La musica alla Fiera di Sant’Orso di Aosta
La Foire de Saint-Ours di Aosta, la più importante ed affollata manifestazione turistica della regione (giunta quest’anno alla 1011esima edizione), è anche musica. Istituzionalizzata, come per i gruppi di musica tradizionale che si esibiscono lungo il suo percorso nel centro della città o nei concerti inaugurale del 29 gennaio (a Sant’Orso) e finale del 31 (lo spettacolo organizzato dai Trouveur Valdoten al Giacosa). Ma anche musica spontanea, improvvisata, che sale dalle cantine, durante la Veillà del 30, o coglie, inaspettata, nelle piazze e per strada. Bastano una fisarmonica, una chitarra, un violino, delle voci e l’antica magia si ripete.
ARTE (20) FRANCESCO NEX: l’artista, che è simile all’animale che fiuta l’aria, un po’ profetico è
Il 2011 sarà un anno importate per Francesco Nex, il maggiore pittore vivente della Valle, che il 6 luglio compirà novanta anni. In questo lunghissimo lasso di tempo le sue vicende di vita e Arte si sono strettamente intrecciate con quelle della Valle, facendone un testimone privilegiato con una visione lucidissima della sua terra. A far da contraltare c’è, purtroppo, la cecità, causata da una maculopatia, che dal dicembre 2004 gli impedisce di dipingere. «E’ una situazione odiosa.- confessa nella sua casa di Fènis- Mi manca soprattutto il fare. Ho sempre lavorato tanto per due ragioni: la prima, non lo nego, per il denaro, ma soprattutto perché mi piaceva raccontare me stesso e i miei “desaforo”, una parola portoghese (Nex è nato in Brasile:n.d.r.) che esprime un insieme di scontento, delusione e disamoramento per un mondo che non mi piaceva e che, almeno nei miei quadri, ironizzando, cambiavo. Purtroppo molte delle cose più ciniche che ho dipinto si stanno avverando, forse perché l’artista, che è simile all’animale che fiuta l’aria, un po’ profetico è.» Dopo anni di silenzio artistico, Nex è tornato agli onori della cronaca il 3 dicembre scorso in occasione dell’inaugurazione, al Museo di Piazza Roncas, della mostra “La cultura dell’ospitalità”, esposizione di opere collezionate dagli albergatori valdostani in cui fa la parte del leone. «Il titolo della mostra è preso dal quadro che avevo
regalato all’Hotel Comtes de Challant di Fénis dopo l’alluvione del 2000 per il modo bello e gentile con cui aveva messo la sua professionalità a disposizione degli sfollati. In quell’occasione era venuto fuori il bello dello spirito valdostano, ma, ormai, sembra ci vogliano le grandi disgrazie perché succeda.» Lei che conosce la Valle meglio di chiunque altro, come l’ha vista cambiare? «I valdostani erano una razza simpatica e con un certo senso dell’umorismo, adesso, invece, fanno le cose più folli facendo i seriosi. Manca l’iniziativa che li rendeva dei piccoli imprenditori. La campagna è lasciata in mano a lavoratori stranieri. La fontina non è più la fontina e i prati non sono più i prati perché, dopo avere sradicato piante, hanno seminato erbacce. La Valle ha perso la sua connotazione, non “puzza” più di valdostano. Non parliamo della cultura per la quale non c’è rispetto, ma per questo li
assolvo perché forse non sanno nemmeno cosa sia.» Non è che nel resto del paese la cultura se la passi meglio, visto che ci sono ministri che ripetono che è una cosa che non si mangia…«E’ una storia vecchia. Già Carducci scriveva: “Il poeta, o vulgo sciocco, un pitocco non è già, che a l’altrui mesa via, con lazzi turpi e matti, porta i piatti ed il pan ruba in dispensa”. Non è vero, lo dimostra l‘Italia, che, pur non valorizzandole, ha la maggior parte di opere d’arte del mondo. Con l’arte si mangia, la mia famiglia non ha mai saltato un pasto.» Come vede il futuro della Valle? «Si deve ripartire dalla montagna, che un discorso serio ancora te lo fa. Bisogna, però, conoscerla, perché se non conosci un territorio come fai ad amarlo? Come diceva Leonardo da Vinci: un grande amore è figlio di una grande conoscenza. La gente che viene in Valle non la conosce ed ai valdostani non interessa più. A me, invece, ha fatto venire il fiato corto, perché credo di essere uno dei pochi che l’ha girata tutta. Il mio sogno era aprire un albergo dove accogliere la gente, per, poi, grazie ad un accordo con le guide di Valpelline, farle girare la Valle a piedi, attraverso le alte vie. E’ bello vedere dall’alto queste valli che si intrecciano, si collegano e sembra che rubino lo spazio una all’altra. C’è molto dello spirito del valdostano. Pensavo di andare anch’io con loro, ma adesso ho una stanchezza ed una tristezza infinita… Però mi piaceva dipingere… mi dava un senso, ora è tutto così contraddittorio.»
