C’ERA UNA VOLTA (24) – EDOARDO MANCINI: un valdostano un po’ così

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1 Mancini Edoardo70La vita sa confondere le sue tracce. Come sosteneva, infatti, Hesse, è il desiderio d’oblio il più acceso e cieco desiderio umano. Col silenzio, con il “sonno della memoria”, con la dissacrazione ogni generazione tende a cancellare proprio ciò che pareva massimamente importante a chi l’ha preceduta. Può, però, capitare che ciò che sembrava, ormai, quasi dimenticato, riaffiori dal passato con la forza prepotente di un’emozione.

E’ quello che ho cercato di fare per otto anni con la sezione “Radici”, inventata nell’ambito della rassegna “Aosta Classica”. A cominciare da quel 9 luglio 2001 in cui, al CCS Cogne di Aosta, ricordai il geniale polistrumentista e compositore aostano Edoardo Mancini (26 ottobre 1934 – 10 giugno 1997).

1 Mancini Edoardo1955 copyC’era molta gente, quella sera, al Salone di Corso Battaglione. C’era anche Edoardo Mancini. Non certo lui, scomparso nel 1997, ma il nipotino, un bimbetto di 6 anni che del nonno musicista aveva solo sentito parlare.

Chi l’avrebbe detto, avrà pensato, che quel nonno, che nelle foto di casa lo guardava severo, avesse scritto melodie dolci come “Fatina” o “Al cuor non si comanda”? O che avesse dato dignità musicale all’ironico e sgangherato cabaret musicale dell’estroso Enrico Thiebat.

1 Barbera-Faccini-Tatina phonto 1Con quale gioiosa fantasia avesse giocato con la vita lo confermarono i racconti fatti, sul palco, dagli amici musicisti con cui, per anni, aveva animato le sale da ballo aostane o sperimentato pionieristicamente l’improvvisazione jazz.

 Da quel Tonino Sofi, che nella serata cantò con voce potente e piena di sentimento, a strumentisti come Alberto Faccini, Mario Rizzotto, Beppe Barbera e quel Luciano “Tatina” Bodria che, mentre suonava, faceva tutte quelle smorfie.

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Curiosi, poi, i bizzarri frutti dell’estro senile del nonno, con pezzi sperimentali come “Nouex”, “Frammenti” e “Tet de Loos”, interpretati da alcuni giovani interpreti classici (le pianiste Viviana Zanardo e Roberta Menegotto ed il trombonista Corrado Colliard) con cui, nonostante il gap generazionale, Mancini aveva stabilito un rapporto di stima ed amicizia.

1 Barbera-Sofi-Faccini-Rizzotto phonto 3Musica ostica, in fondo, solo per chi non le si accosta con la mente e le orecchie sgombre da pregiudizi. Come le hanno i bambini. O come le aveva Mancini senior, che all’eterno “addossarsi al muro della vita” dei suoi contemporanei ad un certo punto aveva preferito la fuga nel mondo dell’immaginazione. Lì sì che le regole poteva finalmente deciderle lui!

Chissà cosa avrebbe detto del ritrovarsi nel 2001 “oggetto di nostalgia”, con una serata interamente a lui dedicata? “Mio caro”, avrebbe abbozzato. E, poi, chissà quale battuta al vetriolo.

Rammaricandosi, forse, che per riuscire a riempire una sala con le sue musiche si fosse dovuto aspettare la sua morte. E la follia di un estimatore, e perchè no? amico, come me.

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QUELLI CHE IL JAZZ…le jam sessions all’Espace Populaire di Aosta

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1 Jam IMG_4754La più feroce battuta sul jazz, “il jazz è come una scorreggia. Piace solo a chi la fa”, sembra l’abbia fatta proprio un jazzista, il sassofonista John Coltrane. Quasi a sottolineare quanto sia, spesso, una musica di nicchia, fatta ad uso e consumo dei jazzisti. Spesso ma non sempre.

