della serata è stato il Brel di Visconti, capace, pur in versione unplugged, di rendere in pieno la potenza teatrale ed emozionale di canzoni come “Amsterdam”, “Les bourgeois” e, soprattutto, l’impervia “Ces gens-là”.

Grande spazio ha avuto anche Serge Gainsbourg, considerato il legame perfetto tra il mondo di Brassens e Brel e la modernità. Di lui Visconti ha interpretato “La Chanson De Prévert”, “Les Sucettes”, “Je suis veni te dire que je m’en vais” e  Marilou Sous La Neige”. «Se avesse avuto la serietà e la disciplina degli altri due- ha osservato Visconti- avrebbe potuto raggiungerne lo stesso livello, invece ha preferito una vita sregolata e lasciarsi corrompere da ogni moda che passasse dalla Francia: dal pop al beat, dal reggae fino alla più becera discomusic

Serge GainsbourgHanno completato la scaletta canzoni di autori più moderni come Noir Désir, Damien Saez e Hubert-Félix Thiéfaine, detto HFT, una specie di incrocio tra i nostri Battiato e Vasco Rossi. Un concerto, in conclusione, appassionato, che ha fatto appassionare alla canzone francese il pubblico presente, come raramente si è visto in passato in Valle. A questo proposito: perché questa scarsa fortuna della canzone francese in Valle? «Per il problema del dualismo, o con noi o contro di noi, che ha poche eccezioni.- ha spiegato Visconti- Per cui, in Valle, o ti senti rappresentato dal tipo di cultura francofona oppure te ne senti totalmente escluso e la disprezzi in toto. Sarebbe ora di coltivare un modo più moderno di essere valdostani, abbandonando un filo il discorso localista per entrare in uno europeo e cosmopolita che si apra ad una politica di scambio coi paesi vicini. Anche perché il francese è la seconda lingua europea, quella che si parla a Bruxelles


I flash mob musicali degli OMBRA

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1 Ombra (by gaetano lo presti)IMG_1985Le loro apparizioni, in concerti organizzati da altri, sono state, finora, improvvise, veloci e non annunciate come flash mob. Per incuriosire ancor più si sono, poi, dati un nome, Ombra, di “chi c’è non c’è e non si sa cosa farà.” In realtà due di loro, il batterista Sergio Milani ed il chitarrista Marco Brunet, sono noti per essere stati tra i protagonisti degli ultimi trent’anni di rock valdostano. Separatamente e, insieme, nei mitici Kina, il cui concerto d’addio si è svolto lo scorso dicembre. «E’ proprio per staccare nettamente dall’esperienza precedente- spiega Milani- che facciamo un folk rock caratterizzato dalla fisarmonica di Andrea Robin Preillan, un autodidatta che si è fatto le ossa suonando nelle feste popolari e suona la fisa come se fosse una chitarra elettrica.»

1 Milani (by Gaetano lo presti)IMG_1987Si spiega, così, perché il gruppo (che è completato al basso dall’italo-siriano Ismail Fayad) abbia in repertorio gighe e pezzi folk-punk anglo-irlandesi di Pogues e Flogging Molly sui quali Milani canta suoi testi, in italiano, molto duri. Chi, infatti, è andato al di là del festoso “casino felice” che ha caratterizzato le loro esibizioni alla Festa della Liberazione del 25 aprile ed al decennale degli Iubal Kollettivo Musicale del 1° maggio, ha potuto apprezzare versi che parlano dello stato di guerra permanente con la società per rimanere se stessi (“Pazzo”) o, più specificatamente, contro il conformismo che uccide i sogni della “sporca vecchia Aosta” (“Se cado”).

Dedicata alla memoria corta dei valdostani per un personaggio scomodo come Enrico Thiebat è, infine, “Ninna nanna per Enrico”. «E’ nata- spiega Milani- dalla polemica sulla proposta di intitolargli lo Splendor che non mi ha trovato assolutamente d’accordo. Ritengo sia meglio che lo si ricordi in privato.» “Canteremo e berremo nel ricordo di te, che bestemmi e ridi”, ripete, infatti, nel ritornello, mandando, alla fine, a quel paese lo Splendor (“…e lo Splendor, ma vaffanculo”).

“Mod Generations” dell’ “old soul rebel” TONY “FACE” BACCIOCCHI presentato ad Aosta

Sorta alla fine degli anni Cinquanta in Inghilterra, quella Mod (abbreviazione di “modernism”) è stata la prima moda giovanile che si è ribellata alle regole della società adulta dandosi regole straordinariamente precise. Un vero e proprio ossimoro per una controcultura, ma, forse, anche il motivo per cui, “vivendo elegantemente in circostanze difficili”, è riuscita a sopravvivere in buona salute fino ai giorni nostri.

