L’alchimista sonoro BILL FRISELL

Per un diciottenne statunitense appassionato di musica, nell’agosto 1969, la direzione era una sola: Woodstock. In centinaia di migliaia si misero, infatti, in viaggio per vivervi i tre giorni di pace, amore e musica che sono rimasti nell’immaginario collettivo. L’occhialuto William Richard Frisell, che pure all’epoca era giovane (è nato a Baltimora il 18 marzo 1951), appassionato di rock e Chicago Blues e, per di più, a New York, preferì, invece, andare al Central Park a sentire Al Kooper.
Quando, nel luglio 2003, me lo raccontò, in occasione di un suo concerto aostano, fu inevitabile fargli la domanda: è stato il segno premonitore di una carriera musicale controcorrente? «Può darsi.- ammise sorridendo- Certo è che, poi, me ne pentii: avrei voluto esserci anch’io.»
Da allora, infatti, dove e quando la musica ha preso nuove direzioni Bill Frisell non è mai mancato. Anche perché dagli anni Ottanta in poi è, spesso, stato lui ad indicarle. Come capitava per i grandi innovatori come Miles Davis, l’uscita di ogni suo Cd è, infatti, attesa dagli appassionati con ansia e, invariabilmente, salutata dalla stampa specializzata come un nuovo capolavoro. Pesa questo ruolo di battistrada della musica del terzo millennio? «No, basta considerare ogni nuovo Cd o progetto non come un punto d’arrivo, ma, piuttosto, come uno scalino in più di un’ipotetica scala alla cui cima vorrei arrivare. Come qualcosa sempre in evoluzione.»
A quel tempo l’ultimo scalino era rappresentato dal progetto Bill Frisell & the Intercontinentals, con il quale, il 24 luglio 2003, aveva portato al Teatro Romano folgoranti scampoli di musica globale che confermarono le sue qualità di spericolato alchimista, capace di accostare musicisti, almeno apparentemente, lontanissimi come il percussionista del Mali Sidiki Camara, il cantante, chitarrista e percussionista brasiliano Vinicius Cantuária, il macedone Christos Govetas (oud e bouzouki), Greg Leisz (pedal steel e slide guitars) e Jenny Scheinman (violino).
«Ho voluto fare un piccolo esperimento.- mi spiegò- Conoscevo individualmente questi musicisti, ma non potevo avere un’idea di quello che sarebbe scaturito quando avremmo suonato insieme. Di una cosa ero, però, certo: che provenendo da parti del mondo culturalmente diverse avremmo potuto esprimerci molto più liberamente. Siamo, infatti, riusciti a trovare nuove, interessantissime, connessioni musicali.»
Ha, ormai, preso suggestioni musicali un po’ da tutto il mondo, e l’Italia? «Conosco la musica di Nino Rota, che è fantastico. Ho suonato la sua “Amarcord” in un Cd di Hal Wilner. E, poi, la mia prima colonna sonora l’ho scritta per “La scuola”, un film di Daniele Luchetti. Mia moglie Carole è di origine italiana, (viene da Villa Latina, vicino Cassino) per cui mi sono interessato alla musica popolare italiana e sono molto meravigliato di quanto sia diversa da regione a regione.»
AL JARREAU: How wonderful life is while you’re in the world

Per i meno esperti è utile ricordare che il settantunenne cantante statunitense Alwyn Lopez Jarreau, più noto come Al Jarreau, è una delle 45 celebrità del supergruppo “USA for Africa” che nel 1985 interpretò la famosissima “We are the World”. “And so we all must lend a helping hand” vi cantava, a fianco di Michael Jackson, Bob Dylan, Ray Charles e Bruce Springsteen. Non c’è stato, invece, bisogno di tante spiegazioni per i tanti suoi ammiratori che il 30 luglio hanno affollato il Teatro Romano, dove si è esibito per “Aosta Classica”.