Sta cercando di dimostrarlo un gruppo di jazzisti valdostani che da due anni si ritrovano mensilmente all’Espace Populaire di Aosta per delle jam session aperte a tutti: musicisti e pubblico.

«Tutto è è partito dagli allievi del Laboratorio Jazz della SFOM.- spiega il pianista e sassofonista Augusto Favre- Grazie alla disponibilità dell’Espace ci ritroviamo un paio di volte al mese per avere l’opportunità di suonare insieme e, mettendoci in gioco, imparare

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Rispetto ad altri tentativi precedenti presto esauritisi, sembra che l’esperienza abbia preso piede, coinvolgendo, a turno, una ventina di musicisti locali.

1 Jam IMG_4752Si va dagli storici Alberto Faccini, Beppe Barbera, Marco Lavit, Bruno Martinetti Guido Gressani e Manuel Pramotton a giovani come Alberto Moretto, Maurizio Amato, Davide Meloni, Romeo Sandri, Antonio Gigliotti Lorenzo Barbera, Ludovico Fossà ed il marocchino Samir Bastajib, che coi suoi diciotto anni, è il più giovane.

Sparuta, ma di ottima qualità, la rappresentanza femminile con la batterista Elena Frezet e le cantanti Raffaella Castiglioni ed Elisabetta Padrin.

Per chi fosse interessato è stato creato un gruppo Facebook, “Quelli che il jazz…le jam dell’Espace Populaire” (https://www.facebook.com/groups/122294594578605) , dove si può essere informati delle date e degli orari delle jam sessions. La prossima si svolgerà martedì 1° aprile, a partire dalle 21.

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La musica “gustosa” della J-HAM SESSION di Philippe Milleret & Dzenta Valdoténa Band

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1 J-Ham IMG_4737La baraonda è, per il dizionario, un andirivieni disordinato e rumoroso di molte persone.

Se nella vita di tutti i giorni è spesso intesa negativamente, in campo artistico la parola acquista, invece, un’accezione più festosa: dalla poesia (“lasciai di Pisa la baraonda tanto gioconda” di Giuseppe Giusti) al varietà (“Gran Baraonda” era una rivista degli anni Cinquanta con Alberto Sordi e Wanda Osiris).

 

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E’ stato quest’ultimo il senso della grande baraonda musicale ideata dal cantautore valdostano Philippe Milleret e svoltasi il 28 marzo all’Enoteca La Cave di Via de Tillier.

Chiunque avesse voluto suonare o cantare era il benvenuto, trovando ad accoglierlo un piccolo impianto di amplificazione, chitarra, basso, batteria e tastiera e l’accoglienza calorosa di Philippe e dei suoi tanti amici musicali.

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Dal contrabbassista Alberto Faccini al tastierista Ivan Colosimo, dal batterista Hervé Lombard al multistrumentista Vincent Venso Boniface. E, ancora, le cantanti Raffaella Castiglioni e Giada Caregaro, il fisarmonicista Erik Bionaz ed i chitarristi Marco Lavit, Giuseppe Gus Boemio e Giorgio Broglio.

 

 

1 J-Ham IMG_4740C’era anche Davide “Barak Obaldo” Addario, grafico della locandina della serata che ne ha inventato anche il titolo “J-Ham session”, giocando sul doppio senso musicale (jam session) e gastronomico (ham,in inglese, è il prosciutto).

Accanto alla musica, c’era, infatti, un aperitivo a oltranza nel corso del quale si è potuto degustare il Valle d’Aoste Jambon de Bosses DOP tagliato a coltello. Non mancavano neanche i freschi di Erbavoglio formaggi, le birre alla spina del Gran San Bernardo, Prosecco, Franciacorta, vini valdostani e non…”e chi più sete ha più ne beva”.

1 J-HAM IMG_4738“W la Mezeucca!”, quindi, per dirla con il trentatreenne cantautore di Fénis che, con la sua Dzenta Valdoténa Band, continua a portare avanti il suo Folk’n’roll, in cui affianca a pezzi in patois il rock anni Cinquanta di hits come “Be bop a lula”, “Blue suede shoes” e “Tutti frutti”.

