PERCHE’ NON E’ PER TUTTI FACILE CAPIRE LA POESIA

Spesso il linguaggio della poesia respinge tanti lettori, perché, leggendo una poesia, non la si capisce mai tutta subito. Ma, in fondo, anche la vita è così: dobbiamo accettare di non capirla tutta subito, ha dentro di sé qualcosa di enigmatico che resiste. Al di là della grande frattura, fra poesia e grande pubblico, verificatasi dopo il romanticismo, non c’è dubbio che la poesia vuole rimanere in uno sconcerto, in una sospensione, non può essere espugnata completamente. Tanto meno alla prima lettura. Ti chiama, in qualche modo, dentro a partecipare, a farti trovare. E, devo dire, non tutti hanno questa possibilità. Non ce l’hanno dal punto di vista emotivo, prima ancora che dal punto di vista intellettuale. E in fondo è anche giusto, perché la poesia deve essere aspettata e partecipata. E’ anche vero che può colpirti in modo intuitivo, potentissimo e istantaneo, ma ha pur sempre bisogno di qualcuno che faccia la strada, che faccia le fondamenta e la casa di mattoni per arrivare all’ultimo piano a cui tu sei arrivato istintivamente. E, secondo me, non tutti possono farlo. E, forse, è anche giusto così. Molti hanno delle opacità, dei silenzi, delle oscurità addirittura confortevoli, se non mortificanti, e in questa confortevole mortificazione possono vivere decenni e decenni senza che la poesia possa insospettirli.
Da PASSIONI- “La poesia come esperienza” di Filippo La Porta e Paolo Febbraro
La comicità poetica e straniante di SBRONZI ALL’ALBA SENZA SIGARETTE

A metà tra concerto e reading poetico, tra serio e faceto, tra musiche originali e cover. In questa zona incerta ed instabile, fertilissima di stimoli e idee, si muove lo spettacolo “Sbronzi all’alba senza sigarette” che, rodato da un lustro di repliche, il 3 febbraio è sbarcato all‘Espace Populaire di Aosta per la rassegna “FolkStudio’12”.
A proporlo sono stati il poeta torinese Guido Catalano, il pianista Andrea Gattico e la violinista giapponese Mayumi Suzuki. Gli ultimi due costituiscono un’ “orchestra da viaggio”, nel senso che propongono loro arrangiamenti di musiche del mondo, senza confini di spazio e tempo. Nell’occasione hanno, altresì, fornito le atmosfere sonore per le poesie comico surreali del quarantenne poeta torinese.
«Attualmente la parola poesia fa scappare la gente.- ha affermato Catalano- Io sono fortunato perché cerco di spettacolarizzarla interagendo con musicisti e, soprattutto, faccio ridere. Anche perché ho iniziato cantando in un gruppo di rock demenziale alla “Skiantos” e il suo leader, Roberto Freak Antoni, ha fatto la prefazione al mio secondo libro. La loro influenza si sente nelle mie poesie che, in base alle tematiche, ho diviso in storie d’amore, non d’amore e “robe strane” del terzo tipo.»
Con alle spalle esperienze diverse, dal correttore di bozze al portiere di residence, Catalano con questa formula sembra avere trovato la via giusta per arrivare al pubblico («lo spero- afferma-perché non so fare altro»). Lo dimostrano i numerosi reading in tutta l’Italia settentrionale ed il successo crescente di progetti come “Sbronzi all’alba senza sigarette” e “Il grande fresco”. «La musica aiuta- ha confermato- specie quando è eseguita da musicisti bravissimi come Mayumi ed Andrea, che, suonando insieme da anni, hanno una coesione incredibile. Grazie ad una spiccata ironia, poi, fanno anche loro spettacolo.»
