La curiosità golosa di Alberto FACCINI e Bobo PERNETTAZ

1 Bobo & Alberto (by Gaetano Lo Presti) IMG_1381

1 Faccini (by gaetano lo presti) IMG_1390Bobo Pernettaz ci ha preso gusto e anche quest’anno, poco prima della Foire de Saint Ours, ha proposto un antipasto delle sue composizioni di legni esausti all’Osteria La Cave di via De Tillier 3, ad Aosta. «Una cosa piccola- tiene a precisare- una “mostrina” tra amici e con amici.»

1 Bobo(by Gaetano Lo Presti)  IMG_1380Uno di questi è Alberto Faccini che lo affianca con l’esposizione dei suoi disegni iperrealisti a carboncino di treni, castelli e volti. Omone alto e grosso, ma leggero come il fumo dei toscani che fuma, il quasi settantenne Faccini ha molti talenti. Oltre che valente pittore e disegnatore, è, infatti, bravo fotografo, esperto di armi e munizioni e, soprattutto, storico contrabbassista. Tutte espressioni di una curiosità golosa che si esalta nella passione per la buona tavola, altro terreno d’intesa con Pernettaz.

1 Lavit (by gaetano lo presti) IMG_1385Non a caso quello che il 25 gennaio ha inaugurato la mostra a La Cave è stato un evento “musical gastronomico”. E se all’enogastronomia ci hanno pensato i proprietari Guido e Lucia, alla musica ha provveduto lo stesso Faccini che ha suonato con altri valenti jazzisti valdostani: il chitarrista Marco Lavit , il pianista Davide Meloni ed il sassofonista Alberto Moretto. A Faccini Pernettaz ha dedicato una delle sue opere più conosciute, “Alberto pizzica”, che faceva bella mostra di sé nella copertina del catalogo della mostra che l’artista ha fatto quest’estate al Forte di Bard. Lì l’artista valdostano si era confermato grande equilibrista. Dell’arte, come lo è della vita, dove ha superato esperienze anche dolorose riuscendo a rimettere insieme i mille pezzi della sua esistenza con la stessa armonia e vita con cui, nelle sue opere, assembla pezzi di legno recuperati e colorati, trasformandoli in persone, animali, oggetti e scene di vita.

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C’ERA UNA VOLTA (18) A 20 anni dalla morte THIEBAT E’ ANCORA VIVO

1 THIEBAT_FBThiebat-Paillex 1157471_589657186_nL’amore è memoria. Uno dei modi per amare una persona è, infatti, ricordarla. A giudicare, quindi, dalla straordinaria quantità (e qualità) di gente che il 16 dicembre 2012 è accorsa per ricordarlo all’Espace Populaire di Aosta, Enrico Thiebat, a 20 anni dalla morte, è ancora amatissimo.

1 Tulipe (by Gaetano Lo Presti)  IMG_0990Ma amore è, anche, condivisione. Condividere, in questo caso. il ricordo di chi ha lasciato un segno con chi non l’ha mai conosciuto. Ho, quindi, organizzato la serata soprattutto per spiegare chi fosse ai tanti giovani che, ogni volta che ne parlavo, mi chiedevano: “Thiebat chi?”, per, poi, rimanerne affascinati. Ecco il perchè del titolo della serata, «Thiebat chi ?», ed ecco il perchè della presenza di tanti protagonisti che non erano nati o erano dei bambini quando Thiebat è morto.

1 Maura FB IMG_0981Sono, infatti, passati venti anni da quel 14 dicembre 1992 quando morì, a 43 anni, sulla statale 26, uscendo di strada, con una Uno bianca, all’altezza di Champagne di Verrayes. Alle 7 de la tarde, mentre tornava a casa da un lavoro, finì come era vissuto: « sottosopra». E i simbolismi della sua morte non finiscono qui: morto « sottosopra », uscendo « fuori strada », «ai margini » della SS 26, « dimenticato » dalla società (perché, anche se morì sul colpo, i soccorsi arrivarono dopo due interminabili ore).