 

 

 

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FOLLE BANDERUOLA: l’omaggio valdostano alla Mina più folle con PLATINETTE

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1 Loris 9357265848_277239116_oAncor più che il pubblico che, la sera del 23 gennaio, ha affollato l’auditorium della Cittadella dei Giovani di Aosta, a confermare la riuscita del tributo che un gruppo di musicisti valdostani ha reso a Mina è stata una critica apparsa il giorno dopo su Facebook.

Mi hanno detto- ha scritto, infatti, Rossana- che (nella serata) di “Mina” c’era veramente troppo poco.”

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Accusa bislacca,visto che per 75 minuti non si è cantato e parlato d’altro, che però, a ben guardare, confermava come l’obiettivo della serata fosse stato centrato: strappare, cioé, la grande cantante dalle virgolette (“Mina”) di un’immagine stereotipata che in Italia molti hanno. Quella “Mina” legata ad un piú o meno ristretto numero di grandi successi datati che si vuole a tutti i costi risentire tali e quali (nelle sue incisioni d’epoca o, il più fedelmente possibile, da pallidi replicanti).

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Una “Mina” che nell’occasione si è, invece, cercato di “disimbalsamare” puntando sulla follia che, attraversandone la sterminata produzione musicale, le ha permesso di evadere dalla prigione (e dalla noia) di essere sempre sé stessa. Ecco, quindi, il titolo della serata, “Folle banderuola”, lo stesso di un suo successo del 1960, a sottolinearne la “schizofrenia” musicale che ha fatto sì che, accanto alle grandi canzoni d’amore (che, in ogni caso, é follia pur esso), abbia interpretato pezzi surreali e demenziali, o sconfinato in generi apparentemente lontani, o, ancora, stravolto, con interpretazioni ardite, canzoni ormai cristallizzate nell’immaginario collettivo.

1 Boj MG_4372E’ stato questo il filo conduttore delle canzoni in scaletta interpretate da alcuni dei migliori musicisti valdostani: Beppe Barbera, Roberto Biazzetti, Sylvie Blanc, Boj, Christian Curcio, Alberto Faccini, Stefano Frison, Marco Lavit, Elisabetta Padrin, Simone “Momo” Riva ed Alberto Visconti.

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A condurre la serata, in tutta la sua “vasta e roboante bellezza”, Mauro Coruzzi, in arte Platinette. Una/o che con il tema della serata é legata/o a filo doppio, visto che, nel 1980, ha creato a Parma il Mina Fan Club e che sull’essere “portatrice sana d’insensatezza” ha fondato la sua carriera di drag queen.

1 Momo P1270486«Ho conosciuto personalmente Mina nel lontano 1981.-ha raccontato- Mi trovavo negli studi romani della PDU per avere il riconoscimento ufficiale del Fan Club quando comparve, all’improvviso, un donnone con pelliccia bianca e pantaloni neri che disse: “io cappuccino scuro senza zuccherooo, e voiii?” E noi, marmorizzate dall’emozione di vederla, tutte a prendere cappuccino scuro senza zucchero. Quando, qualche tempo dopo, le mandammo una videocassetta in cui tre di noi impersonavano Mine di varie epoche ci rispose: “la prossima volta che chiamano meee mando voiii”. Se non è folle e simpatica una così!!! A livello personale, più che Mina celebre cantante, per me è la mamma di Benedetta, solo che quando ce l’hai davanti devi mediare tra il ricordo di un personaggio che è nella memoria collettiva ad una che ne ha la stessa voce. L’argomento di cui più abbiamo parlato nei nostri incontri è il cibo, con conseguenti grandi sgridate di Benedetta. L’ultima volta che l’ho sentita al telefono è stato due Natali fa. “Cretinaaa,- mi disse- sembri più grassaaa”.»

