Il blog di Gaetano Lo Presti

GOCCE DI MEMORIA GIORNALISTICA

Le rockstar di RICHARD AVEDON

28 marzo 2012 Pubblicato da | Fotografia, Musica | , , , , , , , , , , , , | 2 commenti

CESARE CREMONINI: da quest’estate ho cominciato a pensare che si possa amare una donna per tutta la vita

Si è conclusa la sera del 24 luglio, nella Piazza d’Armi del Forte di Bard, la tournèe estiva del cantautore Cesare Cremonini. E’ stato un ritorno in Valle dopo il concerto del 17 settembre 2010 all’Hotel Billia di Saint-Vincent. «Quello è stato solo un assaggio- ha precisato, prima dell’esibizione, il trentunenne musicista bolognese- questo, invece, è lo spettacolo completo.» In comune i due concerti hanno avuto l’ouverture strumentale sulle note della quale si è disposta sul palco la band composta da Nicola “Ballo” Balestri (basso), Andrea Morelli e Alessandro De Crescenzo (chitarre), Michele Mecco Guidi (Hammond), Nicola Peruch (tastiere), Elio Rivagli (batteria), Vanessa Vaccari e Roberta Montanari (cori). “Cercando Camilla”, questo il titolo del brano, è il seme di un’inclinazione strumentale che sta dando frutti copiosi, visto che Cremonini sta componendo le colonne sonore di un film di Edoardo Gabriellini e di una commedia di Alessandro D’Alatri.

Non credi sia un’evoluzione inevitabile per uno con il tuo dono melodico? «Anche Jovanotti mi dice che ho il pregio di comporre melodie tutte diverse e tutte riconoscibilissime.- ha ammesso Cesare- Credo che derivi dal fatto che per anni ho studiato il pianoforte romantico in cui la sinistra lavora sulle frequenze basse e le emozioni della pancia mentre la destra canta. Nello stesso tempo ho ascoltato moltissimo Freddy Mercury che era un re della melodia perché era in grado di cantarne di straordinarie.»  

Tra le influenze di Cremonini ci sono anche i Beatles e Bob Dylan («è fondamentale per me»), di cui a Bard ha cantato “She belongs to me”, (introducendola con l’outing «da quest’estate ho cominciato a pensare che si possa amare una donna per tutta la vita» che ha provocato uncoro di gridolini tra le fans).

Modelli rielaborati con personalità grazie ad un talento superiore ed una curiosità onnivora che si riflette nel continuo bisogno di rinnovarsi che spesso si è scontrato con la cecità dei discografici. «Tutte le volte che negli ultimi 10 anni è uscito un singolo mi hanno detto che non avrebbe avuto successo.- ha confessato- Invece gli ultimi 15 singoli usciti sono stati tutti teste di serie. Non posso venire incontro alle esigenze populiste dei discografici. Voglio arrivare al pubblico senza ripetermi, banalizzarmi e autocensurarmi. E per far questo penso sarò costretto ad alzare il tiro.»

Non è estraneo a questo discorso il passaggio, dopo 10 anni, dalla Warner Music all’Universal, e il suo crearsi vie di fuga in altri campi. A cominciare dal cinema: l’11 novembre uscirà, infatti, “Il cuore grande della ragazze” di Pupi Avati, di cui Cesare è protagonista con Micaela Ramazzotti.

La musica rimane, comunque, in cima ai suoi interessi, anche se più che mai croce e delizia. «Mi sento in crisi artistica dal primo disco solista.- ha confessato- Ma questo non sentirmi mai veramente sicuro mi ha portato a lavorare tantissimo coi risultati che tutti possono apprezzare. L’unico momento di grandi conferme è quando la canzone nasce.» Questa tua insicurezza si riflette nel rapporto problematico col cibo che anche a Bard hai cantato in “Marmellata#25” e “La ricetta”? «C‘è sicuramente qualcosa dietro, così come ci sono due o tre canzoni in cui parlo delle sigarette. Come tanti ragazzini che non hanno l’indipendenza economica, quando ero piccolino sognavo di fare il cantante anche per potermi permettere l’agognato piacere di mangiare al ristorante. Adesso che ho avuto la fortuna di potere assaggiare la cucina italiana in tutte le sue forme, il cibo è diventato importante per la mia felicità per cui è entrato nelle mie canzoni. Non è casuale che il tour si concluda in Valle d’Aosta perché penso ci sarà modo di festeggiare mangiando e bevendo molto bene.»                                                                                                                                                                                                                                                        

