ALBERTO VISCONTI canta BRASSENS

Incredibilmente per una regione francofona come la Valle d’Aosta, nel 2011 vi è passato quasi inosservato il trentennale della scomparsa del grande cantautore francese Georges Brassens, morto sessantenne a Saint-Gély-du-Fesc il 29 ottobre 1981.
A parziale riparazione è arrivata la serata che il cantautore Alberto Visconti gli ha dedicato il 15 aprile all’Espace Populaire, nell’ambito del ciclo “Master’s Song”, che il team leader de L’Orage sta dedicando ai grandi cantautori di tutto il mondo. Lo stesso nome del gruppo, tratto da una canzone di Brassens, testimonia, del resto, la sua devozione per il poeta di Sète. «L‘ho scelto per l’ anticonformismo che si respira nella canzone.- ha spiegato- Sono un bastian contrario, ed una dichiarazione d’amore in cui si canta “che delizia la pioggia, che orrore il sereno, non c’è cosa più triste dell’arcobaleno” non poteva non piacermi.»
Se è per questo è in buona compagnia, visto che senza Brassens non sarebbero esistiti alcuni dei migliori cantautori italiani. A cominciare da Fabrizio De Andrè, autore di alcune sue traduzioni in italiano, da “Marcia Nuziale” a “Le passanti”, che Visconti ha interpretato insieme ad una sua traduzione di “Gastibelza” e ad altre canzoni in lingua originale. Pezzi che hanno confermato come il cantautore di Sète continui ad essere uno degli astri più fulgidi del firmamento della canzone mondiale (non a caso, nel 1984, all’asteroide “6587” è stato dato il nome di Brassens).
«L‘ho scoperto grazie alla collezione completa dei suoi cd ascoltata alla Biblioteca Regionale di Aosta.- racconta Visconti- Oltre ai testi, mi colpì come le sue canzoni, anche le più raffinate, abbiano una matrice popolare fortissima che fa sì che possano essere cantate anche alle feste più scalcinate. E’ talmente “coverizzato” che è stato tradotto in quasi tutti i dialetti italiani.» Perché, allora, non esiste “La mauvaise réputation” o “Les Copains d’abord”in patois (il dialetto valdostano: n.d.r.)? «Perché, a trent’anni dalla morte, Brassens rimane uno scomodo. Era per una libertà totale e non le ha mai mandate a dire, per cui risulta difficile manipolarlo a livello istituzionale. Ha talmente detto merda alle istituzioni che l’autorità che lo celebri rischia seriamente il ridicolo.»
CECILIA CHAILLY: l’arpa è la voce dell’anima

Non si può restare indifferenti a Cecilia Chailly (nata il 2 febbraio). Perché è intelligente, perché è bella, perché è una brava musicista. Quello che, però, attrae irresistibilmente (ed è stato così anche per musicisti del calibro di Fabrizio De Andrè e Sting) è il suo lussureggiante mondo interiore. «Gli artisti sono un pò dei bambini che con me sentono la possibilità di esplorare il lato giocoso della vita. E’ la dimensione dell’eterno fanciullo che dobbiamo coltivare per rimanere creativi.»
Me lo confidò il 7 febbraio 2008, in occasione dell’ esibizione che l’arpista milanese tenne al Teatro Giacosa di Aosta per la “Saison Culturelle”. Più che un concerto fu uno “striptease dell’anima”, in cui, con la musica, esibì spudoratamente una esperienza umana dominata da due grandi “lutti”. «Ho avuto una vita molto in prima linea- confessò- e il romanzo “L’era dell’amore” ed il cd, “Alone”, mi sono serviti come autoterapia. Corrispondono ai due momenti più dolorosi della mia vita, e mi hanno aiutato a guarire dalla ferita per la fine dell’”amour fou” con lo scrittore Andrea De Carlo e da quella, più profonda, per la morte di mio padre. Creazione è cercare una verità a tutti i costi, usando la tecnica e la tecnologia per realizzare opere che fissino le emozioni che si provano quando si sperimenta il dramma, ma anche l’estrema poesia, della solitudine,»
Non a caso il suo ultimo Cd si intitolava “Alone”, che in inglese vuol dire solo, e, invece, in italiano è l’aureola che circonda oggetti luminosi. O persone “luminose”, come quelle che sanno “leggere l’anima”. Come era suo padre, il compositore Luciano Chailly, e come è Cecilia. «L’arpa è la voce dell’anima- ammise- Ho sempre avuto una concezione emozionale dell’esistenza che fa sì che spesso sia più nell’etere che nella realtà. Se lo stare al limite tra realtà e follia nella vita incasina, artisticamente serve. Per fortuna ho avuto un padre che mi ha incoraggiato ripetendomi: dicono che noi musicisti siamo fuori dal mondo, ma non è esatto, è il mondo che è fuori di noi.»