Gattico, per esempio, è stato esilarante nell’interpretazione della sua “Suona Balalaika” con infinite ripresovskaie, travestito, com’era, da capitano di una nave (che, poi, sarebbe il suo gruppo abituale, gli Espresso Atlantico). Surreale, invece, la comicità dell’esotica Mayumi nello sketch in cui ha aiutato Catalano a tradurre le sue poesie in giapponese. «Ne viene fuori un effetto strano e straniante- ha concluso Catalano- che, in fondo, è lo stesso dello spettacolo.»
NANDO GAZZOLO e NERUDA: la grande poesia nasce dal profondo dell’anima, per cui, scuotendola profondamente, può cambiarla

Il cileno Pablo Neruda (pseudonimo di Neftalì Reyes Basalto) è uno dei pochi poeti moderni la cui fama sia andata oltre l’ambito letterario, al punto da diventare protagonista di film (“Il postino”) e, addirittura, canzonette (“Lo diceva Neruda che di giorno si suda…!»). Il perché lo si capì il 1° marzo 2008 nel corso del recital “…saprai che t’amo e che non t’amo…-le più belle poesie d’amore di Pablo Neruda” tenuto al Teatro Giacosa di Aosta da Nando Gazzolo, una delle più belle voci del teatro italiano (non a caso in quattro film ha dato la voce perfino a “The Voice” Frank Sinatra).
«Non amo la letteratura latino americana perché, in generale, preferisco scrittori più asciutti.- confessò l’attore nato a Savona il 16 ottobre 1928- Neruda fa, però, eccezione perché le sue poesie d’amore sono assolutamente coinvolgenti. Come quella che, parlando della morte di un amante, dice: “Ma questo amore non è finito, e così come non ebbe nascita, non ha morte, è come un lungo fiume, cambia solo di terra e labbra…”. Sono versi talmente belli che quando li recito mi commuovo. Il che per un attore è un errore, perché, se non usi la tecnica e ti lasci andare all’emozione, rischi di non comunicarla al pubblico». Conferma, quindi, che l’attore deve “recitare con la testa non con le viscere”? «Bisogna recitare col cervello. Anche il grande Eduardo De Filippo lo aveva ribadito in un intervista. La parte istintuale della recitazione è come un cavallo che bisogna guidare con le rèdini della tecnica. Altrimenti ti disarciona, e non sei più in grado di controllare i sentimenti e, quindi, di esprimerli al meglio».
Le idee marxiste, fecero sì che, dopo il golpe di Pinochet, Neruda fosse vessato con continue perquisizioni. Durante una di queste il poeta disse ai militari: «Guardatevi in giro, c’è una sola forma di pericolo per voi qui: la poesia». « La grande poesia- confermò Gazzolo- è un pensiero che nasce dal profondo dell’animo e quindi può scuoterlo profondamente. In questo senso può essere pericolosa: perché toccando l’anima può cambiarla».
Figlio d’arte, Gazzolo ha conosciuto vasta popolarità, soprattutto per l’intensa attività televisiva negli anni ‘60 e ‘70. Difficile, per chi abbia intorno a cinquant’anni, dimenticare personaggi come il Freddi Hamson dello sceneggiato “La cittadella” o il Thomas dei “Buddenbrook” o lo Sherlock Holmes dell’omonima serie televisiva (per non parlare del “Carosello” dell’Amaretto di Saronno). Copiosissima, poi, l’attività di doppiatore: è stato, infatti, la voce italiana di attori come David Niven e Marlon Brando. Nell’immaginario collettivo è rimasta anche la voce data ad un vigile milanese che “manda a quel paese” Totò e Peppino quando in Piazza Duomo gli chiedono: Per andare dove dobbiamo andare, dove dobbiamo andare?. «Totò aveva grossi problemi di vista- ricordò- per cui quando doppiammo quella scenetta aveva vicino una persona che gli stringeva il braccio ogni volta che doveva dire le battute. Nonostante questo, l’effetto comico fu irresistibile».
