Il blog di Gaetano Lo Presti

GOCCE DI MEMORIA GIORNALISTICA

PATTY PRAVO: la cambio io la vita che non ce la fa a cambiare me

Per una che nel 1994, durante una trasmissione televisiva in Cina, aveva avuto un miliardo e trecentomila spettatori non fu certo piacevole il 18 giugno 2006 ritrovarsi la platea del Centro Congressi di Saint-Vincent “sconsideratamente vuota”. Fu quello, infatti, il commento di Nicoletta Strambelli, in arte Patty Pravo (Venezia 9 aprile 1948), quando, salita sul palco del Salone Gran Paradiso, si ritrovò davanti solo un centinaio di persone (il concerto era, purtroppo, riservato ai clienti del Casinò).

Le sue “canzoni stupende” (come recitava il titolo della sua doppia compilation da poco uscita) avrebbero sicuramente meritato un pubblico ben più numeroso ed entusiasta. Anche perché la Pravo apparve in buona forma (sia fisica che artistica) e perfettamente assecondata da un gruppo formato da Mario Schilirò e Toti Panzanelli alle chitarre, Luca Trolli alla batteria, Alessio “Abdul” Graziani alle tastiere, Andrea Grossi al basso e il bravissimo Amedeo Bianchi al sax.

Per non parlare dei celeberrimi brani snocciolati, gli stessi che nel corso di una carriera ultraquarantennale hanno raccontato, spesso anticipandola, la storia del costume italiano. Incollandole sempre più il soprannome, Pravo, mutuato dalla sua predilezione per l’Inferno di Dante e le sue anime prave.

Era il 1966 quando aveva cominciato a scuotere i “ragazzi tristi” della sua generazione, invitandoli a “scoprire insieme il mondo che ci ospiterà” (la stessa canzone con cui, nel 1992, le detenute di Rebibbia la salutarono quando uscì dal carcere, dopo esservi rimasta tre giorni per possesso di hashish). Era, invece, il fatidico 1968 quando con una canzone, e l’esempio, indicò alle tante “bambole” italiane come fosse possibile non lasciare più “la mia vita nelle mani di un ragazzo”. Per non parlare delle “pazze idee (di far l’amore con lui
 pensando di stare ancora insieme a te)” o degli spericolati triangoli (con un lui e una lei) di “Pensiero stupendo”.

Anche il repertorio più recente, pur meno ricco di pathos melodico, sembrò, comunque, calzarle perfettamente, omogeneizzato come fu dal fascino obliquo di un’interprete che, nonostante gli anni e gli accadimenti di una vita tumultuosa, ha continuato a distinguersi per la capacità di disorientare e condurre altrove, in una parola di sedurre. Al punto di risultare assolutamente credibile quando in “Dimmi che non vuoi morire” di Vasco Rossi cantò di essere riuscita lei a cambiare la vita “che non ce la fa a cambiare me”.


9 aprile 2012 Pubblicato da | DONNE, Musica | , , , , , , | 3 commenti

C’ERA UNA VOLTA (15) LAURA DOTTORI: all my trials soon be over

Summertime, when livin’ is easy”. Sono i versi di una delle canzoni preferite di Laura Dottori. Proprio lei, che, in realtà, ha avuto una vita per niente facile. Lei, che, in fondo, ha cantato solo una breve estate.

Laura era una bellissima “figlia dei fiori” aostana, «con i pro e i contro del caso» come ricorda la figlia Sarah. Piena di entusiasmi e impegno politico (negli anni caldi dopo il Sessantotto studiò anche alla Facoltà di Sociologia di Trento, quella di Renato Curcio). Piena, soprattutto, d’amore. Ventenne, si innamorò di un insegnante d’inglese, Tim Bowyer, e, sposatolo, lo seguì nelle sue peregrinazioni in giro per il mondo. Prima in Inghilterra (dove nel 1974 nacquero i figli Sarah e Daniel) poi, nel giro di pochi anni, Iran, Malesia, Singapore, Sumatra, Indonesia. «Finchè si è ammalata e siamo dovuti tornare ad Aosta», ricorda Sarah.

