Dario ‘Dari’ Pirovano VS Francesco-C /A colpi d’autore

Hanno festeggiato insieme Capodanno affettando formaggi e psycho-panettoni e gustando ananas alla Cinci e dolcetti della Berta. La sera del 4 dicembre, invece, Francesco Cieri e Dario Pirovano, due delle punte di diamante del pop-rock valdostano, si sono ritrovati schierati l’uno contro l’altro in un incontro, alla Cittadella dei Giovani, moderato da Federico Malandrino, il “Maurizio Costanzo della situazione”, ma, anche, producer e tour manager di entrambi gli artisti. O, almeno, così preannunciava il titolo della serata: “Dario ‘Dari’ Pirovano VS Francesco-C /A colpi d’autore” che è stata trasmessa in streaming sul web da “Aosta Oggi” ed ha permesso l’interazione col pubblico attraverso Skype.
«Le cose più belle nascono quando si da l’impressione che ci sia uno scontro.- aveva annunciato Dario- Anche perché l’adrenalina che si libera può portare a cose molto positive. Sarà un ring di idee, dove,
oltre a rispondere alle stesse domande, ci racconteremo. Un’idea che mi è piaciuta, perché sarebbe bello che, attraverso le nostre parole, i ragazzi che verrano si accorgessero dell’esistenza di una realtà pop-rock locale e capissero che, per uscire, serve avere un senso d’impresa, che vuol dire portare a termine le cose che si iniziano.»
Cose che lui ha in parte appreso proprio da Francesco-C, che nel momento di massimo fulgore, nei primi anni del Duemila, lo stimolò a formare una band e inseguire un sogno. «Parleremo anche di come è peggiorata la situazione musicale- aveva aggiunto Francesco- e delle difficoltà sempre maggiori che, chi voglia uscire, incontra.» Lui ne sa qualcosa, visto che è arrivato ad un passo dal gettare la spugna. Grazie ad una evoluzione umana,sta, invece, attualmente conoscendo una rinascita creativa che si esprime in un progetto elettroacustico con Federico Malandrino che il 7 debutterà alla Casa Olimpia di Sestriere e il 23 si materializzerà con la pubblicazione di un nuovo singolo, “Il cielo oggi”, con relativo video su YouTube. «E’ un nuovo inizio.- ha annunciato- Le mie nuove canzoni sono al di fuori di ogni contesto italiano. Il loro discorso minimale fatto di “musica senza musica”, le avvicina più alla preghiera e alla poesia che alla canzone.»
Meno introspettivo e più estroverso ed esuberante, Francesco si è, invece dimostrato durante l’incontro aostano, al punto che, dopo un ‘entrata “molto rock” con qualche minuto di ritardo, è stato lui a tenere il pallino della serata con un fuoco continuo di battute che hanno “rubato la scena” a Dario, suscitando gli interventi moderatori di Malandrino e reazioni stizzite dei fans di Dario (“Dario ha parlato poco e Francesco troppo, e quandoDario parlava Francesco lo interrompeva”, ha scritto su YouTube “fottiti007”). Tra cazzeggi vari, Malandrino è, comunque, riuscito a tirar fuori dai due interessanti considerazioni.
COM’E’ ESSERE MUSICISTI AD AOSTA?
FRANCESCO-C: Aosta non è il posto più semplice per un artista per essere completamente “libero”, sopratutto a livello economico.
DARIO: Iniziare a suonare in una piccola città non è facile, perché, come si suol dire: “nemo propheta in patria”. Fare il musicista viene visto come una battaglia di personalità o un ricalcare diverse personalità artistiche, quando, invece, vuoi solo essere te stesso. Dall’altra parte ti permette di avere uno spazio protetto per il forgiare il carattere e la propria identità artistica.
FRANCESCO-C: Sono in una fase di trascesa della musica, per cui adesso non ascolto più niente, è come se il mio hard disk interiore fosse pieno.