Il mondo in minore dei “Fleurs de papier” di EVA (e Charles) PELLISSIER

“Que itrandze la via (che strana questa vita)”, ha scritto Eva Pellissier in una delle centinaia di poesie che da più di 30 anni scriveva in patois e francese. “Ci sono persone tanto stanche di recitare la loro vita- continua la poesia- e ci sono persone costrette a partire senza aver goduto di tutti i loro giorni e vorrebbero tanto poter ancora odorare la pioggia, il vento, l’acre profumo dell’assenzio.”
Questa condizione di perdita Eva l’ha provata più volte, visti i ripetuti bruschi “reset” che il destino le ha riservato. Come nell’ottobre 2000, quando l’acqua fece rotolare via la sua casa e, con lei, la frazione Faverge di Nus. O, in anni più recenti, quando una malattia le fece perdere un seno. O, ancora, dopo una traumatica separazione. Ricominciare, ogni volta, è stato un po’ come ritrovarsi di fronte ad un foglio bianco in attesa d’ispirazione. E l’abitudine a farvi fiorire “fiori di carta” l’ha aiutata. «Una volta messe in pagina le poesie diventano fiori di carta, più colorati e duraturi di quelli veri.- spiegava- Ho iniziato a scriverle a sette anni, attratta dalla possibilità di esprimere sensazioni e sentimenti, facendo cantare la parola».
Uno dei primi estimatori fu il colonnello Octave Berard che, nel 1972, ne lesse alcune dalle stazioni regionali della Rai. Tra queste, “La Viëille vatse”. «E’ la prima poesia che ho pubblicato.- ricordava- L’ho scritta in patois perché la poesia è musica, e certi suoni, legati a certe immagini, li sento nelle orecchie in francese e, soprattutto, in patois, la prima lingua che ho parlato.» Una musicalità che ha fatto sì che molte siano state rivestite di note. Come “Dans vos yeux”, musicata da Efisio Blanc. O «Ecoute», la sua poesia forse più nota, che, musicata da Angelo Mazza, è entrata nel repertorio del Coro Sant’Orso.
«Adesso abito a Messigné di Nus- mi raccontò l’ultima volta che l’intervistai- e in fondo al mio terreno c’è un valloncello in cui c’è una bellissima quercia. Quando l’Enel ha spostato le linee elettriche le hanno tagliato la chioma. Ma lei ha rifatto tutti i rami ed è ancora lì. Mi sembra quasi Eva.» “La Quercia”, che rinasce sentendo “formiche con le ali…nascere sulla punta delle mie dita, raggiungere le mie mani, salire fino alle mie guance”, è diventata una poesia del figlio Charles. Con lui, ventiduenne, Eva nell’ottobre 2011 ha pubblicato il libro “Fleurs de papier” popolato da poesie, in patois e francese, che cantano un mondo “in minore” che gira intorno a temi come la natura, i sentimenti e, soprattutto, l’inesorabile scorrere del tempo. “Une feuille de calendrier apès l’autre le temps s’en va”, scriveva Eva. Tempo che lascia una “douce mélancolie d’espérance, perché anche se ha “l’hiver dans le coeur … j’attends: le froid partira”. A casa di una riaccensione del cancro, Eva Pellissier è morta la mattina del 24 marzo 2011. Aveva 53 anni. I funerali si svolgeranno alle 15 del 26 marzo nella Chiesa Parrocchiale di Nus.
Il canto libero di YANNIS RITSOS E MIKIS THEODORAKIS
Due che si sono conosciuti in un campo di concentramento non possono che apprezzare, più di chiunque altro, valori come amicizia e libertà. Se, poi, i due in questione sono un poeta come Yannis Ritsos e un musicista come Mikis Theodorakis (che il 29 luglio compie 86 anni) quando, com’è successo, questi valori li hanno cantati, lo hanno fatto come nessuno mai.
