Il blog di Gaetano Lo Presti

GOCCE DI MEMORIA GIORNALISTICA

Il “planétaire gipsy crossover” dei BALKAN BEAT BOX travolge il pubblico di Etétrad 2011

Il 26 agosto, a Fénis, è stata una bella lotta tra l’uragano che si era scatenato fuori dal tendone di Tsantì de Bouva in cui si svolgeva la seconda serata di “Etétrad”, e la devastante energia sviluppata all’interno dai Balkan Beat Box. Alla fine ha vinto il gruppo con un set quanto mai coinvolgente che, spazzate vie le sedie, ha visto il parquet tremare per le danze di centinaia di ragazzi posseduti dal loro planétaire gipsy crossover” che fonde musiche tradizionali mediterranee e balcaniche con ritmi hip hop e dancehall.

Il gruppo si è formato, a metà dello scorso decennio, a New York dall’incontro di due israeliani: il clarinettista e sassofonista Ori Kaplan ed il batterista Tamir Muskat. A loro, nel dicembre 2006, si è unito il cantante e percussionista Tomer Yosef. Un mix di esperienze che ha trascinato al successo i 4 cd finora pubblicati ed infiammato ii concerti dati in tutto il mondo. Il perché lo si è facilmente capito anche a Tsantì de Bouva, dove il trio era accompagnato da una band formata da Itamar Ziegler (basso), Ron Bunker (chitarra) e Peter Hess (sassofono e clarinetto).                                                                                         

31 agosto 2011 Pubblicato da | Musiche del mondo | , , , , , , , , | Lascia un commento

Le indimenticabili “creature” musicali di CARLO ALBERTO ROSSI

E vanno leggere e vanno. Si rincorrono,  salgono, scendono, per il ciel”. I versi di “Le mille molle blù”, motivo indissolubilmente legato alla voce di Mina, rendono bene l’impalpabile bellezza delle indimenticabili canzoni scritte da Carlo Alberto Rossi (nato a Rimini il 30 agosto 1921 e morto il 12 aprile 2010).  

“Amore baciami”, ”Quando vien la sera”, ”Na voce, ’na chitarra (e ‘o poco ‘e luna)”, ”Nun è peccato”, ”E se domani”, ”Se tu non fossi qui” sono solo le più famose tra le “creature”, come lui le definiva, che “senza più i piedi per terra” sono andate in giro per il mondo facendo di Rossi uno degli autori italiani di maggior successo. Basta scorrere, infatti, l’elenco dei suoi interpreti per imbattersi, tra gli altri, in Bing Crosby, Tom Jones, Nat King Cole, Pat Boone, Sara Vaughan, Julio Iglesias, Johnny Mathis, Ray Conniff, Frank Pourcel e, naturalmente, Mina.

Ne ebbe, quindi, di cose da raccontare (e da far ascoltare) nell’agosto 1998 quando lo incontrai negli studi dalla sede valdostana della RAI dove stava registrando un programma a lui dedicato condotto da Maria Luisa Di Loreto. Un’emozionante “amarcord” (d’altronde Fellini fu suo compagno di scuola, ed inserì il pastificio Rossi nella ricostruzione della piazza di “Amarcord”) nel corso del quale fece, per esempio, risentire il primo provino di “Le mille bolle blù”, cantato nel 1960 dalla “tigre di Cremona” con l’accompagnamento del pianoforte di Enzo Ceragioli. O il nastro che documentava la nascita di “E se domani”, composta di getto fischiettando all’organo e pensando alla donna amata, Marisa Terzi (che divenne nel 1977 la sua seconda moglie), partita alla volta di Parma.

Due esempi, tra l’altro, di canzoni diventate famosissime nonostante non avessero avuto soverchia fortuna al “Festival di Sanremo”: «Come compositore ne ho fatti ventuno- mi raccontò- collezionando anche diverse cocenti eliminazioni. Ormai quando arrivavo lasciavo la valigia al deposito bagagli della stazione di Sanremo. Tanto sapevo che sarei ripartito subito. Probabilmente disorientavo le giurie con la mia ricerca di originalità: non ci sono due canzoni mie che siano simili». Il marchio di fabbrica delle sue composizioni è, infatti, stato quello di essere inconfondibili ed uniche per ricerca armonica e melodica. Lo hanno riconosciuto suoi colleghi eccellenti come Ennio Morricone («I temi preziosi di Carlo Alberto li individuavo sempre come simbolo di buon gusto, personalità, professionalità, musicalità»)  e Armando TrovajoliNon c’è una sola sua canzone che non avrei voluto firmare. E non sono pochi coloro che, suonando le canzoni di Rossi, hanno imparato l’armonia».)                                             

30 agosto 2011 Pubblicato da | Musica | , , , , , , , , | Lascia un commento

I ponti musicali con altre culture di RAY LEMA

Il sessantacinquenne polistrumentista congolese Raymond Lema A’nsi Nzinga, meglio conosciuto come Ray Lema, è di casa nel mondo. A partire dal 1982, quando, con la pubblicazione dell’album d’esordio “Koteja”, è diventato un protagonista della World Music. Nel cd si potevano ascoltare gli echi delle variegate esperienze che hanno visto Lema farsi una preparazione classica in un seminario cattolico per, poi, suonare nei nightclub di Kinshasha ed occuparsi delle musiche per il National Ballet dello Zaire che gli permisero di approfondire la conoscenza dell’enorme patrimonio di musiche tradizionali, ritmi e danze del suo paese. Arrivò, così, il contratto con la Island’s Mango Label e le collaborazioni con “The Rhythmatist” dell’ex “Police” Stewart Copeland, ma, anche, col pianista tedesco Joachim Kuhn, con gruppi vocali bulgari e con la band marocchina Tyour Gnaoua.