DOLCENERA: una “donna in evoluzione” che si mette a nudo

Il 2 dicembre, sul palco del Teatro Giacosa di Aosta, dove si è tenuta la premiazione della quattordicesima edizione del Premio internazionale “La donna dell’anno”, tra tante donne premiate e premianti c’era anche una “donna in evoluzione”: la trentaquattrenne cantautrice pugliese Emanuela Trane, in arte Dolcenera. Evoluzione artistica e personale, la sua, ma, soprattutto, “evoluzione della specie”. Che, poi, è il titolo del suo ultimo cd, pubblicato a maggio.
«Nella canzone omonima affronto in maniera ironica le eterne differenze tra uomo e donna.- ha spiegato, prima del concerto, Dolcenera- Se gli uomini, amanti del potere, sono “schiavi più che saggi”, io sono una ragazza idealista, “di una specie in estinzione che cerca maschio innamorato per salvare il mondo intero”. In questa, come in altre canzoni del cd canto la figura di donna che piace a me: che rimane sognatrice, segreta, che non usa sotterfugi per arrivare a ottenere ciò che vuole.» Una “specie in via d’estinzione”, appunto, se si guarda il modello femminile che esce dalle prime pagine dei giornali. Prime pagine su cui, nel settembre scorso, è finita anche Dolcenera. Per di più di un giornale, “Playboy”, che dalle donne non è mai stato visto di buon occhio.
«Il servizio- ha raccontato- è nato durante le riprese del video della canzone ”L’amore è un gioco”, cui “Playboy” ha collaborato con quattro sue “conigliette”. Al direttore è nata l’idea di fare il servizio, ed io ho accettato perché mi sentivo bene fisicamente, visto che facevo tanto sport. Questo mi ha fatto anche sentire bella, anche se il mio fisico è lontano dai canoni della bellezza prosperosa. Tutto è venuto in modo abbastanza semplice e naturale e le foto mi riprendono in posizioni intime ma non volgari.»

Dolcenera vi appare, indubbiamente, diversa rispetto dalla rabbiosa rocker degli esordi che la critica musicale paragonò a cantanti come Nina Hagen e Janis Joplin ed alla quale il “Rockmuseum” di Monaco di Baviera ha dedicato uno spazio. O da quella che nel 2003 esordì “col botto” al Festival di Sanremo, vincendo le “Nuove Proposte” con “Siamo tutti là fuori”. O, ancora, da quella che nel 2005 vinse il reality show “Music Farm”, facendo andando fuori di melone (e dal reality) Francesco Baccini.
«Mi piace essere cangiante e stupirmi.- ha ammesso- Non a caso il mio riferimento musicale è David Bowie che è stato un grande camaleonte. Anche musicalmente sono sempre in evoluzione: c’è stato il periodo dark, quello della rabbia, quello della ricerca del suono. Il comun denominatore ritengo sia la mia parte inquieta, un pò dark, che fa sì che non sia formale e nei testi mantenga una punta di crudezza. Anche se, poi, in fondo, sono dolce.» Anche per questo ha preso in prestito il nome d’arte, Dolcenera, dal titolo di una canzone di Fabrizio De Andrè. «Il contrasto tra la dolcezza e la forza dell’acqua di cui parla la canzone c’è anche nel mio modo di cantare, suonare e scrivere. Chiaroscuri che sono stati messi in evidenza nella tournèe teatrale che sto facendo, dove, oltre a cantare, recito.»