Partner di musicisti come Miles Davis e George Benson, Jarreau si è confermato molto di più di un cantante dal timbro vocale inconfondibile o di un funambolico imitatore di strumenti. «La musica è sempre nella mia testa.- ha spiegato prima del concerto- La immagino come canzoni nella loro globalità e non solo come parole, perché sennò sarebbe poesia e non musica. Non suonando nessuno strumento, per riuscirvi uso la mia voce, con la quale faccio del mio meglio per comunicare al pubblico emozioni.» Anche ad Aosta c’è riuscito particolarmente bene, anche perché, nonostante l’età e gli acciacchi, conserva una notevole verve di intrattenitore, perfezionata agli esordi quando si esibiva nei nightclub negli intervalli degli shows di star della comicità come Bette Midler e John Belushi. L’infinita gamma di smorfie di cui è capace la sua faccia si riflette, quando canta, nell’arcobaleno di sfumature della voce che, con un processo di composizione istantaneo, ricreano e fanno proprio qualsiasi motivo.
La sua impressionante versatilità vocale è, del resto, testimoniata dal fatto che è l’unico cantante ad avere vinto i Grammy Awards (gli Oscar della musica americana) in tre differenti categorie: jazz, pop e R&B. «Ho portato il mio stile in tutto quello che ho fatto.- ha precisato- Penso che la cosa più semplice
sia considerarmi un cantante jazz. Ma sono cresciuto nella periferia di Milwaukee ascoltando ogni tipo di musica: dal jazz alle polche, dalla musica di chiesa al bebop. Per cui nel mio stile attuale ci sono tutte queste influenze. Il jazz, in ogni caso, è molto importante per me.»
Ad Aosta lo ha accompagnato una meravigliosa band formata da Joe Turano (sassofoni, tastiere e direzione musicale), John Calderon (chitarre), Chris Walker (basso e, anche lui, bravissimo cantante), Mark Simmons (batteria) e Larry Williams (piano e flauto). Presentando il concerto Jarreau era stato facile profeta: «Sono sicuro che sarà una grande serata. – aveva detto- So che il concerto di Aosta si svolgerà in un antico Teatro Romano e sono contento di condividere una parte della sua grande storia. Faremo alcune canzoni dei miei primi album, che contengono alcuni miei successi e del materiale nuovo, compreso “Double Face”, che lo scorso autunno è stato nelle classifiche europee e adesso lo è negli USA.» “Double Face” è frutto della collaborazione col musicista italiano Lino Nicolosi, quali altri rapporti ha con la musica italiana?, avevo chiesto «Lo scorso anno ho registrato con i Musica Nuda e Mario Biondi. L’Opera italiana, poi, è fantastica e quando mi esibisco in Italia a volte canto la mia versione di “Caruso” e mi piace molto quando il pubblico la canta con me.» Se ad Aosta non ha fatto “Caruso”, in compenso ha finito con una versione da pelle d’oca di “Your Song” di Elton John, la canzone che l’ha reso celebre in Italia. E siamo sicuri che sono stati in tanti a dedicargli i versi: How wonderful life is while you’re in the world.
ELIO E LE STORIE TESE: una band al 100% contro il logorio della stupidità moderna

Ci sarà pure un motivo se nel gennaio di quest’anno un sondaggio del sito “Rockol” ha eletto Elio e le Storie Tese miglior artista italiano del decennio 2001-2010. I motivi, in realtà, sono più di uno: il beffardo sarcasmo dei loro testi, la coinvolgente presenza scenica del leader ma, anche e soprattutto, una grande sostanza musicale. «Quelli che ci ascoltano- ha spiegato il bassista Nicola “Faso” Fasani- si dividono in un gruppetto di persone superficiali per i quali siamo quelli che fanno ridere e quelli che, invece, hanno capito che siamo una band al 100%. Uno dei nostri modelli, Frank Zappa, diceva che per far passare la musica evoluta bisogna infarcirla di parolacce ed argomenti assurdi, in modo che la gente non se ne accorga e l’ascolti. E’ un po’ quello che facciamo noi.»