DARIO: credo che adesso, con l’avvento di internet e la possibilità di potere ascoltare tutto quello che si vuole, non valga più il discorso dei generi musicali. La musica che piace a me è la musica che mi piace (risata dello studio:n.d.r.) , quella, cioè, che, mescolando i generi, non spinge a ricalcare un altro artista ma ti porta a metterti in gioco e a esplorare i limiti.
COS’E', PER VOI, IL MESTIERE DI FARE CANZONI?
FRANCESCO-C: Secondo me la creatività è solo ispirazione. In questo periodo, in particolare, la razionalità nell’espressione artistica per me non esiste minimamente, se non per i limiti tecnico-fisico che bisogna rispettare. L’artista è il tramite tra l’ispirazione e il razionale, e credo che l’espressione artistica rifletta quello che si ha dentro o una meta a cui si aspira. In questo periodo sono sempre più minimale, perché c’è tanta confusione e fretta per cui il messaggio deve essere molto semplice e fluido, con l’utilizzo di poche parole. Cerco di fare canzoni con più silenzio possibile.
DARIO: Il mestiere di fare canzoni è per il 99% lavoro lucido creativo e per l’1% follia, ma senza questa non ci sarebbe lo scatto rivelatorio. Scrivere canzoni lo vedo un po’ come fare sport: bisogna allenarsi e avere delle strategie, ma sul campo a vincere è il colpo di genio che va fuori da tutte le strategie.
I “paesaggi sinestesici” del fabbricante di suoni ALVA NOTO

Figlia dell’attuale società tecnologica, la Musica elettronica è nata con grandi speranze per le possibilità di “controllare- come scriveva un pioniere come John Cage- l’intero spettro armonico, rendendo i suoni disponibili in qualsiasi frequenza, ampiezza e durata”. A lungo, però, tali promesse si sono rivelate inversamente proporzionali alle emozioni che dava. In particolare nei concerti, dove era penalizzante la macchinosità con la quale le apparecchiature rispondevano agli input dell’esecutore. Problemi che oggi sembrano superati grazie a software capaci di “massimizzare la possibilità dell’imprevisto”, programmando in tempo reale i suoni prodotti. Ancora più decisivo è stato, poi, l’avvento di una generazione di musicisti-informatici che, muovendosi nella linea di confine tra arte e scienza, sanno sfruttare con fantasia ed estro creativo le possibilità dei computer.
Uno dei più bravi è sicuramente il tedesco Carsten Nicolai, conosciuto con lo pseudonimo di Alva Noto, che il 9 maggio 2010 si è esibito alla Cittadella dei Giovani di Aosta nell’ambito della rassegna “Finito/Infinito” curata da Paola Corti e Riccardo Mantelli. Nato nel 1965, si è imposto all’attenzione mondiale a partire dalla fine degli anni Novanta, soprattutto quando ha “de-estremizzato” il suono, rendendolo più fruibile grazie ad elementi ritmici sempre più evidenti. Sono, così, arrivate le collaborazioni con Björk e, soprattutto, Ryuichi Sakamoto ed è stato chiamato a disegnare una “dream machine” per l’I-Phone. «In pratica sono un autodidatta.- mi ha confessato prima del concerto aostano- La mia educazione musicale è basata principalmente sulla frequentazione dei negozi di musica underground. Solo più tardi ho scoperto il valore di autori come Cage e Stokhausen. Naturalmente mi ha colpito anche la scuola elettronica dei Kraftwerk e dei Tangerine Dream. In Germania abbiamo una speciale attrazione per la tecnologia ed i suoi scopi artistici, per cui anch’io ho sviluppato uno spiccato interesse in questo campo.»
Il pubblico della Cittadella si è ritrovato questo “fabbricante di suoni”, come ama definirsi, che, armato di un computer portatile e di un controller, ha modellato i suoni diffusi da un impianto audio “avvolgente” e le immagini proiettate su uno schermo alle spalle, cercando di coinvolgere i sensi degli spettatori nei suoi “paesaggi sinestetici”. «Sono un architetto paesaggista- mi aveva spiegato- e mi hanno insegnato a ridisegnare completamente il design dei paesaggi coordinando il lavoro di vari specialisti E’ un lavoro che presuppone che uno abbia ben presente un disegno più generale. Mi è stato molto utile nella mia attuale attività, dove, comunque, non c’è bisogno che la parte visuale a quella musicale vadano di pari passo.»
