God bless the Child. Aveva 62 anni ma era pur sempre una bambina Maria Teresa Paronetto, piena, com’era, di sorrisi, di sogni, di incanti. Alcuni li avevamo vissuti insieme grazie al jazz. Ricordo, ad esempio, quella fredda serata del dicembre 1996 in cui, con il marito, Sergio Catella, eravamo rimasti a lungo fuori del Piccolo Regio di Torino a parlare con Sonny Rollins. O l’estate ’99 in cui, a Courmayeur, avevamo familiarizzato con il trombettista Randy Brecker.
Ricordo anche lunghe discussioni sulla sua predilezione, nell’abbigliamento, per il rosso e nero, i colori di quella Val d’Aosta dove si era trasferita nel 1973 dalla natia Casale Monferrato. Ed è stato, proprio, nella nera notte del giorno più rosso, lo scorso 1° maggio, che è morta, ad appena 62 anni, a causa del rapidissimo decorso di un tumore al seno. God bless the Child that’s got his own. He just worry ’bout nothin’ ’cause he’s got his own (Dio benedica il bambino che ha solo sé stesso. Non si preoccupa di niente perché ha solo sé stesso).
Per quasi dieci anni ha vissuto come chi sogna: guardando senza vedere, ascoltando senza udire, sorridendo a familiari ed amici che non riconosceva. A causa di una parola dal suono dolce ma dal significato terribile- Alzheimer- per dieci anni il mondo del palermitano Antonino Lo Presti si è ridotto ai gesti d’affetto e alle parole dei familiari. Grazie a loro ogni tanto si animava, come se l’impalpabile trama della sua vita riacquistasse quel filo colorato che, ad un tratto, si era scolorito e ingarbugliato. “Ricordi papà- ripetevano i figli- quando nonno Gaetano non voleva che giocassi a pallone, e tu, coi piccoli risparmi, l’avevi comprato lo stesso?” Era uno dei suoi racconti preferiti, reso ancor più vivo da tanti particolari, come la sua attesa impaziente, quando non era ancora sorto il sole, o l’ingresso di un negozio di articoli sportivi della Palermo degli anni Trenta per paura che qualcuno gli soffiasse l’agognato oggetto del desiderio.
La passione per il calcio, unita ad una classe cristallina, gli aveva permesso di emergere nel mondo sportivo della città siciliana, superando indenne lo stop imposto dalla Seconda Guerra Mondiale, durante la quale le sue doti atletiche erano state sfruttate per portare gli ordini tra i vari reparti della Sicilia Occidentale. Dalla Villa Filippina di Padre Covais, dove aveva dato i primi calci, era, così, passato alla Leone. E poi nel Trapani. E poi nel Palermo nella stagione 1946-47. La sua elegante sicurezza era stata utilissima per garantire una efficace copertura difensiva durante il campionato di serie B della formazione allenata da mister Mirko Faotto ePeppino Cutrera. Quando guardava le foto ingiallite di quegli anni i movimenti delle labbra sembravano ripeterne la formazione: Valsecchi, Tedeschini, Lo Presti, Conti, Di Falco , Di Bella, De Rosalia… La stagione successiva fu quella del ritorno in A, con l’arrivo del Barone La Motta e di giocatori come Cesto Vycpalek. Ma fu, anche, quella del suo clamoroso abbandono.
«Dopo una milizia decennale da allievo di Scioscia e De Rosalia- dichiarò nel 1996 in un’intervista di Gaetano Sconzo sulla “Gazzetta della Sicilia”- lasciai il Palermo allorché l’allenatore, l’ex azzurro Virginio Rosetta, mi convocò alla Favorita per la partita con I’Empoli assicurandomi che avrei giocato, e, invece, mi preferì un suo protetto, Varglien II, seppur infortunato, anche lui proveniente dalla Juventus. Decisi di smettere: a 25 anni abbandonai il calcio, pur essendo nella rosa dei titolari rosanero, ed andai a collaborare con mio padre, commerciante di vini. Il cavalier Rosetta venne a casa chiedendomi di recedere dalla decisione, ma gli dissi di no. Lui tornò alla carica perchè mi voleva dare in prestito all’Alessandria. Indignato, risposi no.»
