Il blog di Gaetano Lo Presti

GOCCE DI MEMORIA GIORNALISTICA

“Mod Generations” dell’ “old soul rebel” TONY “FACE” BACCIOCCHI presentato ad Aosta

Sorta alla fine degli anni Cinquanta in Inghilterra, quella Mod (abbreviazione di “modernism”) è stata la prima moda giovanile che si è ribellata alle regole della società adulta dandosi regole straordinariamente precise. Un vero e proprio ossimoro per una controcultura, ma, forse, anche il motivo per cui, “vivendo elegantemente in circostanze difficili”, è riuscita a sopravvivere in buona salute fino ai giorni nostri.

Lo ha testimoniato il 17 dicembre Antonio Bacciocchi, presentando all’Espace Populaire di Aosta il libro “Mod Generations” nell’ambito della rassegna “Maximum Punk & Beat”. Cinquantenne piacentino, Bacciocchi, in arte Tony Face, è giornalista, scrittore, blogger, organizzatore di concerti, DJ radiofonico, produttore discografico e batterista di gruppi punk (Chelsea Hotel e Not Moving) e mod (Spider Top Mods). Nel 2009 ha, poi, pubblicato il primo album solista “Old Soul Rebel”, il cui titolo è la sua migliore definizione. «L’anima di tutte le controculture giovanili è il non accettare le regole della società.- ha spiegato- E’ una pulsione tipica dei giovani che già tra la fine dell’800 e i primi del 900 si era strutturata in culture come quella Wandervogel, in Germania, e Apache,in Francia. A distinguerle è il diverso modo estetico e musicale di interpretare questa ribellione.»

I Mod hanno, per esempio, sempre curato il modo di vestire, spingendosi ad adottare il classico “giacca e cravatta”. Ad esso è legato anche il caratteristico uso di scooter italiani come Vespe e Lambrette. «Vestendo impeccabilmente, per andare a ballare preferivano la Vespa alle moto perché non schizzava olio, e, quindi, non si macchiavano All’Espace si è, naturalmente, ascoltata anche musica Mod suonata da Marco Brunet, Beppe Barbera e Diego Tuscano. «Per distinguersi- ha concluso Bacciocchi- i Mod hanno sempre privilegiato l’ascolto di musica poco conosciuta, soprattutto quella nera americana. Per cui la musica Mod è un universo sconfinato che va dallo ska a certe forme di reggae, dal northern soul al modern jazz. Anch’io vado continuamente alla ricerca di cose nuove, e, col passare del tempo, mi accorgo che trovo cose più creative ed interessanti nel passato. “Future in the past”, come cantavano i Four by Art, uno dei primi gruppi mod italiani.» Quale sarebbe la tua personale colonna sonora del libro? «Un pezzo qualsiasi dei Jam, “My generation” dei Who, Ray Charles, “Glory boys” dei Secret Affairs e poi cose soul a scelta

18 dicembre 2011 Pubblicato da | Libri, Musica | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

ARTCHIPEL ORCHESTRA: l’arcipelago sonoro che ruota intorno alla Scuola di Canterbury

Canterbury è città cara ai valdostani perché vi morì il teologo aostano Anselmo di Bec, venerato dalla Chiesa come Sant’Anselmo. E’ carissima, però, anche agli appassionati di rock progressivo perché tra la fine degli anni Sessanta e la metà dei Settanta vi si sviluppo uno dei movimenti più significativi della storia del rock che produsse gruppi come Soft Machine, Caravan, Hatfield and the North ed Henry Cow.

