La gara di Tarantella, clou della FESTA DI SAN GIORGIO E GIACOMO
C’era una volta ad Aosta la festa dei Calabresi. Era, infatti, il 1992 quando il Comitato organizzatore della comunità Sangiorgese decise di ricreare in Valle d’Aosta le proprie tradizioni festeggiando, a fine luglio, San Giorgio e Giacomo. C’era una volta la festa dei Calabresi, dicevamo, perché a diciassette anni di distanza la sua crescita esplosiva ha fatto sì che sia, ormai, diventata la Festa di tutti i Valdostani. Anzi, la più grande festa valdostana (Fiera di Sant’Orso esclusa, naturalmente). «Non chiediamo a nessuno di mostrarci la carta d’identità all’ingresso dell’area in regione Mont Fleury. - scherza Giorgio Nasso del Comitato organizzatore- E poi, anche se i Calabresi in Valle sono molti, non bastano a spiegare le ottantamila persone che quest’anno sono venute alla Festa. O, ancora, i cinquemila pasti serviti in certe giornate e
le decine di migliaia di biglietti della lotteria venduti. O, infine, le diecimila persone che, la domenica sera, si sono accalcate a Mont Fleury per lo spettacolo pirotecnico conclusivo». Il programma prevede anche giochi, tornei sportivi e cerimonie religiose, ma ad attrarre il pubblico sono, soprattutto, le libagioni e i balli che si svolgono in appositi padiglioni. Lì si officia ogni anno l’entusiasmante gara di tarantella condotta dal “mastro di ballu” Ciccio Carere con l’aiuto di Agostino Tramonti. Il ballo sembra sia nato come momento essenziale di riti di guarigione. Narra, infatti, la leggenda che per guarire dalla crisi isterica provocata dal morso di un ragno, la tarantola, i malcapitati fossero costretti a ballare senza riposo. Diffusissima in tutto il Sud Italia, si è, poi, trasformata in corteggiamento carico di riferimenti sessuali e rito d’affermazione di potere (evidente nella “scherma”, con le dita atteggiate a coltello, che fanno le coppie maschili). Finchè, ultimamente, ha finito per “annacquarsi” nello spensierato stereotipo folkloristico esemplificato alla Festa di quest’anno dal gruppo corale “Taranta Calabra”. Cinque componenti di questo complesso hanno fatto anche da giuria alla finale della gara di tarantella svoltasi la sera del 24 luglio che ha visto l’affermazione dalla coppia formata da Marina Ferretti e Davide Ancora. Seconda è stata la coppia formata da Nicoletta Fanelli e Vincenzo Pugliesi, terzi Valentina Fonte e Agostino Macrì.
Una coppia di ballerini in gara ad Aosta il 24 luglio 2009
C’ERA UNA VOLTA (4) L’irresistibile attrazione verso l’ignoto di CHIARA BASSI
Chi conosceva Chiara Bassi non poteva non rimanerne colpito. Per l’intelligenza vivace, la grande vitalità e la sensibilità esasperata di chi riesce a vedere qualcosa del mondo dell’altro perché ha prima guardato molto in sé stesso. Era anche una brava comunicatrice perché sapeva dare ai discorsi la carica affettiva che li fa arrivare all’ascoltatore. Ne aveva fatte diverse di relazioni negli ultimi mesi, inserite in contesti diversi ma tutte incentrate sul tema della Morte (Thánatos). E del suo opposto, l’istinto della Vita (Eros), che con Thánatos convive nella passione amorosa. Era stato così quando aveva parlato del nesso tra la Valentina di Crepax e il suo ex-professore Demetrio Mafrica (morto suicida), ma, anche, quando aveva dissertato su “Eros e Thánatos: lutto, donne e cinema”. Per prepararle trascorreva le giornate alla Biblioteca Regionale di Aosta, dove, sfruttando la laurea in “Linguistica” all’Università inglese di Reading, cercava di interpretare le misteriose traiettorie attraverso le quali il cervello gestisce sentimenti ed emozioni. «Attraverso lo studio del linguaggio- spiegava- possiamo arrivare a capire il modo in cui funziona il cervello. Mi piace studiare perché, misurando il livello di produzione di endorfine, si è visto che imparare è l’attività che produce maggiore piacere in assoluto. Chi impara ha più probabilità di sopravvivere e andare avanti». Chiara Bassi è morta giovedì 30 luglio gettandosi da una finestra di un ufficio del terzo piano della Biblioteca regionale di Aosta. Figlia di Pietro Bassi, storico medico di Courmayeur, aveva 53 anni e un’inquietudine interiore che l’attraeva irresistibilmente verso quell’ignoto a cui si è definitivamente abbandonata. Il suo incessante andare intellettuale mancherà a molti.