Poco dopo, però, la passione per il calcio riaffiorò prepotente, e Nino Lo Presti cedette alle insistenze di Peppino Cutrera, allenatore del Trapani, col quale aveva già vinto un campionato nella Leone. «Mi trasferii in granata disputando due ottimi campionati di C. – ricordava- Il secondo con mister Politzer, compaesano di Vycpalek. Anche li, però, accadde I’imprevisto: allorché battemmo il Catania per 2-1, la Lega, in base ai referto dell’arbitro, ritenne di far ripetere l’incontro. Prima della partita, però, un dirigente comunicò a me e al centravanti Attilio Curto che non avremmo giocato, sostenendo che eravamo stati corrotti con un’offerta di 100.000 lire. Non era assolutamente vero: seppi in seguito che i soldi, partiti da Catania, si erano fermati a Palermo nella tasca di un allenatore. Non avrei mai accettato una corruzione, per cui, amareggiato, smisi definitivamente di giocare, pur avendo richieste da Foggia, Cosenza, Catanzaro, Salernitana, Pescara, Messina e Catania.» Non era, d’altronde, un caso che il ruolo nel quale, in campo, rendeva meglio fosse quello di libero.
Proseguì, quindi, l’attività di commerciante di vini, sposandosi, nell’aprile 1953, con Maria Schimmenti, dalla quale ha avuto Gaetano, Alessandra e Maurizio.
La ritrovata serenità gli permise di riaccostarsi al mondo del calcio, facendo, per diletto, il tecnico giovanile. Ma si dedicò, soprattutto, alla pittura. Allievo dell’acquarellista Armando Tomaselli e del figlio Onofrio («numero uno al mondo quale pastellista»), trasformò, così, la bottega di vini di Via Dante in un cenacolo di pittura e in una palestra di vita dove i figli impararono l’arte dell’incontro. Grazie ad una mano felice e ad un innato senso del colore, i suoi quadri hanno incontrato grande successo, almeno finché alcune traversie, legate alla fine dell’attività lavorativa, non gli fecero perdere la voglia. Non l’ironia, che, finché l’Alzheimer non ebbe il sopravvento, l’ha sempre aiutato a dissimulare lo sforzo, a combattere la presunzione, a pretendere la verità, in una parola a vivere leggero. La stessa finezza e levità, che quando giocava a calcio lo avevano fatto soprannominare “la signorina”, hanno contraddistinto anche la fine del suo transito terreno il 23 gennaio 2011, lo stesso giorno del suo novantesimo compleanno. “Ha celebrato in Paradiso il suo compleanno più bello”, ha concluso al suo funerale Padre Pasquale d’Elia. Ciao papà.
Poco dopo mezzogiorno del 19 agosto è morto, a causa di un infarto, Giorgio Nasso. Aveva 53 anni, faceva l’imprenditore edile e si trovava a Genova per lavoro. Era arrivato ad Aosta negli anni Settanta dalla natia San Giorgio Morgeto e, oltre ad affermarsi nel mondo del lavoro, in Valle aveva acquisito grande popolarità come organizzatore della “Festa di San Giorgio e San Giacomo“. Era stato in gran parte merito suo se la “festa dei calabresi” emigrati in Valle, com’era nata nel 1994, era diventata la festa di tutti i valdostani. «Non chiediamo a nessuno di mostrare la carta d’identità all’ingresso. – era solito scherzare- E, poi, anche se i Calabresi in Valle sono molti non bastano a spiegare i numeri di presenze, con relativi pasti, che registriamo ogni anno. Arrivano pullman addirittura da San Giorgio Morgeto. C’è, cioè, gente che preferisce la nostra festa a quella del paese d’origine.» Qualche mese fa mi aveva regalato dell’olio calabrese. «Prendilo, è buono», mi aveva detto. Effettivamente era buono, perfetto per legare e insaporire i cibi. Un po’ come Giorgio, che sapeva come pochi unire le persone, dando alle cose che faceva un “sapore” particolare. Saranno, sicuramente, in molti a salutarlo alle 10 del 23 agosto nella parrocchia di Saint-Martin de Corleans di Aosta.
E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balia del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.
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