Il blog di Gaetano Lo Presti

GOCCE DI MEMORIA GIORNALISTICA

L’ORAGE va a tutta birra!

L’Orage va a tutta birra. Artisticamente, ma, anche, nel senso letterale del termine, visto che il 30 settembre, a partire dalle 22, animerà “A Tutta Birra!”, la prima festa della birra artigianale organizzata in Piazza Severino Caveri dal Birrificio 63. Accanto a fiumi di birra chiara Swing spillata dal mastro birraio, vi si potranno assaporare wurstel e crauti, taglieri di formaggi e salumi, bretzel, patatine e stinco.

«Nella birra ci sono troppe erre, preferisco gli stinchi… ma non di santo», puntualizza Alberto Visconti, trentenne cantautore di Pré-Saint-Didier noto per la erre moscia e la trascinante musica che fa con un supergruppo formato da Stefano Trieste (basso), Florian Bua (batteria), Ricky Murray (percussioni), Matteo Crestani (chitarre e oud) e i fratelli Remy (violino, organetto, ghironda) e Vincent Boniface (organetto, clarinetto e sax soprano). L’Orage è reduce dal successo ottenuto il 9 settembre al Teatro Romano di Aosta per il III Festival des Peuples MinoritairesNell’occasione hanno accompagnato Luigi Fosson, in arte Luis de Jaryot ed il gaitero galiziano Carlos Nunez.

Il primo, mitico cantautore valdostano, con loro ha scoperto, a sessantatré anni, un’insospettabile vena rock nella selvaggia versione de “La fête du village”. «E’ il mio antico sogno della Noëla Tradixon che si realizza.- ha detto Jyaryot- Reinventare, cioè, la tradizione, modernizzandola.» Quest’estate, poi, L’Orage ha scorazzato in lungo e in largo per le valli valdostane con un tour pieno di allegria e energia. «E’ stata, proprio, dall’esperienza dei balli a palchetto- continua Visconti- che è nata “Giugno”, la canzone che canteremo per la prima volta in pubblico alla festa della birra. E’ un pezzo popolare di seduzione che vorrebbe aiutare i ragazzi a corteggiare le ragazze.» La canzone sarà inclusa nel secondo cd che il gruppo sta attualmente registrando in uno studio torinese. Fitti, poi, i loro impegni live: da quello di sabato, alle 15, nel Parco del Castello di Aymavilles per la mostra mercato dei prodotti eno-agro-alimentari a Km0 al concerto dell’11 novembre a “La scighera”, locale di tendenza milanese.                                                                                                                                                            

29 settembre 2011 Pubblicato da | Musica valdostana | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Brutta bestia l’INVIDIA

Invidia viene da in-videre, che, in latino, significa non vedere 
l’altro. O vederlo di “mal-occhio”, fino a volerne la sparizione. Non a caso Dante, per la legge del contrappasso, nella “Divina Commedia” colloca gli invidiosi in Purgatorio con le palpebre cucite con fil di ferro. Li descrive, inoltre, appoggiati uno sull’altro e, a causa del loro livore, confusi con il grigio delle rocce. L’invidia è una “carie dell’anima” che divora chi lo nutre come le fiamme che avvolgono la donna anziana con cui Giotto ha raffigurato questo vizio capitale nella Cappella degli Scrovegni. E’ un sentimento sadomasochistico, che soffre e fa soffrire, come il serpente che, nell’affresco patavino, esce dalla bocca della donna per ritorcersi contro i suoi occhi.

L’invidia è nata e morirà con gli uomini, ma  in questi anni, caratterizzati da feroce competitività e, quindi, insofferenza verso i propri limiti, da vizio capitale è diventata una diffusissima passione sociale. Una passione triste, come recitava il sottotitolo della conferenza che la sera del 17 settembre è stata organizzata, dall’Ordine degli Psicologi della Valle d’Aosta, in un salone regionale strapieno. A parlarne è stato il monaco Luciano Manicardi, Vice Priore della Comunità di Bose. «L’invidia- ha detto- nasce da un senso di mancanza ed inferiorità che provoca frustrazione e aggressività verso l’invidiato. Nasce in un contesto di prossimità ed è una passione livellatrice, perché non sopporta che l’altro emerga. Per dirla con Cartesio: l’invidioso tutto può perdonare all’altro tranne che ci sia e sia quel che sia. D’altra parte è anche un vizio che si deve mascherare, perché il confessarlo sarebbe un’ammissione d’inferiorità.»