1 Biaz IMG_4371Qual’è, secondo Platinette, la follia musicale di Mina? «La sua follia è la capacità di cambiare registro e saper fare tutto con un tocco inimitabile.- ha spiegato- E’ una iperdonna. Piace perchè transgenerazionale, in quanto, assommando nella sua forte personalità tante qualità, supera i generi ed anche i sessi, perchè dentro quel donnone di 1 ed 80 c’è anche un uomo. Ecco perché piace a tutti: uomini, donne e a noi che non siamo né l’uno né l’altro.»

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Transgenerazionale era anche la “all star” di musicisti valdostani che ha fornito la colonna sonora della serata. Sia anagraficamente, visto che accanto a veterani (come Alberto Faccini, Roberto Biazzetti e Beppe Barbera), erano presenti giovani come Sylvie Blanc e Elisabetta Padrin, che come genere musicale di appartenenza (si andava dal funky di Boj e Momo Riva al cantautorato di Visconti e Frison, dal jazz di Lavit e Barbera ed alla musica etnica di Christian Curcio).

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Una all star band valdostana che é passata, con personalità, dalla carica vitale da stato nascente di “Folle banderuola” e “Tintarella di luna” al mantra buddista “Om mani peme um”, dallo swing di “Canto (anche se sono stonato)” di Lelio Luttazzi alla sensualità blues di “Non gioco più”, dalle follie d’amore di “Se c’è una cosa che mi fa impazzire” e “Se telefonando” ai peccati di gola di “Ma che bontà”.

Brano, quest’ultimo, che, nel finale, ha accompagnato anche l’ingresso della grande Minatorta del Mastro Pasticciere Marco Piancastelli, uno dei fondatori del mitico Fan Club di Parma.

1 barbera IMG_4373Accompagnato/a da Barbera, Platinette ha, invece, interpretato un’intensa “Io ho te”, prima di dialogare telefonicamente con Massimiliano Pani, figlio nonché stretto collaboratore musicale di Mina. E i ripetuti applausi della sala che hanno accompagnato questo momento hanno fatto capire quale e quanto sia l’affetto che circonda ancora sua madre. «Tanto forte-ha sottolineato Platinette-che anche una che ha la cotica da maiale come me se ne accorge.»

Ciliegina sulla torta l’intervento di Alberto Visconti che, coi Prull, ha cantato “Com’è come non è (Mina)” dedicata alla Signora di Lugano. Scritto di getto il giorno prima, il pezzo è un accattivante motivetto che, insinuandosi inesorabilmente nel cervello, riveste rime piene di argute assonanze con il nome della cantante.

L’evento è stato reso possibile grazie all’aiuto finanziario della direzione della Cittadella dei Giovani ed è stato trasmesso in diretta radio ed in streaming web da Radio Proposta in Blù che lo replicherà alle 21 di sabato 1° febbraio.   

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COM’E’ COME NON E’ (di Alberto Visconti)

Com’è come non è…1 Mina IMG_4370

M’INAlberavo

si nascondevano

al mondo le mie virtù

Sono andate via non ci sono più!

Non mi aiutavano

Sono andate via non ci sono più!

Sono andate via non ci sono più!1 Platy 81813932269_1259384704_n

Com’è come non è

M’INnAmoravo

M’INAbissavo

Nel fondo degli occhi blu

belli gli occhi neri belli gli occhi blu

M’INAbissavo

Nel fondo degli occhi blu

belli gli occhi neri belli gli occhi blu

belli gli occhi neri belli gli occhi blu

MI ricordo quando

NAsceva nel cuore1 lavit P1270432

MIo di NAufrago

quell’ombra che era un dubbio

MI ricordo quando

NAsceva nel cuore

MIo di NAufrago quel dubbio

che era un attimo

Inaspettato e stupendo

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La curiosità golosa di Alberto FACCINI e Bobo PERNETTAZ

1 Bobo & Alberto (by Gaetano Lo Presti) IMG_1381

1 Faccini (by gaetano lo presti) IMG_1390Bobo Pernettaz ci ha preso gusto e anche quest’anno, poco prima della Foire de Saint Ours, ha proposto un antipasto delle sue composizioni di legni esausti all’Osteria La Cave di via De Tillier 3, ad Aosta. «Una cosa piccola- tiene a precisare- una “mostrina” tra amici e con amici.»