25 luglio 2011 Pubblicato da | Cantautori | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

HAPPY BIRTHDAY,MR. ZIMMERMAN: l’omaggio di quattro cantautori “dylaniati” a Bob DYLAN

Quando nel 2007 il regista Todd Haynes fece il film “I’m Not Thereaffidò a sei attori altrettanti differenti aspetti della vita di Bob Dylan. «La vita di Dylan in cambiamento- spiegò- e le costanti sparizioni e trasformazioni ti fanno agognare di prenderlo… ma Dylan è difficile e misterioso ed evasivo e frustrante, e ti permette di identificarlo maggiormente come un’identità marginale.» Ecco, quindi, che è stata quanto mai azzeccata l’idea di Federico Sirianni di chiamare altri tre dei migliori cantautori del Nord Est italiano per renderne le diverse sfaccettature in occasione del settantesimo compleanno.

Ne è nato lo spettacolo “Happy Birthday, Mr. Zimmerman” che, dopo aver esordito il 24 maggio (giorno del compleanno di Dylan) al Circolo dei Lettori di Torino, il 2 luglio ha fatto tappa all’Espace Populaire di Aosta. «Era un sacco di tempo che volevo realizzare uno spettacolo su Dylan- ha spiegato Sirianni- così ho radunato alcuni vecchi amici, che hanno aderito con entusiasmo alla cosa. Siamo tutti dylaniani e dylaniati.» Oltre a Sirianni di tratta dell’ attore/autore Paolo Severini e di Mario Congiu, Carlo Pestelli e Giuliano Contardo. Non a caso tre cantautori, categoria che non può non avere un enorme debito di riconoscenza per il menestrello di Duluth (Dylan ha influenzato proprio tutti”, ha dichiarato Tom Petty).

«M’è capitato abbastanza casualmente di riascoltare Dylan dopo tanti anni- ha raccontato Sirianni- e la sensazione è stata un po’ tipo riaffrontare, che so, Dostoevskij o Proust o Joyce da adulti, dopo che li si era letti in gioventù. Così mi sono lasciato investire dalle parole, dai simboli, dalle vite di questo artista pazzesco. Mi ci sono tuffato senza salvagente ed è stata, ed è tuttora, un’immersione incredibile, in un oceano dove trovi continuamente un pesce nuovo, diverso, una meraviglia della natura o un mostro degli abissi. Dovevo fare qualcosa di tutto questo, non pensi?»

Il risultato è uno spettacolo essenziale nella struttura e nella strumentazione (voci, chitarre acustiche, piano ed armoniche), che ad Aosta è stato quanto mai coinvolgente ed emozionante proprio perchè era evidente che i primi ad essere coinvolti ed emozionati erano i protagonisti sul palco, a ciascuno dei quali Dylan ha creato dei perchè e segnato momenti. «Sono moltissime le sue frasi che mi vengono in mente.- ha concluso Contardo- La prima è quella che mi piacerebbe sentirmi dire da una donna: “Come in, she said, I give you shelter from the storm”. Ma anche “Something is happen here but you don’t know what it is, do you mr.Jones?” non è male…» E Contardo ha aggiunto: «Per me è “It’s life, and life only”. E’ un po’ la sua filosofia.»

 

                                                                                                                   

3 luglio 2011 Pubblicato da | Cantautori | , , , , , , , , , | Lascia un commento

Amare senza sognare è come visitare VENEZIA senza andare in GONDOLA

Sono lontani i tempi quando André Mirabeau scriveva: amare senza sognare è come visitare Venezia senza andare in gondola. Sia il sognare che l’andare in gondola attualmente si possono pagare assai cari (alcuni turisti, per mezz’ora, si sono visti “sparare” fino a 300 Euro). Il fascino di questa “barcaluna” (per la sua forma a forma di mezzaluna) persiste, comunque, immutato. Lo dimostra, a suo modo, la marea di souvenir, più o meno kitsch, che fanno la fortuna degli ambulanti veneziani. Meglio, comunque, ricordare di quando questi 11 metri pieni di eleganza e simboli (dal caratteristico “fèro“a sei denti di prora al “risso” di poppa) alleviavano la vecchiaia di Antonio Vivaldi permettendogli di uscire nonostante il “mal di petto”. O ispiravano a Bob Dylan il sogno di navigare “round the world in a dirty gondola” (nella canzone When I paint my masterpiece”)