L’invidia, in realtà, non era inclusa negli originari otto vizi capitali (gola, lussuria, avarizia, ira, tristezza, accidia, vanagloria e superbia) descritti dall’eremita Evagrio Pontico e dal suo discepolo Giovanni Cassiano. Fu Gregorio Magno ad introdurla, nel quinto secolo dopo Cristo, nei sette vizi capitali che sarebbero all’origine di tutti mali. Una modifica in corso d’opera alla quale non è, probabilmente, estranea l’eguaglianza tra tutti gli uomini professata dalla Chiesa, che, dimostrandosi alla prova dei fatti utopica, è fonte inesauribile d’invidia. «Una possibile soluzione- ha concluso Manicardi- può venire dalla trasformazione dell’impulso invidioso, imparando a desiderare il possibile e ad accettare i propri limiti. In questo modo si attenua la tendenza a sentirsi sminuiti o, addirittura, minacciati dal confronto con gli altri. Ma, come recita un proverbio, il miglior scudo contro l’invidia è la virtù: si deve, infatti, cercare di ristabilire la capacità, che l’invidia mina, di amare ed essere riconoscenti. Anche perché, come sosteneva Goethe, contro una grande superiorità dell’altro non c’è mezzo di difesa che l’amore.»                                       

28 settembre 2011 Pubblicato da | Medicina, Società | , , , , , , , , | 1 commento

ROMANO MUSSOLINI: con papà Benito, al violino, suonavamo “La vedova allegra”

«Ho iniziato ad ascoltare jazz fin dalla culla. A 5 anni sapevo già riconoscere Armstrong ed Ellington. Era 1932, e in Italia il jazz era una musica d’elite, ma nella mia famiglia, grazie ai dischi comprati da mio fratello Vittorio e mia sorella Edda, si ascoltava continuamente ed era considerata una musica d’arte». Alla faccia dei dettami autarchici dell’Italia fascista, si potrebbe aggiungere. Ma questi piccoli fans della “musica degenerata” afro-americana potevano questo e altro, visto che erano figli di Benito Amilcare Andrea Mussolini, il Duce che tra il 1925 e il 1945 in Italia fece il bello e il cattivo tempo. A raccontarmi, infatti, questi ed altri aneddoti, nell’agosto 1996, fu Romano Mussolini, ultimogenito del celeberrimo Benito (e padre della focosa Alessandra) , ma, soprattutto, uno dei più sensibili pianisti italiani di jazz.

FISCHIA LA SCARPAMio padre amava la musica classica, la lirica in particolare, ed era amico di cantanti famosi.- continuò- Suonava il violino e gli piaceva che lo accompagnassi ne “La vedova allegra” di cui possedeva lo spartito originale regalatogli dall’autore, Franz Lehar. Io, essendo autodidatta, non leggevo la musica, per cui, affinché la imparassi, me la doveva suonare prima col violino, e questo lo faceva arrabbiare un poco. In famiglia è stato sempre molto affettuoso, ma sapeva essere severo, e, a volte, addirittura intemperante. Mi raccontava che una volta, quando faceva il critico teatrale, si era tanto arrabbiato con una compagnia molto scarsa che aveva tirato una scarpa sul palcoscenico. Solo che non gliela avevano ridata, per cui era dovuto tornare a casa con una scarpa sola». 