Il “prete da marciapiede” DON GALLO presenta ad Aosta il libro “Se non ora, adesso”

L’ottantatreenne Don Andrea Gallo non è certo tipo da mezze misure. Lo dimostra una vita religiosa spericolata, come canterebbe il suo amico Vasco Rossi, portata avanti, sul filo della scomunica, per cercare di recuperare quegli emarginati e diversi che tanto piacevano all’altro suo amico Fabrizio De Andrè. Dal 1970 questo prete “angelicamente anarchico” opera, a Genova, nella parrocchia di San Benedetto al Porto, dove ha fondato una comunità che si occupa, tra gli altri, di “drogati di merda”, come affettuosamente li apostrofa. Per loro conduce una campagna di legalizzazione delle droghe leggere che nel 2006 lo ha portato, per disobbedienza civile, a fumare uno spinello nel palazzo comunale di Genova. Un prete da marciapiede che, al grido delle donne “Se non ora, quando?”, risponde con un perentorio: “Se non ora, adesso”.
Che, poi, è il titolo del suo ultimo libro presentato l’8 novembre, ad Aosta, in collaborazione con l’associazione L’Agrou. La folla che gremiva l’Hostellerie du Cheval Blanc è stata, così, investita da una foga oratoria che, come aveva annunciato il moderatore Roberto Mancini, non ha avuto niente da invidiare alla devastante “potenza del pacchetto di mischia degli All Blacks”.
«Osate la speranza in un mondo nuovo», ha detto Don Gallo, echeggiando il motto della brigata partigiana con cui ha combattuto. Per farlo occorre, innanzitutto, ricostruire il tessuto sociale, restando umani, difendendo, cioè le istanze collettive e la coscienza critica. La sua ricetta è la stessa di quella di Antonio Gramsci :”agitatevi perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi perché avremo bisogno di tutta la vostra forza. Studiate perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.“ Un appello che, più che che di “credenti”, ha bisogno di “credibili”, che sappiano pensare e combattere i poteri forti, che, come diceva Mario Capanna, “diventano fortissimi se la gente striscia per terra”. Recuperando la nobiltà della politica secondo Don Milani, che è “uscire, tutti insieme, dai problemi”. «La mia vita è come un film.- ha concluso Don Gallo- E, come i film che si rispettano, ha anch’essa una colonna sonora che è quella di De Andrè, che un giorno mi disse: lo sai perché ti sono amico? Perché sei un prete che non mi vuole mandare per forza in Paradiso.»
Grazie a PEPI MORGIA finalmente c’è in cielo “un regista come Dio comanda”

Quando, nel 2009, lo conobbi, di lui mi colpi il contrasto tra un aplomb aristocratico e la disponibilità curiosa verso l’altro. Non a caso il suo amico Fabrizio De Andrè lo chiamava “principe anarco-monarchico” ed il suo nome completo era Gian Luigi Maria Morgia dei conti di Francavilla. Questo, però, lo seppi dopo. Quel 23 ottobre 2009 per me era “solo” Pepi Morgia, regista del tour “De André canta De André” che quella sera Cristiano De Andrè avrebbe portato al Palais Saint-Vincent.
In attesa di intervistare Cristiano, rimasi colpito da uno staff composto da persone che avevano a lungo lavorato col padre: da Bruno Sconocchia, che ne era stato il manager, a Giovanni “Riccio” Colucci, suo storico fonico. Ma, soprattutto, da Pepi Morgia, light designer, regista, scenografo, autore di eventi di fama mondiale, che, mi raccontò, aveva lavorato con Rudolf Nurejev, David Bowie, Genesis, Elton John e per Pavarotti & Friends. «A Saint-Vincent ho lavorato a lungo.-mi disse- Per la Rai ho fatto il regista di programmi come “Le Grolle d’oro” e “Il disco per l’estate”.»
Il discorso cadde, inevitabilmente, sul suo amico Fabrizio De Andrè, che aveva seguito, come regista, in tutti i suoi spettacoli. A cominciare da quel 18 marzo 1975 in cui aveva esordito in pubblico alla “Bussola” di Viareggio. «A convincerlo ad esordire dal vivo era stato un bell’assegnone.- aveva confidato- Quella sera Fabrizio era letteralmente terrorizzato, per cui si aiutò alzando un po’ il gomito, anche se poi, rotto il ghiaccio non voleva più smettere. Quando si esibiva in pubblico era molto timido per cui si “tirava su” e si creava uno schermo con gli occhiali da sole. Prima che collaboratore ero suo amico, per cui parlavamo a lungo sulle idee per le scenografie che all’inizio erano abbastanza inusuali per i concerti di un cantautore. Una particolarmente riuscita è stata quella del penultimo tour, caratterizzata da un castello di carte di tarocchi genovesi. Fabrizio era un grande giocatore e l’idea mi nacque una volta che gli vidi costruire un castello di carte.»

