PURE QUESTO E’ AMORE (11) ULTIMO TANGO A PARIGI

JEANNE (Maria Schneider), immersa in una vasca da bagno: Lo sai che sei vecchio. E stai diventando grasso.
PAUL (Marlon Brando), che le lava la schiena : Ah, divento grasso? Sei gentile.
JEANNE (Maria Schneider): E sei anche mezzo calvo. E quei pochi capelli che ti restano sono bianchi.
PAUL (Marlon Brando) : Tra una decina d’anni tu giocherai a pallone con le tue tette. Ci pensi mai? E sai cosa farò io allora?
JEANNE (Maria Schneider): Sarai inchiodato in una sedia a rotelle
PAUL (Marlon Brando) : Ah beh, può darsi. Sarò un vecchietto sorridente e felice che si avvia verso l’eternità.
JEANNE (Maria Schneider): Uh, come sei poetico ! Allora, prima di avviarti, lavami i piedi.
PAUL (Marlon Brando) : Ma certo. Noblesse oblige.
JEANNE (Maria Schneider): Io e quell’uomo facciamo l’amore
PAUL (Marlon Brando) : Ah, davvero? Meraviglioso. E sa scopare bene?
JEANNE (Maria Schneider): E’ magnifico
PAUL (Marlon Brando) : Ma quanto sei stronza? Le scopate migliori te le puoi fare solo qui, in questo appartamento. Alzati.
JEANNE (Maria Schneider): Lui è pieno di mistero.
PAUL (Marlon Brando) : Ah sì? Dov’è il sapone? Senti, stupidina: il solo ed unico mistero che hai conosciuto in vita tua è qui dentro.
JEANNE (Maria Schneider): Lui è come tutti gli altri, ma, allo stesso tempo, è diverso.
PAUL (Marlon Brando) : Allora è come tutti gli altri?
JEANNE (Maria Schneider): A volte mi fa persino paura
PAUL (Marlon Brando) : E perchè? E’ il tuo pappone, confessa
JEANNE (Maria Schneider): E perchè no? L’aspetto ce l’ha. Lo sai perchè mi sono innamorata?
PAUL (Marlon Brando) : Dillo, ti supplico
JEANNE (Maria Schneider):Perché ha trovato il modo giusto per farmi innamorare
PAUL (Marlon Brando) : E tu vuoi che l’uomo che ami ti protegga e abbia cura di te
JEANNE (Maria Schneider):Certo.
PAUL (Marlon Brando) : Vuoi che questo forte, lucente e possente guerriero costruisca una fortezza dove puoi rifugiarti. In modo che tu non debba mai aver paura, non debba sentirti sola, non debba sentirti esclusa. E’ questo che cerchi, vero?
JEANNE (Maria Schneider):Sì.
PAUL (Marlon Brando) : Non lo troverai mai.
JEANNE (Maria Schneider): Ma io l’ho già trovato.
PAUL (Marlon Brando) : Beh, non passerà molto che si costruirà lui una fortezza per se, fatta con le tue tette, con la tua vagina, il tuo sorriso e il tuo odore. Una fortezza dove lui si sentirà al sicuro e così stupidamente virile che vorrà la tua riconoscenza sull’altare del suo cazzo
JEANNE (Maria Schneider): Io l’ho trovato quest’uomo…
PAUL (Marlon Brando) : No, tu sei sola. Sei tutta sola. E non potrai liberarti di questa sensazione di completa solitudine finché non guarderai la morte in faccia. E, poi, neanche. Guarda, questa non è che una stronzata romantica, finché non sarai capace di guardare nella morte, nel buco del suo culo, sprofondando in un abisso di paure. E allora, forse, solamente allora, forse, riuscirai a trovarlo
JEANNE (Maria Schneider): Ma io l’ho trovato quest’uomo…sei tu. Sei tu quest’uomo.