PIPPA NERA- Partito dalla scena jazzistica romana, Mussolini (nato a Forlì il 26 settembre 1927) aveva saputo farsi apprezzare anche all’estero con un pianismo che guardava soprattutto a Oscar Peterson. Lo testimoniavano le numerose tournée in tutto il mondo, Stati Uniti compresi. «Iniziai a suonare il pianoforte nel ‘43 e me ne innamorai pazzamente. Ho suonato moltissimo fino ai primi anni ‘60, cioè fino a quando ho avuto il pianoforte a casa. Stando ogni giorno 6-7 ore al piano, ho immagazzinato una certa tecnica e una dose di cliché per improvvisare. Adesso non ho neanche il piano a casa, per cui mi tengo in allenamento suonando nei concerti. I miei maestri sono i grandi pianisti che cercavo di imitare ascoltando i dischi: da Fats Waller a Errol Garner. Il mio idolo rimane però Oscar Peterson. Quando lo sentii a Milano nel ‘52 ebbi uno shock. Adesso di bravi ce ne sono moltissimi, da Kenny Barron a Tommy Flanagan. Ma ci sono pianisti incredibili anche in Italia come Pozza, Moroni, Faraò…». Il cognome l’ha aiutata? «Non posso negare che mi abbia aiutato per la curiosità che suscitava. Se, però, non avessi avuto delle qualità sarei stato stroncato immediatamente: perché nel jazz nessuno suona con una “pippa nera”, come in gergo viene indicato uno scarso».

CURIOSO DI TUTTO- Il jazz rappresentava, comunque, solo una parte dei suoi interessi. «Sono un neo-illuminista,un curioso di tutto: mi interessa lo sport, ma anche sapere con chi esce adesso Claudia Schiffer. I miei interessi maggiori sono la lettura, la pittura, il cinema ed il teatro. Avevo la mania del teatro comico. I miei idoli erano i De Filippo, Totò, Alberto Sordi e Walter Chiari». Naturalmente timido, sul palco si trasformava in divertente istrione. Fu così anche il 31 agosto 1996, in occasione dell’ “Aosta Classic Jazz Festival” presentato in Piazza Chanoux, ad Aosta, dal chitarrista Lino Patruno. Con Mussolini suonarono “The jazz stars of Italy”, vale a dire Gianni Basso (sax tenore), Cicci Santucci (tromba), Gianni Sanjust (clarinetto), Carlo Loffredo (contrabbasso), Osvaldo Mazzei (batteria) e Manuela Florio (voce). «Abbiamo fatto del mainstream (la via stilistica maestra del jazz: n.d.r.).- mi spiegò- E’ stata un’occasione per stare con gli amici. Ma glielo ho detto: questa è l’ultima volta che suono in questo tipo di situazioni. Adesso voglio togliermi qualche soddisfazione con un quartetto mio, con questa giovanissima cantante, la Florio, che ammiro moltissimo.» Romano Mussolini è morto a Roma il 3 febbraio 2006.                                                                                                                                                                                                

26 settembre 2011 Pubblicato da | Jazz | , , , , , , , | Lascia un commento

Grazie a PEPI MORGIA finalmente c’è in cielo “un regista come Dio comanda”

Quando, nel 2009, lo conobbi, di lui mi colpi il contrasto tra un aplomb aristocratico e la disponibilità curiosa verso l’altro. Non a caso il suo amico Fabrizio De Andrè lo chiamava “principe anarco-monarchico” ed il suo nome completo era Gian Luigi Maria Morgia dei conti di Francavilla. Questo, però, lo seppi dopo. Quel 23 ottobre 2009 per me era “solo” Pepi Morgia, regista del tour “De André canta De André” che quella sera Cristiano De Andrè avrebbe portato al Palais Saint-Vincent.

In attesa di intervistare Cristiano, rimasi colpito da uno staff composto da persone che avevano a lungo lavorato col padre: da Bruno Sconocchia, che ne era stato il manager, a Giovanni “Riccio” Colucci, suo storico fonico. Ma, soprattutto, da Pepi Morgia, light designer, regista, scenografo, autore di eventi di fama mondiale, che, mi raccontò, aveva lavorato con Rudolf Nurejev, David Bowie, Genesis, Elton John e per Pavarotti & Friends. «A Saint-Vincent ho lavorato a lungo.-mi disse- Per la Rai ho fatto il regista di programmi come “Le Grolle d’oro” e “Il disco per l’estate”

