ARTCHIPEL ORCHESTRA play SOFT MACHINE

1 Artchipel Orchestra con Beppe Barbera 525170_4282274559842114303_n

1 Faraò phontoSe la parola arcipelago evoca bellezze lontane nello spazio, l’orchestra Artchipel (che fonde la parola “archipel”, arcipelago in francese, con il suffisso “Art”) è da tre anni sinonimo di un sogno lontano nel tempo: quello dell’Art Rock della Scuola di Canterbury. A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, questo movimento inglese vagheggiò una musica globale che, partendo dal rock, inglobasse avanguardia ed elettronica, psichedelia e jazz.

Una “spendida utopia” che in quegli anni infiammò la fantasia anche del milanese Ferdinando Faraò, che divenuto batterista di respiro europeo, con Artchipel, che ha creato e dirige, ha voluto proporre suoi arrangiamenti per big band di quella musica. Per farlo è ricorso ad un organico ampio, una ventina di elementi, anch’esso desueto in tempi di crisi, di cui, fin dall’inizio, fa parte il pianista ed arrangiatore aostano Beppe Barbera.

Nel primo cd, Never Odd or Even”, pubblicato nel 2012, Faraò ha attinto da pezzi di Alan Gowen, Dave Stewart e Fred Firth, membri di gruppi come National Health, Hatfield and The North e Henry Cow.

1 Barbera phontoI risultati sono stati talmente buoni che, nel 2013, Artchipel è stata giudicata miglior formazione italiana dal referendum Top Jazz della rivista “Musica Jazz”. E’ sempre la “Bibbia del jazz italiano” che nel numero di settembre 2014, allega il secondo cd della band: “Ferdinando Faraò & Artchipel Orchestra play Soft Machine”.

Nati nel 1966, i Soft Machine sono stati la formazione di punta della scena di Canterbury sul versante sperimentale (mentre i Caravan lo sono stati dal lato melodico), in particolare negli anni a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta in cui i fondatori Robert Wyatt (batteria) e Mike Ratledge (tastiere) furono affiancati da Elton Dean (sax) e Hugh Hopper (basso). Nella loro musica si mischiarono diversi generi, dalla psichedelia al rock, amalgamati dal comune amore per il jazz.

1 Artchipel phonto«L’anno (1967) in cui i Soft Machine furono lanciati- ha detto Wyatt in un’intervista a DownBeat- è l’anno in cui morì John Coltrane. San John, per me. E mi viene in mente quel che succede nella foresta quando cade un albero davvero gigantesco. Improvvisamente si apre un vuoto nel sottobosco, dove nascono moltissimi alberelli che si protendono verso la luce del sole: è la vita che si riafferma. Ma quegli alberi giganteschi non spuntano da un giorno all’altro. Perciò nella mia mente- persino nel fiore irriverente della gioventù- la nostra apparizione alla luce del sole è sempre stata legata all’incomparabile bellezza di ciò che avevamo perduto.»

1 copertina cd 2014-09-29 16.26.24Ecco, quindi, l’assoluta pertinenza degli arrangiamenti per big band jazz di sei pezzi da loro incisi tra il 1969 ed il 1971. Tra questi c’è la celebre “Moon in June” del batterista Robert Wyatt e cinque composizioni del bassista Hugh Hopper. Gli arangiamenti sono di Faraò, tranne che per “Noisette” e “Dedicated to you but you weren’t listening” (in una versione per sole voci) che sono opera di Barbera, che si ritaglia anche uno spazio solistico in “Mousetrap”. Oltre ad essere entrato nelle grazie dei critici, il progetto ha destato l’interesse degli organizzatori. Tra i numerosi concerti fatti spicca quello tenuto il 7 giugno al Fasano Jazz che sarà trasmesso prossimamente da Radio3Suite ed ha visto la partecipazione di musicisti storici come il pianista Keith Tippett e sua moglie, la cantante Julie Driscoll, celebre negli anni Sessanta per la collaborazione con Brian Auger.