Proprio agli arrangiamenti jazz di alcune musiche della Scuola di Canterbury è stato dedicato il concerto che il 29 ottobre ha aperto la rassegna Espace Jazz dell’Espace Populaire di Aosta. Protagonista è stata l’Artchipel Orchestra formata da ben diciotto musicisti, tra i quali il pianista aostano Beppe Barbera. A dirigerla è il batterista milanese Ferdinando Faraò, ideatore di un progetto che l’1 e 2 novembre si concretizzerà nella registrazione di un cd. «E’ una musica- ha spiegato- che, oltre che la storia del rock, ha segnato la mia adolescenza. Il notevole spessore qualitativo le permette di essere molto viva ed attuale, per cui, in occasione del ventennale della morte di uno dei suoi protagonisti, Alan Gowen, ho pensato di arrangiare jazzisticamente musiche sue e di Dave Stewart, che hanno fatto parte degli Hatfield and the North, di Fred Firth, degli Henry Cow, e di Mike Westbrook che con questi ultimi ha collaborato.» Il nome dell’orchestra, Artchipel, fonde il suffisso Art (che evoca l’Art Rock di Canterbury) con la parola “archipel” che in francese vuol dire arcipelago. «La band è un arcipelago sonoro- continua Faraò- alcune “isole” cambiano di volta in volta, ma il risultato finale è sempre di forte identità e di grande impatto scenico. La caratterizza,inoltre, la trasversalità, anche anagrafica, per cui, accanto a nomi autorevoli del jazz italiano, l’Orchestra dà spazio a giovani musicisti di talento

1 novembre 2011 Pubblicato da | Jazz | , , , , , , , , , | 1 commento

Ad Aosta si brinda all’apertura di VINERITA con Barbera e il blues

Il CICAP, Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale, è un’associazione fondata nel 1989 da Piero Angela, Margherita Hack, Rita Levi Montalcini e Carlo Rubbia per sbugiardare ciarlatani d’ogni tipo e combattere superstizione e creduloneria. Una tessera ad honorem dovrebbe andare all’aostana Rita Vacchina che alle 17 di sabato 17 settembre ha inaugurato la sua vineria “VineRita” in Via Trottechien 17. «Non sono assolutamente superstiziosa.- ha ammesso- Anche perché 7 più 1 fa 8 che è un numero magico in quanto simbolo dell’infinito.»

Accanto ad un ricco buffet preso d’assalto da centinaia di persone, nei 110 metri quadri di un’ex falegnameria completamente ristrutturata c’è stato spazio per un’altra grande passione della Vacchina: la musica. «Amo più il rock, ma mi piace anche il jazz e il blues.- confessa- La musica si abbina bene col vino per cui, in collaborazione col mio amico Beppe Barbera, stiamo preparando un calendario di concerti che si alternerà a presentazioni di libri, e, naturalmente, degustazioni di vino.» Barbera, pianista aostano che, per via del cognome, col vino è indissolubilmente legato, all’inaugurazione ha suonato standards jazz con un inedito BiB trio formato col figlio Lorenzo (batteria) e Daniele Iacomini (basso). Alternandosi con i Nandha Blues Band formati da Max Arrigo (chitarra), Paolo Barbero (basso) e Giuliano Danieli (batteria). Un genere ed un gruppo anche loro in tema con numerologia e superstizione. «Il blues- ha spiegato Arrigo- è sempre stato legato a riti magici fatti per scacciare realtà oscure. E il trio richiama anch’esso elementi magici come la triade o il triangolo.»                                                                                                                                                   

18 settembre 2011 Pubblicato da | Musica | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il CHRISTMAS BLUES dell’ESPACE POPULAIRE

