Il canto da innamorata di DONATELLA CHIABRERA

Il jazz è tecnica, sensibilità e talento, ma anche, come cantava Cocciante, questione di feeling. In particolare nel canto in cui conta moltissimo l’istinto, che, per venire fuori, ha bisogno di simbiosi umana. «La base del mio canto è esclusivamente nel feeling. – confessava la grande Billie Holiday- A meno che non senta qualcosa, non riesco a cantare.» Non è un caso che Billie sia l’idolo di Donatella Chiabrera, una brava cantante aostana che, anche artisticamente, troppo spesso nasconde sentimenti ed insicurezza dietro e sotto la folta capigliatura corvina.

Ci vogliono partner come il chitarrista torinese Pino Russo per riuscire a liberare l’ “ombra della donna selvaggia che vive ancora dentro di lei” (per dirla con la Clarissa Pinkola Estès di “Donne che corrono coi lupi”) . E’ successo anche il 7 agosto in Piazza Cavalieri di Vittorio Veneto, a Saint-Vincent, per il secondo appuntamento della rassegna “Jazz Ladies”. Virtuoso di caratura mondiale, Russo è quello che meglio riesce a condividere il climax emotivo della Chiabrera aiutandola a tirar fuori dai pezzi imprevedibili chiaroscuri. «Non è un caso che venga definito “un’orchestra a sei corde”- ha spiegato Donatella- Grazie alla grande musicalità riesce ad esaltare come pochi le qualità della solista, stimolando senza interferire. E’ come se il suo controcanto narri la stessa storia con altre parole».

Il duo ha eseguito brani di Jobim, Legrand, Sting, “Estate” di Bruno Martino e ballads, come “My Romance” e “Cry me a river”. Materiale in cui la cantante si è calata con la caratteristica spoglia sincerità che le permette di spremerne l’essenzialità emotiva, secondo l’estetica tutta afroamericana della bellezza creata con poveri mezzi. «Le ballads- ha concluso la Chiabrera- sono canzoni intime, cariche di suggestioni e rimpianti. Quando le canto mi identifico molto con i versi, e, siccome parlano quasi sempre d’amore, canto da innamorata».                                                                                                                                                    

ARIA NUOVA: musicisti valdostani insieme per i terremotati dell’Abruzzo

L’idea è nata nel giugno scorso sulla scia della canzone “Domani” realizzata dai migliori cantanti pop italiani per aiutare le popolazioni abruzzesi colpite dal terremoto dell’aprile 2009. Perché non fare qualcosa di simile in Valle d’Aosta?, si sono chiesti i musicisti aostani Andrea Dugros e Luca Pera. Detto fatto hanno composto (con Carlo Benvenuto) la canzone “Aria nuova”, contattatando i migliori cantanti valdostani perché la interpretassero. Hanno risposto in ventiquattro, in rappresentanza un po’ di tutti i generi: dal jazz (Donatella Chiabrera) al liscio (Lady Barbara), dalla lirica (il baritono Federico Longhi) alla musica etnica (Ranzie Mensah, Luis De Jyaryot e Maura Susanna), dal rap (i rapper Mene e Shite) al pop (ChimeraFrancesco C, Giorgio Pilon, Andrea Balestrieri, Maximilian Noussan, Patrick Mittiga, Francesco Tripodi, Patrick Vignale, Joe Sopala, Luca Stefanoli, Elisabetta Padrin, Morena Avenoso, Carlo Benvenuto ed Erika Iamonte). Senza contare che tra i musicisti che hanno confezionato la base musicale c’erano i fratelli Remy e Vincent Boniface della premiata ditta “Trouveur Valdoten”. Tutti insieme per la prima volta, eccezionalmente riuniti in una canzone e nel bel video della giornata di registrazione (un afoso 5 luglio) realizzato dal bravissimo Alessandro Di Renzo. Con tutta questa carne al fuoco il lavoro di post produzione è stato lungo ed impegnativo, concludendosi solo a fine ottobre. La presentazione del Cd è, quindi, avvenuta  il 21 dicembre, al Palazzo Regionale di Aosta, alla presenza del Presidente della Giunta Augusto Rollandin e dell’Assessore regionale all’Istruzione e Cultura Laurent Vierin. L’Amministrazione regionale ha, infatti, deciso di comprare mille copie del Cd, mentre altre mille saranno disponibili, dietro un’offerta minima di cinque Euro, nella sede di Via Trottechien del Centre Musique Aosta che fa capo ad Andrea Dugros. Il ricavato sarà devoluto a Lucoli, il paese abruzzese con il quale la Valle ha, in occasione del terremoto, stabilito un gemellaggio di solidarietà.