Lo ha testimoniato il 17 dicembre Antonio Bacciocchi, presentando all’Espace Populaire di Aosta il libro “Mod Generations” nell’ambito della rassegna “Maximum Punk & Beat”. Cinquantenne piacentino, Bacciocchi, in arte Tony Face, è giornalista, scrittore, blogger, organizzatore di concerti, DJ radiofonico, produttore discografico e batterista di gruppi punk (Chelsea Hotel e Not Moving) e mod (Spider Top Mods). Nel 2009 ha, poi, pubblicato il primo album solista “Old Soul Rebel”, il cui titolo è la sua migliore definizione. «L’anima di tutte le controculture giovanili è il non accettare le regole della società.- ha spiegato- E’ una pulsione tipica dei giovani che già tra la fine dell’800 e i primi del 900 si era strutturata in culture come quella Wandervogel, in Germania, e Apache,in Francia. A distinguerle è il diverso modo estetico e musicale di interpretare questa ribellione.»

I Mod hanno, per esempio, sempre curato il modo di vestire, spingendosi ad adottare il classico “giacca e cravatta”. Ad esso è legato anche il caratteristico uso di scooter italiani come Vespe e Lambrette. «Vestendo impeccabilmente, per andare a ballare preferivano la Vespa alle moto perché non schizzava olio, e, quindi, non si macchiavano All’Espace si è, naturalmente, ascoltata anche musica Mod suonata da Marco Brunet, Beppe Barbera e Diego Tuscano. «Per distinguersi- ha concluso Bacciocchi- i Mod hanno sempre privilegiato l’ascolto di musica poco conosciuta, soprattutto quella nera americana. Per cui la musica Mod è un universo sconfinato che va dallo ska a certe forme di reggae, dal northern soul al modern jazz. Anch’io vado continuamente alla ricerca di cose nuove, e, col passare del tempo, mi accorgo che trovo cose più creative ed interessanti nel passato. “Future in the past”, come cantavano i Four by Art, uno dei primi gruppi mod italiani.» Quale sarebbe la tua personale colonna sonora del libro? «Un pezzo qualsiasi dei Jam, “My generation” dei Who, Ray Charles, “Glory boys” dei Secret Affairs e poi cose soul a scelta

Dopo 14 di “questi anni” i KINA si riuniscono per suonare ad Aosta

E’ stata dedicata alla storia del punk la serata che si è tenuta il 21 maggio all’Espace Populaire di Via Mochet. Storia scritta, con la presentazione del libro “American Punk Hardcore- una storia tribale” di Steven Blush, e storia viva, con la reunion dei Kina che dopo 14 anni son tornati a suonare ad Aosta per l’appuntamento finale della rassegna “Assaggi di punk”. Il concerto del maggio 1997, al “Duit” , concludeva, dopo tre lustri di vita, la parabola dei “best italian Punk from Aosta” come ancora adesso vengono definiti in Germania, il paese dove hanno più suonato. Ma si sono esibiti in mezza Europa, arrivando a condividere il palco con gruppi come “Scream” e “Fugazi”. Tutto grazie alla volontà ed al talento di Gianpiero Capra (basso), Alberto Ventrella (chitarra) e Sergio Milani (batteria), che dei “Kina” sono stati il nucleo storico. «Abbiamo fatto più concerti a Berlino che ad Aosta.- osserva Milani- Siamo così conosciuti che quando, nel 2007, abbiamo suonato al “Move against G8 Festival” di Berlino le prime dieci file cantavano le canzoni con noi.» Sono i frutti di quindici anni di sacrifici, di faticosi tour a bordo di un Transit diesel, di dischi autoprodotti per un’etichetta, la “Blu Bus”, che da quel pulmino aveva preso il nome. «Evidentemente nelle nostre canzoni abbiamo toccato corde particolari- continua Milani- perché quello che abbiamo fatto continua ad arrivare. Durante le rare reunion di questi anni ho notato che nel pubblico, che va dal sedicenne al cinquantenne, c’è un coinvolgimento emozionale stupefacente.» Per la legge del “nemo propheta in Patria”, in Valle i “Kina” sono, invece, stati sempre relegati in una zona d’ombra dalla quale il 21 maggio sono usciti con la forza di un’emozione non nostalgica che ha fatto accorrere all’Espace vecchi e nuovi fans. Attirati dai loro antichi inni, ma, anche, dalle ospitate dei compagni di un tratto dell’esaltante viaggio. Sia locali (Marco Brunet e Robertino Dani) che i protagonisti del punk italiano degli anni Ottanta: Guido “Zazzo” Sassola, cantante dei Negazione e Mungo, chitarrista dei Declino. «C’era anche Ermanno ”Gomma” Guarneri, patron di Shake edizioni.- conclude Milani- E’ lui che ha chiesto a me e Gianpiero di scrivere una postfazione al libro di Blush in cui abbiamo ripercorso la storia dei Kina. C’era purezza, freschezza e originalità nella scena punk italiana degli anni Ottanta, perché l’essere fuori dal circuito commerciale faceva sì che suonassimo quello che eravamo