Se ne è avuta un’ulteriore dimostrazione la sera del 23 luglio, in occasione del concerto che Elio e le Storie Tese hanno tenuto al Teatro Romano per “Aosta Classica”. Già il vederli in pittoresche vesti, con Elio travestito da marajà e Mangoni da Zeus che scagliava saette, ha fatto ingoiare al pubblico una lunga introduzione strumentale e la complicatissima “Pagano” con tanto di citazione di “Jesus Christ Superstar” («l’avevano già cantata in questo teatro duemila anni fa. In latino, però», ha chiosato Elio). Con Faso e la corista di lusso Paola Folli, sul palco c’erano il chitarrista Davide “Cesareo” Civaschi, il batterista Christian Meyer, i tastieristi Sergio Conforti alias “Rocco Tanica” e Antonello “Jantoman” Aguzzi e, naturalmente, il cantante e flautista Stefano Belisari in arte Elio.
A contendere a quest’ultimo il ruolo di protagonista è stato, come al solito, Mangoni, il membro non ufficiale del gruppo, che, come Elio ha più volte sottolineato, è reduce dal successo alle ultime elezioni comunali di Milano, dove ha ottenuto 1068 voti presentandosi nella lista “Federazione della Sinistra” come “Luca Mangoni detto Supergiovane“. «Le spiegazioni- aveva spiegato prima del concerto Faso- possono essere due: la gente l’ha votato perché nei nostri spettacoli fa ridere o perché è un architetto che da anni si confronta con competenza col mondo dell’edilizia di Milano. A mancare in Italia non sono le persone eleganti e di bello aspetto, ma quelle serie e competenti che sappiano fare il proprio lavoro.»
Una situazione, questa, che da trent’anni permette al gruppo di far ridere mettendo in risalto gli aspetti tristemente comici del nostro paese. Con vette di notorietà come “La terra dei cachi”, presentata al Festival di Sanremo del 1996, e la recente partecipazione alla trasmissione “Parla con me”, dove, con caustiche parodie di celebri motivi, hanno fotografato l’attuale teatrino politico. Passando dai problemi del nucleare (“sai che il nucleare è una stronzata atomica… vaffanculo al plutonio… stoccatelo tu”, sulle note dei Beatles) alle elezioni comunali (“Ballo ballottaggio da capogiro”, sulle note della Carrà). Gli effetti più esilaranti li hanno, naturalmente, raggiunti con Berlusconi e canzoni come “Ruby Baby”, “Regime di cuori”, “Orgia on my mind” e la celebre “Bunga bunga/Waka Waka” (“Bunga bunga con Lele. Bunga bunga con Fede. Se non stai attento vai in galera per colpa dell’Africa”). «Siamo finiti sul “New York Times”- racconta Faso-
e un giornale tedesco ci ha intervistati incuriosito da questi musicisti di mezza età che fanno canzoni ispirate a quella specie di cabaret legalizzato che è la scena politica italiana, che, ormai, fornisce così tanti argomenti che non ti devi neanche sforzare troppo di inventare cose.»
“Bunga Bunga” (inserita in un medley ballereccio con Mangoni con la maschera di Berlusconi) si è ascoltata anche ad Aosta insieme a cavalli di battaglia come “Il vitello dai piedi di balsa”(«ispirato ad una storia vera successa nei boschi di quella montagna lì di fronte, che non mi ricordo come si chiama ma è quella lì»), “El pube”, “Servi della gleba” (dove la frase originale “mi è entrata una bruschetta nell’occhio” è diventata “mi è entrata una statuetta del Duomo in bocca”),“Born to be Abramo” e “Parco Sempione” (dedicata agli speculatori edilizi). Al termine di quasi due ore di spettacolo sorprendenti (anche perchè Elio voleva finirla lì dopo la prima canzone, preferendo la qualità alla quantità) Il coro di “forza Panino!” (citazione del finale di “Tapparella”) del pubblico, ha introdotto i bis con una spettacolare versione di “Il Rock and Roll”, in cui il re Mangoni viene sodomizzato e preso a calci da Elio, il leader della «più grande rock band italiana», e, naturalmente, la conclusiva “Tapparella”.