ARIA NUOVA (Testo: Carlo Benvenuto e  Luca Pera  Musica: Andrea Dugros)

Metti insieme tante mani e avrai / la certezza di un sorriso li per te

basta solo respirare / l’aria fresca e nuova che ti arriverà

Per colmare le distanze  / acqua che ci porta al mare

non siam poi così lontani  / un motivo per cantare

…per te …per noi …con te …l’aria è nuova

Metti ancora qualche mano e saprai  /  riscaldare cuore e anima …vedrai

come un grande girotondo  / senti tutte questa voci intorno a te

Le vallate colorate  /  non son poi così distanti

se bastasse una canzone   /  per sentirci più vicini    /   …così …sarà …calore

Respira …gira nell’aria  / respira …prendi fiato e / respira …guarda che cielo

respira …oggi più che mai  / …siamo noi …siete voi …l’aria è nuova

C’è un profumo nuovo che    /     su dalle montagne si alza e vola giù

come fosse un fiore fresco che  /    poi di mano in mano passa e arriva lì

Porterà tanti colori    /    serve a non sentirsi soli

come fosse un grande abbraccio    /    un sorriso che ti passo    /     …così …sarà …luce

Respira …gira nell’aria  / respira …prendi fiato e / respira …guarda che cielo

respira …oggi più che mai  / …siamo noi …siete voi …l’aria è nuova

Musica equa e solidale a “Lo Pan Nër” di Aosta

L’obiettivo primario del commercio equo e solidale è la lotta allo sfruttamento da parte dei “soggetti forti”, dovuto a varie cause (economiche, politiche o sociali), al fine di garantire ai “soggetti deboli” un trattamento economico e sociale equo e rispettoso. E’ perfettamente conseguente, quindi, che lo scorso sabato 21 novembre, per festeggiare il quarto anniversario dell’apertura del punto vendita aostano della cooperativa “Lo Pan Nër”, in Via De Tillier alcuni jazzisti valdostani suonassero tra alimenti e prodotti di artigianato dei paesi in via di sviluppo. La presunta incertezza dello sbocco commerciale del “prodotto” jazz fa, infatti, sì che venga ignorato dall’industria culturale locale più attenta alla quantità (leggi numero degli spettatori, visibilità mediatica, giri di denaro) che alla qualità. Il risultato è che in Valle il jazz, ignorato dalle rassegne più ricche (con rare eccezioni che confermano la regola), sopravvive grazie al volontariato dei musicisti e ad occasioni e circuiti alternativi che sicuramente non navigano nell’oro. Salvo, com’è stato a “Lo Pan Nër”, dimostrarsi molto apprezzato dagli spettatori, anche perché ad eseguirlo erano musicisti validissimi come Alberto Faccini (basso), Marco Lavit (chitarra), Donatella Chiabrera (voce) e Luciano De Maio (sax). C’è, poi,  da dire che anche il repertorio era di quelli accattivanti, spaziando dai standards come “All of me” al Brasile di “Corcovado” e “Insensatez”, con in più la rivisitazione jazzistica di un brano pop come la “Time after Time” di Cindy Lauper. A quando, dunque, una “musica equa e solidale” con cachet minimi garantiti, contratti di lunga durata (leggi rassegne che abbiano continuità) e, soprattutto, priva dei condizionamenti dei soliti “soggetti forti”?

