Il blog di Gaetano Lo Presti

GOCCE DI MEMORIA GIORNALISTICA

Il suono che (in)canta del trombone di MASSIMO LA ROSA

Per il giovane Massimo La Rosa era bello, a metà degli anni Ottanta, andare in giro con la banda per la sua Belmonte Mezzagno e paesi vicini, suonando a processioni e feste varie. Ancor più quando, fermatisi in piazza, attaccavano Rossini, Verdi e tutte quelle belle arie che piacevano alla gente. Un piacere che a Giuseppe è rimasto anche oggi che, trentasettenne, è uno dei migliori trombonisti del mondo e suona, come trombone principale, nella Cleveland Orchestra, una delle migliori orchestre del mondo. Lo conferma il programma del concerto che il 28 aprile ha tenuto, con la pianista Roberta Menegotto, nel Salone Ducale del Municipio di Aosta. «E’ il primo concerto in Italia da quando, nel 2007, sono andato negli Stati Uniti.- ha spiegato- Anche in questo caso, oltre a brani del repertorio trombonistico, ho suonato trascrizioni di pezzi celebri per far capire alla gente che col trombone si può suonare tutto.» 

Accanto a brani di Pergolesi, Weber e Sulek, si sono, infatti, ascoltate le trascrizioni della Sinfonia dal “Barbiere di Siviglia” di Rossini (prima versione per trombone tenore), della prima Suite per violoncello di Bach e dell’Adagietto dalla Quinta Sinfonia di Mahler. «Mi piace rischiare per tirare fuori da ogni concerto qualcosa di nuovo. -ha confessato Massimo- E se sfida ci deve essere che sia completa, come nel caso di Bach e, soprattutto, di Mahler che ho registrato a Cleveland con la pianista Elisabeth DeMio in un cd che, non a caso, si intitola “Cantando”.» L’occasione del concerto è stata la masterclass, organizzata da Stefano Viola, che La Rosa ha tenuto dal 27 al 29 aprile, nella Sala dell’Hôtel des Etats, per l’Istituto Musicale Pareggiato. «Spero di trasmettere ai ragazzi la lezione che i sogni di possono realizzare. Il mio era di suonare in un’orchestra americana e ci sono riuscito. Più che il talento sono importanti i sacrifici e, più che la tecnica fine a se stessa, il suono dello strumento. Il mio lavoro giornaliero consiste nel pulirlo sempre più, perché è come avere un negozio: se tieni bella pulita la vetrina le persone possono apprezzare meglio le cose che vendi, sennò non lo guardano nemmeno.» Il concerto aostano si è concluso con il bis di uno struggente “Intermezzo” dalla “Cavalleria rusticana”, interpretato in solitudine e dedicato al 51° anniversario delle nozze dei genitori.                                                                    

 

29 aprile 2011 Pubblicato da | Musica Classica, Sicilia | , , , , , , , , , | Lascia un commento

A NINO LO PRESTI di Maurizio Sciascia

A NINO LO PRESTI (In memoria di Nino Lo Presti. Calciatore, pittore , uomo libero)

Ti rivedo, con la sportina in mano,

cibo per i tuoi amici,

e vedo arrivarli dai quattro angoli della strada,

colombi, gattini e canuzzi

e tu a distribuire carezze e sorrisi

come cibo per l’anima.