Le sue scenografie erano talmente piaciute che lo avevano chiamato anche altri amici: da Ornella Vanoni a Gino Paoli, da Claudio Baglioni a Paolo Conte. Nel gennaio 2010, poi, me l’ero ritrovato tra le quinte del Palais Saint-Vincent in quanto regista dell‘anteprima dello spettacolo “Baccini canta Tenco”. In quell’occasione aveva, tra l’altro, voluto che ad aprire il concerto fosse la cantautrice valdostana Naif Herin. «L’ho scoperta nel 2009 quando è stata una delle vincitrici del festival “Musicultura” di cui curo la regia.- mi aveva spiegato- Mi piace perché è originale, ha grinta e una bella presenza. Per cui cerco di coinvolgerla ogni volta che posso.»
Una generosità discreta che ha contraddistinto tutta la vita di Pepi Morgia. Lo ha sottolineata anche Don Andrea Gallo nell’omelia che, il 20 settembre, ha caratterizzato il funerale del regista che se n’era andato la mattina prima, ad appena 61 anni, per problemi al fegato. La cerimonia, svoltasi nella chiesa della Santissima Trinità e San Benedetto di Genova, ha coinvolto, in un clima festoso, tantissimi amici (tra i quali Dori Ghezzi, Francesco Baccini, Alberto Fortis, Vittorio De Scalzi, Irene Fargo e Andy dei Bluvertigo). «Ha diretto grandi spettacoli, ma nessuno sapeva che fosse lui a dirigere i fili- ha detto il celebre “prete di strada” – perché lo faceva per puro amore, verso l’arte e verso gli altri. Sono sicuro che dopo aver chiarito qualcosina col Padreterno, Dio lo assumerà come regista delle sue luci. Ricordiamocelo quando vedremo un tramonto particolarmente bello, o un’alba con i suoi meravigliosi colori. Diremo che finalmente in cielo c’è un regista come Dio comanda.»
Ad Aosta i TAZENDA cantano le minoranze e i “disamparados”

L’inaugurazione della terza edizione del “Festival des peuples minoritaires”, organizzato dall’assessorato all’Istruzione e Cultura della Valle d’Aosta, è stata dedicata alla Sardegna. A rappresentarla, l’8 settembre, sono stati il coro Su Nugoresu e i Tazenda, che, sul palco del Teatro Romano di Aosta, sono stati affiancati dalla cantautrice valdostana Maura Susanna. Fu giusto vent’anni fa, nel 1991, che i Tazenda (il nome è preso da un pianeta protagonista di un romanzo di fantascienza di Isaac Asimov) si imposero all’attenzione nazionale grazie alla folgorante partecipazione, in coppia con Pierangelo Bertoli, al Festival di Sanremo con “Spunta la luna dal monte”. Il titolo originale in sardo, “Disamparados (abbandonati)”, ribadiva l’interesse per i perdenti e le minoranze che li ha contraddistinti.
«E’ un piccolo insegnamento che ci ha lasciato Fabrizio De Andrè», ha spiegato prima del concerto Gino Marielli, chitarrista e compositore del gruppo. Nel 1992, infatti, il cantautore genovese collaborò col gruppo per scrivere “Pitzinnos in sa gherra” e cantare “Etta abba chelu”. «La cosa più bella che mi è rimasta di lui è che era molto timido ed insicuro.- ha continuato Marielli- Aveva una umanità molto intensa e non faceva niente per nascondere le sue debolezze, il che non guastava in un mondo, come l’attuale, in cui tutti vogliono apparire forti e decisi.»