L’universo parallelo delle maschere de “LA BOTTEGA DEI SOGNI”
La grande Arte italiana del Rinascimento è nata nelle botteghe di Firenze e dintorni. Talento a parte, Leonardo, Michelangelo e Raffaello sono frutto della tensione competitiva che, in quei laboratori, si creava nella promiscuità cameratesca (in tutti i sensi) tra grandi maestri e allievi. Un meccanismo artistico che si è perpetuato ne “La Bottega dei Sogni”, il gruppo fondato nel 1995 da Deborah Nania e Roberto Pegoraro. Il suo frutto migliore è “Rêves”, una sfilata-spettacolo nella quale un centinaio di personaggi in maschera si muovono e danzano accompagnati da musiche e luci cariche di suggestione. Dopo aver fatto giro del mondo (dal Giappone alla Francia, dalla Spagna alla Russia), il 19 novembre lo spettacolo è tornato ad Aymavilles, dove Nania e Pegoraro vivono, inserito nell’ambito delle
manifestazioni per la festa patronale. La sede dell’evento è stata l’Auditorium di Aymavilles, la struttura di cui è responsabile tecnico Andrea Dugros, fratello di quel Davide Dugros assurto a popolarità nazionale coi “Kymera” grazie alla partecipazione a “X Factor 4”. E qui il cerchio si chiude, in quanto tra il 2007 ed il 2009 nella “Bottega dei Sogni” si sono formati scenicamente anche Davide Dugros e Simone Giglio. Lo confermano i video di “Spente le stelle” e “It’s a beautiful Day” presenti sul loro MySpace, la cui teatralità tanto ha impressionato Enrico Ruggeri, il loro capitano di “X Factor”. «Tutto è nato al Carnevale diVenezia dove sono andata per la prima volta nel 1983. – ricorda Deborah Nania- Ero vestita da pagliaccio, ma ho subito capito che non era un Carnevale come gli altri, per cui ci voleva qualcosa di più elegante e fuori dal tempo. L’anno dopo ho, quindi, creato la mia prima maschera, che si chiamava “ Mistero”. E’ stato il primo di una lunga serie di costumi ispiratimi dalla magia dei luoghi di Venezia. E’ per questo che siamo definiti gruppo di maschere veneziane. A Venezia, però, siamo conosciuti come gruppo valdostano, e ci ha fatto molto piacere che lo scultore Giovanni Thoux ci abbia raffigurato in un suo altorilievo dipinto, ambientato ad Aymavilles, che fa parte della serie “Les Carnavals Valdôtains”.»

Nato nell’adolescenza, l’amore per la grande illusione del mascheramento ha fatto sì che, attraverso la creazione delle maschere e dei costumi de “La Bottega dei Sogni”, la Nania si sia costruita un universo parallelo pieno di fantasia e colori. «E’ il secondo mondo in cui posso dare sfogo alla mia creatività. – spiega- Al contrario di quanto si possa credere, però, indossare una mia maschera non vuol dire nascondersi, ma, piuttosto, aprirsi, liberandosi dalla noia e dalle preoccupazioni che infarciscono la vita di tutti giorni. Quando i ragazzi della “Bottega” si mascherano diventano quello che rappresentano e rappresentano chi vogliono essere, perché il personaggio vive attraverso l’idea che loro hanno di lui». Una filosofia, in fondo, vicina a quanto sosteneva Oscar Wilde: ogni uomo mente, dategli, però, una maschera e sarà sincero.
