KHALED: la musica non conosce confini, proprio come il deserto

«Allah Khaled! Allah Khaled!». Che poi sarebbe come dire: «Khaled sei un Dio!». Fu questo il grido che si levò il 25 febbraio 1998 al Teatro Giacosa di Aosta in occasione del concerto del cantante algerino Hadj-Brahim Khaled (soprannominato “Cheb”, ragazzo, finchè l’età lo ha permesso).
Nato in un sobborgo di Orano il 29 febbraio 1960, Khaled esordì quattordicenne con il 45 giri “Trig el Lici”, affermandosi ben presto in tutto il nord Africa come una specie di Johnny Rotten mussulmano, mettendo il raï «in una presa a 220 volts».

Accanto al bendir e al derbuka (tipiche percussioni del Maghreb) spuntarono, infatti, le chitarre ed il basso elettrico, le tastiere e la batteria. Mentre i testi cominciarono a dare voce «all’inquietudine di una generazione senza prospettive che si sente tradita da un regime corrotto». “Oscurato” dai media algerini, di lui si interessarono, oltre a milioni di fans, anche i conservatori islamici facendogli pervenire un messaggio inequivocabile: «Tu Khaled, come cantante di raï, non devi esistere. Non ci sfidare, altrimenti ti distruggeremo.» Prima ancora di essere colpito da una “fatwa” (poetica parola che equivale ad una condanna a morte), nel 1986 Khaled pensò bene di cambiare aria, emigrando in Francia dove è divenne una star della nascente “world music”. L’assassinio nel ‘94 di Cheb Hasni, il principe del “raï love”, e nel ‘95 di Rachid Baba-Ahmed, il più importante editore di raï algerino, confermarono la saggezza di tale decisione.
L’ “effetto fatwa” fece sì che anche ad Aosta fosse predisposto un imponente servizio di polizia, che fu, in ogni caso, travolto dall’entusiasmo del folto gruppo di nord-africani presente. Furono loro, inizialmente, a scandire «Allah Khaled!». Ad esserne convinto, alla fine, fu tutto il pubblico presente. Tutti convertiti da questo novello Profeta musicale. Tutti in piedi a ballare e battere le mani. D’altronde,con una voce più affilata di mille scimitarre ed una musica più avvolgente di mille armate, Khaled è abituato a conquistare gli “infedeli” di tutto il mondo.
Un conquistatore illuminato che si limita a fare razzia delle essenze musicali più preziose.Flamenco spagnolo, reggae giamaicano, funky americano, calypso antillano, jazz, rock, salsa sono solo alcuni di questi trofei orgogliosamente messi in mostra anche ad Aosta. Incorniciati da melodie orientaleggianti e collocati con mirabile gusto all’interno di quel raï algerino nato negli anni Trenta nei bordelli di Orano.
«La musica non conosce confini, proprio come il deserto.- disse- Il mio voler unire i diversi ritmi tra loro vuole sottolineare la possibilità di dialogo.In fondo i ritmi si assomigliano un po’ tutti, è solo questione di mettere un colpo in più o meno alla fine di una battuta. L’importante è scegliere gli strumenti giusti che permettano ai ritmi di combinarsi bene tra loro.» E in fatto di combinazioni Khaled si rivelò un maestro. Grazie anche ai nove bravissimi musicisti che lo accompagnarono facendo sì che la serata non avesse alcun calo tensione, trasformandosi in una festa. Coi numerosissimi nordafricani presenti per una sera protagonisti con la loro allegria, i loro balli, i loro cori a “Didi”, ”N’ssi N’ssi”, “Sahra” ed “Aisha”. Il fondamentalismo islamico? La dura realtà della vita di tutti i giorni? Lontani ricordi nella serata dolce del Giacosa. Anche se il coro si fece più forte quando Khaled, in “Aisha”, cantò: «Tutto ciò di cui ho bisogno è amore e rispetto.»
ANTONELLO SALIS: siamo strumenti, di cui, come per il maiale, non si butta via niente.