Christmas Blues” è una sdolcinata canzone di Dean Martin, ma, anche, il nome di una sindrome che accompagna le feste natalizie di un numero crescente di persone. Il misto di tristezza, senso di solitudine e facile irritabilità che la caratterizza è conseguenza diretta della delusione che accompagna le ingannevoli promesse di amore e felicità della più crudele festa che ci sia. Il 23 dicembre scorso è stato Blues anche il Natale dell’Espace Populaire di Aosta, nel senso, però, di una lunga jam session che, grazie a questo genere musicale, ha recuperato il senso primigenio della festa pagana che voleva scacciare l’oscurità misteriosa del periodo più buio dell’anno. Ad animarla è stato “Nandha Blues Band”, trio formato nella primavera di quest’anno dal chitarrista torinese di origine siciliana Max Arrigo con i valdostani Paolo “Barbhe” Barbero (basso) e Giuliano Danieli (batteria). «Il blues- spiega Arrigo- è sempre stato legato a riti magici fatti per scacciare realtà oscure, una delle quali, per i bluesmen, era la fatica della vita di tutti i giorni. Anche il nostro nome, Nandha, che si ispira ad una fattucchiera a metà tra realtà ed immaginazione, richiama la magia che cerchiamo di ricreare con una musica fatta con una formazione, il trio, che richiama anch’esso elementi magici come la triade o il triangolo.» Ad essere incantato dalla “voice in the night” il quarantatreenne Arrigo ha cominciato a 16 anni, vedendo il film “Mississipi Adventure” che raccontava la vita di Robert Johnson, che la leggenda vuole si sia venduto l’anima al diavolo in cambio della capacità di suonare il blues in modo sublime. «E’un genere di musica che ti sceglie.-racconta Arrigo- Quel suono mi è entrato nelle ossa e mi ha stregato, è un’emozione che per me è diventata stile di vita.» Dopo aver scorazzato in giro per l’Europa con gruppi come “Voodoo Lake” e “Shanghai Noodle Factory”, dal 2008 Arrigo è approdato in Valle per fare l’educatore. Da allora è per tutti “Blues Max” , per assonanza con il nome di una celebre discoteca locale. Ha fondato anche l’ “Aosta Blues Society”, gruppo aperto a tutti i musicisti e amanti della “musica del diavolo”, valdostani e non. Alcuni di questi hanno partecipato alla jam dell’Espace: da Beppe Barbera a Marco Brunet, da Luca Addario a Stefano “Steo” Trieste. Quest’ultimo e stato un “Sannidei” come gli attuali sodali di Arrigo, Danieli e Barbero, pulsante coppia ritmica che si è esaltata in un repertorio che nell’occasione è passato dai Gov’t Mule (32/20 e Thorazione Shuffle) a T Bone Walker (Stormy Monday), da Muddy Waters (Catfish Blues) a Elmore James (Dust my Broom). Ascoltandoli si è capito perché l’esperto Arrigo abbia scelto proprio loro per “keep on runnin” (continuare a correre) per le strade del Blues( che, nell’occasione, non potevano che portare alla conclusiva “Merry Christmas Baby” di B.B.King). «Le montagne valdostane- ha spiegato il chitarrista- danno molta energia positiva che cerco di riproporre nella musica. Il nostro è un “power trio” anche perché in tre si è tutti in prima linea e nessuno si può “imboscare” come nel quartetto. Tra noi c’è un “interplay” quasi jazzistico, non a caso, tra tanti classici blues e qualche pezzo originale facciamo, “Afro Blue” di John Coltrane. E, poi, il trio costituisce la base ideale per qualsiasi tipo di ospite, come quelli che parteciperanno alla jam o l’armonicista americano Hook Herrera, già con Allman Brothers e Willy DeVille, che prossimamente suonerà con noi.»


25 dicembre 2010 Pubblicato da | Musica | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il neo realismo antelitteram de “Gli spazzacamini in Valle d’Aosta”

Datato 1914, “Gli spazzacamini in Valle d’Aosta” è il film più vecchio in cui compare la Valle. Per certi versi è, però, anche il più moderno. Lungi dal proporre, infatti, l’oleografia montanara che attualmente abbonda nelle opere di molti cineasti valdostani, il regista Umberto Paradisi vi racconta con asciuttezza una cruda storia di infanzia violata e povertà piuttosto comune nella realtà valdostana dei secoli scorsi. «Il film- spiega Marco Gianni- racconta la realtà dei nostri villaggi a inizio secolo e parla di quando la Valle d’Aosta era povera e isolata. Restaurare il film significa anche difendere la memoria di questi bambini che venivano, di fatto, venduti per lavorare nelle grandi città.» Gianni è il direttore artistico dell’associazione “Strade del Cinema” che, in collaborazione con il Comune di Aosta, il 22 ottobre scorso al Teatro Giacosa ha presentato in prima mondiale la copia restaurata dal Museo del Cinema di Torino, in collaborazione con la Cineteca Italiana di Milano e «L’immagine ritrovata» di Bologna. La storia del film narra della campagnola Pina, figlia di Masone, fattore delle terre che il conte di Montjovet Arturo Federici ha a Polain (storpiatura dell’attuale Pollein: n.d.r.) , che viene sedotta ed abbandonata, con tanto di bebè, da Federico, figlio del Conte. Sfrattati dal Conte, padre e figlia non accettano l’aiuto economico di Federico. «Tuo figlio- gli urla con disprezzo Pina- andrà a fare lo spazzacamino per non morire di fame, ma io non accetterò niente da te. Ti ho dato il mio onore rendimi quello