19 marzo 2011 Pubblicato da | Viaggi | , , , , | 1 commento

Quella volta che JOAN BAEZ cantò a Saint-Vincent

Passano gli anni, ma Joan Baez fa sempre notizia. Ieri perchè ha festeggiato il settantesimo compleanno (è nata a New York il 9 gennaio 1941), ma fu così anche il 22 luglio 2004, quando il suo arrivo in Valle d’Aosta mobilitò  le maggiori testate italiane per la conferenza stampa di presentazione del suo tour italiano. L’evento, inserito nella rassegna “Aosta Classica”, visse, così, due momenti: uno, privato, in cui ad uscire fuori fu la Baez politicamente impegnata, ed uno pubblico, il concerto, in cui, in un affollatissimo Palais Saint-Vincent, fece, finalmente, musica. Grande, naturalmente.

ATTO PRIMO. Più che una conferenza stampa sembrò di assistere ad una tribuna politica. Imputato principale: il governo di George Bush. «Mi scuso per il comportamento disgustoso del governo americano- esordì la Baez- Sono seriamente preoccupata. In Europa ci sono varie posizioni, ma io rimango scioccata quando vedo che qualche paese si schiera con l’America.» E’ l’opinione pubblica americana cosa dice? «Sta cambiando, soprattutto dopo “Fahrenheit 9/11” il coraggioso documentario di Michael Moore contro l’amministrazione Bush che ha vinto la Palma d’oro a Cannes. Pensiamo di fare qualcosa insieme. Mi ha ricordato che quando studiava all’Università, sono andata lì a fare un mio concerto, e, alla fine, abbiamo parlato a lungo delle loro lotte. Così, poi, gli ho spedito un assegno di 300 dollari per aiutarli. La sua attività politica è cominciata così.» La musica ha ancora il potere di muovere le coscienze? «Tra tutte le arti è quella che riesce maggiormente a cambiare il cuore e la mente delle persone. Non basta, però, andare ad un concerto o partecipare ad una manifestazione, bisogna rendersi conto che per ottenere qualcosa bisogna prendersi dei rischi. Il concerto Live Aid di Bob Geldolf è stato talmente innocuo che, alla fine, l’unico rischio era quello di non essere invitato.» Con la saggezza della maturità come vede il suo rapporto con Dylan? «Altro che saggezza: dovevate vedermi oggi mentre risalivo la Dora saltando sui sassi. Non c’era niente di saggio in me.»

ATTO SECONDO. Il Dylan accuratamente glissato in conferenza stampa venne fuori in concerto: prima con “Farewell Angelina”, e, poi, con “It’s all over now, baby blue”. Furono, proprio, questi ed altri suoi classici (“Joe Hill”, “Sweet Sir Galahad”, “Diamonds & rust”, “Here’s to you”, ma, anche, le morandiane “Un mondo d’amore” e “C’era un ragazzo”), eseguiti in gran parte con la sola chitarra acustica, a regalare le maggiori emozioni. Poco spazio, invece, per il ben collaudato gruppo con cui eseguì, soprattutto, le canzoni di “Dark Chords on a Big Guitar”, il suo ultimo Cd dedicato alle canzoni di alcuni giovani autori americani. Tra questi “Wings” del bravissimo Josh Ritter che aprì il concerto. Gran finale con la classica “Gracias a la vida”, cantata guardando la sua amica valdostana Maura Susanna seduta in prima fila. «Maura è una brava cantante- mi aveva detto nel pomeriggio- Ieri ho pranzato nel suo ristorante ed ho ripassato con lei i testi delle canzoni in italiano.»