1 Bobo(by Gaetano Lo Presti)  IMG_1380Uno di questi è Alberto Faccini che lo affianca con l’esposizione dei suoi disegni iperrealisti a carboncino di treni, castelli e volti. Omone alto e grosso, ma leggero come il fumo dei toscani che fuma, il quasi settantenne Faccini ha molti talenti. Oltre che valente pittore e disegnatore, è, infatti, bravo fotografo, esperto di armi e munizioni e, soprattutto, storico contrabbassista. Tutte espressioni di una curiosità golosa che si esalta nella passione per la buona tavola, altro terreno d’intesa con Pernettaz.

1 Lavit (by gaetano lo presti) IMG_1385Non a caso quello che il 25 gennaio ha inaugurato la mostra a La Cave è stato un evento “musical gastronomico”. E se all’enogastronomia ci hanno pensato i proprietari Guido e Lucia, alla musica ha provveduto lo stesso Faccini che ha suonato con altri valenti jazzisti valdostani: il chitarrista Marco Lavit , il pianista Davide Meloni ed il sassofonista Alberto Moretto. A Faccini Pernettaz ha dedicato una delle sue opere più conosciute, “Alberto pizzica”, che faceva bella mostra di sé nella copertina del catalogo della mostra che l’artista ha fatto quest’estate al Forte di Bard. Lì l’artista valdostano si era confermato grande equilibrista. Dell’arte, come lo è della vita, dove ha superato esperienze anche dolorose riuscendo a rimettere insieme i mille pezzi della sua esistenza con la stessa armonia e vita con cui, nelle sue opere, assembla pezzi di legno recuperati e colorati, trasformandoli in persone, animali, oggetti e scene di vita.

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C’ERA UNA VOLTA (18) A 20 anni dalla morte THIEBAT E’ ANCORA VIVO

1 THIEBAT_FBThiebat-Paillex 1157471_589657186_nL’amore è memoria. Uno dei modi per amare una persona è, infatti, ricordarla. A giudicare, quindi, dalla straordinaria quantità (e qualità) di gente che il 16 dicembre 2012 è accorsa per ricordarlo all’Espace Populaire di Aosta, Enrico Thiebat, a 20 anni dalla morte, è ancora amatissimo.

1 Tulipe (by Gaetano Lo Presti)  IMG_0990Ma amore è, anche, condivisione. Condividere, in questo caso. il ricordo di chi ha lasciato un segno con chi non l’ha mai conosciuto. Ho, quindi, organizzato la serata soprattutto per spiegare chi fosse ai tanti giovani che, ogni volta che ne parlavo, mi chiedevano: “Thiebat chi?”, per, poi, rimanerne affascinati. Ecco il perchè del titolo della serata, «Thiebat chi ?», ed ecco il perchè della presenza di tanti protagonisti che non erano nati o erano dei bambini quando Thiebat è morto.

1 Maura FB IMG_0981Sono, infatti, passati venti anni da quel 14 dicembre 1992 quando morì, a 43 anni, sulla statale 26, uscendo di strada, con una Uno bianca, all’altezza di Champagne di Verrayes. Alle 7 de la tarde, mentre tornava a casa da un lavoro, finì come era vissuto: « sottosopra». E i simbolismi della sua morte non finiscono qui: morto « sottosopra », uscendo « fuori strada », «ai margini » della SS 26, « dimenticato » dalla società (perché, anche se morì sul colpo, i soccorsi arrivarono dopo due interminabili ore).