Ad Aosta Alva Noto ha presentato “Unitxr”, una performance in cui l’ossessivo beat ha reso commestibile l’intreccio tra musica industriale e glitch (“glitch” è una parola inglese che indica l’impulso errato) fatta di impulsi sonori e visivi che, modificati grazie ad interferenze sul codice sorgente dei files, acquistano anima e poesia. «Le categorie mi spaventano e non sono rinteressato a farne parte.- aveva precisato- La musica glitch è una categoria della musica inglese di qualche anno fa. Amo la musica che induce quello stato di forte emozione momentanea che penso tutti abbiano provato almeno una volta. Sarebbe bello, però, che non si limiti ad un attimo, ma, perdurando a lungo, possa trasformarsi in un impulso positivo per il proprio futuro.Credo che sia una delle virtù dei suoni.» Non pensi che, in fondo, la musica Glitch esprima al meglio le anomalie e gli errori della società moderna? «Penso che nella società ci sia sempre un “glitch” perché la vita ha bisogno anche di errori, l’evoluzione, in fondo, è legata ad essi.»
La trionfale “ora d’aria” dei KYMERA ad Aosta
“Bentornati ad Aosta”. Sabato sera a gridarlo per primo è stato Marcello Giglio, ma l’applauso che è seguito ha confermato come avesse dato voce al pensiero dei duecento che hanno assistito al concerto dei “Kymera” della Cittadella di Aosta. Parenti, amici, ma, anche, nuovi fans di Davide Dugros e Simone Giglio. Tutti entusiasti per i reduci dai trionfi di “X Factor 4” che erano arrivati alla Cittadella intorno alle 18.30, marcati a uomo dalla troupe del talent show, per un incontro con i mass media nel corso del quale hanno risposto alle domande, ma ne hanno anche fatte. Perché dopo due mesi di “prigionia” nel loft milanese è inevitabile una perdita di contatto con la realtà esterna del tipo “sindrome del minatore cileno”. «A parte il concerto con Ruggeri e uno spettacolo di Fiorello, dove siamo andati senza telecamere, questa è la prima volta che usciamo.- hanno confessato- Nel loft c’è una bella atmosfera, ma non abbiamo alcun rapporto con
l’esterno. Il contatto stretto fa venir fuori gli istinti delle persone, e c’è anche chi è impazzito dopo qualche settimana. Alla fine ti fai mille viaggi mentali.» Chissà quanti ve ne sarete fatti dopo il ballottaggio con Dorina? «E’ stato un lampo di cui quasi non ci siamo resi conto, ma che abbiamo superato perché convinti nei nostri mezzi. Probabilmente avevamo bisogno di una scossa per capire che dovevamo cantare le cose giuste per noi e non per Ruggeri, che ha un background diverso. Se ti mascheri di qualcosa in cui non credi non sei credibile, anche perché il pubblico ha delle aspettative nei nostri confronti che bisogna rispettare. Con Enrico abbiamo incanalato l’energia negativa di quella sera per capire qual’era la strada giusta e la stiamo percorrendo.» Rientra in quest’ottica “21 Guns” dei Green Day che interpreterete martedì sera?

«L’ha scelta il pubblico. Tra le canzoni proposte avremmo preferito “Earth Song” di Michael Jackson, ma probabilmente hanno voluto vedere come ci avviciniamo ad un brano pop-rock. L’abbiamo, comunque, fatta nostra arrangiandola con altri elementi, anche scenici. Crediamo che il pubblico abbia ormai capito chi siamo ed abbiafiducia in come affrontiamo le canzoni. L’importante è non tradire completamente le sue aspettative, perché se cambi improvvisamente rotta c’è chi rimane destabilizzato.»