Il ritorno nella sua città fu pieno di musica, grazie all’amicizia con Alberto Faccini con cui immediatamente si intese grazie alla comune passione per i Beatles. Lui con chitarra a dodici corde ed armonica, e lei con una voce alla Joan Baez, a sfoggiare la padronanza che la vita le aveva dato dell’inglese. A cavallo tra il 1982 e l’83 erano , così, venuti diversi concerti in Valle e ad Ivrea.

Nel corso di uno di questi a Villa dei Fiori a Sarre, nel 1983, fu scattata la foto che la ritrae con Faccini e il chitarrista Marco Lavit mentre cantava l’altra sua passione: il Brasile di “Mas que nada” e “Garota de Ipanema”.

Poi, pian piano, i problemi fisici avevano preso il sopravvento, fino alla morte, il 16 febbraio 1991, durante un intervento al cuore a Tolosa. Aveva 43 anni appena. «E’ morta a causa del lupus che le aveva minato il fisico e del cortisone che le aveva indebolito le vene.- ricorda Sarah- All’ultimo by-pass l’aorta non ha retto. Lei sapeva di morire, era cosciente di essere agli sgoccioli. La coscienza di non aver molto tempo da vivere le aveva sempre dato una forza ed una vitalità straordinarie, che, unite alla grande capacità di amare, ne facevano una persona speciale

Rimpianto, tenerezza, risate e, soprattutto, tanta musica caratterizzarono il concerto che gli amici organizzarono dopo la sua morte in un CRAL Cogne strapieno. Con Dino Carlino, Roberto Contardo e Enrico Thiebat. E Carlo Enrietti che interpretò le canzoni dei Beatles che Laura aveva voluto fossero suonate in sua memoria.«Non c’ero, ma quel concerto l’ho sognato.- conclude Sarah- Addirittura in 3D, perchè mia madre è uscita da una diapositiva e mi ha abbracciato.» Come cantava Laura in un’antica ninna nanna, tutte le prove alle quali la vita l’aveva sottoposta erano finite. “All my trials soon be over”.

16 febbraio 2012 Pubblicato da | C'era una volta, DONNE | , , , , , , , , | 8 commenti

CECILIA CHAILLY: l’arpa è la voce dell’anima

Non si può restare indifferenti a Cecilia Chailly (nata il 2 febbraio). Perché è intelligente, perché è bella, perché è una brava musicista. Quello che, però, attrae irresistibilmente (ed è stato così anche per musicisti del calibro di Fabrizio De Andrè e Sting) è il suo lussureggiante mondo interiore. «Gli artisti sono un pò dei bambini che con me sentono la possibilità di esplorare il lato giocoso della vita. E’ la dimensione dell’eterno fanciullo che dobbiamo coltivare per rimanere creativi.»

Me lo confidò il 7 febbraio 2008, in occasione dell’ esibizione che l’arpista milanese tenne al Teatro Giacosa di Aosta per la “Saison Culturelle”. Più che un concerto fu uno “striptease dell’anima”, in cui, con la musica, esibì spudoratamente una esperienza umana dominata da due grandi “lutti”. «Ho avuto una vita molto in prima linea- confessò- e il romanzo “L’era dell’amore” ed il cd, “Alone”, mi sono serviti come autoterapia. Corrispondono ai due momenti più dolorosi della mia vita, e mi hanno aiutato a guarire dalla ferita per la fine dell’”amour fou” con lo scrittore Andrea De Carlo e da quella, più profonda, per la morte di mio padre. Creazione è cercare una verità a tutti i costi, usando la tecnica e la tecnologia per realizzare opere che fissino le emozioni che si provano quando si sperimenta il dramma, ma anche l’estrema poesia, della solitudine,» 

Non a caso il suo ultimo Cd si intitolava “Alone”, che in inglese vuol dire solo, e, invece, in italiano è l’aureola che circonda oggetti luminosi. O persone “luminose”, come quelle che sanno “leggere l’anima”. Come era suo padre, il compositore Luciano Chailly, e come è Cecilia. «L’arpa è la voce dell’anima- ammise- Ho sempre avuto una concezione emozionale dell’esistenza che fa sì che spesso sia più nell’etere che nella realtà. Se lo stare al limite tra realtà e follia nella vita incasina, artisticamente serve. Per fortuna ho avuto un padre che mi ha incoraggiato ripetendomi: dicono che noi musicisti siamo fuori dal mondo, ma non è esatto, è il mondo che è fuori di noi.»