Al Teatro Romano di Aosta MARIO BIONDI festeggia i 40 anni con un’orchestra di 40 musicisti

In una carriera, come quella del cantante catanese Mario Biondi, che procede nel segno dell’eccezionalità, pure il compleanno finisce per adeguarsi. Anche perché i quarant’anni, compiuti lo scorso 28 gennaio, sono una tappa da ricordare. «Lo festeggerò per tutto il 2011 con le mie 40 candeline personali sul palco», ha confessato, scherzando, Biondi. Si riferiva ai 40 musicisti della Big Band che lo accompagnano nel tour estivo che il 22 luglio ha fatto tappa al Teatro Romano per “Aosta Classica («E’ una location fantastica. -ha detto durante il concerto- E non lo penso solo io, basta vedere cosa hanno iniziato a costruire qui a fianco i “giovani” (riferendosi ai Romani)»).
In tempi precari il potersi permettere di andare giro con un tale organico, è un ulteriore segno del successo che premia una carriera ventennale, condotta nel segno del soul-jazz e decollata nel 2004 con l’hit europeo “This is What You Are”. «Più che di successo è segno di pazzia.- ha puntualizzato prima del concerto- E’, soprattutto, il realizzarsi di un sogno coltivato fin da bambino, quando sentivo le Big Band nei dischi di mio padre. Sul palco ci sarà un pò tutta la mia vita artistica perché tra le sue fila ci sono alcuni “Mario Bros”, il gruppo con cui cantavo negli anni novanta, e alcuni “High Five”, con cui ho registrato il Cd “Handful of soul” che nel 2006 mi ha portato al successo.»
Di sogni Biondi ne ha concretizzato anche altri, collaborando, per esempio, con alcuni suoi idoli. A cominciare da Burt Bacharach, col quale si è esibito più volte e che gli ha scritto la canzone “Something that was beautiful”. «Durante un soundcheck- ha raccontato- mi ha detto che devo andare a lavorare con lui negli Stati Uniti, perché, secondo lui, non esiste una voce come la mia in tutto il continente americano.» Una voce talmente caratteristica da essere stata oggetto di imitazioni televisive e richiestissima per doppiare i cartoni animati della
Disney (dagli “Aristogatti” a “Rio”). Guai, però, a paragonarla, come spesso succede, a quella di Barry White. «Che palle l’etichetta di Barry White italiano!- ha obiettato- Sono cresciuto ascoltando in maniera smodata altri cantanti. Al Jarreau, per esempio, con cui ho recentemente stretto amicizia. Anzi, posso preannunciare che a fine anno ci saranno delle belle novità con lui. Sono convinto che si impari molto dalle collaborazioni. Ancor più quando, avvenendo in territori lontani dalla musica che uno ama, servono a mettersi in discussione. Perché nella musica non ci deve essere nessun tipo di “razzismo”.»
Qualche anno fa avevi detto che il Soul si addice ai siciliani perché sono “i neri italiani”. Sei ancora di quel parere? «Non sono più così categorico. Certo è che, nel bene o nel male, i siciliani hanno rappresentato molto l’italianit all’estero. In particolare sono tanti i crooner di origine siciliana, a cominciare dal più grande di tutti: Frank Sinatra. Ultimamente Quincy Jones, mostrandomi il suo anello al mignolo, mi ha detto: is sicilian like you. Glielo aveva regalato Frank nel periodo di “L.A. is my Lady”.» Ad Aosta i momenti migliori di una scaletta aperta da “Serenity” sono stati le cover di “Close to you” (con la bionda Samantha Iorio) e “My Girl”, la parentesi brasiliana con “Bom de doer (bello da far male)” scritta da Nelson Motta e cantata con il fratello Stevie ed i fuochi di artificio finali con “Just the way you are”, “This is What You Are” e “No Trouble”. «Abbiamo dovuto tagliare molto per rimanere nelle due ore», ha detto al termine un Biondi stanco ma felice. Tra le canzoni escluse “I know it’s over”, adattamento inglese di “E se domani” di Mina. E’ un segno della tua ricerca di una via italiana alla musica soul? «Malgrado la mia carriera sia proiettata all’estero, non dimentico le mie radici. Anche perché in Italia non ci siamo mai fatti mancare niente, e, in fondo, Stevie Wonder e tanti altri hanno attinto a piene mani dal patrimonio del bel canto italiano.»