10 gennaio 2011 Pubblicato da | DONNE, Musica | , , , , , , , , | Lascia un commento

PAOLO BONFANTI: “canzoni di schiena” tra blues e canzone d’autore

Se nel 2005 il sito specializzato francese bluesfeelings.com ha giudicato il chitarrista Paoli Bonfanti secondo miglior artista blues europeo il merito è della sua bravura ma, anche, di un’etichetta discografica valdostana: il “Club de Musique” di Courmayeur. «Siamo entrati in contatto nel 1991- racconta il cinquantenne genovese- in occasione di un grande festival blues che il Club aveva organizzato a Courmayeur . Con loro, nel 1992, ho pubblicato il mio primo cd, “On My Backdoor, Someday”, sulla cui copertina c’è una mia foto davanti alla baita Berthod, a Courmayeur. Da allora è la mia etichetta, come pure del mio amico Jono Manson, con cui ho intenzione di fare un trio che suonerà sicuramente “al risparmio” visto che io sono genovese, lui ebreo newyorchese e, come terzo, stiamo cercando uno scozzese.» “Club de Musique” ha pubblicato anche “Canzoni di schiena”, il più recente cd che Bonfanti ha presentato il 17 dicembre all’Espace Populaire per il terzo appuntamento della rassegna “Espace Blues”. Se, però, in studio era accompagnato dalla sua band e da ospiti speciali come Roy Rogers e il New Trolls Vittorio De Scalzi, ad Aosta era solo con la sua chitarra acustica, perchè, come ha confessato, «se prima era un’attività marginale rispetto alle esibizioni con la band, adesso, a causa della crisi, il concerto solo è diventato il più richiesto.» Trattandosi di Bonfanti lo spettacolo è stato, comunque, assicurato. Il suo curriculum è, infatti, caratterizzato da una sfilza di prestigiose collaborazioni: dal saxofonista Dick Heckstall-Smith (già con Colosseum e John Mayall) a Fabio Treves, da Beppe Gambetta a Roy Rogers (produttore di John Lee Hooker). Dal 2004, poi, è membro “Slow Feet”, un supergruppo formato con alcuni grandi del rock italiano comeDe Scalzi e i PFM Franz Di Cioccio e Lucio Fabbri. Ad Aosta Bonfanti ha suonato e cantato pezzi suoi ma, anche, qualche cover dei musicisti che più lo hanno influenzato. «Oltre che col blues, sono cresciuto a pane e Crosby, Stills, Nash & Young. C’è, poi, Bob Dylan che è un po’ il padre di tutti noi e, da sempre, la mia ossessione. Oltre ad “Isolation Row”, che nel titolo ricorda la sua “Desolation Row”, ho composto “Bob sull’Appennino” in cui canto di una leggendaria amante che avrebbe a Pian dei Grilli, vicino a Busalla.» “Canzoni di schiena” corona l’antica aspirazione di Bonfanti di realizzare un cd in italiano, già espressasi nell’Ep “Io non sono Io”. «Il blues in sé ha detto tutto quello che doveva dire.- spiega- Adesso si tratta di adattarlo alle proprie esperienze, in modo da trovare una ricetta nuova per riproporlo. Fin dal titolo, “Canzoni di schiena” guarda alle mie radici, sia musicalmente che come storie che, per parafrasare una delle canzoni del cd, sono dei “bei tempi andati”, di cose che ti sei lasciato alle spalle, e che dunque puoi vedere soltanto secondo una prospettiva “di schiena”. Due pezzi, “O Gh’è’n Piaxe!” e “Dove A L’è”, sono, addirittura, cantati in genovese che, grazie alle sue numerose parole tronche, è più facile adattare alla metrica blues.» E’ un caso che in Italia siano state due città di mare come Genova e Napoli ad esprimere il meglio dei musicisti blues? «Sono accomunate dall’avere un porto che ha facilitato il mischiarsi di diverse etnie. Nel dopoguerra, poi, sono stati i marinai americani a portare in Italia il blues ed il jazz. In comune hanno, infine, quel guardare alle proprie radici con un po’ di malinconia che è una delle tante chiavi per spiegare il blues


20 dicembre 2010 Pubblicato da | Chitarristi & Bassisti, Musica | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La guitarra y el corazòn dei “LOS LOBOS” conquistano ROMA