I due artisti greci si conobbero, infatti, durante la guerra
civile greca (che si protrasse tra il 1946 e 1949), quando furono rinchiusi, come “ribelli”, nel famigerato campo di concentramento sull’isola di Macrònissos. Esperienza terribile, che, purtroppo, si ripetè (questa volta separatamente) dopo il colpo di stato dei colonnelli del 1967.Theodorakis, dopo pochi mesi passati in clandestinità, venne condotto nel carcere di Avèroff e, poi, di Korìdallos, mattatoi di molti suoi compagni di lotta, come Andreas Lentakis. La notorietà internazionale, acquisita nel 1964 con la colonna sonora di “Zorba il Greco”, gli risparmiò la vita: venne confinato agli arresti domiciliari, sottoposto a intimidazioni che coinvolsero la famiglia e la sua musica proibita. Una campagna di pressione internazionale ne reclamò la liberazione, che, però, arrivò solo nel 1970, dopo un altro periodo di carcere a Oropòs e ripetuti ricoveri in ospedali per i continui scioperi della fame ad oltranza.

Ritsos, prigioniero nel carcere-lager dell’isola di Leros, continuò a scrivere, più o meno clandestinamente, sfruttando un’abilità grafica, da amanuense bizantino, che gli permetteva di concentrare lunghi testi in poche righe. In questo modo scrisse anche alcune delle “18 canzonette per la patria amara” nelle quali il popolo greco immediatamente si riconobbe. Soprattutto dopo che Theodorakis le musicò e pubblicò, nel 1973, in un disco interpretato dal cantante Yorgos Dalaras. Si trattò di un vero e proprio “nuovo battesimo”, come recita l’omonima poesia, per ”parole povere battezzate nella tristezza e nel pianto che mettono ali e volano come uccelli e gorgheggiano. E quella parola nascosta, la parola libertà invece di ali mette fuori spade e fende i venti”.
Non è, quindi, un caso che la più famosa di quelle canzoni, “Popolo”, sia stata intonata durante le recenti manifestazioni popolari di protesta contro le misure di austerità varate dal governo greco per far fronte alla crisi economica. “Piccolo popolo, che combatte senza spade né pallottole per il pane di tutto il mondo, la luce e il canto: sotto la lingua trattiene i lamenti e gli evviva, ma come si mette a cantarli si fendono le pietre”.
MAX GAZZE’: per me la musica è il libretto d’istruzioni della realtà

Anche se è stato inserito tra i candidati solo all’ultimo momento, il quarantaquattrenne Massimiliano “Max” Gazzè aveva tutte le carte in regola per aspirare alla vittoria nel quarto Premio Mogol che si è svolto ad Aosta il 14 giugno. A cominciare, naturalmente, dalla canzone in gara, “Mentre dormi”, una soffice ballata in cui melodia fa rima con poesia. «E’ una canzone che descrive la sublimazione dello stato primordiale, nascente, dell’amore per un soggetto che può, indifferentemente, essere una madre, un figlio o un compagno- ha spiegato Gazzè al termine della conferenza stampa-. E’ nata grazie all’alchimia con una persona speciale come il mio amico poeta Gimmi Santucci (presente anche lui ad Aosta:n.d.r.) .»
Sulle proprietà della musica hai scritto addirittura una canzone, “Una musica può fare”, in cui, tra le altre cose, canti: “una musica può fare amare soltanto parole, una musica può fare parlare soltanto d’amore”…«Lì parlo dei massimi sistemi, della mistica della musica che per me è come il libretto d’istruzioni della realtà. Perché tutto è musica, la materia stessa è suono rallentato. E’ come il Big Bang senza il quale saremmo tutti polvere. Siamo tutti immersi nella musica.» 
Battuta al Premio Mogol da “Le tasche piene di sassi” di Jovanotti, “Mentre dormi” ha, comunque, già vinto un David di Donatello 2011 come “miglior canzone originale” nel film “Basilicata coast to coast” di Rocco Papaleo (autore anche del video ufficiale della canzone), film nel quale Gazzè ha interpretato un musicista muto. «Tutto nasce e finisce nel silenzio.- ha chiosato, a tal proposito, Max- Non ci potrebbe essere musica se non ci fosse il silenzio che la precede. Se, poi, la musica serve a veicolare significati emotivi, l’essere in arte può aversi anche senza produrre suono.»