Venduto a Gaspard, Tonino viene portato a lavorare a Torino, dove, a causa di uno scambio d’identità con Carletto, è creduto morto quando questi è vittima del fumo mentre pulisce un camino. La notizia rende folle Pina, accorsa a Torino col proposito di riportarlo a vivere in Valle con sé. «E’ mio figlio- urla- è ingiusto che le conseguenze di una mia colpa ricadano sopra un innocente. Voglio riparare.» In realtà Tonino ha ritrovato il padre e ammansito il nonno. Riportato a Polain, la sua “innocenza … riuscì a portare la felicità completa.” La pellicola, un nitrato, era conservata in unica copia, senza documenti accessori, alla Cineteca di Milano ed è difficile quindi sapere se tutte le ambientazioni in montagna siano state girate effettivamente in Valle d’Aosta, anche perché molti elementi sembrano uscire dalla fantasia del regista. «Il risultato del restauro – ha sottolineato Claudia Gianetto, responsabile del restauro del Museo del cinema di Torino – è un film che conserva tutto il pathos della sua storia avventurosa e che per il ritmo incalzante può ancora stupire il pubblico contemporaneo.» Efficace e pertinente si è dimostrato, infine, il commento musicale messo a punto per l’occasione dal pianista Beppe Barbera e suonato dal vivo dall’autore e dalla corale Grand Combin diretta da Davide Sanson.


5 novembre 2010 Pubblicato da | Cinema, Musica valdostana | , , , , , , , , , | Lascia un commento

MOGOL: il paradiso è qui’, in Valle d’Aosta

Al contrario di quanto recita il titolo di una delle ultime canzoni scritte con Lucio Battisti (“Il paradiso non è qui”), si può dire che per Giulio Mogol Rapetti  il “paradiso è qui”, in Valle d’Aosta. Da quando, infatti, la frequenta gli si sono aperte nuove prospettive umane e, soprattutto, professionali. In tre anni,per esempio, una cinquantina di musicisti valdostani hanno frequentato il suo “Centro Europeo di Toscolano (C.E.T.)”, una specie di Università della canzone nel cuore dell’Umbria, grazie ad altrettante borse di studio pagate dall’amministrazione regionale. Dal 2008, poi, la stessa finanzia il “Premio Mogol” che premia il miglior testo di canzone italiana dell’anno (i vincitori delle passate edizioni sono stati Jovanotti e Povia). Dal dicembre 2009 Mogol è anche direttore artistico della “Cittadella dei giovani” di Aosta, un centro di aggregazione giovanile costato circa 3 milioni di euro. Un intreccio sempre più stretto di rapporti umani e affari che lo hanno portato a prendere casa in Valle e, il 7 settembre 2009, ad entrare nella “Confrérie des amis de la Vallée d’Aoste” che annovera le personalità, italiane o straniere, che “con la loro presenza o la loro opera hanno conferito prestigio alla Valle d’Aosta“. L’altra faccia della medaglia sono le polemiche che hanno accompagnato questa escalation (http://patuasia.wordpress.com/2009/12/30/la-mia-valle-e-la-mia-banca/). A conferma di questo rapporto privilegiato con la regione, la sera del 29  aprile Mogol è stato protagonista, al Castello di Sarre, dell’incontro “Vita e leggenda di un mito”, inserito nel Festival “Babel”, in cui si è raccontato in un colloquio con Arnaldo Colasanti. «Qual è il segreto per scrivere canzoni come le tue?», gli ha chiesto quest’ultimo. «E’ semplice- ha risposto Mogol- Un autore deve confessarsi, perché raccontare le proprie emozioni dà  risultati molto superiori che il cercare di inventarle. Tutti viviamo storie ed emozioni simili, per cui, raccontandole, la gente finisce per riconoscervisi e le parole penetrano più facilmente e più in profondità. L’arte quando si sovrappone alla vita diventa un miracolo, perché la vita è un miracolo.» Come esempio ha portato la celebre “Anna”, scritta con Battisti nel 1970. «L’invocazione “Anna” (“Voglio Aaaa-nna”: n.d.r.) corrisponde al grido di dolore del bambino, quell’ahi che è l’espressione massima del dolore.» Dolore affiorato nelle sue parole quando ha ricordato l’amico Gianni Bella colpito da ictus il 10 febbraio scorso, appena tre giorni dopo aver finito di scrivere, con Mogol, il melodramma moderno “Storia di una Capinera”, tratto dal romanzo di Giovanni Verga. «Per fortuna non è stata lesa la parte destra del cervello, quella responsabile della creatività. Spero che si riprenda al più presto. Benaugurante è il titolo dell’ultima canzone che abbiamo scritto insieme: “Rinascimento”. E’ la canzone più bella che abbia scritto, la considero il mio nuovo “canto libero”.» Cos’è per te la libertà?, ha chiesto Colasanti. «La libertà è una conquista personale che poggia su valori come l’onestà, il rispetto degli altri e il coraggio, che è superare il pericolo di cui si è coscienti con lo slancio dell’ideale. Si è liberi solo quando si è coscientemente sereni, allora diventa un’ebbrezza, aprendo un’altra dimensione della vita.»