La musica “piccante” di ROY PACI

«Devo confessarvi che in dieci anni di attività con gli Aretuska è la prima volta che ci troviamo a suonare di fronte ad una platea piena di sedie, comunque, fin dal primo pezzo, ci siamo resi conti che quello di Aosta è un pubblico bello caldo.» Così ha esordito il trombettista Rosario “Roy” Paci sabato 18 luglio nel corso del concerto in cui, coi suoi “Aretuska”, ha scatenato il pubblico accorso al Teatro Romano per la rassegna “Aosta Classica”. Un ritorno, il suo, in una città alla quale è legato dall’assonanza con il paese natale (Aùsta è la pronuncia siciliana di Augusta, il comune in provincia di Siracusa in cui è nato), ma anche per avervi suonato ad inizio carriera. «Fu, tantissimi anni fa, coi “Qbeta”.- mi ha confessato- Ricordo che suonai al “Duit” gestito dai fratelli Calì che recentemente ho incontrato nuovamente.» Da quelle prime esperienze ha preso le mosse una carriera folgorante che lo ha visto suonare dappertutto e con chiunque: da Manu Chao a Jovanotti, dal Sud America al Senegal.
Possiamo dire che mai come nel tuo caso vale il detto siciliano “cu nesce arrinesce”(chi esce riesce: n.d.r.)? «Effettivamente da quando ho imboccato lo Stretto di Messina non mi sono più fermato. Sono avido di esperienze nuove e questa irrequietezza mi ha dato una visione musicale a 360°. Non dimentico, comunque, mio nonno che diceva “prima di correre hai a sapiri camminari”, per cui sono ancora legato alla tradizione.»
Come sei arrivato allo ska che ha a lungo caratterizzato la musica dei tuoi “Aretuska”? «Quando li ho formati venivo dal jazz e ancora non cantavo, per cui grazie al ritmo in levare volevo movimentare i pezzi strumentali rendendoli ballabili, in modo che la musica diventasse divertente e sfiziosa. Su questa base ho, poi, inserito tutta una serie di influenze musicali prese nel mio peregrinare nel mondo.» E’ così arrivato il successo con la partecipazione a programmi televisivi come “Markette” di Piero Chiambretti e, soprattutto, “Zelig” che ha visto Roy Paci & Aretuska “resident band” ed interprete delle sigle “Viva La Vida” nel 2005, “Toda joia toda beleza” nel 2007 e “Defendemos la Alegria” nel 2008. Dietro la scanzonata allegria del gruppo c’è, però, anche un impegno sociale che ad Aosta si è espresso con il ricordo della strage di Via D’Amelio, nella quale il 19 luglio 1992 morì il giudice Salvatore Borsellino. «I primi anni ci vestivamo da mafiosi e parlavamo come “padrini” per sfottere un certo stereotipo di mafioso. Adesso, sdoganato il messaggio, non lo facciamo più, ma abbiamo mantenuto un grosso impegno sociale nei confronti del territorio siciliano. Utilizzando il palcoscenico riusciamo, infatti, a portare alla luce tematiche come il potere gestito in modo mafioso dalla “malarazza” che cantiamo in una canzone. Ma, anche, come il “Global Warming”, a cui è dedicato il tour di quest’anno. Si tratta di un gioco di parole che da una parte sottolinea il surriscaldamento del pubblico dei nostri concerti e dall’altra richiama l’attenzione sui disastri ecologici che sto vedendo anche in Puglia dove mi sono trasferito. La nostra ricetta è speziare di ironia i contenuti.» A proposito di ricette e di spezie, è vero che la benzina della tua vitalità è il peperoncino? «Sì, ne consumo anche trenta grammi al giorno. E’ gentilmente offerto dall’”Accademia del Peperoncino” di Diamante che mi ha conferito la laurea honoris causa per la diffusione della cultura piccante nel mondo.»