Il discorso cadde, inevitabilmente, sul suo amico Fabrizio De Andrè, che aveva seguito, come regista, in tutti i suoi spettacoli. A cominciare da quel 18 marzo 1975 in cui aveva esordito in pubblico alla “Bussola” di Viareggio. «A convincerlo ad esordire dal vivo era stato un bell’assegnone.- aveva confidato- Quella sera Fabrizio era letteralmente terrorizzato, per cui si aiutò alzando un po’ il gomito, anche se poi, rotto il ghiaccio non voleva più smettere. Quando si esibiva in pubblico era molto timido per cui si “tirava su” e si creava uno schermo con gli occhiali da sole. Prima che collaboratore ero suo amico, per cui parlavamo a lungo sulle idee per le scenografie che all’inizio erano abbastanza inusuali per i concerti di un cantautoreUna particolarmente riuscita è stata quella del penultimo tour, caratterizzata da un castello di carte di tarocchi genovesi. Fabrizio era un grande giocatore e l’idea mi nacque una volta che gli vidi costruire un castello di carte.»

Le sue scenografie erano talmente piaciute che lo avevano chiamato anche altri amici: da Ornella Vanoni a Gino Paoli, da Claudio Baglioni a Paolo Conte. Nel gennaio 2010, poi, me l’ero ritrovato tra le quinte del Palais Saint-Vincent in quanto regista dell‘anteprima dello spettacolo “Baccini canta Tenco”. In quell’occasione aveva, tra l’altro, voluto che ad aprire il concerto fosse la cantautrice valdostana Naif Herin. «L’ho scoperta nel 2009 quando è stata una delle vincitrici del festival “Musicultura” di cui curo la regia.- mi aveva spiegato- Mi piace perché è originale, ha grinta e una bella presenza. Per cui cerco di coinvolgerla ogni volta che posso.»

Una generosità discreta che ha contraddistinto tutta la vita di Pepi Morgia. Lo ha sottolineata anche Don Andrea Gallo nell’omelia che, il 20 settembre, ha caratterizzato il funerale del regista che se n’era andato la mattina prima, ad appena 61 anni, per problemi al fegato. La cerimonia, svoltasi nella chiesa della Santissima Trinità e San Benedetto di Genova, ha coinvolto, in un clima festoso, tantissimi amici (tra i quali Dori Ghezzi, Francesco Baccini, Alberto Fortis, Vittorio De Scalzi, Irene Fargo e Andy dei Bluvertigo). «Ha diretto grandi spettacoli, ma nessuno sapeva che fosse lui a dirigere i fili- ha detto il celebre “prete di strada” – perché lo faceva per puro amore, verso l’arte e verso gli altriSono sicuro che dopo aver chiarito qualcosina col Padreterno, Dio lo assumerà come regista delle sue luci. Ricordiamocelo quando vedremo un tramonto particolarmente bello, o un’alba con i suoi meravigliosi colori. Diremo che finalmente in cielo c’è un regista come Dio comanda.»            

 

21 settembre 2011 Pubblicato da | Musica, Teatro | , , , , , , , | Lascia un commento

Ad Aosta si brinda all’apertura di VINERITA con Barbera e il blues

Il CICAP, Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale, è un’associazione fondata nel 1989 da Piero Angela, Margherita Hack, Rita Levi Montalcini e Carlo Rubbia per sbugiardare ciarlatani d’ogni tipo e combattere superstizione e creduloneria. Una tessera ad honorem dovrebbe andare all’aostana Rita Vacchina che alle 17 di sabato 17 settembre ha inaugurato la sua vineria “VineRita” in Via Trottechien 17. «Non sono assolutamente superstiziosa.- ha ammesso- Anche perché 7 più 1 fa 8 che è un numero magico in quanto simbolo dell’infinito.»

Accanto ad un ricco buffet preso d’assalto da centinaia di persone, nei 110 metri quadri di un’ex falegnameria completamente ristrutturata c’è stato spazio per un’altra grande passione della Vacchina: la musica. «Amo più il rock, ma mi piace anche il jazz e il blues.- confessa- La musica si abbina bene col vino per cui, in collaborazione col mio amico Beppe Barbera, stiamo preparando un calendario di concerti che si alternerà a presentazioni di libri, e, naturalmente, degustazioni di vino.» Barbera, pianista aostano che, per via del cognome, col vino è indissolubilmente legato, all’inaugurazione ha suonato standards jazz con un inedito BiB trio formato col figlio Lorenzo (batteria) e Daniele Iacomini (basso). Alternandosi con i Nandha Blues Band formati da Max Arrigo (chitarra), Paolo Barbero (basso) e Giuliano Danieli (batteria). Un genere ed un gruppo anche loro in tema con numerologia e superstizione. «Il blues- ha spiegato Arrigo- è sempre stato legato a riti magici fatti per scacciare realtà oscure. E il trio richiama anch’esso elementi magici come la triade o il triangolo.»                                                                                                                                                   