1 maggio 2010 Pubblicato da | Musica | , , , , , , , , , , , , , , , , | 3 commenti

L’ULTIMA CORDATA DEL NOTAIO BASTRENTA

Negli anni del “fare sistema” (formula usata, in genere, per fare accettare senza discutere decisioni prese in alto) bisognerebbe recuperare il concetto del “fare cordata” caro agli alpinisti. Non quelli, però, qualunquisti e ambiziosi per i quali l’arrampicarsi è un semplice “andar sui sassi”, quanto, piuttosto, quelli per i quali la montagna è palestra di condivisione, collaborazione, empatia. A loro è riservato il paradiso di “vette pulite e scintillanti”, dove, per un attimo o per sempre, dimenticare le iniquità del mondo. Erano di questa razza il notaio valdostano Ottavio Bastrenta, morto nel 2004, e Guido Rossa, l’operaio dell’Italsider di Genova ucciso nel 1979 dalle “Brigate Rosse”. I due condividevano, infatti, l’amore per il “vivere in altezza in modo arduo” che era alla base della comune passione per l’alpinismo, ma, anche, del modo di intendere la vita.

Si spiega, così, il titolo, “L’ultima cordata del notaio”, dello spettacolo andato in scena lo scorso 11 marzo al Théâtre de la Ville di Aosta, organizzato dal Comitato “Amici di Ottavio Bastrenta” con il finanziamento dell’Assessorato regionale all’Istruzione e Cultura. Roberto Contardo, ideatore e regista dello spettacolo, ha, poi, legato il ricordo di queste due figure a una “multiepocale cordata” di quattro personaggi minori valdostani che  hanno nutrito anche loro la propria esistenza di grandi sogni regolarmente infranti: il contrabbandiere Eligio Cirillo Favre detto CerilleStefano Rosset detto Tcheunne (Cavaliere di Vittorio Veneto finito a pulire letamai) ed un uomo di Aosta ed una ragazza di Gressan uniti da un amore segreto e un destino infelice.

Quattro piccole “storie di sempre” raccontate con il linguaggio dell’atto notarile da Paola Roman con il sottofondo musicale di Beppe Barbera. Il tutto legato dalla lettura di due lettere e da brani di collegamento da parte di Dino Carlino (nei panni di Bastrenta)  e inframmezzato dalle riflessioni liriche di cinque canzoni di Contardo: due artisti che da più di trent’anni condividono esperienze di canzone sociale (dal “Gruppo Gramsci” alla “Piccola Compagneria del Tristallegra”) e, più recentemente, viaggi sul filo della memoria condotti con le cadenze del teatro musicale. «Di Bastrenta- afferma Contardo- mi manca l’intelligenza in anticipo sui tempi e il carisma che ne faceva un punto di riferimento. E’ stata una grande occasione persa per la Valle, ma, essendo una persona pulita, in certi frangenti non ha voluto sporcarsi le mani. E’ stato lui a dirmi che le canzoni vanno cantate e, possibilmente, raccontate. Perché  le storie si dimenticano se non riusciamo più a raccontarle, così come le persone si perdono se non si vanno più a cercare e i sogni passano se li facciamo passare