2 febbraio 2012 Pubblicato da | DONNE, Musica | , , , , , , , , | 2 commenti

La MIGNOTTOCRAZIA al potere

Il termine MIGNOTTOCRAZIA fu coniato dal giornalista Paolo Guzzanti il 3 novembre 2008. A proposito di una querelle nata tra sua figlia Sabrina e il ministro Mara Carfagna, riferendosi a quest’ultima sul suo blog scrisse:“abbasso la mignottocrazia”. In precedenza, sempre sul blog, aveva definito il ministro del governo Berlusconicalendarista delle Pari opportunità” e affermato che la sua sarebbe stata una “nomina di scambio”.

Mara Carfagna

Qualche giorno dopo precisò meglio il concetto: “MIGNOTTOCRAZIA è il nome della corruzione che ottiene potere in cambio di favori. Ci sono anche casi di mignotte per sesso, ma io intendo denunciare tutti coloro che ottengono potere o vantaggi di qualsiasi genere compiacendo il potente: in questo senso le più grandi mignotte sono gli uomini, e io non voglio limitarmi alle sole questioni di natura sessuale. Speravo che da Berlusconi venisse una rivoluzione liberale, insieme a molti altri intellettuali come Adornato, il povero Colletti, in fondo mignotte anche noi. E ora io sono una mignotta delusa, per restare alla metafora.”

Barbara Matera


E ancora: “MIGNOTTOCRAZIA indica selezione del personale politico in base al sex appeal. Dopo il Parlamento, anche nei consigli locali approderanno candidate che hanno centimetri di carne nei posti giusti, piuttosto che neuroni nel cervello.”

Elvira Savino

Guzzanti fu facile profeta, e nel libro pubblicato nel 2010, “Mignottocrazia-La sera andavamo a ministre”, ha elencato diversi, eclatanti, esempi di carriere politiche per meriti non propriamente ideali: da Nicole Minetti (consigliera della Regione Lombardia) a Barbara Matera (parlamentare europea), da Elvira Savino (parlamentare italiana) a Emanuela Romano (assessore comunale a Castellammare di Stabia).

La MIGNOTTOCRAZIA sarebbe, per Guzzanti, un aspetto della manovra a tenaglia messa in atto da Berlusconi per distruggere le regole della democrazia e del vivere civile, che, normalmente, si sono sempre basati su valori, meriti e, soprattutto, regole.

La MIGNOTTOCRAZIA come sistema di potere- scrive nel libro Guzzanti- ha esattamente questo scopo ideologico: assuefare l’opinione pubblica con un continuo e rivendicato stupro delle regole, delle norme, delle consuetudini, introducendo una prassi apparentemente anarchica, ma, in realtà, funzionale al mantenimento del potere. Il potere consiste nella conquista del consenso raccolto attraverso gli strumenti più elementari della solidarietà di pancia, di genitali, di populismo sessuale che incontra sia l’approvazione e l’ammirazione maschile, sia quella di una incredibile quantità di donne che pensano: finalmente un vero uomo, uno che sa stare con le donne e le soddisfa, in un mondo ormai popolato da gay e travestiti.”

Nicole MINETTI

2 gennaio 2012 Pubblicato da | DONNE, Società | , , , , , , , , , | 2 commenti

NADA: una MALANIMA con un’istinto musicale zingaro

Passano gli anni, ma, come il cuore della canzone con cui ha vinto a Sanremo nel 1971, anche l’istinto musicale di Nada Malanima, da sempre, “è uno zingaro e va”. Fino a portarla all’attuale, fascinoso, rock contemporaneo, che, filtrato attraverso le esperienze di una carriera quarantennale, l’ha condotta all’ultimo, struggente, cd “Vamp”.