E mi piace immaginarti

mentre mi stai salutando alzando la mano con il pennello

stretto tra le dita

pronto a dipingere

con i colori del cielo

il tuo angolo di Paradiso

Il tuo figlioccio MAURIZIO SCIASCIA

25 gennaio 2011 Pubblicato da | Poesia, Sicilia | , , | 2 commenti

C’ERA UNA VOLTA (8) E’ morto NINO LO PRESTI: calciatore, pittore, uomo libero

Per quasi dieci anni ha vissuto come chi sogna: guardando senza vedere, ascoltando senza udire, sorridendo a familiari ed amici che non riconosceva. A causa di una parola dal suono dolce ma dal significato terribile- Alzheimer- per dieci anni il mondo del palermitano Antonino Lo Presti si è ridotto ai gesti d’affetto e alle parole dei familiari. Grazie a loro ogni tanto si animava, come se l’impalpabile trama della sua vita riacquistasse quel filo colorato che, ad un tratto, si era scolorito e ingarbugliato. “Ricordi papà- ripetevano i figli- quando nonno Gaetano non voleva che giocassi a pallone, e tu, coi piccoli risparmi, l’avevi comprato lo stesso?” Era uno dei suoi racconti preferiti, reso ancor più vivo da tanti particolari, come la sua attesa impaziente, quando non era ancora sorto il sole, o l’ingresso di un negozio di articoli sportivi della Palermo degli anni Trenta per paura che qualcuno gli soffiasse l’agognato oggetto del desiderio.

La passione per il calcio, unita ad una classe cristallina, gli aveva permesso di emergere nel mondo sportivo della città siciliana, superando indenne lo stop imposto dalla Seconda Guerra Mondiale, durante la quale le sue doti atletiche erano state sfruttate per portare gli ordini tra i vari reparti della Sicilia Occidentale. Dalla Villa Filippina di Padre Covais, dove aveva dato i primi calci, era, così, passato alla Leone. E poi nel Trapani. E poi nel Palermo nella stagione 1946-47. La sua elegante sicurezza era stata utilissima per garantire una efficace copertura difensiva durante il campionato di serie B della formazione allenata da mister Mirko Faotto e Peppino Cutrera. Quando guardava le foto ingiallite di quegli anni i movimenti delle labbra sembravano ripeterne la formazione: Valsecchi, Tedeschini, Lo Presti, Conti, Di Falco , Di Bella, De Rosalia… La stagione successiva fu quella del ritorno in A, con l’arrivo del Barone La Motta e di giocatori come Cesto Vycpalek. Ma fu, anche, quella del suo clamoroso abbandono.

«Dopo una milizia decennale da allievo di Scioscia e De Rosalia- dichiarò nel 1996 in un’intervista di Gaetano Sconzo sulla “Gazzetta della Sicilia”- lasciai il Palermo allorché l’allenatore, l’ex azzurro Virginio Rosetta, mi convocò alla Favorita per la partita con I’Empoli assicurandomi che avrei giocato, e, invece, mi preferì un suo protetto, Varglien II, seppur infortunato, anche lui proveniente dalla Juventus. Decisi di smettere: a 25 anni abbandonai il calcio, pur essendo nella rosa dei titolari rosanero, ed andai a collaborare con mio padre, commerciante di vini. Il cavalier Rosetta venne a casa chiedendomi di recedere dalla decisione, ma gli dissi di no. Lui tornò alla carica perchè mi voleva dare in prestito all’Alessandria. Indignato, risposi no

Poco dopo, però, la passione per il calcio riaffiorò prepotente, e Nino Lo Presti cedette alle insistenze di Peppino Cutrera, allenatore del Trapani, col quale aveva già vinto un campionato nella Leone. «Mi trasferii in granata disputando due ottimi campionati di C. – ricordava- Il secondo con mister Politzer, compaesano di Vycpalek. Anche li, però, accadde I’imprevisto: allorché battemmo il Catania per 2-1, la Lega, in base ai referto dell’arbitro, ritenne di far ripetere l’incontro. Prima della partita, però, un dirigente comunicò a me e al centravanti Attilio Curto che non avremmo giocato, sostenendo che eravamo stati corrotti con un’offerta di 100.000 lire. Non era assolutamente vero: seppi in seguito che i soldi, partiti da Catania, si erano fermati a Palermo nella tasca di un allenatore. Non avrei mai accettato una corruzione, per cui, amareggiato, smisi definitivamente di giocare, pur avendo richieste da Foggia, Cosenza, Catanzaro, Salernitana, Pescara, Messina e CataniaNon era, d’altronde, un caso che il ruolo nel quale, in campo, rendeva meglio fosse quello di libero.