«Siamo strumenti», afferma Antonello Salis (nato a Villamar il 28 febbraio 1950). E durante i concerti lo dimostra praticamente mugolando, fischiando, cantando e, addirittura, facendo i gargarismi. «E’ un po’ come per il maiale: non si butta via niente.- continua- Sono effetti che scopro quasi per gioco e, poi, uso a livello espressivo. Lo stesso vale per i vassoi, la padellina e le bacchette che uso, sparsi sulla cordiera del piano, come percussioni.» Salis, in ogni caso, suona anche strumenti canonici come il piano e la fisarmonica, di cui è uno dei migliori specialisti italiani.
E pensare che, dopo averla suonata per anni in giro nelle feste di paese sarde, l’aveva abbandonata per 15 anni. «Sono arrivato ad odiare la fisarmonica perché pensavo fosse destinata a suonare solo un certo tipo di musica di serie B.- confessa- Finchè nel 1980 ho realizzato che, essendo uno strumento completo, puoi suonarci quello che ti pare. E l’ho ripresa in un contesto jazz suonandola in un modo poco ortodosso. Non mi sono ispirato a nessuno in particolare, anche se mi piace molto come la usano i brasiliani.» Ha, così, inanellato una serie impressionante di collaborazioni: da Lester Bowie a Don Cherry, da Paole Fresu a Michel Portal, da Cecil Taylor a Pat Metheny.
«Metheny è di una disponibilità ed umiltà estrema. Prende un po’ da tutti e gli piace suonare in molti stili diversi. Figurati che una sera a Milano si è trovato in un posto dove si esibiva un gruppo punk ed ha finito per mettersi a suonare con loro. Qualche anno fa, poi, abbiamo suonato in un festival in Sardegna con una formazione di 15 elementi che aveva una sezione di suonatori di launeddas. Sai che ha fatto? Ha imparato una serie di modi dei balli sardi e si è ritagliato uno spazio con loro in cui ha usato la chitarra synth adattandola all’intonazione precaria delle launeddas.»
I due si sono intesi perchè entrambi “musicisti di frontiera”, sempre alla ricerca di nuove “prospettive musicali”. Era questo, del resto, il nome della rassegna musicale nell’ambito della quale Salis si esibì al Teatro Romano di Aosta in un caliente 15 agosto 2005. «Il jazz- concluse in quell’occasione- si è trasformato in qualcosa di molto specifico, con dei confini precisi. Ma così facendo è come se i jazzisti si siano cacciati su un binario dal quale faticano ad allontanarsi. Il jazz rimane come linguaggio, gli imput bisogna, però, cercarli da altre parti. Che, poi, è quello che abbiamo fatto per primi noi europei, ed è per questo che molti jazzisti americani amano suonare qui in Europa.»
Il viaggio nella Storia con le statue di cera del Musée Grévin di Parigi