L’attenzione per “i piccoli che cercano di rappresentarsi” ha, in passato, portato i Tazenda ad avere stretti rapporti, non solo musicali, con la Valle, dove si sono esibiti più volte. «C’è stato un periodo in cui il sardismo era in stretti rapporti con altri movimenti autonomisti locali. Al punto che un anno, per simpatica provocazione, abbiamo votato l’Union Valdôtaine. Adesso siamo disillusi, il che non significa che non siamo attenti alle cose, ma, piuttosto, che non siamo più i paladini di chissà che cosa, e, per onestà intellettuale, stiamo attenti a non aderire in un modo militante a movimenti o idee politiche che col tempo si possono dimostrare fallaci.» Con l’apporto di un quartetto strumentale, sul palco del Giacosa, oltre a Marielli, c’erano il tastierista Gigi Camedda ed il cantante Beppe Dettori che nel 2006 ha sostituito la voce storica Andrea Parodi, morto per un tumore. La sua figura continua, comunque, ad aleggiare nei concerti dei Tazenda grazie alla tecnologia. «Ogni anno ci inventiamo qualcosa per ricordarlo al pubblico.- ha raccontato Marielli- Due anni fa lo si potè ascoltare in voce e lo scorso anno vedere in video. Quest’anno, invece, canteremo la sua “Astrolicamus”.» Uno dei momenti più intensi del concerto aostano è stato la riproposta di “Procurad’e moderare”, l’inno della rivolta del 1796 contro i piemontesi scritto dall’avvocato Ignazio Mannu di Ozieri. «Ogni volta lo contestualizziamo dedicandolo ai lavoratori in difficoltà del posto in cui cantiamo.- aveva spiegato Marielli- Faremo così anche ad Aosta.»
Francesco BACCINI: se vai controvento ti fanno sparire
Tra le tante analogie “da pelle d’oca” che hanno portato alla realizzazione del concerto teatrale “Baccini Canta Tenco”, c’è anche quella, non trascurabile, che i due cantautori sono accomunati dall’essere degli uomini liberi. Inevitabilmente si sono, quindi, scontrati con la società dello spettacolo, con conseguenze
che, nel caso di Luigi Tenco, hanno portato all’oscuro suicidio, nella notte del 26 gennaio 1967, “come atto di protesta” contro un sistema che, per guadagnarci il più possibile, più che la qualità tende a privilegiare quella che Francesco Baccini chiama “spazzatura sonora”. «Il potere non ama la creatività perché non vuole che la gente pensi- afferma Baccini- per cui bisogna fare canzoni che non facciano pensare. E’ mai possibile che, in un momento come questo, non si senta una canzone che affronti un tema sociale? Quando si parla di dittatura mediale, poi, non si parla mai dei network radiofonici che hanno massacrato le orecchie di almeno due generazioni facendo 
passare della spazzatura sonora soltanto perché ci guadagnano sopra. Una volta la radio era al servizio della musica, oggi è la musica che è al servizio della radio. Per passare devi pagare il pizzo e rispettare certi crismi. Oggi uno potrebbe anche incidere “Imagine” che non te la passerebbero con la scusa che, non essendoci la batteria, non è radiofonica.» Così come Tenco è stato radiato dalla Rai per due anni dopo aver inciso “Cara Maestra”, Baccini lo è stato per cinque per il cd “Nomi e Cognomi” che conteneva canzoni su Andreotti e Renato Curcio. «Io vado controvento da 20 anni- continua Baccini- e da quel cd in poi il mio nome è nella lista nera. Non contento, due anni dopo feci un pezzo contro la televisione, “Sono stufo di vedere quelle facce alla tivvù,” per il quale il Tg 5 mi criticò con un lungo servizio. Fino a qualche anno fa ti censuravano, ora, invece, ti fanno sparire. Se sei un rompipalle il tuo disco non passa in radio, tu non vai in tv e la gente non lo sa. Era un meccanismo che stava colpendo anche De Andrè. Non passava in radio, non andava in tv e le nuove generazioni cominciavano a non conoscerlo. Per cui durante l’ultimo tour di “Anime salve” mi telefonava incazzato perché era costretto ad annullare dei concerti per bassa prevendita. Poi è morto e, per la gioia dell’industria discografica, è tornato in auge.»