Nessun problema hanno, naturalmente, avuto con il pubblico della Cittadella, a cui hanno proposto uno spettacolo diviso in tre quadri (uno gotico, uno ambientato nel deserto ed uno magico) caratterizzati da cambi di costume e studiati movimenti coreografici. La scaletta, che comprendeva 16 pezzi, si è aperta con “Polvere”(“Via la polvere dai pensieri”, recitava uno dei tanti striscioni appesi dal fan club) e conclusa con la loro “Custode dei Sogni”. «Facendo gli scongiuri, se arriviamo in finale vorremmo fare un nostro brano. Abbiamo avuto un incontro con la Sony che ci fatto sentire dei brani di altri autori. Alle case discografiche non sempre interessa la novità perché non sanno se può vendere. Speriamo che anche grazie al sostegno di Ruggeri, le cose possano cambiare. Dire, poi, chi vincerà “X Factor” è come dire chi vince al Superenalotto. Le variabili sono le stesse e, come si è visto, non vale il criterio di chi canta meglio.»
BASSI MAESTRO: io “outsegno” fuori dal coro
La musica rap e reggae ha caratterizzato, il 21 agosto, il quarto appuntamento del “Little City Contest”. In gara i valdostani Mene, Kanyo, “Rif” e “Altroquando” che si sono sfidati sul palco della Cittadella dei Giovani di Aosta davanti una giuria ed un pubblico giovanile non molto numeroso né, nonostante gli sforzi e i ripetuti inviti dei musicisti, particolarmente partecipe. A chiudere la serata, come ospite d’onore, è stato uno dei maestri dei rapper aostani. Di fatto ma, anche di nome, visto che il trentasettenne milanese Davide Bassi si è creato un posto di rilievo nella scena hip hop italiana con il soprannome di Bassi Maestro. Uno della “vecchia scuola”, che scrive rime “dai tempi dei paninari al burghi” e che la sua maestria ha ribadito con un set “vivo e vero” (come il titolo del suo ultimo EP).
Perchè “Maestro”?, gli abbiamo chiesto. «Quando, nei primi anni ’90, ho iniziato- ha risposto- nell’hip hop era di moda atteggiarsi a Maestri. Adesso lo tengo un pò per ironia un pò perché ho accumulata tanta esperienza che metto a disposizione di chi vuole imparare qualcosa su questa musica.» Un “Maestro” sui generis. “Io non insegno- rappa in “Vivo e Vero”- io outsegno, fuori dal coro…reinvento il nesso che è andato perso”. «Cerco di farlo da tanti anni- ha spiegato- anche perché questa è una musica che esprime più verità di altri generi più di intrattenimento. Sia che usi parole impegnate che ironiche o, addirittura, stupide, ha sempre un messaggio. Purtroppo l’Italia è l’unico paese al mondo dove dell’hip hop è venuta fuori solo una sfaccettatura
mediatica. Da noi non ha sfondato perché, per quanto “tamarro” possa essere, ha sempre dietro una cultura e raffinatezze che non sono dell’italiano che è legato alla tradizione e a cose più spensierate e divertenti.» Non sono, indubbiamente, molti i “valdostani medi” (per citare l’hit di Mene) capaci di apprezzare la sua “musica complicata”, che “non riesci a rilassarti t’incasina la giornata”. Né, tantomeno, a mettersi in gioco ascoltando frasi del tipo: “è tempo di ridarti un contegno e di levarti la collana di plastica perché sembri un coglione”. Inevitabile, quindi, che per questi il rapper milanese rimanga uno “che rima col microfono in una mano e col cazzo nell’altra mano”. Perchè in un tuo pezzo, “Hate”, hai, addirittura, fatto l’elogio dell’odio? «Ci sono vari tipi d’odio, io parlo di quello a livello artistico che ritengo creativo perché fa reagire le persone e “spinge dove può fino a quando l’uomo uccide la sua vanità”.» Qual’è attualmente lo stato di salute dell’hip hop? «E’ stata la musica più rivoluzionaria degli ultimi 30 anni, quella che ha cambiato le regole del come si vive la musica. Adesso, però, a livello di creatività ha fatto il suo tempo. E’ come rappo in un mio testo: “prima c’era chi copiava, adesso copia e incolla”. Le ultime generazioni si stanno sempre più conformando perché hanno perso l’idea originaria dell’hip hop che si distacca dalla massa per diventare, invece, di moda e, quindi, cultura di massa.»