E’ morto il sassofonista GIANNI BASSO, il “centrocampista” del jazz

Gianni Basso & Oscar Valdambrini

Gianni Basso & Oscar Valdambrini

1997- Gianni Basso all'Eurofestival di Ivrea(by Gaetano Lo Presti)

«Io e Oscar (Valdambrini:n.d.r.) abbiamo iniziato il jazz moderno in Italia». Gianni Basso me l’aveva detto, con orgoglio, alla fine degli anni Novanta. All’epoca il sassofonista astigiano veniva spesso in Valle d’Aosta, collaborando con l’entusiasmo di un ragazzino con musicisti locali come Cisco Solenne, Donatella Chiabrera e Francesco Tripodi, nel primo Cd del quale aveva fatto degli assoli («Tripodi ha molte carte da giocare.- aveva detto-Io gli ho dato una mano, per avere successo ha però bisogno di molte spinte e di andare ai Festival»). Lo guardavamo tutti con il rispetto che meritava un maestro del sassofono, che, negli anni, aveva goduto della stima e dell’amicizia di giganti del jazz come Jerry Mulligan, Lee Konitz, Johnny Griffith e, soprattutto, Chet Baker. «Chet era un artista.- mi aveva detto- Aveva tutte le qualità degli altri musicisti ed in più il fascino di una maniera unica di suonare e di cantare. Mi raccontava che aveva iniziato suonando il trombone, ma gli piaceva soprattutto cantare. Così, quando, da militare, gli hanno dato una tromba lui si è messo a cantarci dentro.» Un po’ quello che aveva cominciato a fare lui, col sax tenore, quando a metà degli anni Quaranta, si era distinto nella Big Band di Raoul Falsan, in Belgio, dove il padre era emigrato per lavoro. Forte di quell’ imprinting, nei primi anni Cinquanta aveva dato vita, con il trombettista Oscar Valdambrini, ad un quintetto che aveva fatto da battistrada al jazz italiano accreditandolo a livello mondiale. Per vivere doveva, però, suonare nell’orchestra della RAI, di cui non conservava un buon ricordo. «In quel periodo- raccontava con quel fare schietto e genuino che lo contraddistingueva- in orchestra, a Milano, c’era gente come Sergio Fanni, Rudy Migliardi e Glauco Masetti, se i vari Kramer e compagnia bella avessero perorato la causa della buona musica probabilmente avremmo fatto grandi passi avanti. Invece questi maestri appena arrivavano in TV cominciavano a fare le cose più commerciali per fare soldi, e, quindi, invece di suonare “My funny Valentine” suonavano “In un vecchio palco della Scala”.»

Nel 1996 a Saint-Vincent

Nel 1996 a Saint-Vincent

Nel 2001 con Piero Angela ad Ivrea

Nel 2001 con Piero Angela ad Ivrea

Una situazione che si era, poi, ulteriormente deteriorata. «Purtroppo c’è una grande crisi che investe tutta la musica che non sia quella di consumo. Questo vale soprattutto per il jazz che la gente vede come una musica particolare, per cui bisognerebbe che in televisione si proponesse e se ne parlasse, e invece… Che, poi,  cosa c’è  di più bello e “commerciale” del jazz? Soprattutto il mainstream, che io chiamo il “centrocampo” del jazz perchè sta tra dixieland ed avanguardia. Quello di Armstrong, Ellington, Count Basie, Chet Baker, Parker e Mulligan. Quello che io suono è la summa di tutto questo: una musica con belle melodie, armonie raffinate e,soprattutto, swing.» Gianni Basso è morto all’ospedale di Asti il 17 agosto scorso. Particolarmente toccanti sono stati i funerali, tenutisi il 20 agosto presso la Collegiata di San Secondo alla presenza di una grande folla e con la “Torino Big Band Jazz Orchestra”, ensemble fondato da Basso, a sottolinearne i momenti principali. La dirigeva Fulvio Albano, allievo di Basso, che ha avuto il delicato compito di aprirli facendo cantare ancora una volta il sassofono del Maestro in una straziante “Body and Soul”.