Il gran maestro WYNTON MARSALIS ad Aosta con la JAZZ AT LINCOLN CENTER ORCHESTRA

Il 19 luglio “Aosta Classica” ha giocato il primo degli assi della sua sedicesima edizione. A salire sul palco del Teatro Romano è, infatti, stato il quarantanovenne Wynton Learson Marsalis, poliedrico trombettista americano che unisce ad un enorme talento artistico una grande capacità di muoversi nella società americana che conta. Lo conferma il magazine “Time” che nel 1996 lo inserì tra le 25 persone più influenti d’America, ma anche i 128 milioni di dollari che Marsalis è riuscito a raccogliere per costruire, a New York, la nuova sede del
Jazz at Lincoln Center. Diecimila metri quadri di spazio, due teatri, un club, un centro studi e una sala multimediale che il 18 settembre 2004 ha inaugurato, nel cuore di Manhattan, con le parole: ”benvenuti nella casa dello swing”.
“Jazz at Lincoln Center” ha due orchestre stabili, una di queste era sul palco del Teatro Romano con Marsalis per il terzo concerto della loro tournèe italiana. I 14 bravissimi solisti che la compongono si sono confermati uno strumento “straordinariamente versatile” per uno dei viaggi a ritroso nella storia del jazz che il trombettista tanto ama. Lo conferma il programma della serata che, a parte qualche composizione del sassofonista Ted Nash, ha avuto una prima parte dedicata a composizioni di Thelonious Monk (Four in one, Light Blue, Evidence e Criss Cross) ed una seconda con omaggi al blues (“I left my baby”), Art Blakey (“Three Blind Mice”), Chick Corea
(“Armando’s Rhumba”) e Duke Ellington (la finale, scanzonata, “Feet Bone”) . Il tutto proposto nella veste spettacolare (e inconsueta dalle nostre parti) della Big Band e con solisti di spicco come i trombettisti Ryan Kisor e Marcus Printup, i sassofonisti Sherman Irby, Walter Blanding e Joe Temperley e il ventottenne pianista Dan Nimmer.
Si è trattato, naturalmente, di jazz mainstream, quello, cioè, più tradizionalmente conosciuto (e amato) dal pubblico, alla cui causa Marsalis si è votato, attirandosi le accuse di voler cristallizzare questa musica in uno schema immutabile (per certi versi confermata dalle chilometriche partiture che nascondevano i musicisti). Roventi sono, infatti, state, in passato, le polemiche con critici e jazzisti del calibro di Keith Jarrett, Miles Davis, e, addirittura col fratello Brandford (quando, questi, nel 1985, andò a suonare il sassofono con Sting). «Ho la mia tradizione musicale, che amo.- ha ribattuto Wynton- Mi piace sentire la gente che fa swing: se si vuole chiamare “conservatrice” questa musica, a me sta anche bene.» E’, d’altronde, comprensibile che uno nato a New Orleans, la culla del jazz, ci tenga a tramandarne le radici filologiche. Ed è, nello stesso tempo, assai probabile che abbia ragione Zarin Metha, presidente della New York Philharmonic Orchestra, che, quando, nel 1997, Marsalis divenne il primo jazzista a vincere il Premio Pulitzer per la musica con l’oratorio “Blood on the Fields”, scrisse: «Sono sicuro che da qualche parte in cielo Buddy Bolden, Louis Armstrong e molti altri jazzisti stanno sorridendo.» 