I “WINTERWOOD” vincono il MUSIC DOES FESTIVAL
Il 20 giugno si è conclusa alla Cittadella dei Giovani di Aosta la maratona del “Music Does Festival” organizzato dal ventenne Alessandro Longo con Michael Subet ed Alessandro Mocellin. Partita il 23 Gennaio, la rassegna si è snodata in otto serate a
tema, svoltesi in vari locali aostani, che hanno esplorato i generi musicali più in voga tra i giovani: dal Metal al Punk, dall’Hip Hop all’Elettronica, dall’Alternative Rock all’Acustico. I venti gruppi partecipanti sono stati scremati fino ai sei esibitisi il 20. Il voto del pubblico intervenuto (310 le schede) ha deciso che a vincere fosse il “viking metal” dei “Winterwood”, seguiti, nell’ordine, da “Augusta Massive”,”Sciultz”, “Aedy”, ”Nylon” e ”Pol En Tino”. I “Winterwood” avranno così l’opportunità di registrare gratuitamente, nello studio di Roberto Angiari, un demo con 3 pezzi. Immancabili le polemiche sul verdetto, in particolare da parte degli “Augusta Massive” il cui set è stato, indubbiamente, quello con maggiore partecipazione, sia numerica che emotiva. «Andata sto cazzo!- scrive sul suo FB Original Efno- Hanno trassato e basta. Quando abbiamo suonato c’erano 200 persone davanti a noi, quando suonavano loro (i “Winterwood”:n.d.r.) non c’era nessuno, e non lo dico solo io.»

Commenti che non possono che amareggiare l’organizzatore Alessandro Longo. «Volevo coinvolgere tutte le bands e tutte le persone che conosco a suonare in questo festival. – commenta- Volevo che la gente amasse quest’iniziativa. Tutto l’ambaradan non era per suonare e basta. La nostra idea era quella di creare realmente una scena musicale qui in Valle. Di riunire tutti noi che suoniamo e cantiamo. Ci hanno dato dei truffatori, degli incapaci, dei “bocia del 90”. Abbiamo ricevuto minacce (io precisamente). E ora molti ci odiano per come si è concluso il contest. La scena musicale valdostana si divide tra persone che sono pronte a darsi da fare con iniziative del genere e persone che, invece, si lamentano dicendo che “non c’è mai niente ad Aosta”. Sono gli stessi che, quando si ha la possibilità di fare realmente qualcosa, sono i primi a dileguarsi, per, poi, lamentarsi.»

Uno scoramento naturale, che non deve, però, far dimenticare quanto di buono si è ascoltato in “Music Does”.«La Valle- commenta Longo- si è dimostrata piena di ragazzi tecnicamente bravi. Ho apprezzato i “Winterwood”, che mi hanno stupito molto. Trovo molto interessante l’idea musicale portata avanti dagli “Sciultz” e molto orecchiabili i testi degli “Augusta Massive”. Insuperabile, infine, la tecnica dei “Synaptic Collapse”.» Alessandro, che è nato il 19 febbraio 1990 ad Aosta (dove vive, studia, mangia e si diverte), non è nuovo a queste esperienze, nel 2007 aveva, infatti, organizzato, con Subet ed altri ragazzi, la rassegna “MusicalMente”. Con vari interessi musicali (dall’hard rock dei Led Zeppelin al grunge e alla musica elettronica), suona la batteria nei “Frances-K”, gruppo di “brutal metal” elettronico nato nel “lontano agosto 2008”. «So di aver commesso degli errori nell’organizzare “Music Does”.- confessa sul suo FB- E, dopo le polemiche, ero tentato di andare all’assessorato della sanità per ritirare la domanda per la seconda edizione del festival.Ma so anche che se non provo ad organizzare una nuova edizione non potrò mai rimediare a tutti gli errori che ho fatto. È per questo che sono più che mai convinto di portare avanti questo progetto, sperando di poter accontentare tutti. So di poter migliorare. Magari assieme a voi.»