1 Frison FB  IMG_0975In quell’occasione Enrico Martinet scrisse su « La Stampa » un bellissimo articolo. «Enrico oggi esce in scena per sempre e si infila nel sogno di una generazione», scrisse. Aggiungendo : «Enrico perso in un sogno. Quello di un’utopia sempre inseguita, quello di una vita ai margini, quello di tutti gli idealisti usciti da un ’68 che non hanno mai voluto dimenticare. Perso in un sogno, perchè per gli amici la morte di Enrico Thiebat sarà presto rimossa dalla memoria. Non potrebbe essere altrimenti, ricordarla sarebbe annunciare la propria: di chi ha creduto in quel miraggio, in una società che non esiste, che si può vivere solo con la fantasia.» 

1 Gramsci FB b IMG_0972Mi piacciono i sogni e mi piacciono le cose difficili, e la serata del 16 dicembre è stata un pò tutti e due. Non è stato, infatti, facile smuovere l’inerzia che circondava la figura di Enrico Thiebat, perchè la “profezia” di Martinet in molti casi si è avverata, e molti amici hanno rimosso la sua morte perchè era scomoda perfino la sua memoria. Se, poi, lo era per gli amici, figuriamoci per gli altri. Ecco, quindi, alcune polemiche su Facebook che, nei giorni precedenti l’evento, hanno bollato il progetto come una « mitizzazione acritica» di un « un Borghese dalla vita facile, spaccapalle e anarchico-rigolo». O del silenzio o minimizzazione che alcuni mass media gli (e mi) hanno, inevitabilmente, riservato sia prima che dopo.

1 Iubal FB (by Gaetano Lo Presti) IMG_0984Per strapparlo a questo “sonno della memoria” non si poteva essere didascalici, pignoli, precisini (per cui ci sono, indubbiamente, stati errori, mancanze, dimenticanze), ma c’era bisogno della forza prepotente di un’emozione. Ed emozione è stata. Innescata dalle parole di un breve video, realizzato in collaborazione con Alessandro ed Andrea Di Renzo, in cui, all’inizio della serata, si è rivisto Thiebat in filmati concessi dalla sede Rai VdA e si sono ascoltate testimonianze di amici (Bobo Pernettaz, Alberto Faccini, Andrea « Frank » Degani, Maria Pia Simonetti, Enrico Martinet, Roberto Contardo, Barbara Tutino, Franco Grobberio).

1 Yvette FB bis IMG_0978Ma l’emozione è venuta, soprattutto, dalla tanta sua musica, suonata e cantata nell’occasione da quanto di meglio la Valle abbia espresso negli ultimi anni (con Alberto Faccini, antico sodale di Thiebat, a fare da prezzemolino e collante).

Si è, infatti, passati da TULIPE TRAPANI (“Une île”) a YVETTE BUILLET e GIORGIO PILON (“Blanche Biche” e “Le Deserteur”), dai TROUVEUR VALDOTEN (“La jambe me fait mal” e “La Princesse et le marriage”) a MAURA SUSANNA e ANDREA DUGROS (“A Cormajor”, “Il maialino” e “J’ai un amour”), da ALBERTO VISCONTI e STEFANO FRISON (“L’acqua”, “Mi è salita una mosca in macchina” e “Monsieur Thiebat”) a IUBAL KOLLETTIVO MUSICALE (“Queun casinò” e “C’ho la donna che mi mena”) e GRUPPO GRAMSCI (“Addio Lugano bella”, “Albergo a ore”, “Bella ciao” versione jazz).

1 Trouveur(by Gaetano Lo Presti)  IMG_1023Musicisti, in particolare questi ultimi, che hanno portanto avanti negli anni la canzone di impegno sociale in Valle. Un pò come, con le sue provocazioni, faceva Enrico, convinto che, come cantava Robert Charlebois, «si les chanteurs se mettent à penser, le public sera obligé de réfléchir».