L’anteprima di “BACCINI canta TENCO” a Saint-Vincent

«Conobbi De Andrè nel 1989, quando venne, a Milano, alla presentazione di “Cartoons”, il mio primo cd.- racconta il cantautore Francesco Baccini- Ne fui sorpreso perché era riservata ai giornalisti. Tempo dopo, diventati amici, Fabrizio mi raccontò che l’aveva saputo guardando una trasmissione notturna di Vincenzo Mollica. Non dormiva mai, e, tenendo la televisione accesa, quella notte gli era sembrato di vedere Luigi Tenco a colori. Invece ero io. Da allora mi ha sempre chiamato Luigi.» E’ una delle tante coincidenze significative che hanno portato Baccini a realizzare “Baccini Canta Tenco”, il concerto teatrale che in questi giorni ha allestito a Saint-Vincent, con la regia di Pepi Morgia,in vista del tour che partirà il 20 gennaio da Genova. La sera del 18 ne ha proposto un’anteprima al Palais Saint-Vincent in occasione della festa patronale. «A parte la somiglianza fisica- continua Baccini- tra me e Tenco ci sono una serie di analogie da pelle d’oca. Avendo, tra l’altro, la stessa pasta vocale e la stessa scansione della parlata sembra di sentire la stessa voce. E, anche se non farò mie canzoni, chi vedrà lo spettacolo capirà
meglio anche me. Ho scoperto De Andrè e Tenco a 14 anni, quando, a causa di una brutta frattura, sono rimasto fermo per un anno e mezzo. Il mio lato più intimista si rifà a Luigi, è lui che mi hanno insegnato a scrivere canzoni d’amore.» 
Accanto alle grandi canzoni sentimentali per cui Tenco è ancora ricordato (da “Ho capito che ti amo” a “Mi sono innamorato di te”), nello spettacolo Baccini ha rispolverato i meno noti brani ironici e di denuncia sociale (da “Giornali femminili” a “Cara Maestra”). «Sono di un’attualità preoccupante, a dimostrazione che negli ultimi cinquant’anni l’Italia non è cambiata. Tra queste c’è “Ragazzo mio”, che dovrebbero insegnare a scuola. Fa denuncia sociale con poesia infinita e chiarezza, perché uno dei punti di forza di Tenco era la grande comprensibilità. Purtroppo la sua spettacolare morte durante il Festival di Sanremo del 1967 ha oscurato quello che aveva fatto da vivo.» A rivestire di sonorità moderne le canzoni di Tenco ha provveduto il chitarrista Armando Corsi,
con un gruppo acustico formato da Luca Volontè (sax e armonica), Marco Fadda (percussioni, batteria e tromba), Filippo Pedon (contrabbasso) e Luca Falomi (chitarra acustica ed elettrica). «Da ragazzo, a Genova, andai a sentire Tenco- mi ha raccontato alla fine del concerto Corsi- e lo ricordo come un grande musicista ed una persona controcorrente. Con Umberto Bindi è sempre stato un mio punto di riferimento. Ho cercato di mantenere il clima delle sue canzoni classiche, usando, però, gli strumenti a corda e di svecchiare quelle meno conosciute, con le atmosfere latine di “Giornali femminili” e lo ska di “Ognuno è libero”. I pezzi che abbiamo fatto mi piacciono tutti, se, però, dovessi sceglierne uno opterei per “Un giorno dopo l’altro” fatto a bossanova con il caratteristico riff di chitarra accennato soltanto alla fine. E, poi, “Angela” tutta chitarra e contrabbasso con l’intervento del canto di Francesco solo alla fine.»