«Sono sempre a caccia di cose particolari, di dischi strani, di artisti che sperimentano, incuriosiscono, stimolano.- ha confessato- Quando mi dicono che sono molto avanti rispetto al resto della musica italiana, rispondo che, forse, sono gli altri che sono indietro. Sono una contemporanea, per cui mi viene naturale vivere la realtà di oggi piuttosto che le glorie del passato.» Ho incontrata Nada il 6 dicembre, prima della minirassegna di musica indie organizzata da Riccardo Piaggio al Teatro Giacosa di Aosta, nel corso della quale si è esibita, in duo acustico, col chitarrista Fausto Mesolella. Una rassegna di musica giovane, in cui lei, cinquantottenne (è nata a Gabbro il 17 novembre 1953) , non ha certo sfigurato. Anzi. «Da anni, ormai- ha spiegato- lavoro con musicisti giovani che fanno cose molto interessanti. Come gli Zen Circus, che quest’estate mi hanno accompagnata in tour. Stranamente sono loro che mi cercano, perché vedono nelle cose che faccio la loro idea di musica. Non bisogna, poi, lasciarsi ingannare dall’apparenza, ma si deve, piuttosto, andare alla sostanza che non è legata all’età: uno può essere giovane quanto si vuole e fare cose vecchie e banali.»

Nada, al contrario, scarnificandole al massimo, sul palco del Giacosa ha reso sorprendenti e misteriose anche cose “vecchie” che si credevano banali, come “Ma che freddo fa”, o folkloristiche, come “Maremma amara”. Per non parlare di quando, nelle sue canzoni,  ha cantato di “amori disperati” o “donne piene di ombre” e “lune in piena”. 

«Il mio carattere è solo apparentemente solare- ha confessato- la mia sensibilità è, invece, crepuscolare. Mi hanno sempre affascinato la solitudine ed il mistero, e, da piccola, mi chiudevo per trovarmi. In tutto quello che scrivo evoco sempre un rapporto magico con la natura, che è aspirazione ad un ritorno alla terra, all’aria e all’acqua, alle cose, cioè, di cui siamo fatti. Un ritorno all’anima buia, alla malanima, appunto.»

Nella canzone “L’elettricità”, contenuta in “Vamp”, canti che “tra un uomo e un cuore femmina non c’è più tic tac tic tac”, l’amore non è, dunque, “fortissimo” come cantavi qualche anno fa? «Sono passati dieci anni e adesso nell’aria c’è altro. Quando c’è, l’amore è sempre fortissimo, adesso, però, è più difficile che scocchi, perché siamo tutti presi da tanti stress e cose inutili della vita che ci allontanano e chiudono in un nostro mondo.» Qual’è la tua ricetta per difenderti da questi “stress”? «Io mi arrabatto, cercando di andare avanti per la mia strada ed essere il più possibile me stessa. Ho sempre combattuto per esserlo. Purtroppo, oggi è la cosa più difficile da raggiungere perché il mondo vuole che ti adatti a fare le cose che gli altri pensano siano giuste per te. C’è troppa gente che, come canto in una canzone,  urla nelle orecchie “così forte che non posso più sentire il mio cuore”

11 dicembre 2011 Pubblicato da | DONNE, Musica | , , , , , , | Lascia un commento

ROBERTA RASCHELLA’: il “guitar hero” coi tacchi a spillo

Il “Guitar Day”, organizzato dall’associazione culturale “Arteintesta” di Aosta, ha festeggiato i 5 anni di vita con un’edizione altamente spettacolare che il 9 dicembre ha radunato sul palco del Teatro Giacosa  alcuni dei migliori chitarristi italiani.

Ce n’è stato per tutti i gusti: dal blues del piemontese Luigi Tempera (con il trio acustico The Explorer Blues Band) al “fusion project” di Gianluca Mosole, passando per l’energia rock di Roberta Raschellà.

Proprio quest’ultima ha costituito la novità dell’edizione, evidenziando l’affermarsi delle “quote rose” in un campo nettamente dominato dai maschi. «Il “guitar hero” è stata la massima espressione di maschilismo, è ora che questa cosa cambi.- ha affermato, prima del concerto, la venticinquenne musicista piemontese- E sta cambiando, perché quando studiavo al C.P.M. di Milano e all’Accademia Lizard di Torino ero l’unica donna, adesso ho molte allieve.»

