I reportage sociali di RICHARD AVEDON

In oltre mezzo secolo di carriera l’americano Richard Avedon (nato a New York il 15 maggio 1923) ha fotografato di tutto, passando dalla moda al reportage, dalla guerra del Vietnam ai ritratti di personaggi celebri.
Affermatosi nel campo della moda (nel 1961 fu direttore artistico del magazine americano “Harper’s Bazaar”, passando poi nel 1965 a “Vogue” e, infine, al settimanale “New Yorker”), ha realizzato reportage sociali che hanno registrato i mutamenti della società in cui viveva coi suoi risvolti politici, psicologici o filosofici.
Al centro del suo interesse c’erano i ritratti– radicali, intensi, forti, molto diretti, spesso frontali, con uno sfondo bianco minimalista – nei quali Avedon si concentrava sul viso delle persone, che considerava la finestra dell’animo umano.
«In un viso cerco qualcosa di speciale-diceva- contraddizioni, complessità, elementi conflittuali ma allo stesso tempo interconnessi.» Richard Avedon è morto il 1° ottobre 2004 in seguito alle complicazioni di un’emorragia cerebrale.
“Un mondo di baci” nelle foto di MARIO DE BIASI

«Ha fotografato rivoluzioni, uomini famosi, paesi sconosciuti. Ha fotografato vulcani in eruzione e distese bianche di neve al Polo a sessantacinque gradi sottozero. La macchina fotografica fa parte ormai della sua anatomia, come il naso e gli occhi.»
Bruno Munari ha così descritto il suo amico Mario De Biasi, uno dei decani del fotogiornalismo italiano. Nato a Belluno nel 1923, ma vissuto quasi sempre a Milano, a partire dal 1953 De Biasi è stato fotoreporter di Epoca, giornale per il quale, in più di trent’anni, ha realizzato centinaia di copertine e innumerevoli reportage da tutto il mondo. Come quello, leggendario, in cui documentò la rivolta d’Ungheria del 1956 guadagnandosi l’appellativo di “Italiano pazzo”.
Perfino in quell’occasione riuscì a cogliere, con la foto di un bacio, la forza irresistibile dell’amore nonostante tutto. «In mezzo a tanta crudeltà, tanto sangue c’era questa immagine poetica.- ha raccontato- Al termine della rivolta, sono tornato a Budapest da Vienna con l’autista. Mentre andavo verso il confine austro-ungarico, c’era un fiume che le persone attraversavano passando su una fune di ferro; c’era una signora con una cesta con dentro il bambino e dall’altra parte il marito che li stava aspettando. Ho scattato tutta la sequenza e questo è il bacio verso la libertà.»
E’ una delle foto di “Un mondo di baci”, la mostra organizzata dall’Assessorato regionale all’Istruzione e Cultura all‘Espace Porta Decumana di Aosta, che, iniziata il giorno di San Valentino, resterà aperta fino al 26 maggio 2012. «Il bacio è una cosa straordinaria- continua De Biasi- con un bacio si possono ottenere molte cose, e, a volte, basta un bacio per cambiare lo stato d’animo di una persona. Un bacio, se dato con entusiasmo, con simpatia e con amore, è tutto.»
Le foto in mostra raccolgono baci catturati in giro per il mondo tra gli anni Cinquanta ed oggi. A partire dal primo, “rubato” nel 1953 mentre stava realizzando un libro sui giardini di Milano.«Stavo inquadrando un particolare del giardino e ho visto questa donna in punta di piedi che stava baciando il suo uomo non più giovanissimo, una scena bellissima… La foto che fa da manifesto alla mostra l’ho, invece, scattata mentre stavo facendo un servizio su Parigi, e, con il teleobiettivo, dalla Tour Eiffel stavo inquadrando i tetti della città. Mentre cercavo dei soggetti, ho visto questi due giovani sulla panchina che si erano costruiti la loro stanza con delle sedie attorno. Sono sceso subito di corsa, a piedi perché c’era una fila lunghissima per scendere in ascensore e avevo paura di non trovarli più, e, invece, li ho trovati ancora lì a baciarsi.»
ROBERT CAPA: un fotografo che amava giocare d’azzardo

Nessuno, come Robert Capa, è riuscito a fermare nelle foto la Morte. L’ esempio più celebre della sua indiscussa maestria nel fissare l’attimo che segna la fine di un’esistenza riassumendone il senso è la foto del miliziano dell’esercito repubblicano colpito a morte da un proiettile sparato dai franchisti, scattata vicino a Cordoba il 5 settembre 1936. La guerra civile spagnola è stato, infatti, il primo dei cinque conflitti seguiti con spericolato coraggio da Capa (gli altri sono stati la seconda guerra sino-giapponese, la seconda guerra mondiale, la guerra arabo-israeliana del 1948 e la prima guerra d’Indocina). Nato il 22 ottobre 1913 a Budapest, Endre Ernő Friedmann, questo il suo vero nome, si avvicinò alla fotografia a Berlino dove trovò anche l’amore, nei panni nell’affascinante fotografa tedesca Gerda Taro. Emigrato in Francia all’avvento del nazismo (era di origini ebree), vi assunse lo pseudonimo di Robert Capa per l’assonanza con il nome del popolare regista statunitense Frank Capra. La guerra civile spagnola gli diede la fama grazie alla foto della morte del miliziano che fece il giro del mondo, ma gli fece perdere Gerda che nel 
1937, a soli 27 anni, venne schiacciata per errore da un carro armato “amico” nei pressi di Madrid. «La guerra è un inferno che gli uomini fabbricano da soli», affermò Capa. Ciò, però, non gli impedì di andare al seguito delle truppe americane sui fronti europei più pericolosi della Seconda Guerra Mondiale. A cominciare dallo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944. A causa di un errore del tecnico di laboratorio addetto allo sviluppo, la maggior parte delle foto scattate quel giorno ad Omaha Beach andò perduta. Si salvarono solo undici fotogrammi danneggiati, che trasmettono tutta la drammaticità del D-Day nonostante siano “slightly out of focus” (“leggermente fuori fuoco”), come, non a caso, Capa intitolò l’autobiografia pubblicata nel 1947. A proposito delle esperienze vissute durante lo sbarco in Normandia, Capa ebbe a dire: «Il corrispondente di guerra ha in mano la
posta in gioco, cioè la vita, e la può puntare su questo o quel cavallo, oppure rimettersela in tasca all’ultimo minuto. Io sono un giocatore d’azzardo.» Azzardo che nel 1954 gli costò la vita. Capa stava per organizzare un viaggio in Giappone, quando il fotografo di «Life» sul fronte coreano rientrò improvvisamente in patria. I duemila dollari offertigli per trenta giorni di soggiorno in Indocina gli fecero gola, per cui accettò di andarlo a sostituire. Era il 25 maggio quando si imbarcò su una jeep per seguire le operazioni militari del Viet Minh. Alla prima sosta Capa scese e si allontanò di qualche metro, tanto bastò perchè saltasse su una mina antiuomo con le inseparabili Contax e Nikon. L’amico Ernest Hemingway, ricordandone l’ improvvisa morte, disse: «È stato un buon amico e un grande e coraggiosissimo fotografo… Era talmente vivo che uno deve mettercela tutta per pensarlo morto».
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