Proseguì, quindi, l’attività di commerciante di vini, sposandosi, nell’aprile 1953, con Maria Schimmenti, dalla quale ha avuto Gaetano, Alessandra e Maurizio.

La ritrovata serenità gli permise di riaccostarsi al mondo del calcio, facendo, per diletto, il tecnico giovanile. Ma si dedicò, soprattutto, alla pittura. Allievo dell’acquarellista Armando Tomaselli e del figlio Onofrio («numero uno al mondo quale pastellista»), trasformò, così, la bottega di vini di Via Dante in un cenacolo di pittura e in una palestra di vita dove i figli impararono l’arte dell’incontro. Grazie ad una mano felice e ad un innato senso del colore, i suoi quadri hanno incontrato grande successo, almeno finché alcune traversie, legate alla fine dell’attività lavorativa, non gli fecero perdere la voglia. Non l’ironia, che, finché l’Alzheimer non ebbe il sopravvento, l’ha sempre aiutato a dissimulare lo sforzo, a combattere la presunzione, a pretendere la verità, in una parola a vivere leggero. La stessa finezza e levità, che quando giocava a calcio lo avevano fatto soprannominare “la signorina”, hanno contraddistinto anche la fine del suo transito terreno il 23 gennaio 2011, lo stesso giorno del suo novantesimo compleanno. “Ha celebrato in Paradiso il suo compleanno più bello”, ha concluso al suo funerale Padre Pasquale d’Elia. Ciao papà.



24 gennaio 2011 Pubblicato da | Arte, C'era una volta, La giostra della memoria, Sicilia, Sport | , , , , , , , , , , | 16 commenti

Le canzoni d’amore e rabbia di ANDREA MANCUSO

Attualmente lavora in Valle d’Aosta alla ristrutturazione della caserma dei carabinieri di Valpelline,  ma “a malatia” di Andrea Mancuso è scrivere canzoni. Soprattutto in siciliano, visto che è nato a Palermo. Canzoni d’amore (come “Pi tia” che dà il titolo al suo primo Cd pubblicato nel 2008), canzoni a sfondo sociale (“Serial Killer” e “Bastava pensare un attimo”, dedicata alle stragi del sabato sera), ma anche canzoni di rabbia. I motivi, per uno che vive a Carini e ha la sede della ditta dicostruzioni a Capaci, non mancano certo. «Sono andato via da Palermo- spiega- perché il mercato era chiuso, per cui o entravo in determinati giri o cambiavo aria. Ormai da venti anni lavoro in giro per l’Italia

Oltre ad averla provato sulla propria pelle, la violenza della mafia, Mancuso, ce l’ha ancora nelle orecchie. «E’ stato solo per un caso che non fossi a Capaci quando, il 23 maggio 1992, hanno fatto saltare l’auto di Giovanni Falcone. Ero, invece,sul Monte Pellegrino, sopra Palermo, quando ho sentito il boato dell’attentato a Paolo Borsellino.» Ne è nata “Loro sono vivi”, in cui canta di questi “uomini normali ma uomini speciali. Poveri cristi, suli dallo Stato abbandonati”.”Picchi?”, ripete, concludendo “Semu stanchi di viriri sangu pi li strati. Vivi vivi, loro sono vivi, non moriranno mai”. La canzone (il cui video è su YouTube) l’ha cantata in uno spettacolo organizzato in quella Via Notarbartolo dove Falcone abitava e dove il suo albero è diventato un simbolo della lotta contro la Mafia. L’ha replicata, poi, il 10 febbraio di quest’anno nell’auditorium di Carini per la decima edizione del “Premio Ninni Cassarà”, dedicato alla memoria del vicequestore ucciso dalla mafia venticinque anni fa. Quanto, però, ci sia ancora da fare per una cultura della legalità lo dimostra quella parte della platea del Teatro Ranchibile di Palermo che a giugno, quando l’ha sentita annunciare, ha abbandonato la sala. Allo stesso filone di denuncia sociale appartengono “E finiu la latitanza”, ispirata a Bernardo Provenzano (“ch’i pizzini lu truvaru”) e “Pentitu”, in cui immagina un dialogo tra Tommaso Buscetta e Falcone (“Io dutturi nun sugnu né pazzù e ne mbriacu… tanta gente av’a trimari, tante testi hanno ‘a satari”)