Anche il gruppo che l’ha accompagnata era tutto al femminile, formato com’era da Fiamma Cardani (batteria), Daniela Marelli (basso) e Alessia Castelli (chitarra ritmica).«La donna- ha continuato Roberta- sente meno l’esigenza di sfoggiare la tecnica e ha, invece, un approccio più istintivo e con più cuore. Anche se ce ne sono alcune, come Jennifer Batten, collaboratrice di Prince, che tecnicamente ci hanno messo del loro.» Sul palco il gruppo ha snocciolato brani originali di Roberta e cover di Joe Satriani e Andy Timmons, che con Jeff Beck è il suo modello («sono selvaggi, e io sono molto selvaggia»). 

10 dicembre 2011 Pubblicato da | Chitarristi & Bassisti, DONNE, Musica | , , , , , , , , , | 1 commento

DOLCENERA: una “donna in evoluzione” che si mette a nudo

Il 2 dicembre, sul palco del Teatro Giacosa di Aosta, dove si è tenuta la premiazione della quattordicesima edizione del Premio internazionale “La donna dell’anno”, tra tante donne premiate e premianti c’era anche una “donna in evoluzione”: la trentaquattrenne cantautrice pugliese Emanuela Trane, in arte Dolcenera. Evoluzione artistica e personale, la sua, ma, soprattutto, “evoluzione della specie”. Che, poi, è il titolo del suo ultimo cd, pubblicato a maggio.

«Nella canzone omonima affronto in maniera ironica le eterne differenze tra uomo e donna.- ha spiegato, prima del concerto, Dolcenera- Se gli uomini, amanti del potere, sono “schiavi più che saggi”, io sono una ragazza idealista, “di una specie in estinzione che cerca maschio innamorato per salvare il mondo intero”. In questa, come in altre canzoni del cd canto la figura di donna che piace a me: che rimane sognatrice, segreta, che non usa sotterfugi per arrivare a ottenere ciò che vuole.» Una “specie in via d’estinzione”, appunto, se si guarda il modello femminile che esce dalle prime pagine dei giornali. Prime pagine su cui, nel settembre scorso, è finita anche Dolcenera. Per di più di un giornale, “Playboy”, che dalle donne non è mai stato visto di buon occhio.

«Il servizio- ha raccontato- è nato durante le riprese del video della canzone ”L’amore è un gioco”, cui “Playboy” ha collaborato con quattro sue “conigliette”. Al direttore è nata l’idea di fare il servizio, ed io ho accettato perché mi sentivo bene fisicamente, visto che facevo tanto sport. Questo mi ha fatto anche sentire bella, anche se il mio fisico è lontano dai canoni della bellezza prosperosa. Tutto è venuto in modo abbastanza semplice e naturale e le foto mi riprendono in posizioni intime ma non volgari

Dolcenera vi appare, indubbiamente, diversa rispetto dalla rabbiosa rocker degli esordi che la critica musicale paragonò a cantanti come Nina Hagen e Janis Joplin ed alla quale il “Rockmuseum” di Monaco di Baviera ha dedicato uno spazio. O da quella che nel 2003 esordì “col botto” al Festival di Sanremo, vincendo le “Nuove Proposte” con “Siamo tutti là fuori”. O, ancora, da quella che nel 2005 vinse il reality show “Music Farm”, facendo andando fuori di melone (e dal reality) Francesco Baccini.


«Mi piace essere cangiante e stupirmi.- ha ammesso- Non a caso il mio riferimento musicale è David Bowie che è stato un grande camaleonte. Anche musicalmente sono sempre in evoluzione: c’è stato il periodo dark, quello della rabbia, quello della ricerca del suono. Il comun denominatore ritengo sia la mia parte inquieta, un pò dark, che fa sì che non sia formale e nei testi mantenga una punta di crudezza. Anche se, poi, in fondo, sono dolce.» 
Anche per questo ha preso in prestito il nome d’arte, Dolcenera, dal titolo di una canzone di Fabrizio De Andrè. «Il contrasto tra la dolcezza e la forza dell’acqua di cui parla la canzone c’è anche nel mio modo di cantare, suonare e scrivere. Chiaroscuri che sono stati messi in evidenza nella tournèe teatrale che sto facendo, dove, oltre a cantare, recito.»