15 marzo 2010 Pubblicato da | Musica valdostana, Teatro | , , , , , , | Lascia un commento

Acoustic Jazz Concert at L’IMPOSSIBLE di Chamonix

Tra la metà degli anni Sessanta e gli anni Ottanta i giornali di tutto il mondo scrissero dello sciatore svizzero Sylvain Saudan, soprannominato lo “skieur de l’impossible” per discese estreme come quella dell’Aiguille de Blaitière (su pendenze dell’ordine dei 55°) o quella dai 6.200 metri ai 1.800 della parete sud ovest del Monte McKinley. “L’impossible” è diventato, così, anche il nome del ristorante che Saudan ha, poi, aperto a Chamonix in uno storico edificio in Route des Pelerins. Dal 5 dicembre 2009 il ristorante è diventato una piccola oasi italiana in terra di Francia visto che a prenderlo in gestione sono stati lo chef Auro Bucci, già proprietario del locale “La Clotze” in Val Ferret, e Marco Sorrentino. L’amore per la buona cucina naturale e la musica che accomuna i due ha fatto sì che abbiano organizzato, con la collaborazione del pianista aostano Beppe Barbera, la rassegna Acoustic Jazz Concert at L’impossible”. Dopo il “Luciano De Maio Quartet”, esibitosi lo scorso 5 marzo, a suonare venerdì 12 marzo (ore 20) sarà il trio formato da Barbera con il sassofonista Roberto Regis e il contrabbassista Alessandro Maiorino. Sono, poi, in programma la cantante Elisa Marangon (giovedì 18 marzo) ed il trio del pianista Federico Monetta (venerdì 26 marzo). «Vorrei che da sottofondo alla cena- spiega Sorrentino- diventi un piccolo concerto acustico di musicisti che vivono in zona.» Organizzare concerti è, d’altronde, sempre stato il mestiere del cinquantaseienne novarese, visto che è stato uno dei discografici di punta della “Universal” e con l’agenzia “Trident”, formata con Maurizio Salvadori, ha lavorato con  artisti del calibro di “U2” e “Dire Straits”. «Ad un certo punto mi sono rotto perché la discografia va a scatafascio perché i manager erano impreparati al cambiamento imposto da Internet. Adesso mi limito a fare il manager di Jovanotti perché con lui è un lavoro creativo al 100%. Stiamo lavorando al nuovo Cd e il 5 dicembre era all’inaugurazione del ristorante.» Per prenotazioni scrivere a info@restaurant-impossible.com indicando nome e numero di telefono.

12 marzo 2010 Pubblicato da | Jazz, Viaggi | , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il violoncello di UMBERTO CLERICI incontra il jazz di BEPPE BARBERA