18 luglio 2010 Pubblicato da | Musica, Sicilia | , , , , , , , , | Lascia un commento

L’epica di “Italia-Brasile 3 a 2″ nel “cunto” di DAVIDE ENIA

La vera unità dell’Italia fu festeggiata il 5 luglio 1982. Grazie ad un nano che ballava (Bruno Conti), a un portiere con l’artrite (Dino Zoff), al bellissimo Antonio Cabrini e, soprattutto, a un morto che parlava (Paolo Rossi). Furono loro gli artefici del’insperata vittoria, ai Campionati del mondo di Spagna, dell’Italia sul  Brasile dei “marziani” Zico, Falcão e Socrates che  scatenò l’entusiasmo in tutta Italia, entrando nell’immaginario collettivo di una generazione. Lí è andato a scavare l’attore palermitano Davide Enia per scrivere il monologo “Italia – Brasile 3 a 2”, messo in scena lo scorso 8 aprile al Teatro “Giacosa” di Aosta con il chitarrista Giulio Barocchieri e il percussionista Fabio Finocchio. Dalla viscerale passione di un’”ala sinistra anarchica (che dovette abbandonare i sogni di gloria per una lesione ai legamenti del ginocchio) è nato un monologo dove il calcio è epica umana, racconto popolare, memoria collettiva unificante e identificante. «Prima il calcio a teatro in Italia non esisteva.- ha spiegato l’attore prima dello spettacolo- Io ho preso la trama della partita, che, con l’alternanza del risultato, è una drammaturgia lisergica che solo un pazzo poteva scrivere, per intercettare, col racconto delle reazioni della mia famiglia, una sorta di bestiario dei comportamenti umani in cui è facile riconoscere sé stessi o chi c’è prossimo. In certi momenti mi rifaccio al “cunto” dei cantastorie siciliani che interpreto in maniera animalesca, adattandolo alla mia personale metrica di respiro e di costruzione della frase.  Mimmo Cuticchio il fiato lo spezza, mentre per me un fiato corrisponde ad un’unità descrittiva.   Chi l’ha conosciuto, mi dice che mi rifaccio più a Roberto Genovese, che di Cuticchio è stato il maestro. Il “cunto” è una cosa scritta nella mia carne, su cui, poi, ho fatto un grande lavoro di falegnameria per smussare gli angoli e levigare.» Come in un gioco di scatole cinesi, dal racconto della partita scaturiscono altri racconti, come quello di Garrincha, l’ala brasiliana che la poliomielite rese capace di magie inaudite con il pallone. O della Dinamo Kiev, squadra invincibile degli anni quaranta, sterminata per aver osato, durante l’invasione nazista, battere una squadra tedesca in un partita organizzata nello stadio di Kiev. Sono stati questi i punti a più alta intensità emotiva di uno spettacolo che, per il resto, ha fatto molto ridere e coinvolto il solitamente compassato pubblico aostano. «L’arte è matematica del sentimento- ha concluso Enia- per cui noi attori facciamo una costruzione tecnicamente tesa a smuovere emozioni. La mia è una scrittura molto fisica che cerca di creare una verità emotiva incontrovertibile che si esprime, poi, fisicamente. Perché il corpo non mente: se ridi ridi, se piangi piangi.» Quanto c’è nei tuoi lavori della tua Palermo? «L’essere umano è fatto di carne e geografia, e la mia geografia è Palermo. Li’ ho spazialmente formato le mie ossessioni. Anche il tipo di linguaggio con cui battezzo il mondo ha la sua origine nel dialetto siciliano, e, quindi, nell’epicizzazione di ogni cosa che lo caratterizza. Ad esempio, quando mia nonna  aveva il mal di testa non diceva “mi fa male la testa”, ma, piuttosto, “stai muriennuuu”.»