1 Con Pino America e Sergio Milani IMG_1006La serata si è, infine, proiettata nel futuro con la proposta di Roberto Contardo (che, con Beppe Barbera e Roberto Biazzetti ha, dopo 30 anni, riformato il «Gruppo Gramsci ») di intitolare il nuovo auditorium di Aosta ad Enrico Thiebat. Ma, anche,con «Monsieur Thiebat», la canzone da me scritta per l’occasione con Alberto Visconti e con il video ripreso dalla troupe di Gian Luca Rossi per un futuro programma RaiVdA.

Gran finale con tutti sul palco a interpretare « C’ho una donna che mi mena » con l’intervento speciale di Pino America, personaggio fuori dalle righe della società valdostana, e, quindi, perfetto per ricordare Enrico con un rap politicamente scorretto culminato con l’urlo «Thiebat è ancora vivo».

C’ERA UNA VOLTA (15) LAURA DOTTORI: all my trials soon be over

Summertime, when livin’ is easy”. Sono i versi di una delle canzoni preferite di Laura Dottori. Proprio lei, che, in realtà, ha avuto una vita per niente facile. Lei, che, in fondo, ha cantato solo una breve estate.

Laura era una bellissima “figlia dei fiori” aostana, «con i pro e i contro del caso» come ricorda la figlia Sarah. Piena di entusiasmi e impegno politico (negli anni caldi dopo il Sessantotto studiò anche alla Facoltà di Sociologia di Trento, quella di Renato Curcio). Piena, soprattutto, d’amore. Ventenne, si innamorò di un insegnante d’inglese, Tim Bowyer, e, sposatolo, lo seguì nelle sue peregrinazioni in giro per il mondo. Prima in Inghilterra (dove nel 1974 nacquero i figli Sarah e Daniel) poi, nel giro di pochi anni, Iran, Malesia, Singapore, Sumatra, Indonesia. «Finchè si è ammalata e siamo dovuti tornare ad Aosta», ricorda Sarah.

Il ritorno nella sua città fu pieno di musica, grazie all’amicizia con Alberto Faccini con cui immediatamente si intese grazie alla comune passione per i Beatles. Lui con chitarra a dodici corde ed armonica, e lei con una voce alla Joan Baez, a sfoggiare la padronanza che la vita le aveva dato dell’inglese. A cavallo tra il 1982 e l’83 erano , così, venuti diversi concerti in Valle e ad Ivrea.

Nel corso di uno di questi a Villa dei Fiori a Sarre, nel 1983, fu scattata la foto che la ritrae con Faccini e il chitarrista Marco Lavit mentre cantava l’altra sua passione: il Brasile di “Mas que nada” e “Garota de Ipanema”.

Poi, pian piano, i problemi fisici avevano preso il sopravvento, fino alla morte, il 16 febbraio 1991, durante un intervento al cuore a Tolosa. Aveva 43 anni appena. «E’ morta a causa del lupus che le aveva minato il fisico e del cortisone che le aveva indebolito le vene.- ricorda Sarah- All’ultimo by-pass l’aorta non ha retto. Lei sapeva di morire, era cosciente di essere agli sgoccioli. La coscienza di non aver molto tempo da vivere le aveva sempre dato una forza ed una vitalità straordinarie, che, unite alla grande capacità di amare, ne facevano una persona speciale

Rimpianto, tenerezza, risate e, soprattutto, tanta musica caratterizzarono il concerto che gli amici organizzarono dopo la sua morte in un CRAL Cogne strapieno. Con Dino Carlino, Roberto Contardo e Enrico Thiebat. E Carlo Enrietti che interpretò le canzoni dei Beatles che Laura aveva voluto fossero suonate in sua memoria.«Non c’ero, ma quel concerto l’ho sognato.- conclude Sarah- Addirittura in 3D, perchè mia madre è uscita da una diapositiva e mi ha abbracciato.» Come cantava Laura in un’antica ninna nanna, tutte le prove alle quali la vita l’aveva sottoposta erano finite. “All my trials soon be over”.