Splendido solista, con il vigore tipico della sua giovinezza”. “Fa cantare il suo strumento con un suono sempre teso e pulito”. “Induce il pubblico ad un’attenzione magnetica”. Sono solo alcuni degli entusiastici giudizi che hanno accompagnato le esibizioni del violoncellista torinese Umberto Clerici, che, ad appena ventotto anni, è uno degli astri nascenti del firmamento musicale mondiale. Dallo scorso anno Clerici collabora con l’Atelier d’Archi dell’Istituto Musicale Pareggiato della Valle d’Aosta frutto della collaborazione dei docenti delle Scuole di volino dell’IMP di Fabrizio Pavone e Gisella Tamagno, accomunati dall’intento di proporre agli allievi dei corsi superiori un percorso di approfondimento del repertorio d’assieme per strumenti ad arco con un occhio rivolto all’attività professionale futura. L’Atelier di quest’anno, iniziato a Château Verdun di Saint Oyen l’ 11 febbraio, è culminato sabato 13 febbraio  con un concerto al Teatro Giacosa di Aosta che, oltre a Clerici e ad all’orchestra dell’Atelier d’Archi, ha visto protagonista il percussionista Lorenzo Barbera e un trio jazz formato dal contrabbassista Federico Marchesano, dal batterista Ferdinando Faraò e dal pianista Beppe Barbera. Il  “piccolo camaleonte” Clerici, già aduso a frequentazioni con altri tipi di musica, ha, infatti, commissionato al jazzista aostano un pezzo. Ne è venuto fuoriAd memoriam” per orchestra d’archi, percussioni e trio jazz che è stato eseguito in prima assoluta nell’occasione. «Il pezzo- ha spiegato Barbera- fonde stilisticamente il linguaggio classico con il jazz, seguendo il filo conduttore rappresentato dall’amore e dalla morte. Inizia con una meditazione pianistica, per, poi, prendere quota con l’entrata dell’orchestra e degli altri strumenti, e, dopo aver alternato momenti molto espressivi e dinamici, finisce in forma mesta con le campane tubulari “a morto”.» Il programma è stato completato da “A daisy is born” di Barbera per violoncello solista e trio jazz e dalla “Serenata per archi in mi maggiore op.22” di Dvorak.

15 febbraio 2010 Pubblicato da | Musica valdostana | , , , , , , , , , | Lascia un commento

Le affinità elettive del sassofonista LARRY SCHNEIDER

Stessa data: domenica 24 gennaio 2010. Stesso cognome: Schneider. Stesso rendimento: altissimo. Con in più la particolarità che mentre uno, Wesley, calciatore olandese dell’Inter, usciva, espulso, dal campo di San Siro nel corso dell’acceso derby col Milan, l’altro Larry, sassofonista americano saliva sul palco dell’Espace Populaire di Aosta per un concerto che si è rivelato altrettanto intenso e vincente. Nei rispettivi campi, tra l’altro, i due rivestono lo stesso ruolo: il centrocampista. Anche Larry Schneider si è, infatti, sempre mosso a metà tra tradizione ed avanguardia, in “una vita da mediano”, indispensabile per gli equilibri delle formazioni in cui ha militato, nella quale non sono mancati gli acuti da (e con) fuoriclasse. Come quella volta, sul finire degli anni Settanta, che il pianista Bill Evans, dopo avere ascoltato in un festival jazz il suono corposo e pieno d’anima del suo sax , lo volle con sé in dischi come “We will meet again” e “Affinity”. Ma sono da ricordare anche gli anni in cui ha militato nella Thad Jones and Mel Lewis Orchestra e con Horace Silver. «E’ nelle big band che impari il mestiere e la tradizione dalla vecchia generazione di musicisti», ha spiegato all’Espace, dove ha iniziato il concerto con “Gods of Yorouba” un brano dello storico album Blue Note “Silver’n percussion” del 1977 che, oltre che con il pianista Horace Silver, lo vide suonare con gente come Tom Harrell, Ron Carter e Al Foster. Con Schneider, ad Aosta, c’erano il contrabbassista Alessandro Maiorino, il pianista aostano Beppe Barbera e un partner ormai abituale come il batterista Ferdinando Faraò. «Larry è uno dei musicisti contemporanei più straordinari che ci siano in circolazione- ha commentato Faraò-  È molto versatile, perché può suonare sia in un piccolo gruppo che in una big band, ed ha una grande capacità di stabilire un interplay e comunicare energia. In questo tour ho avuto modo di conoscerlo meglio ed apprezzarlo anche come compositore. Tra l’altro la sua predilezione per tempi dispari ed insoliti come il 9/8, 5/4 e 7/4 è una goduria per noi batteristi.» E’ finita con un dopoconcerto informale nel corso del quale Schneider ha continuato a “respirare” musica, confermando, tra l’altro, le affinità elettive con il grande Bill Evans di cui ha accennato, al piano, il celeberrimo “Waltz for Debby”.

26 gennaio 2010 Pubblicato da | Jazz | , , , , , , | Lascia un commento

   

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