SCALETTA

Forza del sogno

Parole

Giganti

Rana

Susanna

Intro (rob al basso e, alla fine, arriva Gianpi)

Sfoglia (con Gianpi)

Questi anni (Gianpi e Zazzo)

Sheena is a punk rocker (di nuovo Rob al basso e zazzo)

Chi mi aiuterà? (Marco B.e Zazzo)

Tempo di cambiare (Marco)

La loro libertà(Marco)

Cosa farete

Mondo mai visto

Specchio

Non c’è scampo

Troppo lontano                                                                                                                                                                                                

        

Presentato “Terra mia”, il nuovo cd della cantautrice MAURA SUSANNA

Avrai molto da dire se non ti nasconderai”. Questa frase, che ha scritto nel testo di “Nell’oggi”, deve essere rimbombata a lungo nella testa di Maura Susanna. Perché, anche dopo quarant’anni di onorata carriera e l’unanime riconoscimento come la voce dell’animo popolare valdostano, la cantautrice di Saint-Vincent conserva un’insospettabile fondo di timidezza. La stessa che nei primi anni Settanta l’aveva costretta per un anno a cantare i pezzi di Magui Betemps da dietro le quinte de “La veillá de Tsateilon”. «Ero talmente timida che non riuscivo ad affrontare il pubblico.-ricorda- La timidezza ha continuato ad uscire quando si trattava di cantare le canzoni che componevo, per cui o le distruggevo subito o, pur registrandole, non le ho messe in repertorio. Mi hai sentito mai cantare dal vivo “Il viaggio” e “Predze pa”?» Qualcosa deve, però, essere scattato in lei se la sera del 10 febbraio, al Teatro Giacosa di Aosta, Maura ha presentato un nuovo cd, “Terra mia”, di cui ha scritto 11 canzoni su 13. «Gli impegni lavorativi hanno a lungo rallentato la mia carriera- ha spiegato- al punto che il precedente cd, “Il viaggio”, risale a ben 15 anni fa. Adesso ho ricominciato a provare il piacere di scrivere e, soprattutto, ho il coraggio di non buttare via.» Una sicurezza nuova che si fonda su tre punti fermi: la sua terra, la sua lingua (il patois), le sue radici musicali. Non a caso i momenti migliori del cd si hanno proprio nelle canzoni in cui questi si ritrovano. Come nella title track “Terra mia, madre mia”, nella quale Maura ha curato la versione in italiano di una canzone di Natalie Merchant. O in “Tango”, in cui infiammandosi di “pachòn”, il patois riesce ad esprimere “mots de soie” (al Giacosa è stato eseguito con il bandoneista Ezio Borghese ed i ballerini Paola Indelicato e Alberto Comiotto). O, ancora, “J’ai un amour” in cui, con Giorgio Negro, ha rivestito di note un testo inedito di Enrico Thiébat, che, con Maura e Luis de Jyaryot (nel cd autore del testo di “Tot i tsandze”), costituisce la trinità dei padri della canzone d’autore valdostana. Nuove prospettive le si aprono, poi, quando vola nel “cielo del tempo” di “Lo conto de Gran-a” di Claudio Mantovani trasfigurata dal cameo del multistrumentista Vincenzo Zitello. Uno dei gioiellini del cd è, infine, “Outor du vèn”, grazie ad una grande interpretazione di un suo adattamento in patois del preludio n.20 op.28 di un compositore di belle speranze, tale Fryderyk Chopin. Al Giacosa Maura è stata accompagnata da un gruppo guidato dal tastierista Andrea Dugros (che ha curato tutti gli arrangiamenti e la registrazione del cd) che annoverava Christian Curcio e Marco Brunet alle chitarre, Remy Boniface all’organetto e violino, Beppe Salussoglia al basso e Andrea Urbica alla batteria. E’ stato della partita anche il Coro Alpino di Saint-Vincent, che l’ha affiancata nell’esecuzione di “Les Prisons du Roy- La bergère des Aravis”. Il concerto, inserito nell’ambito della “Saison Culturelle”, è stato ripreso dalla sede regionale della Rai.

TERRA MIA, MADRE MIA

Quando il sole verrà a riscaldare il tuo viso

nulla potrà più far male, perchè tutto un giorno cambierà.