Il video di “MALARAZZA” suonata ad Aosta
“Capitan” Tizumba a “Suonare Brasile”

“Nasci escutando tambor em terreiro de congado”. Palavras di Mauricio Lino Moreira detto Tizumba, musicista brasiliano che rivendica con orgoglio le proprie radici che affondano nel “congado”, una serie di eventi che, mescolando danza, preghiera e musica, si svolgono, nel periodo tra maggio e novembre, nello stato brasiliano di Mina Gerais dove è nato. «Il congado- mi spiegò nel luglio 2006- è stato creato dai neri brasiliani schiavizzati per cercare di salvare le radici africane. A condurre l’evento è un “Capitan”, che altri non è che la persona più carismatica del gruppo.» Congadeiro per tradizione familiare, Tizumba il carisma del “Capitan” ce l’ha nel Dna. E com’è stato capace di coinvolgere coi suoi concerti le platee di tutto il mondo, così conquistò anche la cinquantina di frequentatori dello stage “Suonare Brasile” organizzato dall’Associazione Culturale Tamtando, dal 15 al 23 luglio 2006, nell’ambito della rassegna “Aosta Classica”. «E’ stata un’esperienza che mi ha arricchito molto.-confessò Tizumba- Confrontarmi con nuovi musicisti è una sfida, ed io vivo di sfide perché mi stimolano a migliorare.» Anche il pubblico aostano ebbe modo di toccare con mano
le sue doti musicali nel corso dei due concerti che tenne al Teatro Romano la sera di sabato 22 (con il quartetto di “Suonare Brasile”) e di domenica 23 (con gli allievi dello stage). In programma brani tradizionali e di sua composizione, legati, in ogni caso, ai ritmi del “congado” che Tizumba ha fatto conoscere a musicisti importanti come Milton Nascimento. Oltre a suonare la chitarra e a cantare testi che parlano d’amore, di problemi sociali e delle radici africane, usò strumenti tipici come la caixa e la gunga (una cavigliera fatta di lattine che ricorda le catene che gli schiavi portavano). Molto fu, comunque, improvvisato secondo l’estro del momento. «Sul palco- mi aveva confidato Gilson Silveira, altro docente dello stage- riesce a far fare quello che vuole anche a musicisti esperti. D’altronde sennò che “Capitan” sarebbe! L’unica cosa certa è che c’è sempre da divertirsi, non a caso il soprannome Tizumba deriva dalla parola africana quizomba che vuol dire festa.»
Tizumba all’opera
BRIAN AUGER e l’Hammond: più che uno strumento, un destino
Erano il 1963 quando il ventiquattrenne Brian Auger fu colpito dal suono di un disco diffuso dalle casse messe all’esterno del suo negozio di dischi di Shepherds Bush, a Londra. Sì, per essere un organo era un organo, ma era suonato in una maniera assolutamente nuova ed eccitante. Quell’ascolto cambiò la sua vita. «Era Jimmy Smith che suonava l’organo Hammond in “Back At The Chicken Shack “.-ha ricordato prima del suo concerto aostano di venerdì 10 luglio inserito nell’Aosta Blues & Soul Festival- Mi precipitai subito dal distributore londinese e gli dissi: voglio un Hammond. Lui mi vendette, però, un piccolo “L 100″ con cui non riuscivo a suonare le cose che faceva Jimmy. Per fortuna un amico mi diede un disco nella cui copertina c’era Jimmy McGriff che suonava l’Hammond B-3. Con quella foto andai dal distributore e lo convinsi a farlo arrivare da Chicago. Ci sono volute 10 settimane perché arrivassero i vari pezzi che montammo a Londra.»
La novità del suono dell’organo di Auger attirò Long John Baldry, uno già famoso perchè aveva lavorato coi Beatles. Insieme formarono gli “Steampacket”, scritturando cantanti come Julie Driscoll e l’allora sconosciuto Rod Stewart, che fu la prima delle tante rockstar che hanno incrociato la strada di Auger. «Un giorno mi chiamo Chas Chandler, il bassista degli “Animals”, che voleva che prendessi nel mio gruppo un chitarrista blues americano che aveva scoperto. La mia musica con i “Trinity” aveva, però, imboccato altre strade, per cui gli dissi che non ne avevo bisogno, ma che, comunque, si poteva sempre fare una jam per vedere com’era. Il venerdì successivo, in un club di Soho, arrivò questo ragazzo di colore che si fece prestare la chitarra e mi chiese di fare gli accordi di una canzone che non conoscevo: “Hey Joe”. Poi partì sicuro anche se tra il pubblico c’era gente come Eric Clapton, Jeff Beck, Alvin Lee e Stevie Winwood. Alla fine eravamo tutti sconvolti. E Clapton più di tutti, tanto che disse: Mio Dio, sono finito. Quel chitarrista era Jimi Hendrix.» La musica che Auger faceva all’epoca coi “Trinity” lo fa oggi annoverare tra i pionieri del jazz-rock. Non è, infatti, un caso che nel 1968 sia stato il primo artista pop ad essere chiamato al Montreux Jazz Festival. «Avevo avuto l’idea di formare con la cantante Julie Driscoll un gruppo che usava i ritmi di r’n’b e funky dei dischi della Tamla Motown mettendoci sopra le armonie e l’improvvisazione jazz. Un po’ quello che farò stasera ad Aosta con i “New Oblivion Express” nel concerto che apre la mia tournèe europea. Devo molto alla musica nero-americana ed ho spesso fatto delle versioni di canzoni dei miei idoli, stupendomi ogni volta che avessero più successo degli originali. Finchè una volta Herbie Hancock, uno di questi idoli, mi ha spiegato che era dovuto al nuovo sound ”british” con cui le arrangiavo.» Quello stesso suono che lo ha fatto tornare in auge negli anni Novanta sull’onda dell’Acid Jazz e che, la sera del 10 luglio, ha entusiasmato il pubblico dello stadio Puchoz dove si è esibito con una band a conduzione familiare che comprendeva i figli Karma (batteria) e Savannah (cantante).