Se la Vip Mania, la smania di vedere da vicino i personaggi famosi, ha una data d’inizio, questa è il 5 giugno 1882. Quel giorno, a Parigi, venne inaugurato il Musée Grévin, il museo delle cere ubicato in Boulevard Montmartre 10. La geniale intuizione fu, non a caso, di un giornalista, Arthur Meyer, che capì quanto ai lettori del suo quotidiano “Le Gaulois” interessasse vedere in tre dimensioni i personaggi che popolavano le prime pagine.
Non disponendo degli attuali prodigi della tecnica, ricorse ad Alfred Grévin, disegnatore umoristico, costumista teatrale e scultore che realizzò il progetto di un museo che con statue di cera riproducesse in modo quanto mai realistico i Vip dell’epoca.
Il successo fu immediato, ma se è durato, amplificandosi, nel tempo grande merito va all’organizzazione economica data all’impresa dal finanziere Gabriel Thomas, che permise di acquisire strutture storiche come il Théâtre Grévin (classificato tra i Monuments Historiques) o il Palais des Mirages (risalente all’Exposition Universelle del 1900).
Sono proprio queste strutture ad accogliere oggi le migliaia di spettatori che ogni anno vi accorrono da tutto il mondo. La visita inizia, infatti, con uno spettacolo di luci e suoni (di Bernard Szajner) e musiche (di Manu Katché) nel Palais des Mirages, caratterizzato da una moltitudine di specchi deformanti e producenti illusioni ottiche.
Si passa, quindi, al Théâtre du Tout Paris popolato di VIP dell’attualità (da George Clooney a Bruce Willis, da Roberto Benigni a Monica Bellucci) con cui farsi fotografare.
E’, quindi, la volta del Paris Grévin Magazine che riproduce luoghi tipici di Parigi in cui incontrare VIP di varie epoche: dall’Eliseo, coi capi degli stati più potenti della terra (tra Sarkoczy e Obama non c’è nessun italiano), ad un défilé di moda con Naomi Campbell, dal Cafè de Flore con Jean Paul Sartre allo studio di Picasso.
Si rivive, quindi, il XX secolo attraverso dieci grandi avvenimenti (dall’allunaggio all’abbattimento del Muro di Berlino) e personaggi come Brigitte Bardot, Jimi Hendrix e Spider-man.
Con un’immaginaria macchina del tempo si ripercorre, quindi, la storia francese fino al Medio Evo, per finire coi fuochi d’artificio delle statue ospitate nelle splendide Coupole e Salle des Colonnes, le uniche due sale esistenti quando il museo aprì.
Tra le scene rappresentate nella Coupole c’è quella che ricorda il 28 ottobre 1892, quando il museo ospitò la prima proiezione pubblica di “Pauvre Pierrot”, frutto del teatro ottico di Charles-Emile Reynaud, antenato del cinematografo del fratelli Lumière.
GATTI (12) 17 febbraio, FESTA DEL GATTO
Vivendo coi gatti si ha la possibilità di imparare da loro che cosa significa vivere in un mondo privo di uno scopo prestabilito, di un disegno evidente, adattarsi creativamente a nuove situazioni, fidarsi dell’intelligenza dell’istinto e del corpo, mettere la conoscenza al servizio della vita ( e non la vita al servizio dell’intelligenza), vivere ogni attimo come se fosse l’ultimo attimo, scatenare la vostra forza senza preoccuparvi di averne di riserva e amare completamente di un profondo amore per voi stessi.
da “Il gatto e la filosofia” di Steven D. Hales – Angelo Colla Editore
C’ERA UNA VOLTA (15) LAURA DOTTORI: all my trials soon be over

“Summertime, when livin’ is easy”. Sono i versi di una delle canzoni preferite di Laura Dottori. Proprio lei, che, in realtà, ha avuto una vita per niente facile. Lei, che, in fondo, ha cantato solo una breve estate.
Laura era una bellissima “figlia dei fiori” aostana, «con i pro e i contro del caso» come ricorda la figlia Sarah. Piena di entusiasmi e impegno politico (negli anni caldi dopo il Sessantotto studiò anche alla Facoltà di Sociologia di Trento, quella di Renato Curcio). Piena, soprattutto, d’amore. Ventenne, si innamorò di un insegnante d’inglese, Tim Bowyer, e, sposatolo, lo seguì nelle sue peregrinazioni in giro per il mondo. Prima in Inghilterra (dove nel 1974 nacquero i figli Sarah e Daniel) poi, nel giro di pochi anni, Iran, Malesia, Singapore, Sumatra, Indonesia. «Finchè si è ammalata e siamo dovuti tornare ad Aosta», ricorda Sarah.
Il ritorno nella sua città fu pieno di musica, grazie all’amicizia con Alberto Faccini con cui immediatamente si intese grazie alla comune passione per i Beatles. Lui con chitarra a dodici corde ed armonica, e lei con una voce alla Joan Baez, a sfoggiare la padronanza che la vita le aveva dato dell’inglese. A cavallo tra il 1982 e l’83 erano , così, venuti diversi concerti in Valle e ad Ivrea.
Nel corso di uno di questi a Villa dei Fiori a Sarre, nel 1983, fu scattata la foto che la ritrae con Faccini e il chitarrista Marco Lavit mentre cantava l’altra sua passione: il Brasile di “Mas que nada” e “Garota de Ipanema”.
Poi, pian piano, i problemi fisici avevano preso il sopravvento, fino alla morte, il 16 febbraio 1991, durante un intervento al cuore a Tolosa. Aveva 43 anni appena. «E’ morta a causa del lupus che le aveva minato il fisico e del cortisone che le aveva indebolito le vene.- ricorda Sarah- All’ultimo by-pass l’aorta non ha retto. Lei sapeva di morire, era cosciente di essere agli sgoccioli. La coscienza di non aver molto tempo da vivere le aveva sempre dato una forza ed una vitalità straordinarie, che, unite alla grande capacità di amare, ne facevano una persona speciale.»
Rimpianto, tenerezza, risate e, soprattutto, tanta musica caratterizzarono il concerto che gli amici organizzarono dopo la sua morte in un CRAL Cogne strapieno. Con Dino Carlino, Roberto Contardo e Enrico Thiebat. E Carlo Enrietti che interpretò le canzoni dei Beatles che Laura aveva voluto fossero suonate in sua memoria.«Non c’ero, ma quel concerto l’ho sognato.- conclude Sarah- Addirittura in 3D, perchè mia madre è uscita da una diapositiva e mi ha abbracciato.» Come cantava Laura in un’antica ninna nanna, tutte le prove alle quali la vita l’aveva sottoposta erano finite. “All my trials soon be over”.
CHRISTIAN LINDBERG: the world’s best trombone soloist