Non tifano per Totti e non vivono all’ombra “der Cupolone”, ma a Roma i “Los Lobos (I Lupi)” non possono che sentirsi a casa loro. Lo ha confermato Cesar Rosas, il cantante del celebre gruppo californiano, durante il concerto tenuto il 3 luglio nella cavea dell’Auditorium Parco della Musica. «E’ sempre un piacere per noi venire nella vostra bellissima città», ha detto. Per attaccare subito “Chuco’s Cumbia”, emblematica delle loro calienti sonorità tex-mex, che non ha faticato a trasformare la cavea in un festoso barrio dell’East Side di Los Angeles (la città da cui provengono). Se poi, per assurdo, qualcuno non avesse gradito, il gruppo ha dimostrato di averne, in ogni caso, per tutti i gusti. «Cosa volete? Rock’n'roll? Blues? Folk?», ha chiesto Rosas. E giù “Evangeline”, “Volver Volver”, “ Got Loaded”, fino all’esplosiva ”La Bamba”, inserita nel 1987 nell’omonimo film dedicato a Ritchie Valens, che ha dato loro la celebrità mondiale («Negli anni- ha spiegato Rosas- con questa canzone abbiamo sviluppato un rapporto di amore e odio, per cui durante un tour abbiamo discusso con Bob Dylan dell’opportunità o meno di continuare a farla. E’ lui che ci ha detto: ehi, i vostri hit li dovete suonare. Se lo dice Dylan…») . Un ben di Dio di creatività, tecnica ed energia, quello messo in mostra a Roma, che rende ancor più inspiegabile come mai da quattro lunghissimi anni i “Los Lobos” non pubblichino un cd di inediti. «Abbiamo poco tempo perché dobbiamo lavorare- si sono giustificati- e oggi il nostro lavoro consiste soprattutto nel continuare a suonare in giro per il mondo». “How Will the Wolf Survive”, si potrebbe dire parafrasando un loro hit. Gira che ti rigira inevitabilmente i “Los Lobos” finiscono per fare interessanti incontri, com’è successo a fine giugno al Grant Park di Chicago, dove sul palco li ha raggiunti nientepopodimenoche Robert Plant, che ha cantato con loro “Treat her right”, un classico di Otis Redding. E’, così, finita che l’ex Led Zeppelin ha voluto i due chitarristi David Hidalgo (bravissimo anche all’organetto) e Louie Perez (anche batterista) in studio con sé per eseguire “Angel dance” che confluirà nel suo prossimo cd. A Roma è, invece, finita con gli spettatori felici, accaldati e accalcati intorno ai disponibilissimi Rosas, Hidalgo e Conrad Lozano (il bassista) . In molti si sono pure segnati in agenda la data del 3 agosto, giorno in cui i “Los Lobos” pubblicheranno “Tin can trust”, il loro nuovo cd di inediti.

6 luglio 2010 Pubblicato da | Musica | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

GIOVANNA MARINI: un urlo sempre dall’altra parte del potere

Quel 1° aprile 2009, sul palco del Teatro Giacosa di Aosta, c’era Ambrogio Sparagna, virtuoso dell’organetto e grande divulgatore di musica popolare, cheproponeva il suo spettacolo “Eccolo maggio!Canti di festa (e di lavoro) della tradizione popolare italiana”. E c’era l’Orchestra Popolare Italiana, da lui formata con giovani musicisti provenienti da varie regioni che suonavano strumenti popolari tipici della tradizione italiana (in quell’occasione ne facevano parte anche i Trouveur Valdoten).

Ma, soprattutto, sul palco del Teatro Giacosa c’era Giovanna Salviucci in Marini (Roma 19 gennaio 1937), la cantautrice e ricercatrice etnomusicale romana che da quasi mezzo secolo porta avanti con coerenza la causa della canzone sociale in Italia. Proprio quel tipo di canti che recentemente Silvio Berlusconi aveva definito “pieni di cattiverie”.

«Mi ricorda quella signora- ribattè la Marini- che quando, nel 1964, presentammo a Spoleto, con Giovanna Daffini ed altri rappresentanti della cultura contadina, lo spettacolo di canto sociale “Bella Ciao” disse:  “Io non ho pagato mille lire per sentire cantare sul palcoscenico la mia donna di servizio”. Entrambi identificano in quel tipo di voce e canzone tutta la negatività che ci può essere nella lotta sociale, per cui sentono minacciato il loro potere da qualcuno che, pensano, voglia appropriarsene per usarlo con la stessa cattiveria con cui lo usano loro. Abbiamo, comunque, fatto sapere a Berlusconi che le canzoni popolari non possono essere cattive perché nascono nell’interesse comune della collettività, quindi c’è una larghissima fetta di popolazione che le pensa, le condivide e le canta. Mentre la canzone del singolo, come potrebbe essere il suo Apicella, può nascere anche per un interesse privato».