18 settembre 2011 Pubblicato da | Musica | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

ARTE (25) I volti dell’amore di FLAVIO CAROLI

Non è facile parlare, scrivere o cantare d’amore. Ancor più difficile dipingerlo, perché, rispetto alle altre arti, la pittura non può contare sulla “dimensione tempo” che permette di sviluppare un racconto. Nella sola immagine a disposizione, i pittori si sono sempre dovuto giocare tutto. Ecco perché, per colpire l’attenzione, sono spesso ricorsi all’Eros. Ma in due millenni di Storia dell’Arte occidentale l’amore è stato, via via, anche sacro, familiare, scherzoso, ecc.

Il 13 settembre questi suoi vari “volti” dono stati illustrati, in un salone del Palazzo Regionale di Aosta strapieno, dal professor Flavio Caroli. Seguendo lo sviluppo del suo libro “Il volto dell’amore”, il sessantaseienne studioso emiliano è passato dall’eros godurioso delle pitture di Pompei al tormento che il senso del peccato fece calare sull’arte cattolica. Finchè Leonardo da Vinci portò nella pittura “la peste” della psicologia. Uno dei primi e massimo esempi di questa “contaminazione” è stato il Doppio ritratto dipinto nel 1502 da Giorgione, con l’innamorato in primo piano che poggia la testa reclinata sulla mano destra, mentre con la sinistra regge un melangolo, cioè un’arancia selvatica dal sapore acre, che simboleggiava il temperamento dolce-amaro del melanconico.

Nello stesso periodo la pittura recuperò un clima neopagano, con un senso dell’eros che si rifaceva al mondo antico e che, spesso, si affiancò al suo aspetto più casto e angelicato. A questo proposito è paradigmatico “Amore sacro, amor profano” di Tiziano Vecellio, o, in modo ancor più eclatante, l’erotismo sacro dell’ “Estasi di Santa Teresa”, scultura di Gian Lorenzo Bernini che è considerata la prima raffigurazione di un orgasmo della storia dell’Arte.

Un posto d’onore nella trattazione di Caroli ha avuto, naturalmente,L’Origine du monde di Gustave Courbet il cui realismo erotico ha tutt’oggi il potere di scioccare (nel 2009 alcune copie di un libro che lo aveva in copertina sono state sequestrate dalla polizia portoghese perchè reputate “pubblica pornografia”). Non è, forse, un caso che tra il 1955 e l’81 la tela sia appartenuta allo psicanalista Jacques Lacan (che la mostrava solo ad alcuni ospiti, tenendola, per il resto, coperta con una sua versione surrealista, dipinta dal fratellastro Andrè Masson, inserita in una cornice a doppio fondo). Eros e Thanathos, che, secondo Freud, ci muovono, dopo gli studi dello psicanalista austriaco hanno, infatti, indirizzato il cammino dell’Arte. In un senso giocoso (come, per esempio, nel “Carnivale di Arlecchino” di Mirò) o tragico (come nell’inestricabile intreccio tra amore e morte della “Giuditta” di Klimt  o di “Study of George Dyer” Francis Bacon). «Ognuno di noi- ha concluso Caroli- ha dei buchi nell’anima e nella psiche, che, talvolta, qualcun altro giunge a chiudere grazie all’amore. Il suo destino dipende dalla felicità che ciascuno dei due saprà trarre da queste dinamiche.»                                                                                                                                                       

17 settembre 2011 Pubblicato da | Arte | , , , , , , | Lascia un commento

Ad Aosta i TAZENDA cantano le minoranze e i “disamparados”