Che Christian Lindberg fosse il più grande trombonista del mondo lo si sapeva. Nel 2000, infatti, una giuria di esperti lo votò come uno dei migliori suonatori di ottoni del XX secolo, a pari merito con gente del calibro di Louis Armstrong e Miles Davis. Nel corso dell’eccezionale concerto che tenne il 19 aprile 2008, nel salone Bec Renon di Donnas, dimostrò, invece, come mai sia diventato un Mito. Se, infatti, mythos in greco vuol dire racconto, il trombonista svedese (nato il 15 febbraio 1958) ha mostrato come si possa mettere una tecnica trascendentale al servizio di storie musicali in grado di comunicare emozioni ad un vasto pubblico.
Il folgorante esotismo musicale dell’iniziale “Bombay Bay Barracuda per trombone, nastro magnetico e video” non ha, per esempio, niente da invidiare ai clip in rotazione su MTV. E l’evocazione di una rombante Harley-Davidson di “Short ride on a Motorbike per trombone e nastro magnetico” è sicuramente in grado di entusiasmare anche il pubblico più giovane.
E’ stato, d’altronde, Lindberg a portare alla ribalta discografica il trombone con una serie di cd solistici dalla formula innovativa. «Fin dal primo cd, “Virtuoso Trombone”, del 1984- mi spiegò nel corso di una cordialissima chiaccherata- ho puntato su un cocktail di musiche originali per trombone e celebri brani popolari. Ho iniziato avendo come modello il pop dei Beatles, e le esperienze con la musica popolare mi hanno aperto la mente aiutandomi a suonare la musica classica. Del resto la definizione di musica classica, com’è comunemente intesa, non è corretta. Per me è quella che rimane, per cui attualmente anche i Beatles si possono considerare dei “classici”.» Tracce del medley finale di “Abbey Road” si ritrovano, per esempio, in “Octavia”, il concerto per timpani e orchestra scritto da Lindberg per Viviana Mologni, prima timpanista dell’orchestra Verdi di Milano, nonché moglie del trombonista aostano Giuliano Rizzotto che, con Stefano Viola e gli altri membri del Quartetto di Aosta (Francesco Parini e Rémy Vayr Piova) fece sì che l’evento si realizzasse nell’ambito dello stage “Il Trombone” organizzato dall’Istituto Musicale Pareggiato della Valle d’Aosta.
«Non conosco tutti i trombonisti italiani- dichiarò entusiasta Lindberg- ma tra quelli che ho sentito non ho trovato niente di meglio dei valdostani. Il livello della vostra scuola è molto alto.» Oltre che nel suo cuore, la Valle rimase impressa nello spartito del quartetto per corni terminato durante il viaggio in macchina tra Milano e Aosta. Ultimo, all’epoca, esempio di una tumultuosa attività compositiva. «Quando compongo- concluse Lindberg- cerco di mantenere la mente aperta, dando ad ogni strumento solista l’importanza che darei al mio. Del resto il trombone è solo per caso il mio strumento, avrei potuto essere un sassofonista o altro e il mio modo di intendere la musica non sarebbe cambiato.»
PURE QUESTO E’ AMORE (13) PER NON VIVERE SOLI (Pour ne pas vivre seul)
Per non vivere soli si vive con un cane
si vive con le rose o con una croce
Per non vivere soli rifiutiamo di arrivare al dunque
amiamo un ricordo, un’ombra, una cosa qualunque
Per non vivere soli viviamo per la primavera
e, quando la primavera finisce, per la prossima primavera
Per non vivere sola ti amo e ti aspetto
per avere l’illusione di non vivere sola
Per non vivere sole delle ragazze amano le ragazze
e si vedono dei ragazzi sposare altri ragazzi
Per non vivere soli c’è chi fa dei bambini
bambini che sono soli come tutti i bambini
Per non vivere soli si fanno cattedrali
dove tutti quelli che sono soli
si aggrappano alle stelle astrali
Per non vivere sola ti amo e ti aspetto
per avere l’illusione di non vivere sola
da POUR NE PAS VIVRE SEUL (1972) canzone di S. Balasko e D.Faure
TITOR: i viaggiatori nel tempo e nei generi musicali fanno tappa ad Aosta