8 dicembre 2011 Pubblicato da | DONNE, Musica | , , , , , , , , , , , | 1 commento

Nostalgicamente e irresistibilmente SYLVIE VARTAN ad Aosta

I “2’35 de bonheur” di uno dei suoi primi successi hanno portato fortuna alla cantante francese Sylvie Vartan. Al punto che il 23 novembre scorso, alla Salle Pleyel di Parigi, ha festeggiato i 50 anni di carriera. Con, sul palco, l’Orchestre symphonique di Sofia e, in platea, ospiti come i ministri della cultura francese, Frédéric Mitterand, e bulgaro. A ricordare, così, le sue origini: la sessantasettenne artista è nata, infatti, in un sobborgo di Sofia, da Georges Vartanian, che nel 1952, dopo l’occupazione sovietica, riparò a Parigi. «Sono una sangue misto, anche perché mia madre era ungherese.- ha confidato- Il mio cuore è, in ogni caso, francese, perché è il paese che mi ha dato la libertà, mi ha adottata e dove ho realizzato i miei sogni d’artista

Un posto importante nel suo cuore occupa anche l’Italia, dove il 30 novembre è tornata per un concerto al Teatro Giacosa di Aosta inserito nella Saison Culturelle. Merito di una nonna italiana e della fortunata stagione, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, che la vide tra le beniamine del pubblico italiano, per il suo fascino malizioso e canzoni come “Due minuti di felicità”, “Irresistibilmente” e “Come un ragazzo”.

«Di quegli anni ho un ricordo pieno di sole.- ha raccontato prima del concerto, nel suo italiano “arrugginito”- Ho vissuto molto tempo a Roma, ho imparato l’italiano e fatto tanta televisione. Una decina di anni fa ho pure sposato un napoletano, il che fa capire fino a che punto ami il vostro paese.» Italiane sono state anche alcune canzoni della scaletta del concerto aostano in cui la Vartan ha mischiato l’intimismo dell’ultimo cd, “Soleil Bleu”, con un ben calibrato revival, accompagnata da Gérard Prevost (contrabasso e violoncello), Claude Engel (chitarra), Philippe Draï (batteria), Sandrine Matsuko (violino), Serge Perathoner (tastiere e fisarmonica), Gérard Daguerre (piano) e Sophie Gémin (cori).

Accanto ai suoi grandi successi come “La plus belle pour aller danse” (con cui nel 1964 aprì il concerto dei Beatles all’Olympia di Parigi), si sono, infatti, potute ascoltare “Moi, je n’aime ancore que toi” di Riccardo Cocciante e “Je chante le blues”, scritta da Carla Bruni in Sarkozy (alla quale la lega anche un suo grande successo: “Nicholas”). «Carla- ha raccontato la Vartan- è una persona molto affascinante e sensibile, con una parte gioiosa tipica degli italiani. Ma prima ancora è un grande talento musicale, per cui dopo la pubblicazione del primo album, quando ancora non era la “première dame”, le chiesi di scrivermi una canzone.» All’Eliseo, del resto, la Vartan è di casa. Fin dal 1998, quando ricevette dal presidente Jacques Chirac le insegne di Cavaliere della Legion d’Onore. Ci andò accompagnata dal figlio David, anche lui cantante, avuto dal primo, turbolento, matrimonio con la rockstar Johnny Hallyday.