10 aprile 2010 Pubblicato da | Sicilia, Teatro | , , , , , , , | Lascia un commento

PALERMO NEL CQUORE

7 aprile 2010 Pubblicato da | Graffiti, Poesia, Sicilia, Viaggi | , , , | Lascia un commento

La processione del Venerdi’ Santo della Confraternita di Maria SS. Addolorata ai Cassari a Palermo

 

Tra i riti più suggestivi della Settimana Santa palermitana c’è la processione  dei simulacri di Maria SS. dell’Addolorata e del Cristo morto, organizzata il Venerdì Santo  dalla Confraternita di Maria SS. Addolorata degli Invalidi e Mutilati di Guerra. La Confraternita è stata fondata nel 1925 da abitanti della zona facente capo alla strada detta dei “Casciari” per gli artigiani che un tempo la popolavano costruendo e vendendo casse, scale di legno, tavoli, “seggi di zabbara” e altri oggetti di legno. La sua sede è la chiesa di San Matteo in Corso Vittorio Emanuele dalla quale alle 16.30 del Venerdi’ Santo la processione prende l’avvio, per farvi ritorno, intorno a mezzanotte e mezza, dopo aver percorso le vie del centro storico di Palermo.Il simulacro dell’Addolorata è una statua alta 180 centimetri scolpita nel legno, intorno al 1790, da Girolamo Bagnasco, che si distingue per essere rifinita in ogni sua parte. La mattina della processione un gruppo di consorelle, istituito nel 1960  e che sfila in processione con un proprio abito e vessillo, provvede alla sua vestizione  con sottovesti piene di ricami e eleganti abiti viola. Quindi l’Addolorata- ricoperta di un manto di velluto nero e con uno stellare d’argento dorato che le cinge il capo ed un pugnale d’argento che le trafigge il cuore- viene posta su una “vara” dipinta di nero coi simboli della passione. Questa viene trasportata a spalle dai confrati, abbracciati a due a due per risparmiare spazio, che indossano una tunica nera con bordatura viola. I membri dell’esecutivo (dai “capoasta”, che indirizzano le aste, a quelli che con la “trottula” segnalano le pause e le ripartenze) indossano, invece, un frac. Il Cristo morto è un simulacro di cartapesta di autore ignoto rielaborato nel 1987 da Vincenzo Partitico, che il Giovedì Santo viene traslato dalla cappella dei Miseremini della Chiesa di  San Matteo e deposto all’interno di un’urna dorata che viaggia su una “vara” realizzata nel 1934 da un certo Manfrè. Oltre ad essere sorretta dai confrati, è scortata da alcuni  “giudei” o “traditori” (cosi’ detti perchè colpevoli di avere ucciso Gesù) vestiti con un’armatura che  richiama quella dei paladini. Spettacolo nello spettacolo è la colonna sonora della processione  eseguita da Bande che intonano suggestive marce funebri marciando molto lentamente con un passo cadenzato che dà l’effetto dell’annacata, perché tutto  il corpo si lascia andare obliquamente rispetto al terreno. Tra tutte spicca il canto “Ah si, versate lagrime”, il cui incipit è il finale di una lauda del XVII secolo (“Ah Si, Versate lagrime, Angeli mesti in cielo,Vesti di lutto velo, L’amato ben morì./Morì, per man dei barbari,Morì trafitto in croce,Soffrì la pena atroce, Il redentor, spirò, morì spirò, il redento morì spirò./ Ah si versate lagrime,lagrime di dolore,tradito il buon Signore, in cielo salì.Mori, morì, morì.Morì, spirò il Redentor, Il Redentor Spirò”). Il Venerdi’ Santo 2010, in particolare,  la processione  è stata accompagnata l’Associazione Musicale “S.Cecilia” di Valguarnera diretta dal Maestro Giuseppe Piscitello e l’Associazione Musicale “San Pio X” di Caltanissetta diretta dal Maestro Calogero Ottaviani.