PURE QUESTO E’ AMORE (10) Quelli che sostengono che per un sano e duraturo matrimonio ci vogliono 4 condizioni

PAOLO ROSSI: Quelli che… sostengono che per un sano e duraturo matrimonio ci vogliono 4 condizioni:
una persona che vi ami così come siete,
una persona che vi stimoli sessualmente,
una persona che vi stimoli intellettualmente,
e, ultima condizione, che queste tre persone non si incontrino mai.
Dalla trasmissione televisiva Vengo anch’io, ovvero Enzo Jannacci (2011)
Aosta “perde la testa” per l’illusionismo di DANI LARY

In questi tempi bui l’illusionismo è di moda. In tutti i campi. C’è chi è capace di far sparire miliardi di euro e apparire milioni di posti di lavoro e chi continua a farlo con carte, colombi e conigli. La tecnica si basa sugli stessi artifici: la capacità di distrarre l’attenzione, coprendo i trucchi con grandi messinscene e l’ammiccare di figone. Sfoggiando, nel contempo, tanta simpatia e naturalezza che sappiano accattivarsi la fiducia della gente.
Nonostante non sia un politico, si è egualmente rivelato un eccellente illusionista il francese Dani Lary che il 12 dicembre ha portato al Teatro Giacosa di Aosta il suo spettacolo “La Clé des Mystères” . “Le plus inventife magicien depuis Robert Houdin” ha attraversato specchi, fatto volare piani e tavolini, sparire e riapparire donne. Ha, soprattutto, fatto perdere la testa, fisicamente o, in senso lato (per la sua aiutante), a più di uno spettatore.
Il tutto legato dal labile fil rouge di una trama che lo vedeva rinascere nel suo castello come Comte du Bois des Naix per ritrovare la giovane e bella Valériane in un climax coinvolgente creato da musiche evocative, sfarzose scenografie ed abili comprimari.
Alla fine il pubblico gli ha tributato un’autentica ovazione, uscendo dal “Giacosa” con un “sentiment intime d’avoir vécu quelque chose d’exceptionnel”.
GIANLUCA MOSOLE: un chitarrista fuori dal normale
Al primo impatto Gianluca Mosole incuriosisce per una caratteristica più unica che rara: suona la chitarra da mancino senza girare le corde. Ma, mentre ci si chiede come cazzo faccia, non si tarda a venir coinvolti da uno stile personalissimo, che, pur nel suo funambolismo, conserva una grande comunicativa.
E’ successo anche ad Aosta, il 9 dicembre, in occasione del quinto “Guitar Day”, organizzato dall’associazione culturale “Arteintesta”, che ha radunato sul palco del Teatro Giacosa alcuni dei migliori chitarristi italiani. «E’ una cosa istintiva- mi ha spiegato prima del concerto- probabilmente è dovuto al fatto che da piccolo ho iniziato con la tastiera, per cui ho importato la sua impostazione: con la sinistra ad accompagnare e la destra a fare le melodie. Mio padre cercava di correggermi girandomi la chitarra, ma, appena andava via, la rigiravo. Era più forte di me, non riuscivo a suonare normale. Tra l’altro, non sono neanche mancino.» Sei l’unico a suonare la chitarra in questo modo? «No, Gino Vannelli mi ha detto che negli anni Ottanta aveva un chitarrista che suonava come me: Carlos Rios.»
Il nome di Vannelli non ricorre a caso nei discorsi del quarantottenne chitarrista trevigiano. Nel novembre 2007, infatti, il celebre cantante canadese era stato uno dei suoi “friends” in un concerto benefico a Venezia che aveva visto la partecipazione di altri illustri musicisti: da Sheila E. a Peter Erskine. Ma, alle collaborazioni eccellenti, Mosole è abituato, visto nei suoi cd “EartHeart” e “Tepore” ha suonato gente del calibro di Nanà Vasconcelos, Miroslav Vitous, Airto Moreira e Hiram Bullock. «Con tutti questi grandi è stato come se ci conoscessimo da sempre,- ha continuato Mosole- perché nella musica non serve tanto parlare, basta suonare per intendersi. Vannelli, poi, dopo che ho fatto qualche pezzo con lui, mi ha chiesto di fare una tour mondiale con lui. Purtroppo stavo registrando il cd “No title” , per cui, a malincuore, ho declinato l’invito.»