Non avrebbe potuto pensarla diversamente questa “donna adorabile” (come l’ha definita l’amico Francesco De Gregori, con cui nel 2002 ha registrato il Cd “Il fischio del vapore”) che è stata definita ”un urlo a volte sgraziato e scomposto, ma sempre dall’altra parte del potere”. E lo è fin da quel fatidico 1964 in cui, col marito, si trasferì negli Stati Uniti scossi dall’assassinio del Presidente Kennedy. «Lì il Sessantotto è successo nel 1964- affermò- perché quel delitto ha smosso le coscienze facendo sì che tutti uscissero dal proprio guscio. Mi ricordo a Boston i primi sit-in, dopo i quali ci ritrovavamo all’università con Pete Seeger. Cantavo al “Club 47” dove veniva un ricciutello prepotente che voleva cantare sempre lui. Si chiamava Robert Zimmermann, ma è diventato famoso come Bob Dylan».

Nel 1967 la Marini descrisse questa esperienza nella spietata ballata “Vi parlo dell’America” in cui cantava: ”E’ tutta da combattere, è tutta da distruggere, non c’è niente da salvare”. «C’è l’avevo con quell’America di Lyndon Johnson che era simile a quella di George Bush. Solo che allora il paese aveva una grande anima che poi è scomparsa, salvo, poi, rispuntare con Obama. A proposito delle parole di quella ballata, ho notato che cose che allora cantavamo tranquillamente adesso è difficile farle perché la gente si spaventa. Purtroppo la politica italiana ci ha insegnato ad usare tutta una serie di giri di parole perché non si può più avere un nemico, anche perché non si sa mai. Non è “politically correct” parlare male di qualcuno anche se lo merita, e si è guardati con diffidenza anche dalla brava gente che pensa sia pericoloso esporsi. E, invece, ora lo si deve assolutamente fare».

Tra le canzoni che eseguì ad Aosta anche “Un paese vuol dire non essere soli” di un valdostano d’adozione: il compianto Mario Pogliotti. «Faceva parte- ricordò- del gruppo dei “Cantacronache”, a cui noi giovani ci siamo ispirati. E’ stato autore di canzoni intelligenti, di quelle che si facevano prima che “ci tagliassero le gambe”. “Un paese vuol dire” è una canzone “lacerante” che ho registrato per il mio  Cd, pubblicato dal “Il Manifesto, cui ha dato il titolo».


19 gennaio 2010 Pubblicato da | DONNE, Musiche del mondo | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

MIKE SEEGER: l’archetipo supremo del musicista folk

Mike Seeger & Gambetta (by Gaetano Lo Presti)

Mike Seeger e Beppe Gambetta ad "Aosta Classica"

Mike SeegerIl 7 agosto 2009 è morto nella sua casa di Lexington, in Virginia, l’importante musicista folk americano Mike Seeger. L’artista, nato a New York il 15 agosto 1933, nel 2002 si era esibito ad “Aosta Classica”. Lo ricordo riproponendo la recensione che scrissi di quel concerto.