Sei d’accordo con quanto è stato detto nella conferenza stampa di oggi che nella musica c’è già la parola? «Sì, ma sono convinto anche del contrario, che, come diceva Mallarmé, “la poesia è già musica”. L’insieme, poi, di parole e musica è un’altra forma di linguaggio, che, grazie all’alchimia che si stabilisce, riesce a veicolare significati che vanno oltre l’emotività della musica o della poesia, comunicando al di là delle capacità che il cervello ha di interpretare certe cose.»
La libreria antiquaria di UMBERTO SABA a Trieste

“Era una magnifica giornata del giovane autunno subito dopo l’altra-ultima- guerra. Passando per caso vidi per la prima volta e dall’esterno il vero antro funesto. Ricordo anche di aver pensato, fra me e me: che orrore se il destino mi obbligasse a passare là dentro il resto della mia vita! Cinque giorni dopo, e sempre per caso, avevo comperata la Libreria. Si deve arguire da ciò che, qualche volta, i nostri timori, i nostri disgusti, i nostri “tutto” sì, ma quello “no” non siano, in profondità, che speranze, desideri, presagi che ci arrivano, in forma rovesciata, alla coscienza?”. Così, in un suo scritto del 1948, il poeta Umberto Saba descrive l’impatto con la libreria che tenne in Via San Nicolò 30, a Trieste, dal 1919 alla morte, avvenuta il 25 agosto 1957 (era nato il 9 marzo 1883). Comprata per investire l’eredità di una zia, si insinuò inesorabilmente nella sua vita divenendo il suo riparo da un mondo sempre più incomprensibile e nemico.

Fu nella quiete del suo retrobottega che divenne uno dei poeti più importanti del Novecento, anche se, a lungo, si lamentò che, ad avere “molto più successo dei miei libri di versi”, fossero i cataloghi della libreria, che curava per il piacere di trasmettere un messaggio di cultura e bellezza. Nel 1938, a seguito delle leggi razziali promulgate da quel Mussolini che la libreria aveva visitato nel 1921, cedette la proprietà a Carletto Cerne, assunto come commesso nel 1924. “Il famoso Carletto- come scrisse in una poesia del 1948- che mi hai (più coi fatti che colle parole) aiutato a vivere”. Finita la guerra, Saba nel 1947 tornò in possesso della libreria, finché, nel 1958, Carletto ne divenne definitivamente proprietario comprando la quota ereditata dalla figlia del poeta Lina Saba. Dal 1981 la “Libreria antiquaria Umberto Saba” è gestita da Mario Cerne, figlio di Carletto, che custodisce, con passione e competenza, uno dei più originali templi della cultura italiana. Tra i preziosi libri antichi ospitati sui suoi scaffali d’epoca ci sono le Poesie di Saba del 1911 o la prima edizione del Canzoniere del 1921.
Le informazioni per scrivere questo post sono prese dal libro “La libreria del poeta Umberto Saba” di Elena Bizjak Vinci e Stelio Vinci
- Umberto Saba con Carletto Cerne
IL DITTATORE di Gianni Rodari

Il punto piccoletto, superbioso e iracondo
“dopo di me- gridava- verrà la fine del mondo !”
Le parole protestarono: “Ma che grilli ha pel capo?
Si crede un Punto-e-basta, e non è che un Punto-e-a-capo”.
Tutto solo, a mezza pagina, lo piantarono in asso,
e il mondo continuò, una riga più in basso.
A NINO LO PRESTI di Maurizio Sciascia
A NINO LO PRESTI (In memoria di Nino Lo Presti. Calciatore, pittore , uomo libero)
Ti rivedo, con la sportina in mano,
cibo per i tuoi amici,
e vedo arrivarli dai quattro angoli della strada,
colombi, gattini e canuzzi
e tu a distribuire carezze e sorrisi
come cibo per l’anima.