I pezzi di “No title” hanno costituito il grosso della scaletta del Giacosa, dove il chitarrista si è esibito con Maurizio Pagnutti (batteria), Paolo Carletto (basso), Alessandro Balestrieri (vocal) e Alberto Carletto (mix e sequencer). «Ho iniziato con la black music- ha raccontato- mi piaceva tutto quello che era funk: da Earth, Wind and Fire a Commodores. Verso i 14 anni mi ha, invece, appassionato gente come George Benson, Larry Carlton e Pat Metheny, che rimangono i miei maestri. Finchè non ho trovato la mia strada.» Strada che lo ha condotto alla fusion pulsante e melodica del progetto ascoltato ad Aosta.
Visti, però, i quarti di luna, Mosole lavora anche a produzioni pop e colonne sonore di documentari. Soprattutto all’estero, come dimostra il prossimo progetto che lo vedrà comporre le musiche per un reality sul calcio, «Top 11», che avrà location in vari Paesi del mondo, e, sulla carta, un pubblico «monstre» di 360 milioni di persone. «Il talento in Italia non manca, manca il lavoro, per cui i musicisti sono costretti ad emigrare.- ha concluso- La musica che faccio io non ha, purtroppo, mercato in Italia, anche per il forte regresso in corso, dovuto soprattutto alle varie televisioni che hanno puntato tutto sul commercio e poco sulla qualità.»
A Courmayeur “EPOCA” ricorda WALTER BONATTI, uno che ha fatto “EPOCA”

«Bonatti si scrive con due T o una T sola?» La fine di Walter Bonatti, il più celebre alpinista di tutti i tempi è stata caratterizzata da questa beffarda incertezza del medico di una clinica romana che 13 settembre 2011 ne stilava il certificato di morte. La domanda era rivolta a Rossana Podestà, la compagna di un trentennio, che l’ha raccontato a Courmayeur il 10 dicembre, nel corso della presentazione del numero di «Epoca» dedicato a Bonatti, condotta da Emanuele Farneti, suo attuale direttore, in uno chalet del Jardin de l’Ange strapieno.
Nell’occasione l’attrice ha rivelato altri particolari degli ultimi mesi di vita dell’alpinista «Sei mesi prima che morisse – ha raccontato – abbiamo fatto 3.800 chilometri nel deserto del Gilf Kebir, tra Libia ed Egitto. Walter si lamentava di essere stanco, cosa molto strana per lui. Tre mesi dopo ha iniziato ad avere forti dolori e allora l’ho portato all’ospedale “Gemelli” di Roma. Lì mi hanno detto che aveva un tumore al pancreas che non gli lasciava più di due o tre mesi di vita. A quel punto ho deciso di non dirgli niente, perché , secondo me, non serve sapere del male se non puoi combatterlo. Così sono uscita dallo studio del medico ridendo e scherzando. E lui, che credeva in me, è caduto nella trappola. Per mesi, con storie e progetti, l’ho immerso ogni giorno nel futuro.»
Il racconto della Podestà si è fatto, a questo punto, accorato e con aspetti inquietanti quando ha affrontato la fase terminale della malattia. «Il “Gemelli” non aveva stanze, per cui volevano metterlo in
corsia. Così è iniziato un pellegrinaggio alla ricerca di un ospedale, con lui molto paziente anche se era attaccato alla bombola d’ossigeno. Anche perché non pensava di morire, non aveva dubbi che anche questa volta ce l’avrebbe fatta. Appena arrivato in questa clinica romana ha avuto un collasso, per cui l’hanno portato in rianimazione, separandomi da lui. Quando l’ho potuto vedere, brevemente, dopo un paio di ore, mi ha guardata con gli occhi sbarrati chiedendo disperatamente ossigeno. A questo punto mi sono lamentata che la clinica non era attrezzata per la rianimazione, e, per tutta risposta, un medico mi ha zittita dicendomi: cosa parla lei che non è neanche sua moglie? E mi ha nuovamente spedita fuori. Sono rientrata dopo molte ore, e, in una luce molto fioca, ho visto Walter morto, con un medico che cercava di pompargli ossigeno con un palloncino rosa. Guardi che è morto, ho detto. E il medico mi ha risposto: Oh, non me n’ero accorto. Allucinante. Ho fatto tutto bene, ho sbagliato solo alla fine.»