«Non sono mai venuta in Valle d’Aosta, anche se ne ho sentito parlare.- ha concluso – Mi hanno detto che la vostra specialità è la fonduta, ma non è francese? Ah già che siete metà italiani e metà francesi. Mangiate della pasta buona qui?» Quasi a ricordare che, in fondo, la vita è fatta di cose semplici, di cui non ci si accorge finché non mancano. Come l’amore, che dopo aver fatto da fil rouge al concerto aostano, l’ha suggellato con le parole di uno dei capolavori di Jacques Brel. “Quand on n’a que l’amour
pour tracer un chemin et forcer le destin a chaque carrefour… Alors sans avoir rien
que la force d’aimer nous aurons dans nos mains, amis, le monde entier (Quando non c’è che l’amore
 per tracciare un cammino
 e forzare il destino ad ogni crocevia…Allora senza aver nient’altro
 che la forza d’amare noi avremo nelle nostre mani, amici, il mondo intero).


1 dicembre 2011 Pubblicato da | DONNE, Musiche del mondo | , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Il sensuale tango sotto la luna di LUCIANA SAVIGNANO

Mi fece un certo effetto, in una uggiosa mattina aostana, sentire al telefono la limpidissima voce di Luciana Savignano, una delle migliori ballerine di sempre, che il giorno dopo, 27 ottobre 2004, sarebbe stata la protagonista al Teatro Giacosa di Aosta dello spettacolo di danza “Tango di luna”. «Secondo me la voce rispecchia quello che una persona ha dentro- mi spiegò- E’, come gli occhi, lo specchio dell’anima.» Non ci fu, quindi, bisogno di tante domande per capire che anche quella mattina quell’anima solare (nata a Milano il 30 novembre 1943) avrebbe rinnovato la sua sfida col mondo con la freschezza di una bambina. «Ho bisogno di limpidezza.- ammise- E sono una persona fortunata perché riesco a trovarla nella danza. Quando salgo sul palco dimentico il mondo e respiro uno stato di grazia che fa venire fuori la vera Luciana Savignano. Mi sento una privilegiata perché non considero la danza un lavoro.»

Dopo essersi affermata alla fine degli anni Sessanta con un’interpretazione di riferimento del “Mandarino Meraviglioso” di Bartok, la Savignano è diventata prima ballerina del Teatro alla Scala nel 1972 ed étoile nel 1975, per poi danzare nei più importanti teatri del mondo e collaborare coi migliori ballerini e coreografi. A cominciare da Maurice Béjart che di lei amava il temperamento enigmatico, la particolare plasticità e, soprattutto, la sensualità che ne ha fatto l’interprete ideale del suo “Bolero”. «La sensualità mi ha accompagnato lungo tutta la carriera. Ho sempre interpretato ruoli ai quali bisognava dare un’impronta erotico-sensuale che andava al di là dello stile puramente accademico.» Inevitabile, quindi, l’incontro con il Tango concretizzatosi un anno e mezzo prima della sua venuta ad Aosta grazie alla coreografa e regista Susanna Beltrami che le propose “Tango di luna”, uno spettacolo, ispirato al film “Lezioni di tango”, in cui, grazie al ballo, un’allieva ed un maestro si scoprono, si sfidano, si amano. Scambiandosi continuamente i ruoli, finché i loro mondi arrivano a toccarsi. «Interpreto un po’ me stessa- continuò- all’inizio, infatti, mi sono avvicinata a questo mondo con tanta curiositàma quasi in punta di piedi, per, poi, esserne talmente presa da lasciarmi completamente andare. Non avevo mai ballato il Tango, però l’idea mi ha stuzzicato. Chiaramente, avendo una formazione classica, ho cercato di darne una mia interpretazione. E’ stata un’esperienza che mi ha arricchito perché ne è nato un modo diverso di stare sulla scena, di muovermi, di vivere delle situazioni in modo più consapevole e cosciente.» Perché il titolo “Tango di luna”? «Per dare un tocco di romanticismo. E, poi, ricordava il famoso assolo “La luna” che Bejart aveva creato per me sulla musica dell’Adagio del secondo concerto per violino di Bach.» Sul palco del “Giacosa” furono con lei Alejandro Angelica e Matteo Bittante. Qual’è il rapporto che si stabilisce coi suoi partners artistici?, chiedemmo.«E’ importante che sulla scena ci sia una simbiosi, un contatto impercettibile che fa scattare quel qualcosa di magico che nella danza ti porta ad interpretare, e non ad eseguire. E’ un po’ come nell’amore. Ma, d’altronde, non è sempre l’amore la forza che muove il mondo?»