La “celebrazione” dell’ALLUVIONE del 2000 in Valle d’Aosta tra memoria e retorica
Una decina di bare, portate dalla Dora in piena, incagliatesi sotto il ponte di Chambave. Questa foto, che scattai il 15 ottobre 2000, simbolizza al meglio l’alluvione che ha duramente colpito la Valle d’Aosta tra il 14 ed il 16 ottobre del 2000. Diciassette morti, danni per mille miliardi e settemila sfollati furono il terribile bilancio. Ma ad essere sconvolta fu tutta l’Italia Nord-occidentale, tanto che anche in Piemonte si contarono 4 morti.
A dieci anni di distanza la Valle ha pensato di “celebrare” la catastrofe per “ricordare come la società valdostana abbia saputo rispondere all’emergenza in modo solidale ed efficiente”
e “concorrere a formare una cultura del rischio”. Sono, così, stati stanziati ben 128.150 euro per organizzare varie manifestazioni- dibattiti, conferenze, mostre e spettacoli- legate da un titolo, “Valluvione”, che si è attirato aspre critiche per avere “imbellettato” la tragedia, “banalizzando la storia” e non aiutando “a rendere onore a chi ha vissuto in prima persona gli eventi dell’ottobre del 2000” (http://www.puntorossonero.info/2010/09/16/valluvione-e-abruzzomoto). In effetti la memoria culturale ha il suo fondamento nella commemorazione dei defunti, mentre in “Valluvione” più che il ricordo dei morti, ad essere protagonisti sono parsi i vivi con la continua sottolineatura dell’efficienza della ricostruzione, che indubbiamente c’è stata, e dei potenti mezzi a disposizione dell’attuale protezione civile. Inevitabile la caduta in quella retorica che, come insegnano gli specialisti, è la peggiore nemica della Storia perché finisce, ineluttabilmente, per illuminare solo alcuni aspetti della memoria oscurandone altri.

Sono, per esempio, caduti nell’oblio i risvolti giudiziari per “omicidio plurimo colposo” dei geologi o gli episodi di corruzione avvenuti durante la ricostruzione. Niente di nuovo sotto il sole, come sosteneva Ralph Waldo Emerson la Storia è scritta da chi governa per risucchiare il vecchio scomodo in quello che lui chiamava “l’inevitabile abisso che la creazione del nuovo apre”. Per altri versi nel mare magnum di iniziative ci si è dimenticati di aspetti forse minori, ma che al momento ebbero un’importante, salutare, risonanza emotiva. E’ il caso della Musica, dalla quale vennero i primi segnali di rinascita. Ironia della sorte furono proprio quei tamburi che in Africa evocano, a volte, la pioggia, ad esorcizzare, in Valle l’alluvione. Fin dal 18 ottobre, infatti, i percussionisti dell’associazione “Tamtando” cominciarono ad animare i pomeriggi dei bambini delle zone alluvionate sfollati nella caserma “Testafochi” di Aosta. Quasi per nemesi storica, è stata, poi, la musica a rimandare un’immagine meno edulcorata dell’evento con la canzone dei “Los Bastardos” “Fino in fondo” che mise il dito sull’iniziale sottovalutazione del pericolo (“telegiornale rassicura, non c’è da allarmarsi, niente di preoccupante).
…FINO IN FONDO di Lothar Benso Nieddu-Erik Noro (2002)
telegiornale rassicura
non c’è da allarmarsi
niente di preoccupante
Ma
stranamente insistente
quest’acqua filtra dappertutto
arriva ora fino sotto al letto
trasuda dal muro
(perché?)
e il mio piede dolcemente
sprofonda nel fango
non c’è più tempo
per aspettarti
Prendi la corda o mi butto giù
Muoio con te
Scappa via
E’ notte fonda e più nessuno arriverà
un rumore sordo preannuncia
E sassi e melma sopraggiungeranno!