Una fine surreale per un uomo che aveva passato la vita a sfidare il destino nelle sue mille avventure in giro per il mondo. A cominciare da quelle alpinistiche, ricordate nell’occasione da Arnaud Clavel, guida alpina di Courmayeur che Bonatti considerava il suo erede per aver replicato molte sue imprese. «Walter proiettava in Arnaud la sua vita- ha confermato la Podestà- ed era sicuro che fosse in buone mani.» Ne è stata una prova l’invernale della Nord del Cervino, che l’alpinista valdostano aveva ripetuto nell’aprile scorso a 46 anni dall’impresa che aveva concluso la carriera alpinistica di Bonatti.
Dopo il 1965, infatti, Bonatti si era dato alle grandi esplorazioni, documentandole con memorabili reportages sul settimanale “Epoca”. «Ripeteva sempre che il periodo di “Epoca” è stato il più felice,- ha continuato l’attrice- perchè si sentiva libero, e la libertà è stata sempre l’aria che respirava. Gli lasciavano carta bianca, e, ogni volta che tornava, Arnoldo Mondadori e i dirigenti scendevano dai piani alti per vedere per primi le foto dei viaggi. Sono stati 15 anni magici, un giocattolo che gli è stato tolto in malo modo da una direttrice che nel 1978 lo umiliò.»
Al Jardin de l’Ange erano presenti anche il sindaco di Courmayeur, Fabrizia Derriard, e quello di Chamonix, Eric Fournier, che nel luglio 2010 avevano conferito a Bonatti la cittadinanza onoraria del Monte Bianco. «E’ stato il primo e resterà l’unico cittadino del Monte Bianco.- ha detto la Derriard- Mi ricordo la sua emozione quel giorno a Punta Hellbroner, dove mi disse che non saliva da 35 anni. Ha unito per la prima volta i nostri due paesi, contribuendo ad inaugurare una politica di condivisione della montagna.»
NADA: una MALANIMA con un’istinto musicale zingaro

Passano gli anni, ma, come il cuore della canzone con cui ha vinto a Sanremo nel 1971, anche l’istinto musicale di Nada Malanima, da sempre, “è uno zingaro e va”. Fino a portarla all’attuale, fascinoso, rock contemporaneo, che, filtrato attraverso le esperienze di una carriera quarantennale, l’ha condotta all’ultimo, struggente, cd “Vamp”.
«Sono sempre a caccia di cose particolari, di dischi strani, di artisti che sperimentano, incuriosiscono, stimolano.- ha confessato- Quando mi dicono che sono molto avanti rispetto al resto della musica italiana, rispondo che, forse, sono gli altri che sono indietro. Sono una contemporanea, per cui mi viene naturale vivere la realtà di oggi piuttosto che le glorie del passato.» Ho incontrata Nada il 6 dicembre, prima della minirassegna di musica indie organizzata da Riccardo Piaggio al Teatro Giacosa di Aosta, nel corso della quale si è esibita, in duo acustico, col chitarrista Fausto Mesolella. Una rassegna di musica giovane, in cui lei, cinquantottenne (è nata a Gabbro il 17 novembre 1953) , non ha certo sfigurato. Anzi. «Da anni, ormai- ha spiegato- lavoro con musicisti giovani che fanno cose molto interessanti. Come gli Zen Circus, che quest’estate mi hanno accompagnata in tour. Stranamente sono loro che mi cercano, perché vedono nelle cose che faccio la loro idea di musica. Non bisogna, poi, lasciarsi ingannare dall’apparenza, ma si deve, piuttosto, andare alla sostanza che non è legata all’età: uno può essere giovane quanto si vuole e fare cose vecchie e banali.»