1 Frison FB  IMG_0975In quell’occasione Enrico Martinet scrisse su « La Stampa » un bellissimo articolo. «Enrico oggi esce in scena per sempre e si infila nel sogno di una generazione», scrisse. Aggiungendo : «Enrico perso in un sogno. Quello di un’utopia sempre inseguita, quello di una vita ai margini, quello di tutti gli idealisti usciti da un ’68 che non hanno mai voluto dimenticare. Perso in un sogno, perchè per gli amici la morte di Enrico Thiebat sarà presto rimossa dalla memoria. Non potrebbe essere altrimenti, ricordarla sarebbe annunciare la propria: di chi ha creduto in quel miraggio, in una società che non esiste, che si può vivere solo con la fantasia.» 

1 Gramsci FB b IMG_0972Mi piacciono i sogni e mi piacciono le cose difficili, e la serata del 16 dicembre è stata un pò tutti e due. Non è stato, infatti, facile smuovere l’inerzia che circondava la figura di Enrico Thiebat, perchè la “profezia” di Martinet in molti casi si è avverata, e molti amici hanno rimosso la sua morte perchè era scomoda perfino la sua memoria. Se, poi, lo era per gli amici, figuriamoci per gli altri. Ecco, quindi, alcune polemiche su Facebook che, nei giorni precedenti l’evento, hanno bollato il progetto come una « mitizzazione acritica» di un « un Borghese dalla vita facile, spaccapalle e anarchico-rigolo». O del silenzio o minimizzazione che alcuni mass media gli (e mi) hanno, inevitabilmente, riservato sia prima che dopo.

1 Iubal FB (by Gaetano Lo Presti) IMG_0984Per strapparlo a questo “sonno della memoria” non si poteva essere didascalici, pignoli, precisini (per cui ci sono, indubbiamente, stati errori, mancanze, dimenticanze), ma c’era bisogno della forza prepotente di un’emozione. Ed emozione è stata. Innescata dalle parole di un breve video, realizzato in collaborazione con Alessandro ed Andrea Di Renzo, in cui, all’inizio della serata, si è rivisto Thiebat in filmati concessi dalla sede Rai VdA e si sono ascoltate testimonianze di amici (Bobo Pernettaz, Alberto Faccini, Andrea « Frank » Degani, Maria Pia Simonetti, Enrico Martinet, Roberto Contardo, Barbara Tutino, Franco Grobberio).

1 Yvette FB bis IMG_0978Ma l’emozione è venuta, soprattutto, dalla tanta sua musica, suonata e cantata nell’occasione da quanto di meglio la Valle abbia espresso negli ultimi anni (con Alberto Faccini, antico sodale di Thiebat, a fare da prezzemolino e collante).

Si è, infatti, passati da TULIPE TRAPANI (“Une île”) a YVETTE BUILLET e GIORGIO PILON (“Blanche Biche” e “Le Deserteur”), dai TROUVEUR VALDOTEN (“La jambe me fait mal” e “La Princesse et le marriage”) a MAURA SUSANNA e ANDREA DUGROS (“A Cormajor”, “Il maialino” e “J’ai un amour”), da ALBERTO VISCONTI e STEFANO FRISON (“L’acqua”, “Mi è salita una mosca in macchina” e “Monsieur Thiebat”) a IUBAL KOLLETTIVO MUSICALE (“Queun casinò” e “C’ho la donna che mi mena”) e GRUPPO GRAMSCI (“Addio Lugano bella”, “Albergo a ore”, “Bella ciao” versione jazz).

1 Trouveur(by Gaetano Lo Presti)  IMG_1023Musicisti, in particolare questi ultimi, che hanno portanto avanti negli anni la canzone di impegno sociale in Valle. Un pò come, con le sue provocazioni, faceva Enrico, convinto che, come cantava Robert Charlebois, «si les chanteurs se mettent à penser, le public sera obligé de réfléchir».

1 Con Pino America e Sergio Milani IMG_1006La serata si è, infine, proiettata nel futuro con la proposta di Roberto Contardo (che, con Beppe Barbera e Roberto Biazzetti ha, dopo 30 anni, riformato il «Gruppo Gramsci ») di intitolare il nuovo auditorium di Aosta ad Enrico Thiebat. Ma, anche,con «Monsieur Thiebat», la canzone da me scritta per l’occasione con Alberto Visconti e con il video ripreso dalla troupe di Gian Luca Rossi per un futuro programma RaiVdA.