Di montagne, nell’Anno Internazionale ad esse dedicato, si è parlato e scritto in tutte le salse. Ci si era, però, finora dimenticati degli Appalàchi, il sistema montuoso lungo 2500 chilometri che corre parallelo alla costa orientale degli USA (partendo dal sud del Canada per arrivare all’Alabama). Se la cosa, dal punto di vista alpinistico, non è, poi, grave, lo diventa se si guarda, invece, all’aspetto musicale. Proprio negli Appalàchi, infatti, tra montagne di tutti i colori (Green, White e Black Mountains) è nata la tradizione folk nordamericana, che, poi, grazie a Elvis Presley e Bob Dylan, ha innervato, e fatto grande, anche il rock. Per il folk, infatti, gli Appalàchi sono un pò come il Monte Sinai per il Cristianesimo, con, al posto di Mosè, la famiglia Seeger. E’, infatti, stato lì che il Seeger padre, Charles (fondatore della Società americana di Musicologia), ha codificato le linee guide della ricerca della tradizione folk, per poi trasmetterle ai figli Pete (celebre per avere collaborato con Woody Guhrie  e lanciato inni come “We shall overcome”, “Where have all the flowers gone?” e “If I had a hammer”), Peggy e Mike. Questi, a loro volta, sono andati in giro per il mondo a convertire al Verbo genti diverse. Fino ad arrivare nella lontana Aosta, come ha fatto il settantenne Mike Seeger che, la sera del 16 luglio 2002, si è esibito al Theatre de la Ville nell’ambito della rassegna “Aosta Classica”. E conversione è stata, da parte di una folta platea ammaliata dal “recupero della memoria attraverso il suono” di banjo, chitarra, violino popolare, Pan pipes, autoharp, scacciapensieri e voce. Una piccola lezione di folk americano da parte di uno che da ragazzo vedeva abitualmente girare per casa musicisti come  Leadbelly e Woody Guthrie, e di cui Bob Dylan, nella sua autobiografia “Chronicles”, ha scritto: “Quello che a me richiede incessante lavoro, Mike ce l’ha nel sangue, o nel suo patrimonio genetico. Ancor prima che nascesse, la musica fluiva nelle sue vene… Era straordinario… non aveva precursori… era un duca, un cavaliere errante, l’archetipo supremo del musicista folk“.  Degno compare di Mike Seeger si è confermato il chitarrista genovese Beppe Gambetta che, dopo un delizioso set solistico, gli ha tenuto botta nei suoi racconti musicali di “un mondo musicale che, forse, non esiste più e di una bellezza fatta di sfumature racchiuse in un universo di tre minuti”.

19 maggio 1993 al “GRANDMAS WAREHOUSE” di Los Angeles Bob Dylan (vocal & guitar) e Mike Seeger (5-string banjo) in “Ballad Of Hollis Brown

18 agosto 2009 Pubblicato da | Musiche del mondo | , , , , , | Lascia un commento

ROGER McGUINN: il fondatore dei “Byrds” unplugged ad Asti

McGuinn IMG_9578 blogMcGuinn IMG_9847 blog“Lampi, fuori nel buio temporale…” Come sia venuta all’astigiano Paolo Conte l’ispirazione per questa celebre canzone  l’ho capito la sera di domenica 5 luglio vedendo la Piazza della Cattedrale di Asti spazzata da un violentissimo temporale che ha seriamente minacciato di mandare all’aria il concerto del mitico cantautore americano Roger McGuinn programmato nell’ambito della rassegna “Asti Musica” diretta da Massimo Cotto. Quando, però, le speranze di ascoltare “The Founder of the Byrds”, come ama definirsi, sembravano ormai perdute, ecco che arrivava la notizia che il concerto si sarebbe svolto “unplugged” in un salone dell’oratorio. Lui, il settantasettenne James Roger McGuinn, e la sua Martin HD7 Roger McGuinn Signature Edition caratterizzata dalla presenza di due corde accordate in Sol (di cui la seconda un’ottava più alta) per riprodure il caratteristico stile “jingle-jangle” da lui creato con la 12 corde. Insieme, lui e la Martin, a ripercorrere le sue “back pages” musicali, che, poi, si sono confermate essere scolpite anche nella memoria del centinaio di persone accalcatesi nel salone. Tutte a trattenere il fiato per non perdersi una sola nota, tutte a intonare con lui le storiche “Turn! Turn! Turn!” e “Mr. Tambourine”, ma, anche “Ballad of Easy Rider” e “He’s was a friend of mine” da lui firmate con un certo Bob Dylan. Per non parlare di “Eight Miles High” che McGuinn ha definito un “incrocio di Segovia, Coltrane e Byrds” perché il suo virtuosistico stile chitarristico è riuscito a fondervi accenni di “Asturias” di Albeniz e la modalità di “India” di Coltrane. Alla fine pubblico in visibilio e McGuinn sorridente, vera e propria dimostrazione vivente del refrain di “My back pages” con cui aveva aperto la  serata: “Ah, but I was so much older then, I’m younger than that now.”

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Roger McGuinn canta ad Asti “Eight Miles High”

Roger McGuinn canta ad Asti “Turn Turn Turn”

Roger McGuinn canta ad Asti “Mr Tambourine Man”

7 luglio 2009 Pubblicato da | Foto Gaetano Lo Presti, Musica | , , , , , , | 2 commenti

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