MICK HUCKNALL ad Aosta tra (SIMPLY) RED e (Bobby) BLUE

In vino veritas, dicevano i latini. Lo conferma Mick ‘Red’ Hucknall, il rosso leader dei Simply Red. Nato, a Manchester l’8 giugno 1960, ha una casa a Sant’Alfio, sul versante est dell’Etna, dove possiede sei ettari di superficie coltivata a vigneto. Con le sue uve produce un vino che è il suo ritratto: sia perché lo ha chiamato “Il cantante“, sia, soprattutto, perché è un rosso. Il viso e i lunghi riccioli rossi di Hucknall hanno
caratterizzato le copertine dei cd e dei videoclip della band pop-soul britannica, che tra il 1984 ed il 2009 ha venduto ben 55 milioni di dischi. Nel maggio 2008, prima di chiuderne definitivamente l’esperienza con il “Farewell tour”, Hucknall pubblicò il suo primo, e finora unico, cd solista: Tribute to Bobby. Fu col suo tour promozionale che arrivò ad Aosta il 19 luglio 2008 per esibirsi nella tensostruttura del Teatro Romano gremita di oltre seicento appassionati. La serata, inserita nella rassegna “Aosta Classica”, iniziò con la proiezione di un documentario su Bobby “Blue” Bland, il bluesman del Tennessee che, pur senza aver mai composto né, tantomeno, suonato alcuno strumento, grazie alla sua incredibile voce é diventato uno dei principali artefici della svolta verso il moderno “Soul sound”. «Uno di quegli artisti- confessò Hucknall- che hanno influenzato il mio modo di cantare molto prima che io diventassi uno schiavo del successo.» Le 12 canzoni del cd, tratte dal vasto repertorio di Bobby (tra queste la “Farther up the road” fatta sua da Eric Clapton), hanno costituito buona parte della scaletta di un concerto che ha visto il pubblico scaldarsi gradualmente fino all’apoteosi finale, con tutti in piedi a ballare gli hit dei “Simply Red”, a cominciare da “Money’s too tight”.
GORAN BREGOVIC: la vita è una valigia troppo pesante da portare da soli
E meno male che quel 26 luglio 2008 Goran Bregovic (nato il 23 marzo 1950) era convalescente. I postumi di una recente caduta- due vertebre tenute su da placche d’acciaio ed un busto che gli limitava il respiro- non bastarono, infatti, a frenare la selvaggia energia che caratterizza le sue esibizioni, rendendolo protagonista di un entusiasmante concerto in un Teatro Romano di Aosta pieno come un uovo. Con lui due cantanti e la
“Wedding & Funerals Band“, una fanfara di ottoni che si rifà, aggiornandola, alla tradizione dei complessi ottomani e rom. «Ho iniziato suonando il rock- mi disse Bregovic con una voce resa ancora più gentile dalla costrizione del busto- ma il nostro non poteva che essere un rock di provincia, copia di quello inglese. Da quando, invece, collaboro con musicisti tradizionali, abituati a suonare ai matrimoni ed ai funerali, tutto viene naturale e non c’è più bisogno di copiare.» E’ vero che ha detto che preferisce una banda gitana, magari stonata, ad una “Madame Butterfly” imbalsamata dalla routine? «Mi piace stare sul palcoscenico con musicisti entusiasti. Perché durante un concerto tutto si può amplificare, dalle immagini al suono, ma non la gioia che c’è tra i musicisti: quella c’è o non c’è.» E, come succede da anni in tutto il mondo, anche ad Aosta di allegra energia ce ne fu tanta. Tra i musicisti della band (con in prima fila il biondo Alen Ademovic alla grancassa e fisarmonica), ma, anche tra il pubblico che, purtroppo, a causa di un servizio d’ordine troppo rigido potè esternarla solo lontano dal palco. «La
gente ha molta curiosità per le musiche più strane, e il piccolo compito che noi musicanti di provincia abbiamo è quello di far conoscere la nostra cultura. La musica non può cambiare il mondo, ma può servire a conoscere la cultura dell’altro. Ed è la cultura che fa la differenza. Anche nei momenti più bui. E’ per questo che Hitler non ha mai bombardato il Louvre o gli americani il Colosseo…».
Perché, allora, durante la guerra in Bosnia, tanti monumenti sono stati bombardati? «Perché non ci conoscevano, e per gli americani eravamo dei selvaggi nel bosco…» E’, in fondo, la stessa paura del diverso che porta a prendere le impronte digitali ai bambini Rom… «Non c’è niente da fare: i ricchi non vogliono vedere i poveri. Gli zingari sono, metaforicamente, i cowboys europei, nel senso che sulla libertà non scendono a compromessi. Sono sicuro che a tutti piacerebbe vivere per un giorno da gitano. Non di più, però, perché oggi l’essere marginalizzato dalla società non è più così romantico come una volta. Io credo alla buona fede dello Stato e penso che magari con queste misure qualcosa di buono verrà fuori: magari i bambini Rom cominceranno ad andare a scuola, e, forse, il circolo perverso tra povertà e criminalità si interromperà. Sappiate che da noi ogni gitano parla un poco d’italiano, perché voi avete sempre avuto il cuore aperto verso di loro. Quello che serve è una maggiore integrazione, perché conoscendosi ci si capisce. In fondo la vita è una valigia troppo pesante da portare da soli.»