Gran finale con tutti sul palco a interpretare « C’ho una donna che mi mena » con l’intervento speciale di Pino America, personaggio fuori dalle righe della società valdostana, e, quindi, perfetto per ricordare Enrico con un rap politicamente scorretto culminato con l’urlo «Thiebat è ancora vivo».

C’ERA UNA VOLTA (15) LAURA DOTTORI: all my trials soon be over

Summertime, when livin’ is easy”. Sono i versi di una delle canzoni preferite di Laura Dottori. Proprio lei, che, in realtà, ha avuto una vita per niente facile. Lei, che, in fondo, ha cantato solo una breve estate.

Laura era una bellissima “figlia dei fiori” aostana, «con i pro e i contro del caso» come ricorda la figlia Sarah. Piena di entusiasmi e impegno politico (negli anni caldi dopo il Sessantotto studiò anche alla Facoltà di Sociologia di Trento, quella di Renato Curcio). Piena, soprattutto, d’amore. Ventenne, si innamorò di un insegnante d’inglese, Tim Bowyer, e, sposatolo, lo seguì nelle sue peregrinazioni in giro per il mondo. Prima in Inghilterra (dove nel 1974 nacquero i figli Sarah e Daniel) poi, nel giro di pochi anni, Iran, Malesia, Singapore, Sumatra, Indonesia. «Finchè si è ammalata e siamo dovuti tornare ad Aosta», ricorda Sarah.

Il ritorno nella sua città fu pieno di musica, grazie all’amicizia con Alberto Faccini con cui immediatamente si intese grazie alla comune passione per i Beatles. Lui con chitarra a dodici corde ed armonica, e lei con una voce alla Joan Baez, a sfoggiare la padronanza che la vita le aveva dato dell’inglese. A cavallo tra il 1982 e l’83 erano , così, venuti diversi concerti in Valle e ad Ivrea.

Nel corso di uno di questi a Villa dei Fiori a Sarre, nel 1983, fu scattata la foto che la ritrae con Faccini e il chitarrista Marco Lavit mentre cantava l’altra sua passione: il Brasile di “Mas que nada” e “Garota de Ipanema”.

Poi, pian piano, i problemi fisici avevano preso il sopravvento, fino alla morte, il 16 febbraio 1991, durante un intervento al cuore a Tolosa. Aveva 43 anni appena. «E’ morta a causa del lupus che le aveva minato il fisico e del cortisone che le aveva indebolito le vene.- ricorda Sarah- All’ultimo by-pass l’aorta non ha retto. Lei sapeva di morire, era cosciente di essere agli sgoccioli. La coscienza di non aver molto tempo da vivere le aveva sempre dato una forza ed una vitalità straordinarie, che, unite alla grande capacità di amare, ne facevano una persona speciale

Rimpianto, tenerezza, risate e, soprattutto, tanta musica caratterizzarono il concerto che gli amici organizzarono dopo la sua morte in un CRAL Cogne strapieno. Con Dino Carlino, Roberto Contardo e Enrico Thiebat. E Carlo Enrietti che interpretò le canzoni dei Beatles che Laura aveva voluto fossero suonate in sua memoria.«Non c’ero, ma quel concerto l’ho sognato.- conclude Sarah- Addirittura in 3D, perchè mia madre è uscita da una diapositiva e mi ha abbracciato.» Come cantava Laura in un’antica ninna nanna, tutte le prove alle quali la vita l’aveva sottoposta erano finite. “All my trials soon be over”.

BOBO PERNETTAZ: l’inesauribile “sarto di legni esausti” in mostra all’osteria “La Cave” di Aosta

Molta Arte è nata nelle osterie, che, per lungo tempo, sono state uno dei pochi luoghi di incontro e scambio d’idee. Ecco perché gente come Benvenuto Cellini e Ludovico Ariosto frequentava l’Hostaria del Chiucchiolino di Ferrara, che, fondata nel 1435, è considerata l’osteria più vecchia del mondo. O perché un locale di Arles ispirò diverse tele a Van Gogh. O, ancora, la fama dell’Osteria delle Dame di Bologna, alla quale Guccini ha dedicato “La canzone delle osterie di fuori porta”.