Un (rediv) IVO POGORELICH festeggia il Capodanno 2010 ad Aosta con Ciajkovskij
Come sta Pogorelich? E’ questa la domanda che da qualche anno corre via web tra gli estimatori (e detrattori) del pianista croato. Dalla morte della moglie Aliza Kezeradze, avvenuta nel 1996, Ivo Pogorelich non si è mai completamente ripreso, sia psicologicamente che artisticamente. Ecco, quindi, le voci di una “condizione tecnica totalmente periclitante” attribuita ad “un disturbo mentale molto pronunciato”. E c’è chi è arrivato a parlare di “decadenza esibita in modo impudico.” La domanda aleggiava anche tra gli spettatori più consapevoli dell’Auditorium della “Cittadella dei Giovani” di Aosta dove Pogorelich si è esibito il giorno di Capodanno 2010,eseguendo, con l’orchestra “Sinfonica” della Valle d’Aosta, il “Concerto n.1 in si bemolle minore op.23” di Ciajkovskij. Scelta coraggiosa, perché rimandava alla famosa registrazione del 1985 con Claudio Abbado alla testa della London Symphony Orchestra (in precedenza aveva detto di no a Karajan perchè «pretendeva che suonassi Ciajkovskij come una balalaika»).

All’epoca era il (D)Ivo tutto genio e sregolatezza che finalizzava l’appassionata discorsività del suo pianismo all’”esaltazione degli applausi del pubblico”. Cosa c’era di meglio, quindi, che calarsi negli scatti eroici e nel fascino delle melodie avvolgenti del concerto? Per di più in compagnia di un partner, come Abbado, che seppe solleticarne il virtuosismo mettendolo in competizione con un’orchestra altrettanto sfaccettata e protagonista. Venticinque anni dopo il coraggio è sembrato immutato, ma, inevitabilmente, l’atletismo che il concerto richiede non era lo stesso, per cui di “sassolini sulla tastiera” (come Arthur Rubinstein ribattezzava gli errori) Pogorelich ne ha trovati parecchi, aggravati, tra l’altro, da problemi di accordatura del piano. Se ciò ha fatto storcere il naso agli addetti ai lavori più intransigenti, gli altri si sono, invece, lasciati coinvolgere dal suo senso del racconto fatto di padronanza delle proporzioni formali e delle gamme timbriche (dai possenti accordi iniziali ai sussurri più intimi che ha cesellato con la stessa cura con cui disegna, per hobby, gioielli). Un (rediv)Ivo Pogorelich, dunque, senza più le eleganti certezze di qualche anno fa ma con la dubbiosa profondità di chi conosce gli abissi. Avvalorando quelli che sul web confessano di “preferire la contemplazione della Rovina di un Grande all’ascolto della Disonestà di un Mediocre”.