Quella volta che JOAN BAEZ cantò a Saint-Vincent
Passano gli anni, ma Joan Baez fa sempre notizia. Ieri perchè ha festeggiato il settantesimo compleanno (è nata a New York il 9 gennaio 1941), ma fu così anche il 22 luglio 2004, quando il suo arrivo in Valle d’Aosta mobilitò le maggiori testate italiane per la conferenza stampa di presentazione del suo tour italiano. L’evento, inserito nella rassegna “Aosta Classica”, visse, così, due momenti: uno, privato, in cui ad uscire fuori fu la Baez politicamente impegnata, ed uno pubblico, il concerto, in cui, in un affollatissimo Palais Saint-Vincent, fece, finalmente, musica. Grande, naturalmente.
ATTO PRIMO. Più che una conferenza stampa sembrò di assistere ad una tribuna politica. Imputato principale: il governo di George Bush. «Mi scuso per il comportamento disgustoso del governo americano- esordì la Baez- Sono seriamente preoccupata. In Europa ci sono varie posizioni, ma io rimango scioccata quando vedo che qualche paese si schiera con l’America.» E’ l’opinione pubblica americana cosa dice? «Sta cambiando, soprattutto dopo “Fahrenheit 9/11” il coraggioso documentario di Michael Moore contro l’amministrazione Bush che ha vinto la Palma d’oro a Cannes. Pensiamo di fare qualcosa insieme. Mi ha ricordato che quando studiava all’Università, sono andata lì a fare un mio concerto, e, alla fine, abbiamo parlato a lungo delle loro lotte. Così, poi, gli ho spedito un assegno di 300 dollari per aiutarli. La sua attività politica è cominciata così.» La musica ha ancora il potere di muovere le coscienze? «Tra tutte le arti è quella che riesce maggiormente a cambiare il cuore e la mente delle persone. Non basta, però, andare ad un concerto o partecipare ad una manifestazione, bisogna rendersi conto che per ottenere qualcosa bisogna prendersi dei rischi. Il concerto Live Aid di Bob Geldolf è stato talmente innocuo che, alla fine, l’unico rischio era quello di non essere invitato.» Con la saggezza della maturità come vede il suo rapporto con Dylan? «Altro che saggezza: dovevate vedermi oggi mentre risalivo la Dora saltando sui sassi. Non c’era niente di saggio in me.»

ATTO SECONDO. Il Dylan accuratamente glissato in conferenza stampa venne fuori in concerto: prima con “Farewell Angelina”, e, poi, con “It’s all over now, baby blue”. Furono, proprio, questi ed altri suoi classici (“Joe Hill”, “Sweet Sir Galahad”, “Diamonds & rust”, “Here’s to you”, ma, anche, le morandiane “Un mondo d’amore” e “C’era un ragazzo”), eseguiti in gran parte con la sola chitarra acustica, a regalare le maggiori emozioni. Poco spazio, invece, per il ben collaudato gruppo con cui eseguì, soprattutto, le canzoni di “Dark Chords on a Big Guitar”, il suo ultimo Cd dedicato alle canzoni di alcuni giovani autori americani. Tra questi “Wings” del bravissimo Josh Ritter che aprì il concerto. Gran finale con la classica “Gracias a la vida”, cantata guardando la sua amica valdostana Maura Susanna seduta in prima fila. «Maura è una brava cantante- mi aveva detto nel pomeriggio- Ieri ho pranzato nel suo ristorante ed ho ripassato con lei i testi delle canzoni in italiano.»