Nell’anno che, secondo una profezia Maya, potrebbe portare alla fine del mondo, una parola di speranza viene da John Titor, crononauta (cioè viaggiatore del tempo) che, tra il 2 novembre 2000 e il 24 marzo 2001, raccontò su alcuni forum internet il nostro futuro. Lo conosceva, del resto, bene, visto che asseriva di provenire dal 2036.
La notizia buona è che, secondo Titor, il mondo, non finirà nel 2012. La notizia cattiva, invece, che scoppierà una guerra civile americana che, globalizzatasi con l’intervento dei russi, porterà a tre miliardi di morti ed un ritorno ad una vita rurale e mezzi di locomozione come biciclette e cavalli. Questa e altre profezie di Titor hanno provocato critiche e scetticismo, ma, anche, grande interesse e studio.
Sono alla base anche della musica dei Titor, quartetto torinese che il 10 febbraio si è esibito all’Espace Populaire per “Espace Indie Friday”con Sabino Pace (voce), Sandro Serra (chitarra elettrica), Francesco Vittori (basso) e Giuseppe Azzariti (batteria). «Riprendendo alcuni spunti di questo mito internet- ha spiegato Pace- abbiamo voluto dare una lettura sociopolitica dell’attuale società globalizzata che si basa sul consumo e l’uso non attento del capitale umano ed economico.» Ne è venuto fuori un mini concept cd, “Titor, dal 2036”, nella cui title track riprendono una frase di Titor: “ogni cosa possibile può succedere e succederà”. «E’ legata alla teoria del multiverso- ha continuato Pace- per cui ogni situazione può evolvere in più d’una direzione, con tante vite parallele in cui le cose possono andare in maniera diversa,. Peggio, ma, perché no, anche meglio.»
Al tema è legato anche il titolo del loro primo album, “Rock is back”, che sarà pubblicato ad aprile dalla INRI, la stessa etichetta dei Linea 77. «Anche musicalmente è un ritorno al passato, perché vogliamo riprendere le sonorità del grande rock anni Settanta alla luce delle nostre esperienze personali che affondano negli anni Novanta. La nostra musica è figlia di influenze che vanno dall’hardcore alle sonorità più estreme, dai Black Sabbath a Refused e At the drive in.»
Ad Aosta c’è stato spazio anche per una cover di Ivan Graziani, che in Italia è stato uno dei pionieri dell’attitudine punk. Prima ancora di Enrico Ruggeri, che in una canzone canta: “sono stato punk prima di te”. «Ruggeri- ha scherzato Pace- i Titor sono viaggiatori del tempo, per cui, in ogni caso, suonavamo punk quando tu non eri nemmeno nato.»
La comicità poetica e straniante di SBRONZI ALL’ALBA SENZA SIGARETTE