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ARTCHIPEL ORCHESTRA e la splendida Utopia dell’Art Rock di Canterbury

Nel mare magnum delle iniziative musicali di quest’estate valdostana si è materializzato, come una splendida utopia, il musicalissimo arcipelago dell’Artchipel Orchestra che la sera del 1° agosto si è esibita al Teatro Romano di Aosta, per “Aosta Classica”.

Il nome dell’orchestra fonde, infatti, la parola “archipel”, che in francese vuol dire arcipelago, con il suffisso “Art” che evoca l’Art Rock della Scuola di Canterbury, movimento che, tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta, vagheggiò una “musica totale” che, partendo dal rock, inglobasse musica d’avanguardia ed elettronica, psichedelia e jazz.

Portata avanti da gruppi come Soft Machine, Gong, Caravan, Henry Cow, Hatfield and the North e National Heath, questa “splendida utopia” infiammò la fantasia di un pubblico di nicchia.

Ne faceva parte anche il batterista milanese Ferdinando Faraò che partendo dall’Art Rock e dal jazz ha, poi, costruito una splendida carriera in costante evoluzione (non a caso un suo cd, “Darwinsuite”, è dedicato al pensiero del naturalista inglese che formulò la teoria dell’evoluzione della specie) che da eccellente accompagnatore lo ha visto trasformarsi in musicista a 360 gradi, capace di progettare e guidare progetti di ampio respiro.

Con l’Artchipel, in particolare, ha voluto far rivivere l’Utopia di Canterbury attraverso arrangiamenti per big band delle musiche di alcuni suoi esponenti di spicco; da Alan Gowen (Gilgamesh e National Health) a Dave Stewart (Hatfield and The North, National Health), da Fred Firth (Art Bears, Henry Cow) a Mike Westbrook, che col movimento ebbe stretti rapporti.

Ne è nato un cd pubblicato a giugno, “Never Odd or Even“, che ospita il chitarrista Phil Miller che ha collaborato con molti musicisti della Scuola di Canterbury. Tra questi Alan Gowen, presente nel cd con due composizioni: “Arriving twice” e “Snining Water”.

Era un suo sogno nel cassetto che fossero eseguite con un organico più ampio- ha raccontato Faraò- Il sogno, in realtà, l’ho realizzato io perché ho avuto la possibilità di avere tra le mani le sue partiture originali. Sono cresciuto con la musica di Canterbury che per me ha qualcosa di magico. Si stacca dal progressive di quegli anni per ricercatezza armonica, spiccato gusto per la melodia ed un’originalità favorita dal non essere entrata in logiche di carattere commerciale“.

Un affetto che trapela anche dall’unica composizione originale del cd, “Big Orange”, una specie di Requiem dedicato da Faraò allo scomparso batterista Pip Pyle, altra figura carismatica del movimento. Si può, pertanto, dire che Faraò abbia artisticamente vinto la scommessa, anche grazie ai 19 bravissimi elementi dell’orchestra. Tra questi c’erano i pianisti Beppe Barbera, aostano d.o.c., e Massimo Giuntoli, che, pur essendo milanese, al Teatro Romano di Aosta è di casa visto che da tre anni vi realizza lo spettacolo di suoni e luci “Théâtre et lumières”.

Da BREGOVIC ad ACCARDO (passando per DE GREGORI): AOSTA CLASSICA 2012 richiama big di sicuro richiamo

Nonostante il “clima generale di indubbia crisi economica e sociale”, l’assessore regionale valdostano all’Istruzione e Cultura Laurent Vierin continua ad “investire sulla proposta culturale del nostro territorio, nella profonda convinzione che questo atteggiamento sia la chiave di volta per uno sviluppo radicato e duraturo della “valdostanità” qui e nel mondo”. Sono queste le parole che aprono la brochure che presenta l’offerta culturale dell’assessorato per l’estate 2012, una delle sue quattro “Saison” che, ormai, si succedono senza soluzioni di continuità. Momento clou sarà anche questa volta “Aosta Classica”, che, per il diciassettesimo anno, è organizzata dalla società “Opere Buffe”. L’edizione che si terrà a cavallo tra luglio ed agosto, è caratterizzata da un programma concentrato e diversi ritorni sulle scene valdostane di nomi che garantiscono massicci afflussi al Teatro Romano di Aosta.