L’inaugurazione della terza edizione del “Festival des peuples minoritaires”, organizzato dall’assessorato all’Istruzione e Cultura della Valle d’Aosta, è stata dedicata alla Sardegna. A rappresentarla, l’8 settembre, sono stati il coro Su Nugoresu e i Tazenda, che, sul palco del Teatro Romano di Aosta, sono stati affiancati dalla cantautrice valdostana Maura Susanna. Fu giusto vent’anni fa, nel 1991, che i Tazenda (il nome è preso da un pianeta protagonista di un romanzo di fantascienza di Isaac Asimov) si imposero all’attenzione nazionale grazie alla folgorante partecipazione, in coppia con Pierangelo Bertoli, al Festival di Sanremo con “Spunta la luna dal monte”. Il titolo originale in sardo, “Disamparados (abbandonati)”, ribadiva l’interesse per i perdenti e le minoranze che li ha contraddistinti.

«E’ un piccolo insegnamento che ci ha lasciato Fabrizio De Andrè», ha spiegato prima del concerto Gino Marielli, chitarrista e compositore del gruppo. Nel 1992, infatti, il cantautore genovese collaborò col gruppo per scrivere “Pitzinnos in sa gherra” e cantare “Etta abba chelu”. «La cosa più bella che mi è rimasta di lui è che era molto timido ed insicuro.- ha continuato Marielli- Aveva una umanità molto intensa e non faceva niente per nascondere le sue debolezze, il che non guastava in un mondo, come l’attuale, in cui tutti vogliono apparire forti e decisi

L’attenzione per “i piccoli che cercano di rappresentarsi” ha, in passato, portato i Tazenda ad avere stretti rapporti, non solo musicali, con la Valle, dove si sono esibiti più volte. «C’è stato un periodo in cui il sardismo era in stretti rapporti con altri movimenti autonomisti locali. Al punto che un anno, per simpatica provocazione, abbiamo votato l’Union Valdôtaine. Adesso siamo disillusi, il che non significa che non siamo attenti alle cose, ma, piuttosto, che non siamo più i paladini di chissà che cosa, e, per onestà intellettuale, stiamo attenti a non aderire in un modo militante a movimenti o idee politiche che col tempo si possono dimostrare fallaci.» Con l’apporto di un quartetto strumentale, sul palco del Giacosa, oltre a Marielli, c’erano il tastierista Gigi Camedda ed il cantante Beppe Dettori che nel 2006 ha sostituito la voce storica Andrea Parodi, morto per un tumore. La sua figura continua, comunque, ad aleggiare nei concerti dei Tazenda grazie alla tecnologia. «Ogni anno ci inventiamo qualcosa per ricordarlo al pubblico.- ha raccontato Marielli- Due anni fa lo si potè ascoltare in voce e lo scorso anno vedere in video. Quest’anno, invece, canteremo la sua “Astrolicamus”.» Uno dei momenti più intensi del concerto aostano è stato la riproposta di “Procurad’e moderare”, l’inno della rivolta del 1796 contro i piemontesi scritto dall’avvocato Ignazio Mannu di Ozieri. «Ogni volta lo contestualizziamo dedicandolo ai lavoratori in difficoltà del posto in cui cantiamo.- aveva spiegato Marielli- Faremo così anche ad Aosta.»      

16 settembre 2011 Pubblicato da | Musiche del mondo | , , , , , , , , , , | 2 commenti

Con Carlos Nuñez la Galizia profuma d’intesa. Anche ad Aosta.

Nelle foto ufficiali il quarantenne musicista galiziano Carlos Nuñez, che è stata la star del concerto che si è tenuto la sera del 9 settembre al Teatro Romano di Aosta, compare spesso con in mano la gaita e, sullo sfondo, il mare. Non a caso, perché la tipica cornamusa gallega è lo strumento che ha fatto conoscere lui e la Galizia nel mondo, mentre l’Atlantico è la via di comunicazione attraverso la quale la musica del mondo è arrivata in Galizia. «Grazie a viaggi spesso pericolosi- ha raccontato prima del concerto- la musica ha viaggiato dall’Irlanda al Nord Africa, spingendosi, addirittura, in Sud America. E tutto ciò, si è, naturalmente, riflesso sulla nostra musica tradizionale. Senza contare il famoso cammino di Santiago de Compostela con cui sono arrivate da noi influenze da tutta Europa