CROSBY,STILLS & NASH: E’ la prima volta che suoniamo in un posto più vecchio di noi
C’era qualcosa di “déjà vu” nei tre attempati signorotti americani che nei giorni scorsi si aggiravano per le strade di un paese dell’alta Valle d’Aosta. Il primo, un certo Stephen Stills, aveva il pizzo e lo sguardo del
predicatore evangelico, di quelli che ti cantano “Love the One You’re With”, ripetendo che bisogna “disperatamente sperare”. Il secondo, Graham Nash, era un “simple man” con uso di mondo. Si diceva avesse fatto diversi “trip” col “Marrakesh Express”, ma, sembra, lo abbiano anche visto urlare la sua rabbia dalle parti di “Chicago”. Adesso, raccontava, si gode la sua “very, very fine house” con il fresco titolo di baronetto (Officer of the Order of the British Empire, per la precisione) concessogli da Elisabetta II di cui è stato suddito fino al 1978, quando ha preso la cittadinanza statunitense. Era, però, soprattutto, il terzo, David Crosby, ad avere qualcosa di “déjà vu”. Non gli bastava, infatti, l’aspetto rubicondo per nascondere lo sguardo sbrilluccicoso di uno che ha tanto vissuto, amando (canterebbe spesso di una certa “Guinnevere”) e viaggiando su “wooden ships”. E i suoi capelli, seppure bianchi, erano ancora lunghi, come quando li sventolava come una “bandiera freak”. I tre, il 21 luglio, li si è
potuti ritrovare al Teatro Romano di Aosta. «E’ la prima volta che suoniamo in un posto più vecchio di noi»,ha detto Crosby. Mentre Nash gridava: «We are ba-ack!»
Non erano, infatti, semplici turisti, bensì i protagonisti di uno degli eventi clou della rassegna “Aosta Classica” . A cavallo tra i Sessanta e i Settanta, infatti, le tre “way streets” di questi miti pop-rock si sono intrecciate con quelle della musica che contava. Prima separatamente, quando erano alla guida di gruppi del calibro di Byrds, Buffalo Springfield ed Hollies, poi insieme, quando hanno formato uno dei primi supergruppi della storia. Per chi veleggia intorno ai cinquant’anni la giaculatoria “Crosby, Stills, Nash & Young” (quest’ultimo arrivato dopo ed andato via prima) rievoca grandi vibrazioni ed il sogno di “love & peace” immortalato dal Festival di Woodstock, di cui, non a caso, furono grandi protagonisti. Ideale di armonia che si concretizzò in particolare negli avvolgenti cori di cui i tre rimangono inarrivabili maestri.

Un sogno incrinatosi a metà degli anni Settanta, ma che ha ancora molti nostalgici. Lo conferma il tutto esaurito realizzato dal concerto aostano in cui i tre, impegnati in un tourbillon di cambi di chitarra, sono stati accompagnati da Todd Caldwell (tastiere), Robert Glaub (basso) e Joe Vitale (batteria). «Ci sono alcune canzoni che sembrano ancora spingere la gente verso un viaggio emozionale.- ha detto Crosby- L‘età del pubblico è molto ampia: alcuni hanno cominciato a sentire le nostre canzoni quando avevano diciassette anni, ma vengono anche molti adolescenti. Ora facciamo anche brani di altri, perché stiamo lavorando a un disco di cover.» A dispetto delle battute di Crosby (che ha detto di ricordare ormai solo 2 o 3 canzoni), ad Aosta il trio hanno sciorinato tutti i suoi inni- dall’iniziale “Woodstock” (scritta, in realtà, da Joni Mitchell) al bis finale “Teach your children”- ma, anche molti brani di loro illustri coetanei: dai Beatles (Norwegian Wood) ai Rolling Stones (Ruby Tuesday), da Bob Dylan (Girl From the North Country) agli Who (Behind Blue Eyes). Spiritualmente è stato presente anche il loro vecchio compare Neil Young, di cui, dopo lunghe discussioni(così, almeno, ha detto ironicamente Crosby), hanno scelto di cantare “Long may you run”. Un test per il loro prossimo cd di cover che non si sa quando registreranno, visti i continui bagni di folla e nostalgia che continuano a fare in tutto il mondo.
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