E mi piace immaginarti
mentre mi stai salutando alzando la mano con il pennello
stretto tra le dita
pronto a dipingere
con i colori del cielo
il tuo angolo di Paradiso
Il tuo figlioccio MAURIZIO SCIASCIA
BRUNO LAUZI: il piccolo grande poeta che sapeva cantare d’amore
Un po’ se lo sentiva. E Bruno Lauzi ne esorcizzava lo spettro con l’ironia. «Noi cantautori della vecchia guardia non abbiamo vita lunga- mi aveva detto- Nessuno ha superato i 73 anni di Umberto Bindi. Comincio a preoccuparmi perché siamo rimasti io e Gino Paoli, e, dato che l’erba grama muore per ultima, tocca morire prima a me.» Purtroppo c’aveva azzeccato: Lauzi è, infatti, deceduto il 24 ottobre 2007 nella sua casa di Peschiera Borromeo. Aveva 69 anni («sono nato l’8 agosto 1937- chiosava- lo stesso giorno, mese ed anno di Dustin Hoffman. Ogni nazione ha quello che si merita»). Ha lasciato un mucchietto di canzoni del calibro di “Ritornerai”, “Il poeta”, “L’appuntamento”, “Almeno tu nell’universo” e “Piccolo uomo”. «La mia generazione- spiegava- aveva l’onestà di scrivere canzoni perché ne sentiva l’esigenza e non per fare i soldi, ed è proprio questa sincerità che fa sì che vengano ancora cantate. Quello che dovevo scrivere l’ho scritto, ho un cassetto pieno di belle canzoni nuove, ma non me le pubblicano».Deluso dall’industria discografica («non mi andava di servire dei servi sciocchi», ripeteva), negli ultimi anni si era, infatti, dedicato alla scrittura di libri di poesia e narrativa. Tra questi “Il caso del pompelmo levigato”, un giallo filosofico pubblicato per Bompiani.«Su “Il Foglio”- mi aveva raccontato felice durante un indimenticabile pranzo- è uscita una recensione che lo definisce un caleidoscopio, perché per gli eccessi di fantasia che ci sono dentro il termine romanzo gli sta troppo stretto.» Lo aveva presentato a Pont-Saint-Martin, dove il 10 settembre 2005 l’avevo chiamato per un omaggio a Lucio Battisti, nel settimo anniversario della morte. Quel Battisti che gli aveva detto: “tu sei l’unico che canta le mie canzoni facendole sue”, promettendogli che, se un giorno si fosse interrotta la collaborazione con Mogol, sarebbe stato lui a sostituirlo. A Pont-Saint-Martin aveva ritrovato l’amico Elio
Bertolin di Arnad, che con Lauzi condivideva il morbo di Parkinson. Nell’attesa che si avverasse il sogno di “potere, un giorno non lontano, prendere a schiaffi Mister Parkinson. A mano ferma”, lo esorcizzava continuamente con l’umorismo che ha insaporito tutta la sua vita. «Adesso- scherzava- non posso più suonare la chitarra, ma vado benissimo alle maracas.» Era una delle tante cicatrici che la vita gli aveva arrecato. «Nonostante tutto continuo a credere profondamente nella vita.- mi aveva confessato- E a ripetere che ognuno di noi, anche se è un personaggio da poco che, magari, ha vissuto una vita da poco, deve esserne felice. In fondo questa vita è tutto quello che abbiamo, e l’alternativa sarebbe non esserci. Anche se diventassi cieco, sordo e muto, senza gambe e senza braccia, non buttatemi via. Usatemi come fermaporte, ma non buttatemi via!» Chissà se l’ultimo viaggio lo ha fatto, come prevedeva, in ascensore con Dio. «Gli chiederò: lei dove va? All’ultimo piano. E lei? Oltre.»
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