Il concerto di Nuñez era inserito in una giornata del “Festival des peuples minoritaires” dedicata a questa piccole enclave celtica nel nord-ovest della Spagna. «La Valle d’Aosta è per l’Italia quello che la Galizia è per la Spagna.- ha continuato- Come voi siete stati a lungo il capolinea dell’Italia, così i Romani ci chiamavano “finis terrae”, perché era il punto più ad ovest verso cui si erano spinti, oltre il quale c’era l’oceano

Forte di più di un milione di cd venduti e di collaborazioni eccellenti che vanno da Ryuichi Sakamoto a Madonna, Nuñez ha suonato dappertutto. Valle compresa. «Ho scoperto la musica celtica quando a 12 anni andai, in Bretagna, al festival di Lorient. Da quel momento ho contribuito a far ritrovare al mio paese il suo spirito celtico. Perché la musica celtica è una piattaforma che, al di là della lingua, aiuta i paesi, anche quelli non celtici, a ritrovare le proprie tradizioni. Mi piace cercare identità simili alla mia in altri paesi, e in Valle mi sento a casa, perché c’è un mondo di storie e leggende che si riflette in una musica che ricrea la magia e il mistero che sono alla base dello spirito della musica celtica.»

Ad Aosta Nuñez, accompagnato da un quartetto che annoverava alla batteria il fratello Xurxo Núñez, ha fatto un viaggio musicale che, seguendo idealmente il cammino di Santiago, si è snodato tra musiche celtiche e medievali e qualcuna delle tante colonne sonore interpretate: da “L’isola del tesoro” (con cui iniziò la collaborazione con gli irlandesi “Chieftains”) a “L’ultimo Samurai”. Ha anche trovato il tempo per chiamare sul palco i connazionali della Banda de Gaitas Xarabal e alcuni ospiti del “Nord dell’Italia”: dalla famiglia del liutaio Michele Sangineto ai valdostani Luis de Jyaryot, Maura Susanna ed Alberto Visconti con cui ha cantato “Raggle taggle gypsy”. Conclusione con il pubblico in delirio ed una scatenata “Rupert’s Mambo”.                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

13 settembre 2011 Pubblicato da | Musiche del mondo | , , , , , , , , , , , | 1 commento

Al Teatro Romano i KYMERA festeggiano la Valle d’Aosta e il loro primo anniversario

Il 4 settembre, sul palco del Teatro Romano di Aosta, Simone Giglio e Davide Dugros hanno festeggiato l’anno più straordinario della loro carriera artistica. Martedì 7 settembre 2010, infatti, i Kymera avevano iniziato, su Rai2, la loro avventura a X Factor 4. Una puntata che resta memorabile per il giudizio espresso dall’ “esperto” Cristiano Malgioglio che, dopo che avevano cantato “Frozen” di Madonna con qualche problema di intonazione, li “freddò” sentenziando: “per me sono senza talento, valgono meno di zero”. Passarono, invece, il turno, e, così, per altre 11 settimane, arenandosi solo alle soglie della finalissima del 23 novembre.

Dopo X Factor hanno pubblicato l’EP “Atlantide”, rieditato il cd “Argento e Nuvole” e girato l’Italia facendo concerti. Ad Aosta, in occasione di un miniconcerto per la Festa della Valle d’Aosta, hanno mostrato quanto queste esperienze abbiano portato ad una maturazione sia musicale che teatrale. Non hanno, quindi, avuto alcuna difficoltà a entusiasmare una platea di un migliaio di spettatori in cui spiccavano “kymerici” provenienti da tutta Italia. La scaletta, iniziata con la morriconiana “C’era una volta il West”, è proseguita con le loro “Planetarium” ed “Eden” per concludersi con le interpretazioni di cover di “Who wants to live forever” e “The phantom of the Opera” .