A metà tra concerto e reading poetico, tra serio e faceto, tra musiche originali e cover. In questa zona incerta ed instabile, fertilissima di stimoli e idee, si muove lo spettacolo “Sbronzi all’alba senza sigarette” che, rodato da un lustro di repliche, il 3 febbraio è sbarcato all‘Espace Populaire di Aosta per la rassegna “FolkStudio’12”.
A proporlo sono stati il poeta torinese Guido Catalano, il pianista Andrea Gattico e la violinista giapponese Mayumi Suzuki. Gli ultimi due costituiscono un’ “orchestra da viaggio”, nel senso che propongono loro arrangiamenti di musiche del mondo, senza confini di spazio e tempo. Nell’occasione hanno, altresì, fornito le atmosfere sonore per le poesie comico surreali del quarantenne poeta torinese.
«Attualmente la parola poesia fa scappare la gente.- ha affermato Catalano- Io sono fortunato perché cerco di spettacolarizzarla interagendo con musicisti e, soprattutto, faccio ridere. Anche perché ho iniziato cantando in un gruppo di rock demenziale alla “Skiantos” e il suo leader, Roberto Freak Antoni, ha fatto la prefazione al mio secondo libro. La loro influenza si sente nelle mie poesie che, in base alle tematiche, ho diviso in storie d’amore, non d’amore e “robe strane” del terzo tipo.»
Con alle spalle esperienze diverse, dal correttore di bozze al portiere di residence, Catalano con questa formula sembra avere trovato la via giusta per arrivare al pubblico («lo spero- afferma-perché non so fare altro»). Lo dimostrano i numerosi reading in tutta l’Italia settentrionale ed il successo crescente di progetti come “Sbronzi all’alba senza sigarette” e “Il grande fresco”. «La musica aiuta- ha confermato- specie quando è eseguita da musicisti bravissimi come Mayumi ed Andrea, che, suonando insieme da anni, hanno una coesione incredibile. Grazie ad una spiccata ironia, poi, fanno anche loro spettacolo.»
Gattico, per esempio, è stato esilarante nell’interpretazione della sua “Suona Balalaika” con infinite ripresovskaie, travestito, com’era, da capitano di una nave (che, poi, sarebbe il suo gruppo abituale, gli Espresso Atlantico). Surreale, invece, la comicità dell’esotica Mayumi nello sketch in cui ha aiutato Catalano a tradurre le sue poesie in giapponese. «Ne viene fuori un effetto strano e straniante- ha concluso Catalano- che, in fondo, è lo stesso dello spettacolo.»
Quella volta al ROCHESTER DICKENS FESTIVAL

Sono passati due secoli dalla sua nascita (Portsmouth 7 febbraio 1812), eppure le opere di Charles Dickens, il più grande scrittore inglese dopo Shakespeare, sono quanto mai vive. Lo dimostra il “cratere Dickens” che gli è stato intitolato su Mercurio, ma, anche, il successo, nel 2009, del film in 3D “A Christmas Carol”, tratto da un suo racconto del 1843.

Per celebrarne il bicentenario della nascita oggi si terranno nel mondo oltre mille eventi, mentre, ad agosto, a Portsmouth sarà inaugurato il suo primo monumento (nonostante Dickens avesse definito “abominevole” questo genere di sculture).
Da anni, poi, Dickens rivive due volte l’anno a Rochester, durante il Summer (a giugno) e il Christmas (a dicembre) Dickens Festival che popolano la cittadina del Kent di una moltitudine di coloratissimi costumi ispirati alle sue opere.
Da David Copperfield al corpulento Mister Pickwick, dall’arido e tirchio Ebenezer Scrooge di “A Christmas Carol” al viscido Uriah Heep, da Oliver Twist a Joe, un cocchiere del “Circolo Pickwick” che si addormentava di continuo per cui ha fatto sì che la “Sindrome delle apnee ostruttive” fosse ribattezata “Sindrome di Pickwick“.
Rochester fu, infatti, la città più amata da Dickens, che vi visse gli ultimi anni e morì il 9 giugno 1870. A due chilometri dal centro della «piacevole, piccola, linda, bella e prospera» cittadina nel 1856 comperò Gad’s Hill, dove ospitò Hans Christian Andersen.

Nel suo giardino venne montato lo “chalet svizzero”, regalatogli dall’amico attore Charles Fetcher e arrivato smontato dalla Svizzera, in cui Dickens scrisse “La piccola Dorrit”, “Grandi speranze”, “Il nostro comune amico” e “Il mistero di Edwin Drood”.
E’, infine, “nel piccolo cimitero sotto le mura del castello di Rochester” che voleva essere tumulato, ma una vera e propria sollevazione popolare fece sì che, dopo la morte, fosse portato da un treno speciale nel Poets’ Corner dell’abbazia di Westminster.
La sua originaria volontà di essere sepolto a Rochester è, però, ricordata da una targa posta nella Cattedrale «che odora di terra» che aveva citato in tre romanzi: “Grandi Speranze”, “Il Circolo Picwick” e l’incompiuto “Mistero di Edwin Drood”.
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