Non morire perchè saremo in tanti con te

ad aiutare la vita rinascere in te non morire perchè

Terra mia, madre mia nel tuo ventre la poesia

lascia il vento ti asciughi il dolore

delle lacrime, no non piangere più

Un bambino verrà senza rabbia sarà

gocce d’acqua e spighe nel palmo terrà

e la voce sarà

Terra mia, madre mia chiudi gli occhi e non andare via

lascia il vento ti asciughi il dolore delle lacrime e poi

nelle mani noi, porteremo sai se mi nuovi riceverai

Cresceranno in te la speranza e il coraggio di amare di più

l’alba della vita vedrai

Nuovi fiori darà e il canto dell’armonia

danzeremo per te, solo per te

…Tu perdonerai, tu rinascerai


Il CHRISTMAS BLUES dell’ESPACE POPULAIRE

Christmas Blues” è una sdolcinata canzone di Dean Martin, ma, anche, il nome di una sindrome che accompagna le feste natalizie di un numero crescente di persone. Il misto di tristezza, senso di solitudine e facile irritabilità che la caratterizza è conseguenza diretta della delusione che accompagna le ingannevoli promesse di amore e felicità della più crudele festa che ci sia. Il 23 dicembre scorso è stato Blues anche il Natale dell’Espace Populaire di Aosta, nel senso, però, di una lunga jam session che, grazie a questo genere musicale, ha recuperato il senso primigenio della festa pagana che voleva scacciare l’oscurità misteriosa del periodo più buio dell’anno. Ad animarla è stato “Nandha Blues Band”, trio formato nella primavera di quest’anno dal chitarrista torinese di origine siciliana Max Arrigo con i valdostani Paolo “Barbhe” Barbero (basso) e Giuliano Danieli (batteria). «Il blues- spiega Arrigo- è sempre stato legato a riti magici fatti per scacciare realtà oscure, una delle quali, per i bluesmen, era la fatica della vita di tutti i giorni. Anche il nostro nome, Nandha, che si ispira ad una fattucchiera a metà tra realtà ed immaginazione, richiama la magia che cerchiamo di ricreare con una musica fatta con una formazione, il trio, che richiama anch’esso elementi magici come la triade o il triangolo.» Ad essere incantato dalla “voice in the night” il quarantatreenne Arrigo ha cominciato a 16 anni, vedendo il film “Mississipi Adventure” che raccontava la vita di Robert Johnson, che la leggenda vuole si sia venduto l’anima al diavolo in cambio della capacità di suonare il blues in modo sublime. «E’un genere di musica che ti sceglie.-racconta Arrigo- Quel suono mi è entrato nelle ossa e mi ha stregato, è un’emozione che per me è diventata stile di vita.» Dopo aver scorazzato in giro per l’Europa con gruppi come “Voodoo Lake” e “Shanghai Noodle Factory”, dal 2008 Arrigo è approdato in Valle per fare l’educatore. Da allora è per tutti “Blues Max” , per assonanza con il nome di una celebre discoteca locale. Ha fondato anche l’ “Aosta Blues Society”, gruppo aperto a tutti i musicisti e amanti della “musica del diavolo”, valdostani e non. Alcuni di questi hanno partecipato alla jam dell’Espace: da Beppe Barbera a Marco Brunet, da Luca Addario a Stefano “Steo” Trieste. Quest’ultimo e stato un “Sannidei” come gli attuali sodali di Arrigo, Danieli e Barbero, pulsante coppia ritmica che si è esaltata in un repertorio che nell’occasione è passato dai Gov’t Mule (32/20 e Thorazione Shuffle) a T Bone Walker (Stormy Monday), da Muddy Waters (Catfish Blues) a Elmore James (Dust my Broom). Ascoltandoli si è capito perché l’esperto Arrigo abbia scelto proprio loro per “keep on runnin” (continuare a correre) per le strade del Blues( che, nell’occasione, non potevano che portare alla conclusiva “Merry Christmas Baby” di B.B.King). «Le montagne valdostane- ha spiegato il chitarrista- danno molta energia positiva che cerco di riproporre nella musica. Il nostro è un “power trio” anche perché in tre si è tutti in prima linea e nessuno si può “imboscare” come nel quartetto. Tra noi c’è un “interplay” quasi jazzistico, non a caso, tra tanti classici blues e qualche pezzo originale facciamo, “Afro Blue” di John Coltrane. E, poi, il trio costituisce la base ideale per qualsiasi tipo di ospite, come quelli che parteciperanno alla jam o l’armonicista americano Hook Herrera, già con Allman Brothers e Willy DeVille, che prossimamente suonerà con noi.»