6 aprile 2010 Pubblicato da | Musica, Sicilia, Società, Viaggi | , , , , , , , , , , | 8 commenti

LUIGI LO CASCIO rilegge Euripide “a caccia” di sé stesso

Nicola Console, Luigi Lo Cascio, Alice Mangano

“E’ possibile connettersi alla materia oscura del Mito?” A chiederselo ne “La Caccia”, la rilettura di Luigi Lo Cascio della tragedia “Le Baccanti” di Euripide andata in scena il 15 febbraio al “Giacosa” di Aosta, è il saccente Pietro Rosa, esperto–bambino «che pretende di spiegare tutto, convinto che con il concetto si possa esaurire anche il contenuto della materia incandescente della tragedia.» Connettersi è possibile, è la risposta che nel lavoro dà l’attore palermitano. Non, però, con le granitiche certezze della razionalità dell’esperto (che, infatti, viene sbranato dagli uccelli mentre sta per enunciare il senso della tragedia), quanto, piuttosto, coi dubbi e il sentimento che vi ha messo un Lo Cascio che nel corso di una cordialissima intervista ce ne ha parlato con il trasporto di un innamorato. «Ho molto affetto per come è venuto il lavoro», ha ammesso infatti. Per, poi, lanciarsi nel racconto di un “colpo di fulmine” scoccato sedici anni fa, subito dopo il diploma all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, grazie ad una commissione di quello stesso “CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia” che “La caccia”  ha prodotto. «Il Css dette la possibilità a me, Alessio Boni ed altri giovani attori di portare in scena un nostro testo inedito. Cosi’  scrissi “Verso Tebe” in cui inserii pezzi che avevo tradotto de “Le Baccanti”. Si tratta dell’ultima tragedia scritta da Euripide, e il fatto che non sia riuscito a vederla rappresentata ha fatto sì che da subito si sia aperta a possibili interpretazioni. Io ho cercato di rimasticarne alcuni elementi partendo dal tema della caccia che è molto presente perché tutti i personaggi, dal Dio Dioniso al tiranno di Tebe Penteo, si presentano come cacciatori che vogliono catturare e distruggere il nemico. Salvo poi, come nel caso di Penteo, subire un ribaltamento, per cui da cacciatori divengono cacciati. Una situazione contraddittoria nella quale ci siamo trovati tutti, per cui pensiamo di inseguire delle cose e ne siamo, invece, inseguiti. Anche perché, sotto sotto, l’attrazione per il bersaglio è dovuta al fatto che vi ritroviamo qualcosa di nostro.» La frammentarietà de “Le Baccanti” e la difficoltà di metterne in scena alcune parti sono state risolte drammaturgicamente da Lo Cascio (che oltre che magnifico interprete ne è anche autore e regista) trasformando lo spettacolo in un “incubo ben riuscito” denso di simbolismi e atmosfere ipnotiche rese grazie al meglio da+- un’appassionata multimedialità creata dalle scene e dai disegni animati di Nicola Console ed Alice Mangano e dai paesaggi sonori della moglie Desideria Rayner. Il tutto inframmezzato dagli ironici inserti video dell’esperto – bambino e di “coroselli” che esaltano, di volta in volta, l’“Epos, nutrimento degli Dei” o il resort “Kiteron”, dove la chirurgia plastica fa miracoli “per non perdere la faccia”.  «Si tratta- ha spiegato Lo Cascio-  di video spot che attualizzano la funzione del coro che nella tragedia greca rappresentava la comunità che, compattandosi, esprimeva un giudizio o esortava a dei comportamenti virtuosi. Adesso si è, invece, trasformato in qualcosa di negativo, in cui una voce impersonale si inserisce in maniera molto volgare, alla stregua della pubblicità, finendo per influenzare negativamente i costumi e la personalità dei consumatori-spettatori.» Nell’ironia di questi inserti, abbiamo chiesto, c’è qualcosa del “sentimento del contrario” del suo conterraneo Pirandello? «La mia intenzione era che racchiudessero una forma di riflessione che portasse ad un sorriso amaro. A volte suscitano, invece, un riso sguaiato che mi infastidisce. Alcuni spettatori hanno, poi, pensato, erroneamente, che io abbia voluto dissacrare, ma anche in “Le Baccanti” la tragedia viene intaccata da momenti comici che vengono da Aristofane e dalla Commedia, come quando Dioniso traveste da donna Penteo. A legittimarli è, poi, la storia del Teatro che è venuto dopo e che nelle tragedie di Shakespeare vede l’accostamento del tragico con intermezzi comici. Questo lavoro riflette, infatti, la storia della mia formazione teatrale e come sono fatto. Il bello di un’opera è, infatti, quando è l’attestazione di una crisi che è innanzitutto dell’autore. Credo di avervi mostrato i dubbi e le incertezze che avevo mentre leggevo “Le Baccanti”. Quello che mi è rimasto è ciò che non ho capito e continua a lavorarmi dentro come mistero, per questo nel lavoro ho cercato di mantenere dei punti un po’ oscuri, senza esplicitarli troppo.