30 novembre 2011 Pubblicato da | Danza, DONNE | , , , , , , , , | 1 commento

Il languoroso canto di OMARA PORTUONDO: da Cuba “para el alma divertir”

La prima cosa che mi colpì di Omara Portuondo fu la “cebolla”(cipolla). Quel suo chignon alto, lussureggiante come la natura di Cuba, l’“isla grande” dov’è nata il 29 ottobre 1930. A renderlo ancora più imponente contribuiva una statura che dalle sue parti vale ad Omara l’appellativo di “pedacito de mujer (pezzo di donna)”. Poi la sentii cantare, e dimenticai la cebolla, l’età, l’altezza e, perfino, l’improbabile vestito di lamé bluette che indossava il 22 ottobre 2001 sul palco del “Giacosa” di Aosta per lo spettacolo inaugurale della “Saison Culturelle”. E quando accennò, sinuosa, dei passi di rumba, sembrò, addirittura, “la más sexy”, come, durante la serata, la definirono più volte i bravissimi musicisti, una dozzina, che l’accompagnarono in quell’unica data italiana della sua tournèe mondiale.

“El local es pequeñò, ma el corazon del publico muy grande” ripetè lei, felice d’essere riuscita a schiodare quei valdostani così compassati dalle poltrone, facendoli “gozar de una manera espantosa” con boleri, son, cha-cha-chà, rumbe e mambi. Musica, la sua, fatta apposta “para el alma divertir”. «Il mondo è sempre più in uno stato di stress e tristezza.- mi aveva detto prima dello spettacolo- La musica cubana è proprio quello che ci vuole per rilassare e far ritornare il sorriso. Specialmente quella dei miei tempi, che ha fatto riscoprire un modo “old-fashioned” di suonare e cantare.» Quella, per intendersi, del progetto “Buena Vista Social Club”, di quei nonnini cubani, cioè, impastati di “musica, tabaco y rum” che nel 1996 avevano conquistato il mondo con un cd prodotto da Ry Cooder e nel 1999 con un film-documentario girato da Wim Wenders. Di quell’avventura Omara è stata l’unica donna, ritagliandosi un cammeo indimenticabile con il bolero strappacuore “Veinte Años”. “Fui la ilusion de tu vida un dia lejano ya” vi canta con una voce languorosa che, come tutti gli amori finiti, è “recuerdo” e “soledad” (solitudine). «L’ho imparata da bambina perché me la cantavano i miei genitori.- ricordò- Dopo cena, mio padre faceva la prima voce e mia madre armonizzava mentre lavava i piatti. E’ una delle mie favorite perché mi ricorda l’infanzia

Inevitabilmente si parlò della fragranza musicale della Cuba pre-Castro, che sarà pure stata il “bordello d’America”, però… «Ricordo quando a metà degli anni ’50 con il Cuarteto Las D’Aida facevamo da spalla a Nat King Cole al “Tropicana” dell’Avana. Noi finivamo cantando “Blue Gardenia” e, poi, sfumando, lo annunciavamo. Allora lui cominciava a cantare senza musica, e noi ci chiedevamo come diavolo facesse a cantare così bene senza accompagnamento. Qualche anno prima al “Saint-Souci” avevamo, invece, lavorato con Edith Piaff.» Vennero, poi,  la rivoluzione, il “bloqueo” americano, l’autarchia culturale. Ma, forse, è proprio grazie a questa che la musica cubana ha conservato quella dimensione umana cui si deve la sua attuale fortuna. «E’ musica fatta da uomini per altri uomini.- confermò Omara- che della festa può esprimere l’energia, ma anche la nostalgia.» Per interpretarla “devi avere pianto, riso, sognato, vissuto. Devi avere un’anima chiara come il sole d’oriente”. Lo ha scritto Ruben Blades. E, forse, pensava a lei.

29 ottobre 2011 Pubblicato da | DONNE, Musiche del mondo | , , , , , , , , | Lascia un commento

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