Il grande attore si vede da come esce di scena. Hickstead, stallone baio olandese, è uscito, infatti, di scena il 6 novembre 2011 come aveva vissuto: da Campione. A Verona, dopo essere stato stato protagonista di un percorso impeccabile, è morto mentre riceveva l’ovazione, per lui abituale, del pubblico accorso al Fieracavalli per la 4ª tappa della World Cup di salto a ostacoli. Il cavallo, d’un tratto, ha cominciato a non assecondare più i comandi del suo abituale cavaliere, il canadese Eric Lamaze, ha barcollato, ed è stramazzato al suolo.
La sua fine si è consumata nel silenzio irreale della folla, rotto solo dai penosi nitriti, davanti ad un Lamaze impietrito e un po’ sorpreso che per la prima volta quel suo amico con l’istinto dell’aria si contorcesse per terra.
La sospetta rottura di un aneurisma ha, così, interrotto, a 15 anni, la trionfale carriera di quello che era considerato il più forte campione di salto dei tempi moderni: campione olimpico a Pechino, nel 2008, cavallo dell’anno nel 2010, vincitore in carriera di più di 3 milioni di dollari.
Che l’aria del Paradiso soffi tra le tue orecchie, Hickstead.
Per quasi dieci anni ha vissuto come chi sogna: guardando senza vedere, ascoltando senza udire, sorridendo a familiari ed amici che non riconosceva. A causa di una parola dal suono dolce ma dal significato terribile- Alzheimer- per dieci anni il mondo del palermitano Antonino Lo Presti si è ridotto ai gesti d’affetto e alle parole dei familiari. Grazie a loro ogni tanto si animava, come se l’impalpabile trama della sua vita riacquistasse quel filo colorato che, ad un tratto, si era scolorito e ingarbugliato. “Ricordi papà- ripetevano i figli- quando nonno Gaetano non voleva che giocassi a pallone, e tu, coi piccoli risparmi, l’avevi comprato lo stesso?” Era uno dei suoi racconti preferiti, reso ancor più vivo da tanti particolari, come la sua attesa impaziente, quando non era ancora sorto il sole, o l’ingresso di un negozio di articoli sportivi della Palermo degli anni Trenta per paura che qualcuno gli soffiasse l’agognato oggetto del desiderio.
La passione per il calcio, unita ad una classe cristallina, gli aveva permesso di emergere nel mondo sportivo della città siciliana, superando indenne lo stop imposto dalla Seconda Guerra Mondiale, durante la quale le sue doti atletiche erano state sfruttate per portare gli ordini tra i vari reparti della Sicilia Occidentale. Dalla Villa Filippina di Padre Covais, dove aveva dato i primi calci, era, così, passato alla Leone. E poi nel Trapani. E poi nel Palermo nella stagione 1946-47. La sua elegante sicurezza era stata utilissima per garantire una efficace copertura difensiva durante il campionato di serie B della formazione allenata da mister Mirko Faotto ePeppino Cutrera. Quando guardava le foto ingiallite di quegli anni i movimenti delle labbra sembravano ripeterne la formazione: Valsecchi, Tedeschini, Lo Presti, Conti, Di Falco , Di Bella, De Rosalia… La stagione successiva fu quella del ritorno in A, con l’arrivo del Barone La Motta e di giocatori come Cesto Vycpalek. Ma fu, anche, quella del suo clamoroso abbandono.
«Dopo una milizia decennale da allievo di Scioscia e De Rosalia- dichiarò nel 1996 in un’intervista di Gaetano Sconzo sulla “Gazzetta della Sicilia”- lasciai il Palermo allorché l’allenatore, l’ex azzurro Virginio Rosetta, mi convocò alla Favorita per la partita con I’Empoli assicurandomi che avrei giocato, e, invece, mi preferì un suo protetto, Varglien II, seppur infortunato, anche lui proveniente dalla Juventus. Decisi di smettere: a 25 anni abbandonai il calcio, pur essendo nella rosa dei titolari rosanero, ed andai a collaborare con mio padre, commerciante di vini. Il cavalier Rosetta venne a casa chiedendomi di recedere dalla decisione, ma gli dissi di no. Lui tornò alla carica perchè mi voleva dare in prestito all’Alessandria. Indignato, risposi no.»
Poco dopo, però, la passione per il calcio riaffiorò prepotente, e Nino Lo Presti cedette alle insistenze di Peppino Cutrera, allenatore del Trapani, col quale aveva già vinto un campionato nella Leone. «Mi trasferii in granata disputando due ottimi campionati di C. – ricordava- Il secondo con mister Politzer, compaesano di Vycpalek. Anche li, però, accadde I’imprevisto: allorché battemmo il Catania per 2-1, la Lega, in base ai referto dell’arbitro, ritenne di far ripetere l’incontro. Prima della partita, però, un dirigente comunicò a me e al centravanti Attilio Curto che non avremmo giocato, sostenendo che eravamo stati corrotti con un’offerta di 100.000 lire. Non era assolutamente vero: seppi in seguito che i soldi, partiti da Catania, si erano fermati a Palermo nella tasca di un allenatore. Non avrei mai accettato una corruzione, per cui, amareggiato, smisi definitivamente di giocare, pur avendo richieste da Foggia, Cosenza, Catanzaro, Salernitana, Pescara, Messina e Catania.» Non era, d’altronde, un caso che il ruolo nel quale, in campo, rendeva meglio fosse quello di libero.