Il video di “Pavane” eseguita ad Aosta
Gli eccitanti cocktail musicali dei “TISHAMINGO”
Il successo ottenuto dalla rassegna “Aosta Blues & Soul Festival 2009” premia l’organizzatrice Aurora Carrara che ha saputo preparare un’equilibrata miscela di nomi noti (Brian Auger, Sarah Jane Morris, Ronnie Jones) e eccitanti scoperte. Tra queste ultime spiccano sicuramente i “Tishamingo”, uno dei migliori gruppi al mondo di “southern rock”, esibitisi allo Stadio Puchoz di Aosta il 4 luglio scorso. «Il southern rock e’ solo una definizione per indicare un mix di country blues e hard rock.- ha spiegato il chitarrista e cantante Cameron Williams nel corso di un informale dopoconcerto in un ristorante aostano- Per me è un modo di vivere che rispecchia il carattere tipico della gente del Sud degli Stati Uniti che è accogliente e concreta, di poche parole ma ben chiare. A tutti noi piace il Blues, che, però, come l’alcool che fa da “base” per la preparazione di qualsiasi cocktail, deve essere usato con cautela, altrimenti finisce per ubriacare subito. Per cui mescoliamo il Blues con altri generi tipici del nostro paese come il country, il rock’n roll, il funky e il jazz.».
Da ottimi “barman” i “Tishamingo” ad Aosta hanno, infatti, servito inebrianti cocktail musicali che sotto il
gusto forte di pezzi come il devastante “Get On Back” o il texas boogie “Bad News”, avevano il delicato retrogusto di una “Are we Rollin’?”. Tutti brani contenuti nel loro ultimo Cd “The Point”. «Dopo i primi due album- ha confidato l’altro chitarrista Jess Franklin- è stato con l’arrivo Chuck (Chuck Thomas, il bassista che con il batterista Richard Proctor e il tastierista Jason Fuller, completa la formazione: n.d.r.) che la band ha cominciato a girare veramente forte. Le canzoni di “The Point” rispecchiano proprio il nostro nuovo punto di vista. I testi parlano della vita di ognuno di noi, fatta di speranze e delusioni, mentre la musica è molto più rock, con un suono che, pur essendo classicamente “vintage”, non suona vecchio. Pensiamo che questa sia la direzione da seguire, altrimenti dopo gruppi come “Led Zeppelin” e “Allman Brothers” non ci sarebbe più lavoro per nessuno!» Conoscete qualche rocker italiano? «Stimiamo molto la bravura e la coerenza di gruppi come “Shanghai Noodle Factory” e “Guinea Pig”.» Come giudicate, infine, l’”Aosta Blues & Soul Festival”? «E’ stato organizzato in modo molto professionale e i valdostani si sono dimostrati gente cordialissima e ottimi ascoltatori.»
Ringrazio Stefano Reboli e Max Arrigo per il loro indispensabile aiuto nella realizzazione di questa intervista
Video di “Don’t do it”
E’ iniziata CELTICA 2009
Ieri, giovedì 9 luglio, si è inaugurata ad Aosta la dodicesima edizione di “Celtica“, festa internazionale di Musica, Arte e Cultura Celtica ”che con 230.000 spettatori e l’esibizione di migliaia di artisti di tutto mondo è ormai uno dei cinque festival celtici più importanti al mondo. Lo organizza il “Clan della Grande Orsa” che fa capo a Laura Plati e Riccardo Taraglio. La prima giornata è trascorsa tra conferenze alla Biblioteca Regionale di Aosta, riproduzione, in piazza Chanoux, della vita quotidiana dei Romani e dei Salassi, sfilate per le vie del centro storico ed un concerto serale al Teatro Romano con l’arpista Vincenzo Zitello, i gallesi “Mabon” ed i canadesi “Barrage”. Da oggi a domenica 12 luglio la manifestazione graviterà soprattutto intorno al bosco del Peuterey, in Val Veny, culminando, la sera di sabato 11 luglio con l’esecuzione da parte di più di cento musicisti di “Green Lands“, l’inno delle nazioni celtiche scritto da Dan Ar Braz.
Per informazioni ciccare il sito http://www.celtica.vda.it
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