Forse è meglio andar via
Forse Maria i tuoi figli è meglio salvare
Prendi quello che rimane e scappa
Prendi il meno possibile e scappa
Non ho più tempo
non c’è più tempo
per aspettarti
Prendi la corda o mi butto giù
Muoio con te
Scappa via
Esce il torrente e valanga di fango
La stanza travolgerà
Evacuare le case o questo paesino
La notte non passerà
Forse è meglio andar via
Forse Maria i tuoi figli è meglio salvare
Prendi quello che rimane va via
Forse Maria, forse è meglio andar via
E allora scappa via.
C’ERA UNA VOLTA (7) GIORGIO NASSO, un uomo buono che sapeva legare e “insaporire”

Poco dopo mezzogiorno del 19 agosto è morto, a causa di un infarto, Giorgio Nasso. Aveva 53 anni, faceva l’imprenditore edile e si trovava a Genova per lavoro. Era arrivato ad Aosta negli anni Settanta dalla natia San Giorgio Morgeto e, oltre ad affermarsi nel mondo del lavoro, in Valle aveva acquisito grande popolarità come organizzatore della “Festa di San Giorgio e San Giacomo“. Era stato in gran parte merito suo se la “festa dei calabresi” emigrati in Valle, com’era nata nel 1994, era diventata la festa di tutti i valdostani. «Non chiediamo a nessuno di mostrare la carta d’identità all’ingresso. – era solito scherzare- E, poi, anche se i Calabresi in Valle sono molti non bastano a spiegare i numeri di presenze, con relativi pasti, che registriamo ogni anno. Arrivano pullman addirittura da San Giorgio Morgeto. C’è, cioè, gente che preferisce la nostra festa a quella del paese d’origine.» Qualche mese fa mi aveva regalato dell’olio calabrese. «Prendilo, è buono», mi aveva detto. Effettivamente era buono, perfetto per legare e insaporire i cibi. Un po’ come Giorgio, che sapeva come pochi unire le persone, dando alle cose che faceva un “sapore” particolare. Saranno, sicuramente, in molti a salutarlo alle 10 del 23 agosto nella parrocchia di Saint-Martin de Corleans di Aosta.
ARTE (17) Il TEATRO ROMANO di Aosta rivive grazie ai suoni e alle luci di MASSIMO GIUNTOLI
Dopo che da anni spettacoli di luce e suoni esaltano le architetture dei monumenti simbolo di tutto il mondo (dalle Piramidi alla Tour Eiffel), per la serie “non facciamoci mancare nulla” da stasera animeranno anche la maestosa facciata fenestrata del Teatro Romano di Aosta. “Théâtre et lumières”, questo il nome dell’iniziativa, prevede spettacoli ad ingresso gratuito della durata di 15 minuti che tutti i lunedì di luglio ed agosto (eccetto il 19 luglio) saranno ripetuti, tra le 21 e le 23, ogni 30 minuti . Lo spettacolo è completato dalla colonna sonora composta appositamente dal musicista milanese Massimo Giuntoli, che l’iniziativa ha ideato e realizzato per conto dell’Assessorato regionale all’Istruzione e Cultura. «La peculiarità del lavoro- spiega – è stata di pensare insieme musica e luci grazie ad un unico software, Cubase, normalmente pensato solo per la musica. In ognuna delle infinite tracce disponibili si possono registrare i singoli strumenti, ma, anche i singoli colori di ogni faro, facendo coincidere, con precisione assoluta, il singolo evento luminoso con ogni nota o suono.» Se si pensa che saranno utilizzati una settantina di fari a LED (che, grazie alla tecnologia Rgb, consentono di programmare le variazioni cromatiche) più un faro ad incandescenza per ogni arco, si possono immaginare le suggestioni che animeranno la facciata e le gradinate semicircolari della cavea. «Non ho voluto puntare su effetti speciali- precisa Giuntoli- quanto, piuttosto, su una dimensione emozionale più poetica. Lo spettacolo ripercorrerà la storia del monumento, enfatizzandone il valore estetico e rivelandone progressivamente la struttura architettonica. Ho evitato di usare tonalità di colore troppo accese, oscillando tra la freddezza del blu ghiaccio, che evoca la notte e l’abbandono che il monumento ha conosciuto, e le tonalità più calde che sottolineano i momenti di vitalità e di potenza dell’impero romano. L’alternarsi delle luci con la magia del buio della notte farà sì che il ricordo del Teatro si imprima nella mente in modo significativo.» Pianista, compositore, artista multimediale, Giuntoli lo scorso anno aveva curato “Sons&lumières”, un’installazione multimediale per la mostra “The Art of Games” che aveva valorizzato l’architettura del Centro Saint-Bénin. «La luce rivela la materia e, quindi, lo spazio. Il lavorare su geometrie di luce in relazione alla musica significa sperimentare una percezione inusuale, nuova e creativa, degli spazi stessi. La musica, diffusa con il supporto tecnico di Alberto Bich, evocherà suoni dell’antica Roma reinterpretati in chiave contemporanea grazie ai riferimenti ai kolossal cinematografici hollywoodiani. Senza dimenticare il mio background “progressive” che si esprime nell’uso di tempi dispari che cambiano frequentemente, anche ad ogni battuta, giocando sull’architettura del monumento in modo dinamico, quasi da cartone animato.»