Oltre al talento, quale può essere stata la ricetta che vi ha permesso di uscire dalla Valle? «C’è stato un pizzico di fortuna e la determinazione nel seguire chiari obiettivi», ha risposto Davide. Può essere stato utile un “padrino” musicale come Enrico Ruggeri? «Indubbiamente, perché con la sua esperienza può dare utili consigli. Il rischio, però, è di esserne schiacciati, per cui i “padrini” vanno presi con le giuste dosi ed adattati alla propria identità artistica.» Quali sono i vostri programmi futuri? «Siamo in fase di scrittura e registrazione di nuovi inediti per un cd che sarà pubblicato l’anno prossimo e si svilupperà intorno al progetto “Utopia”, rivisitato con nuove collaborazioni e contaminazioni.»                                           

11 settembre 2011 Pubblicato da | Musica, Musica valdostana | , , , , , , , | 1 commento

Un concerto “tra rabbia e stelle” di ROBERTO VECCHIONI per la Festa della Valle d’Aosta

La sesta Festa della Valle d’Aosta è culminata la sera del 7 settembre con il concerto, ad Aosta, dei Nomadi e di Roberto Vecchioni. In una gremitissima Piazza Chanoux si sono, così, ritrovati sullo stesso palco due artisti le cui strade, nelle più che quarantennali carriere, si sono spesso incrociate. Una volta, nel 2006, addirittura sul palco del Festival di Sanremo, dove Vecchioni duettò col gruppo emiliano in “Dove si va”.

«Il rapporto umano coi Nomadi risale a molti anni fa.- ha spiegato, prima del concerto, il sessantottenne cantautore lombardo- Abbiamo a lungo parlato di politica e vita, costruendo, con Guccini e Lolli, un concetto di canzone italiana che, andando oltre la normalità e il potere, fosse diverso da quello preesistente

Sul palco di Sanremo Vecchioni è tornato in gara quest’anno, centrando una clamorosa vittoria con “Chiamami ancora amore”, un grido di speranza perché finisca la “maledetta notte nera” voluta dai “signori del dolore”. «L’ho composta partendo dalla frase “add’a passà a nuttata” di Eduardo De Filippo.- ha confessato- La speranza è un rimedio alla disperazione, anche se, a volte, la disperazione va oltre la speranza. Però, alla fine, a vincere deve essere quest’ultima.» Speranza che Vecchioni ha incarnato soprattutto nei giovani, quei “piccoli comici spaventati guerrieri”, come recita il 

titolo di una sua canzone, che continuano ad avere “un piccolo fiore dentro che c’è da chiedersi com’è nato”. «Li calpestano tutti. – ha continuato- Ed è stato anche per vendicare questa canzone, mai conosciuta nè capita, che sono andato a Sanremo. In modo da riportare l’attenzione della gente, e in particolare dei giovani, su tanti pensieri e canzoni passati inosservati. Ero stufo che la banalità trionfasse nonostante i miei sforzi di uscire da mediocrità e falsità. Come estremo tentativo ho deciso di prendere in mano il mio destino, come avevo fatto quando avevo avuto seri problemi di salute

C’è riuscito con la forza di una interpretazione che ha esaltato la sua capacità di aprirsi senza pudori sul palco, perché, come canta in una celebre canzone, «quello che conta è non aver mai paura di essere ridicoli». «Quando canto canzoni che mi prendono fortemente non riesco mai ad essere meditativo e razionale e lascio trasparire tutti i sentimenti. Non mi preoccupo assolutamente di eventuali critiche, perché è così che si devono cantare le mie canzoni.»

Lo ha dimostrato anche ad Aosta con un concerto ad alto potenziale emotivo, condotto “tra rabbia e stelle” con l’ottima band composta da Lucio Fabbri (chitarre, violino e mandolino), Massimo Germini (chitarre), Eros Cristiani (pianoforte e fisarmonica), Stefano Cisotto (tastiere), Antonio Petruzzelli (basso) e Roberto Gualdi (batteria). «Conosco bene la Valle- ha confessato- ho vissuto a lungo e avuto casa a Saint-Vincent perché mio padre aveva una passione esagerata per il gioco. “L’uomo che si gioca il cielo a dadi” è dedicata a lui e a Saint Vincent.» Ad un aostano è dedicata anche “Tommy”, una canzone del 1991. «Era un mio amico- ha ricordato-e il giorno che decise di tirare “una corda al cielo, per,poi, metterla al collo” mi telefonò. Io mi precipitai ad Aosta per cercare di fermarlo, ma c’era tanta neve ed arrivai troppo tardi.»  

8 settembre 2011 Pubblicato da | Cantautori | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

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