16 febbraio 2010 Pubblicato da | Sicilia, Teatro | , , , , , , , , , , , | 1 commento

Il dualismo del pensiero di Sant’Anselmo nella musica di GIOVANNI SOLLIMA

Nel corso di questo 2009 il nono centenario della morte di Sant’Anselmo d’Aosta ha scatenato in Valle un tourbillon di convegni, libri, cerimonie e spettacoli. Tra le iniziative più riuscite si può, sicuramente, annoverare il concerto, ideato da Riccardo Piaggio e tenutosi nella Cattedrale di Aosta lo scorso 7 novembre, in cui le parole di questo Doctor magnificus della Chiesa (recitate dagli attori valdostani Donatella Cinà e Pierre Lucat) sono state vivificate dalla musica del grande musicista siciliano Giovanni Sollima. La suite che ne è nata -“Credo! L’albero del monaco. I sandali del filosofo”- è infatti riuscita a rendere al meglio la dialettica del pensiero anselmiano che oscillò tra fisicità e spiritualità, deduzione logica e intuizione, coscienza e libero arbitrio. «Mi ha affascinato questo dualismo- ha spiegato Sollima prima del concerto- che, poi, è caratteristico dell’uomo Medioevale, ma anche di uno come Francesco Borromini che visse in epoca barocca. Mi interessano tantissimo questi personaggi che hanno segnato o sono vissuti all’interno di una transizione. Storica ma, anche, umana. E Anselmo la transizione ce l’ha dentro.» Un inquieto movimento ha caratterizzato anche i cinquanta minuti della suite nella quale il dualismo tra la fisicità dei tamburi di Alfio Antico e la spiritualità metafisica dei violoncelli di Sollima e Monika Leskovar si è ricomposto, per dirla con Anselmo, in “unum argumentum”. «In realtà- ha, infatti, precisato Sollima- l’uso che Alfio fa delle percussioni va ben al di là del semplice ritmo, rifacendosi al linguaggio della cultura pastorale siciliana in cui naturalità e sacralità si fondono. Così come io uso il violoncello anche come uno strumento ritmico a percussione, lui ai tamburi tira fuori l’anima facendoli parlare, respirare e cantare. Mi interessano i musicisti che riescono a superare i limiti del proprio strumento facendolo diventare estensione della propria mente con cui viaggiare con la fantasia. La cantabilità del violoncello mi porta ad esplorare a fondo certi suoni, arrivando quasi a ferire il suono e trafiggere la voce