E’ questo, sicuramente, il caso del concerto inaugurale del sessantaduenne musicista bosniaco Goran Bregovic che,la sera del 23 luglio, con la sua Wedding and Funeral Band presenterà il nuovo disco “Champagne for Gypsies”. Ad aprire la serata sarà una delle realtà valdostane più interessanti: L’Orage, freschi vincitori di Musicultura.

Dopo un gruppo di ottoni dell’Istituto Musicale Pareggiato della Valle (il 24 luglio), il 25 toccherà al cantautore Fabio Concato, tornato alla ribalta, dopo un periodo delicato, con “Tutto qua”, il cd di inediti pubblicato quest’anno dopo 11 anni di attesa. A qualche anno di distanza dalle loro esibizioni alla Saison Culturelle ed al Festival di Sarre, il 27 e 28 luglio ci sarà, poi, il ritorno anche dei Momix, che, con lo spettacolo “Botanica”, attireranno anche questa volta molta gente.

La terza, ed ultima, presenza valdostana, sarà il pianista Beppe Barbera, che il primo agosto si esibirà con l’Artchipel Orchestra guidata dal batterista Ferdinando Faraò. E’ il primo dei due appuntamenti jazz, l’altro, il 2 agosto, vedrà tornare ad Aosta il chitarrista Al Di Meola. Otre al gruppo di ottoni, la musica classica,da cui prende il nome la rassegna, si limiterà quest’anno ai concerti di due violinisti: la diciottenne Masha Diatchenko (il 3 agosto) e l’habitué Salvatore Accardo, che il 4 agosto si esibirà con l’Orchestra da Camera Italiana. Apoteosi finale, il 5 agosto, con il ritorno ad “Aosta Classica” di Francesco De Gregori, che si esibirà in Valle per la quarta volta in cinque anni (nel 2011 cantò a Saint-Vincent insieme a Lucio Dalla).

ARTCHIPEL ORCHESTRA: l’arcipelago sonoro che ruota intorno alla Scuola di Canterbury

Canterbury è città cara ai valdostani perché vi morì il teologo aostano Anselmo di Bec, venerato dalla Chiesa come Sant’Anselmo. E’ carissima, però, anche agli appassionati di rock progressivo perché tra la fine degli anni Sessanta e la metà dei Settanta vi si sviluppo uno dei movimenti più significativi della storia del rock che produsse gruppi come Soft Machine, Caravan, Hatfield and the North ed Henry Cow.

Proprio agli arrangiamenti jazz di alcune musiche della Scuola di Canterbury è stato dedicato il concerto che il 29 ottobre ha aperto la rassegna Espace Jazz dell’Espace Populaire di Aosta. Protagonista è stata l’Artchipel Orchestra formata da ben diciotto musicisti, tra i quali il pianista aostano Beppe Barbera. A dirigerla è il batterista milanese Ferdinando Faraò, ideatore di un progetto che l’1 e 2 novembre si concretizzerà nella registrazione di un cd. «E’ una musica- ha spiegato- che, oltre che la storia del rock, ha segnato la mia adolescenza. Il notevole spessore qualitativo le permette di essere molto viva ed attuale, per cui, in occasione del ventennale della morte di uno dei suoi protagonisti, Alan Gowen, ho pensato di arrangiare jazzisticamente musiche sue e di Dave Stewart, che hanno fatto parte degli Hatfield and the North, di Fred Firth, degli Henry Cow, e di Mike Westbrook che con questi ultimi ha collaborato.» Il nome dell’orchestra, Artchipel, fonde il suffisso Art (che evoca l’Art Rock di Canterbury) con la parola “archipel” che in francese vuol dire arcipelago. «La band è un arcipelago sonoro- continua Faraò- alcune “isole” cambiano di volta in volta, ma il risultato finale è sempre di forte identità e di grande impatto scenico. La caratterizza,inoltre, la trasversalità, anche anagrafica, per cui, accanto a nomi autorevoli del jazz italiano, l’Orchestra dà spazio a giovani musicisti di talento