L’energia selvaggia di MARINA REI

Il 16 dicembre scorso, nella giornata dedicata dalla “Cittadella dei Giovani” di Aosta alla rievocazione del quarantennale del festival di Woodstock (in collaborazione con la “Fondazione Arezzo Wave- Italia Wave“), lo spirito libero di quegli anni si è incarnato nella cantautrice romana Marina Rei, che, nel corso del concerto tenuto nell’Auditorium, ha dato un’interpretazione memorabile di “Piece of my heart”, restituendone la stessa selvaggia energia con la quale nell’agosto 1969 Janis Joplin aveva infiammato la platea. «Mi piace questa cosa dell’energia selvaggia- ha detto la Rei- perché mi sento nello stesso tempo energica e selvaggia. Adesso non c’è più quello spirito di grande aggregazione collettiva e di fermento giovanile di controtendenza, anche se ce ne sarebbero di cose a cui opporsi. A cominciare dalla musica che è sempre più in mano agli affaristi piuttosto che ai musicisti. Non a caso io da tempo sono passata alle etichette indipendenti, rinunciando consapevolmente ad un certo tipo di benefici che le grandi case discografiche danno in cambio della libertà artistica. Certo questo porta a dover essere più responsabili, ma oggi come oggi è difficile poter creare qualsiasi valore se non cominciamo a prenderci la responsabilità delle nostre vite.» Che non ci sia più lo stesso spirito di
Woodstock lo si è visto
anche dal fatto che ad assistere al concerto alla “Cittadella” ci fossero solo una trentina di persone, con una preoccupante (ma ormai abituale nei concerti che non si presentano come “evento”) assenza di giovani e musicisti locali. Un vero peccato, visto l’altissimo livello di un’esibizione incentrata sul repertorio del suo ultimo, bellissimo, Cd “Musa”. «Guardo alla Musa da un punto di vista femminile, identificandola nella capacità di essere un riferimento fondamentale, cosa che spesso succede alle donne sia in famiglia che nella società e nell’Arte. Tutto il contrario della visione, attualmente imposta dai media, di una femminilità fatta solo di fisicità che non mi appartiene e non appartiene alla donna.» Uno dei momenti più alti del concerto è stata la devastante esecuzione (con la Rei al canto ed alla batteria) di ”Donna che parla in fretta“, uno dei pezzi chiave del Cd che termina con la frase “io so come godere”. «La testo della canzone- aveva spiegato- è la mia traduzione di “Fast speaking woman” di una poetessa della beat generation, Ann Waldman, che mi ha colpito per come viene decritto, a 360 gradi e in modo quanto mai attuale, l’universo femminile.La parte finale l’ho tradotta con “io so come godere” perché mi piaceva l’idea della necessità femminile di trasmettere e provare piacere senza nessun tipo di vergogna e regola.»
Le architetture sonore di LUDOVICO EINAUDI alla “Cittadella dei Giovani”

Il nuovo Auditorium della “Cittadella dei Giovani” ha avuto un battesimo d’eccezione, lo scorso 14 dicembre, grazie alle architetture sonore senza tempo del compositore Ludovico Einaudi, il cui concerto solistico ha visto i 200 posti della piccola struttura esauriti. «I miei Cd- ha spiegato- li vedo come se avessero un’architettura: con colonne più imponenti che sostengono il palazzo, e poi vari ambienti che vanno dalle camere più piccole e intime agli ampi saloni. Nell’ultimo Cd, “Nightbook”, c’è perfino un brano, “Planets”, che vedo come una stanza senza pavimento. E’ un pezzo costruito come una polifonia cinquecentesca a quattro voci, in cui le quattro parti girano come dei pianeti cercando un equilibrio tra astrazione e spirito. Il pezzo termina con un lungo silenzio, prima di una traccia fantasma, che esprime la dimensione dell’attesa tipica della notte.» Concetti che Einaudi ha saputo tradurre in una musica comunicativa che ingloba varie esperienze (dal jazz-rock degli esordi alla musica contemporanea), esaltandosi nella dimensione “live” del concerto solistico, che, com’è successo ad Aosta, gli permette di seguire liberamente l’estro del momento. «Ho cominciato a eseguire la mia musica al pianoforte dal vivo per comunicare direttamente con il pubblico. Un po’ come fanno i cantautori popolari come Dylan che cantano quello che hanno dentro senza l’apparato dei rituali della musica classica.» Una comunicazione che, indubbiamente, funziona, visto il seguito che Einaudi ha da parte di un pubblico che trova nelle ripetitività evocativa della sua musica ampi spazi per guardarsi dentro. Finestra interiore che caratterizza anche i brani di “Nightbook” che hanno costituito l’ossatura del concerto aostano: «E’ una musica articolata su varie dimensioni: ci sono momenti di luce, di mistero, di sorpresa, di passione, di desiderio e, soprattutto, c’è il sogno in cui tutto può succedere.»
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