MARCO CUAZ: sul web per una “Storia della Valle d’Aosta” libera
Chissà come sarebbe la Storia se fosse sempre esistito Internet? La Storia ufficiale è, infatti, stata scritta dai vincitori, dai potenti, da quelli che gestiscono i canali della comunicazione, una “blindatura” che è saltata da quando c’è il web con la sua informazione libera. In questo senso appare, quindi, “storica” l’apertura del sito “Storia della Valle d’Aosta” (www.storiavda.it) da parte dello storico aostano Marco Cuaz. «Non è un caso che la prima sezione sia “Storici e Storie”.- spiega- Le storie, infatti, sono tante quante sono le persone che le raccontano. Diffido di chi dice che una sola, la propria, è vera. La storia non è una scienza esatta, è un racconto di cui è essenziale sapere chi è il narratore. Bisogna, soprattutto, difendersi dai suoi usi politici, perché è un grande deposito di materiali per costruire o disfare le identità, legittimare o delegittimare il presente, in sostanza per costruire il futuro. Bisogna, allora, sempre chiedersi chi racconta la storia, a chi, perché, chi lo paga, e come ha lavorato lo storico, su quali fonti, con quali pregiudizi. La storia deve insegnare a diventare sospettosi, prudenti, accorti detectives.» Oltre a quelli di Cuaz, che ne è direttore, sul sito sono già presenti contributi di Sandro Di Tommaso, Silvana Presa, Patrizio Vichi, Andrea Desandrè e Gianna Cuaz Bonis, ma chiunque lo voglia, attraverso la sezione “Scrivici”, può proporre saggi, articoli, recensioni e correzioni, che saranno vagliate da Cuaz in base ad un giudizio di rilevanza “non di natura politica, ma esclusivamente scientifica”.«Non credo- spiega ancora lo storico- che ci sia una storia grande e una piccola, anche perché l’École des Annales ha insegnato che anche aspetti un tempo considerati marginali possono diventare straordinarie chiavi di lettura del passato. Vorrei, in particolare, che la sezione “Cronologia” diventasse, come “Wikipedia”, una sorta di Enciclopedia collettiva. C’é, poi, una sezione “Materiali didattici”, rivolta al mondo della scuola, che intende raccogliere, per mettere a disposizione di tutti, materiali di storia valdostana pensati per gli studenti.» Perché ha deciso di mettere la storia valdostana sul web? «Ormai, più che sulla carta stampata, la comunicazione viaggia sul web che dà visibilità in ogni parte del mondo. E poi un libro è definitivo, mentre sul web il lavoro si può aggiornare e correggere. Ma, soprattutto, il web è oggi il vero luogo della libertà: se, per esempio, uno in Valle va a proporre un libro ad un editore, questi, salvo lodevoli eccezioni, risponde che deve prima parlare all’assessore, poi decide se pubblicarlo. A me sta benissimo il giudizio del pubblico e della comunità scientifica, non il controllo del potere politico. La ricerca storica deve essere libera.»
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