PAOLO VILLAGGIO: i ricordi melensi di un pezzo di merda
Tanto per cominciare, quel 6 aprile 2004 insistette perché fosse resa giustizia al titolo del monologo con cui, la sera, si sarebbe esibito al Teatro Giacosa di Aosta: «Il titolo è: Paolo Villaggio: vita, morte e miracoli di un pezzo di MER-DA- scandì con il suo inconfondibile tono- Senza i puntini finali, mi raccomando.» E, di fronte ai sorrisini dei giornalisti convenuti in un ristorante di Chatillon per un’insolita conferenza stampa, aggiunse: «Al contrario di altri comici italiani non ho mai usato le parolacce o il dialetto per far ridere il pubblico. Mi sembra, quindi, assurdo che una volta tanto che uso la parola merda in un titolo trovi giornalisti e organizzatori che si autocensurano. Ma quando si va in vacanza e piove non si dice, forse, che c’era un tempo di merda? E, nell’era del presenzialismo, in cui più che un certo avvenimento interessa chi c’era e chi no, la risposta non è, immancabilmente, che c’era della gente di merda? Quindi direi che merda è una sintesi geniale del mondo che ci
circonda.» “Pezzo di merda” per antonomasia è il suo Fantozzi, personaggio che ha aiutato milioni di italiani ad esorcizzare, con una risata liberatoria, il timore di essere soli nel loro mal di vivere. E’ nata così una maschera comica che, però, fa sempre più fatica a nascondere il tragico Savonarola che, in realtà, c’è in Villaggio (nato a Genova il 30 dicembre 1932). Il vitalistico protagonista di tanti films e spettacoli televisivi che molti spettatori aostani si aspettavano si dimostrò, infatti, lontano anni luce dal Villaggio che sul palco del Giacosa, armato di un’unica sedia Thonet su cui appoggiare disincanto e malinconia, snocciolò “ricordi melensi” legati con “retorica di quarta lega”. «Altro che comico mi considero solo uno scrittore.- confessò- Ho fatto l’attore di cinema per disperazione. Dopo che il primo libro di Fantozzi aveva venduto un milione e mezzo di copie, il vecchio Rizzoli decise di farne un film. Chi potrebbe interpretare Fantozzi?, mi chiese. Io proposi Tognazzi e Pozzetto, che, però, rifiutarono. Il Commenda, allora, mi disse: ma perché non lo fai tu? Io non credevo di essere comico, ma, alla fine,
accettai.» A Chatillon, pungolato dalle domande dei giornalisti, Villaggio se ne uscì con un autoritratto del tipo ”sono grasso, invidioso e stronzo”, ma non ci volle molto a capire che, come scriveva il suo amico Gassman, era, soprattutto, un uomo “ricco di solitudine vera”. Uno che, a furia di simulare i sentimenti («soprattutto l’amicizia») ne è stato travolto. Specie da quando i suoi grandi amici- Marco Ferreri, Fellini, Tognazzi, De Andrè, Gassman- non ci sono stati più. Al punto che, come succede all’amato protagonista di “Delitto e Castigo” di Dostoevskij, la sua coscienza ipertrofica lo ha portato, sempre più spesso, a fare un “sopralluogo emotivo” della morte per esorcizzarne la paura. Ecco, quindi, la tanto reclamizzata morte annunciata che sarebbe dovuta avvenire il 12 dicembre 2002 nella sua casa di Bonifacio, in Corsica («me l’aveva predetta una vecchina. E’ una stronzata che mi è sfuggita di mano»). Ecco, ancora, la dichiarata invidia per i grandi funerali di De Andrè, Gassman e Sordi («Alberto ha avuto dei funerali così grandiosi che adesso non conviene morire per altri venti anni»). Una forma di macabra scaramanzia, che, in passato, gli ha pure portato bene: «Quando ero arrivato al massimo della gloria coi film di Fantozzi- raccontò- mi era venuta una mezza tentazione: quasi quasi muoio, così mi fanno dei funerali fantastici, indimenticabili. Fu a quel punto che, alle sei e mezzo di mattina, mi telefonò Fellini: pronto Paolino, sono Federico, volevo dirti che vorrei fare con te un film. Era “La voce della luna”, e la mia carriera di attore prese il volo.»