Anche altri suoi lavori, come le “Songs From the Divine Comedy”, si rifanno al Medioevo, cosa l’attrae di quel periodo? «La capacità che aveva la parola di generare, attraverso la sua tensione emotiva, la musica e l’essenzialità ricca di emotività, tipica di quel periodo, che è molto diversa da quella odierna. Sono partito dalla purezza di certe linee dalla musica medioevale, come se fossero l’archetipo dell’emotività, per poi portarla, attraverso cerchi concentrici, alle estreme conseguenze. Mi interessava stabilire un ponte con le origini, prendendo una sorta di architettura da reinventare sul piano emotivo creando un clima di atemporalità ipnotica. Non a caso alcuni brani hanno la forma del Raga indiano

Pierre Lucat

Donatella Cinà

Qual’è la molla che l’ha spinta ad uscire dai confini della musica classica per esplorare nuovi territori musicali, al punto da essere stato soprannominato “The Jimi Hendrix of the Cello”? «La curiosità è una malattia. Mio padre Eliodoro, anche lui musicista, volle che imparassi bene la tecnica perché mi venisse in soccorso quando ne avessi avuto bisogno, ma anche che mi mettessi alla prova con la pratica dell’improvvisazione, che nel Barocco era comune ma poi è sparita per rispuntare fuori con il jazz. Più che un creatore penso di essere un artigiano che associa e manipola materiali musicali provenienti da varie parti del mondo e da varie epoche. Oltre che a viaggiare nel mondo, i sandali di Sant’Anselmo servono e a ripercorrere, con spirito diverso, musiche dimenticate che sembra non siano mai esistite

17 novembre 2009 Pubblicato da | Musica, Sicilia | , , , , , , , , , | Lascia un commento

PINO CARUSO: Il Diluvio Universale? Acqua passata

Il 12 ottobre 1934, a Palermo,  nasce improvvisamente Pino Caruso. Subito dopo, ma non in conseguenza, scoppia la seconda guerra mondiale. Cresce tra incursioni aeree, bombe e rifugi sotterranei, senza provarne paura: anzi, oggi, ne ha persino nostalgia. Adora, infatti, le discoteche. “La musica è la stessa di allora- dice- quella americana”. Da cinque a dieci anni frequenta le elementari. E non va oltre. Una distanza irrisoria, dunque, lo divide dall’analfabetismo. Tuttavia, nonostante l’odio che a scuola cercano di inculcargli per i libri, provvede da solo alla sua istruzione. In breve tempo riesce a darsi una vera e propria ignoranza enciclopedica.”

Cosí racconta la sua vita Giuseppe “Pino” Caruso”, attore e scrittore italiano che, grazie ad uno spiccato senso dell’humor, ha raggiunto vasta popolarità televisiva a cavallo degli anni Sessanta e Settanta partecipando come comico a trasmissioni come “Che domenica amici”, “Gli amici della domenica”, “Teatro 10” e “Dove sta Zazà?”.  Popolarità rinverdita negli anni Duemila grazie alla partecipazione a due serie della fiction “Carabinieri”.

Il suo multiforme talento si è, però, espresso bene anche in teatro (nel quale ha esordito nel lontano 1958  con “Il gioco delle parti” di Pirandello), nel cinema e nella letteratura con libri come “L’uomo comune” e “Il Diluvio Universale? Acqua passata”. Da questi libri ho scelto  alcuni bellissimi aforismi, arte di cui Caruso è sicuramente un maestro:

  • Il Diluvio Universale? Acqua passata
  • L’ uomo nasce dalla donna e tutta la vita cerca di rientrarvi
  • Purtroppo, la salute non è contagiosa
  • L’Italia è la culla del diritto. Sarà per quello che il diritto vi si addormenta
  • Un vecchio non si improvvisa: per farne uno occorrono anni
  • Molti credono che la proprietà di linguaggio sia un furto
  • La furbizia è l’idea che lo stupido ha dell’intelligenza
  • Gli attori si dividono in due categorie: incisivi e canini
  • Il politico mediocre non cerca di passare alla storia. Si accontenta di passare alla cassa
  • I mafiosi sono intelligentissimi. Gli manca solo la parola

12 ottobre 2009 Pubblicato da | Aforismi, Libri, Satira, Sicilia | , , , , | 2 commenti

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