Proseguì, quindi, l’attività di commerciante di vini, sposandosi, nell’aprile 1953, con Maria Schimmenti, dalla quale ha avuto Gaetano, Alessandra e Maurizio.
La ritrovata serenità gli permise di riaccostarsi al mondo del calcio, facendo, per diletto, il tecnico giovanile. Ma si dedicò, soprattutto, alla pittura. Allievo dell’acquarellista Armando Tomaselli e del figlio Onofrio («numero uno al mondo quale pastellista»), trasformò, così, la bottega di vini di Via Dante in un cenacolo di pittura e in una palestra di vita dove i figli impararono l’arte dell’incontro. Grazie ad una mano felice e ad un innato senso del colore, i suoi quadri hanno incontrato grande successo, almeno finché alcune traversie, legate alla fine dell’attività lavorativa, non gli fecero perdere la voglia. Non l’ironia, che, finché l’Alzheimer non ebbe il sopravvento, l’ha sempre aiutato a dissimulare lo sforzo, a combattere la presunzione, a pretendere la verità, in una parola a vivere leggero. La stessa finezza e levità, che quando giocava a calcio lo avevano fatto soprannominare “la signorina”, hanno contraddistinto anche la fine del suo transito terreno il 23 gennaio 2011, lo stesso giorno del suo novantesimo compleanno. “Ha celebrato in Paradiso il suo compleanno più bello”, ha concluso al suo funerale Padre Pasquale d’Elia. Ciao papà.
Il 3 giugno 1944 è nato a Mandelieu-La Napoule, in Francia, Eddy Jean Paul Ottoz, una delle maggiori glorie sportive valdostane. La sua fama è nata negli anni ’60, quando, pur essendo “non ergonomico, mancino, sinistro, maldestro”, è stato uno dei massimi specialisti mondiali del 110 metri ad ostacoli, vincendo due campionati europei (nel 1965 e 1969) e la medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 1968 di Città del Messico con il tempo di 13″46 (record italiano battuto solo nel 1994 dal figlio Laurent). Grandi risultati ottenuti grazie all’eccelsa tecnica di superamento dell’ostacolo che gli permise di sopperire ad una mediocre velocità di base. Tecnica messa a punto con l’allenatore Sandro Calvesi (di cui ha pure sposato la figlia Lyana). «Se un gesto è bello e armonioso- gli ripeteva- allora è anche tecnicamente corretto, il brutto è sbagliato». Chiusa la carriera ad appena 25 anni, di barriere non ne ha voluto più voluto sapere. In tutti i sensi. ”Libertario, liberista, libertino, ma non ancora liberato”, ha sfogato il suo multiforme ingegno spaziando dall’imprenditoria al sincretismo alessandrino, dalle motociclette all’informatica, dal giornalismo alla politica. In quest’ultimo campo, pur essendo stato consigliere regionale per due legislature, non è stato aiutato dalla tendenza a cantare fuori del coro («non capisco chi sia stonato, se io o il coro?», afferma) ed il fatto di detenere «il record mondiale della battuta sbagliata al momento sbagliato». In altri contesti ne ha fatte di memorabili, come quella citata dal “New York Times” circa i dubbi che circondavano le prestazioni di certe atlete dell’Est: “italian men and russian women never shave before competition”. E’ al terzo mandato nella giunta del Coni”, ma, siccome “partecipa ma non appartiene”, «quando necessario coltiva un sano disprezzo per i vertici della federazione di atletica, ritenendo che abbia bisogno (ma non solo lei) di grandi cervelli e non di un cervello grande». Siccome, poi, «errare humanum est, bloggare diabolicum» è responsabile del vivace blog “appropó – la versione di Eddy”(http://appropo.blogspot.com).
Alle 5.30 del 13 maggio 2009 è morto all’Ospedale di Aosta il grande alpinista Achille Compagnoni. Era nato il 26 settembre 1914 a Santa Caterina Valfurva (Sondrio), ma nel 1934 la carriera militare negli Alpini lo aveva portato in Valle dove risiedeva a Breuil-Cervinia (Valtournenche). Con Lino Lacedelli era stato il primo a raggiungere, il 31 luglio 1954, il K2, la seconda montagna più alta al mondo (vedi foto). Al ritorno a festeggiarlo sotto il Cervino aveva trovato il Coro di Verrès diretto da Pino Cerutti (vedi foto). I funerali si svolgeranno venerdì 15 maggio, alle 14.30, nella chiesa di Breuil-Cervinia.
E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balia del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.
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