La loro tipica atmosfera bohémiennnè sarà ricreata venerdì 27 gennaio, a partire dalle 18, anche all’Osteria La Cave di via De Tillier 3, ad Aosta, in occasione dell’evento “musical gastronomico” organizzato per l’inaugurazione “postuma” della mostra di Bobo Pernettaz. “Postuma” nel senso che già da qualche giorno undici quadri di questo cinquantanovenne artigiano valdostano fanno bella di mostra di loro sulle pareti dell’osteria, dove rimarranno fin dopo la Fiera di Sant’Orso, godendo della formidabile vetrina che questa offre. Nei lavori questo inesauribile “sarto di legni esaustiha assemblato e stratificato pezzi di legno pregni di vita in composizioni inquiete che sanno coniugare la piacevolezza estetica all’introspezione psicologica.

Il tutto esaltato da un’ironia che si esprime anche in titoli come “Uomo con due uccelli” o “Donna che s’arrovella la vita mentre il suo gatto pasce ignaro”. In “Solitaire ou solidaire?”, ritratto dell’artista naïf Ligabue, si interroga, invece, sul bivio in cui l’uomo prima o poi si imbatte: isolarsi o socializzare?

Il rapporto ludico con l’Arte di Bobo si riflette anche negli happening festosi che caratterizzano le inaugurazioni delle sue mostre. Le ricordiamo, negli anni Ottanta, animate dall’estroso Enrico Thiebat, mentre ultimamente vi suona con regolarità l’architetto, nonchè contrabbassista e chitarrista, Alberto Faccini (a cui Pernettaz ha dedicato il quadro “Alberto pizzica”), che nell’occasione si alternerà con Elio Chamonin, Remy e Vincent Boniface e Massimo Lévêque. Economista, ex assessore e presidente della Siski, quest’ultimo è, anche, insospettabile musicista. «Quando studiavo a Torino facevo piano bar alla Birreria degli Artisti», confessa. Se si creerà l’atmosfera giusta, lo dimostrerà cantando e suonando la chitarra “chiodo” e la tastiera “tascabile” dei fratelli Zublena, gestori de “La Cave”.

Musica equa e solidale a “Lo Pan Nër” di Aosta

L’obiettivo primario del commercio equo e solidale è la lotta allo sfruttamento da parte dei “soggetti forti”, dovuto a varie cause (economiche, politiche o sociali), al fine di garantire ai “soggetti deboli” un trattamento economico e sociale equo e rispettoso. E’ perfettamente conseguente, quindi, che lo scorso sabato 21 novembre, per festeggiare il quarto anniversario dell’apertura del punto vendita aostano della cooperativa “Lo Pan Nër”, in Via De Tillier alcuni jazzisti valdostani suonassero tra alimenti e prodotti di artigianato dei paesi in via di sviluppo. La presunta incertezza dello sbocco commerciale del “prodotto” jazz fa, infatti, sì che venga ignorato dall’industria culturale locale più attenta alla quantità (leggi numero degli spettatori, visibilità mediatica, giri di denaro) che alla qualità. Il risultato è che in Valle il jazz, ignorato dalle rassegne più ricche (con rare eccezioni che confermano la regola), sopravvive grazie al volontariato dei musicisti e ad occasioni e circuiti alternativi che sicuramente non navigano nell’oro. Salvo, com’è stato a “Lo Pan Nër”, dimostrarsi molto apprezzato dagli spettatori, anche perché ad eseguirlo erano musicisti validissimi come Alberto Faccini (basso), Marco Lavit (chitarra), Donatella Chiabrera (voce) e Luciano De Maio (sax). C’è, poi,  da dire che anche il repertorio era di quelli accattivanti, spaziando dai standards come “All of me” al Brasile di “Corcovado” e “Insensatez”, con in più la rivisitazione jazzistica di un brano pop come la “Time after Time” di Cindy Lauper. A quando, dunque, una “musica equa e solidale” con cachet minimi garantiti, contratti di lunga durata (leggi rassegne che abbiano continuità) e, soprattutto, priva dei condizionamenti dei soliti “soggetti forti”?