Nada, al contrario, scarnificandole al massimo, sul palco del Giacosa ha reso sorprendenti e misteriose anche cose “vecchie” che si credevano banali, come “Ma che freddo fa”, o folkloristiche, come “Maremma amara”. Per non parlare di quando, nelle sue canzoni, ha cantato di “amori disperati” o “donne piene di ombre” e “lune in piena”.

«Il mio carattere è solo apparentemente solare- ha confessato- la mia sensibilità è, invece, crepuscolare. Mi hanno sempre affascinato la solitudine ed il mistero, e, da piccola, mi chiudevo per trovarmi. In tutto quello che scrivo evoco sempre un rapporto magico con la natura, che è aspirazione ad un ritorno alla terra, all’aria e all’acqua, alle cose, cioè, di cui siamo fatti. Un ritorno all’anima buia, alla malanima, appunto.»
Nella canzone “L’elettricità”, contenuta in “Vamp”, canti che “tra un uomo e un cuore femmina non c’è più tic tac tic tac”, l’amore non è, dunque, “fortissimo” come cantavi qualche anno fa? «Sono passati dieci anni e adesso nell’aria c’è altro. Quando c’è, l’amore è sempre fortissimo, adesso, però, è più difficile che scocchi, perché siamo tutti presi da tanti stress e cose inutili della vita che ci allontanano e chiudono in un nostro mondo.» Qual’è la tua ricetta per difenderti da questi “stress”? «Io mi arrabatto, cercando di andare avanti per la mia strada ed essere il più possibile me stessa. Ho sempre combattuto per esserlo. Purtroppo, oggi è la cosa più difficile da raggiungere perché il mondo vuole che ti adatti a fare le cose che gli altri pensano siano giuste per te. C’è troppa gente che, come canto in una canzone, urla nelle orecchie “così forte che non posso più sentire il mio cuore”.»
ROBERTA RASCHELLA’: il “guitar hero” coi tacchi a spillo

Il “Guitar Day”, organizzato dall’associazione culturale “Arteintesta” di Aosta, ha festeggiato i 5 anni di vita con un’edizione altamente spettacolare che il 9 dicembre ha radunato sul palco del Teatro Giacosa alcuni dei migliori chitarristi italiani.
Ce n’è stato per tutti i gusti: dal blues del piemontese Luigi Tempera (con il trio acustico The Explorer Blues Band) al “fusion project” di Gianluca Mosole, passando per l’energia rock di Roberta Raschellà.
Proprio quest’ultima ha costituito la novità dell’edizione, evidenziando l’affermarsi delle “quote rose” in un campo nettamente dominato dai maschi. «Il “guitar hero” è stata la massima espressione di maschilismo, è ora che questa cosa cambi.- ha affermato, prima del concerto, la venticinquenne musicista piemontese- E sta cambiando, perché quando studiavo al C.P.M. di Milano e all’Accademia Lizard di Torino ero l’unica donna, adesso ho molte allieve.»
Anche il gruppo che l’ha accompagnata era tutto al femminile, formato com’era da Fiamma Cardani (batteria), Daniela Marelli (basso) e Alessia Castelli (chitarra ritmica).«La donna- ha continuato Roberta- sente meno l’esigenza di sfoggiare la tecnica e ha, invece, un approccio più istintivo e con più cuore. Anche se ce ne sono alcune, come Jennifer Batten, collaboratrice di Prince, che tecnicamente ci hanno messo del loro.» Sul palco il gruppo ha snocciolato brani originali di Roberta e cover di Joe Satriani e Andy Timmons, che con Jeff Beck è il suo modello («sono selvaggi, e io sono molto selvaggia»).
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