RICCARDO TESI:un attivo valicatore di frontiere, sia geografiche che stilistiche
Uno, come l’organettista Riccardo Tesi, che ha iniziato la carriera “volando sopra i tetti di Firenze” con la cantante Caterina Bueno non poteva che “gustare fino in fondo tutto il suo profumo”. Profumo della vita (come canta De Gregori nel brano dedicato alla succitata Caterina), ma, anche, della musica. «Me lo ha insegnato, proprio la Bueno, la più importante interprete del canto tradizionale toscano.– ha spiegato il cinquantaquattrenne musicista toscano prima che il 27 agosto si esibisse a Fénis per “EtéTrad”- Sono diventato musicista grazie a lei. Avevo 22 anni e non avevo mai suonato l’organetto diatonico. Ho imparato velocemente, ma poi ho avuto un momento di crisi e volevo smettere. Chi mi ha fatto superare lo stallo è stata Caterina. Da allora non ho più avuto ripensamenti e penso di avere contribuito alla valorizzazione di questo strumento, sia come esecutore che come didatta.» Non è, quindi, un caso che si intitoli “Sopra i tetti di Firenze” l’ultimo cd della sua “Banditaliana”, che a Tsantì de Bouva annoverava il chitarrista Maurizio Geri, suo storico socio, il sassofonista Claudio Carboni e il percussionista Gigi Biolcati. «Musicalmente- ha continuato Tesi- ho due facce: da una parte compongo musiche originali, dall’altro faccio lavori tematici come questo su Caterina Bueno e la musica tradizionale toscana. A Fénis le ascolterete entrambe.» E
così è stato, per cui, dopo una breve sequenza di sue composizione da cd come “Presente Remoto” e “Lune”, con l’ingresso della cantante Lucilla Galeazzi è stata la volta di una serie di gemme contenute in “Sopra i tetti di Firenze”. Canti più o meno noti (da “Donna Lombarda” a “Maggio”, da “Italia bella mostrati gentile” a “Battan l’otto”) ma riletti con la sensibilità e la libertà di musicisti (un grande contributo lo ha dato Geri) che alla valentia tecnica uniscono una ipertrofica consapevolezza anche sociale. Di chi sa che nascevano da gente alla quale un’ “infame società” aveva dipinto “la fame sulla faccia”, ma che, nello stesso tempo, le “500 catenelle” da cui era imbrigliata sapeva, se non spezzare, almeno mettere alla berlina (perchè “questo è il guaio, il peggio tocca sempre all’operaio”). Il tutto ambientato in un climax musicale ad alta emotività creato da musicisti che hanno tanto suonato, ma, soprattutto, tanto vissuto. «Non sono un musicista tradizionale.- aveva, infatti, spiegato Tesi- Il mio organetto ha dovuto seguire i miei tanti
interessi, per cui, di volta in volta, ho cercato di fargli parlare il linguaggio della musica che stavo suonando, che non sempre era tradizionale. Mi considero un attivo valicatore di frontiere, sia geografiche che stilistiche. Ogni artista, a qualsiasi genere appartenga, ha qualcosa da raccontare e il piacere di scoprirlo è impagabile.» Piacere che è stato massimo con cantautori come De Andrè e Fossati coi quali ha collaborato in cd come “Anime salve” e “Macramè”. «Per me, che sono cresciuto suonando le sue canzoni, accompagnare De Andrè in “Khorakhanè” e “Smisurata preghiera” è stato molto emozionante. Gli era piaciuta una mia versione della sua “Coda di lupo” e mi ha addirittura preferito a Dino Saluzzi.» Com’è la situazione attuale degli organettisti italiani? «Ci sono ottime nuove leve come i fratelli Boniface e Simone Bottasso. Quest’ultimo e Vincent Boniface suonano negli “Abnoba” , un gruppo che mi piace molto perché è pieno di energia giovane supportata da grandi mezzi tecnici. Ho collaborato anche coi vostri “Tamtando” ed è stata un’esperienza molto divertente.»
ITALIA BELLA MOSTRATI GENTILE
(Recitato) L’operaio non lavora e la fame io divora
e qui’ braccianti ’un san come si fare a andare avanti.
Spererem ni’ novecento, finirà questo tormento,
ma questo è il guaio: il peggio tocca sempre all’operaio.
(Cantato) Italia bella, mostrati gentile e i figli tuoi non li abbandonare,
sennò ne vanno tutti ni’ Brasile e ‘un si rìcordan più di ritornare
Ancor qua ci sarebbe da lavorà, senza stà in America a emigrà.
Il secolo presente qui ci lascia, il millenovecento s’avvicina;
la fame ci han dipinto sulla faccia e per guarilla ‘un c’è la medicina
Ogni po’ noi si sente dire: E vo là dov’è la raccolta del caffè.
Nun ci rimane più che preti e frati,
monìcche di convento e cappuccini,
e certi commercianti disperati di tasse non conoscono i confini.
Verrà un dì che anche loro dovran partì là dov’è la raccolta del caffè.
Ragazze che cercavano marito vedan partire il loro fidanzato,
vedan partire il loro fidanzato e loro restan qui col sor curato.
Verrà un dì che anche loro dovran partì là dov’è la raccolta del caffè.
Le case restan tutte spigionate, l’affittuari perdano l’affitto,
e i topi fanno lunghe passeggiate, vivan tranquilli con tutti i diritti.
Verrà un dì che anche loro dovran partì là dov’è la raccolta del caffè.
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