La sua capacità di stabilire ponti musicali con altre culture musicali, muovendosi al di fuori del blocco culturale anglo-americano, lo ha portato anche in Brasile dove fu folgorato dalla scoperta di musicisti che suonavano la stessa musica di una particolare regione del Congo. Ne è nata una collaborazione con il cantautore Chico César che nel 2008 li ha visti esibirsi al Giacosa di Aosta. Lo spettacolo fu organizzato dai “Tamtando”, la stessa associazione che ha chiamato Ray Lema ad insegnare alla diciottesima edizione dei corsi “Cluster”, che, dal 20 a 28 agosto, si sono tenuti al Convitto Regionale di Aosta. In questo periodo Lema si è esibito al Jardin de l’Ange di Courmayeur, il 25 agosto, in un concerto di piano solo, e il pomeriggio del 28 agosto a Tsantì de Bouva, per il saggio finale con un centinaio di partecipanti ai corsi Cluster inserito nella quindicesima edizione di “Etétrad”, il festival della “Musique traditionelle du Monde en Vallée d’Aoste”.   

29 agosto 2011 Pubblicato da | Musiche del mondo | , , , , , , , | Lascia un commento

CESARIA EVORA: canto che la vita è un’eterna storia d’amore. Anche se per me, probabilmente, non è stato così.

Nemmeno il discutibile cantautore cubano Paolo Montanez, che aprì il concerto, ed i capricci del service d’amplificazione bastarono a rovinare il concerto che il 7 maggio 2001 la cantante capoverdiana Cesaria Evora (nata il 27 agosto 1941 e morta il 17 dicembre 2011) tenne ad Aosta. Quando, intorno alle 22 e 20, “Cize”, com’è familiarmente chiamata, salì finalmente sul palco del Giacosa, per la “Saison Culturelle“, bastarono poche note perché anche il pubblico aostano si abbandonasse «a l’ombre du regard chagriné et de la tendresse» del suo canto.

Come dai primi anni ‘90 succede un po’ in tutto il mondo. Da quando, cioè, lasciato l’arcipelago che si trova sull’Atlantico a 600 kilometri dalle coste del Senegal, Miss Perfumado si è trasferita in Francia, divenendo l’ambasciatrice della «morna», una languorosa miscela di fado, bossa nova e sapori afrocubani.«La Morna- mi spiegò in un dolce dialetto creolo- è una delle forme della musica tradizionale di Capo Verde. Serve ad esprimere tutto quello che sentiamo. Parla d’amore, ma anche di emigrazione e dei problemi di tutti i giorni, in pratica di tutto quello che succede a Capo Verde.» Grande protagonista di questa musica è la “sodade”, che nell’isola di São Vicente- dove Cesaria vive- è talmente di casa che le hanno addirittura intitolato un albergo. «Sodade- precisò- è qualcosa di simile alla saudade brasiliana, ed esprime la nostalgia che proviamo quando qualcosa o qualcuno ci manca.» Un sentimento che lei ha provato spesso: come quando, a 7 anni, il padre, violinista, morì. O durante le lunghe giornate passate ad assistere la vecchia madre non vedente. O, ancora, quando le sue storie d’amore sono finite, lasciandole un gran senso di vuoto e due figli.

In una tua canzone canti “la nostra vita è un’eterna storia d’amore”, lo pensi veramente? «Può esserlo. Ma per me, probabilmente, non lo è stato.» Ecco, forse, perché ha passato tanto tempo dietro i banconi dei bar di Mindelo, dove, tra un bicchiere di rhum ed una tirata di tabacco, ammaliava gli avventori con le sue tenere storie musicali. «Mindelo era un porto molto importante perché le grandi navi venivano lì a fare il pieno d’acqua e di carbone prima di avventurarsi sulle rotte atlantiche. Per cui per anni ho cantato per molta gente interessante di varia provenienza.» Il suo repertorio era fatto di morne appassionate come « Miss Perfumado » e « Bia », composte dallo zio Francis Xavier da Cruz (noto come B.Leza, un gioco di parole su beleza), o gaie « coladere » come « Angola » e « Compade Ciznone ». Brani che costituirono i pezzi forti anche del concerto aostano, nel quale Cesaria fu accompagnata da una folta e brava orchestra cubana, nella quale si distinse particolarmente il sassofonista Antonio Domingo Gomes Fernandes se le orecchie ed il cuore sono per Cesaria- confessò una spettatrice- gli occhi e gli ormoni sono per Domingo »). Neanche le pericolosa asperità del palco del Giacosa, poi, impedì alla cantante di presentarsi, come al solito, scalza, caratteristica che le è valsa il soprannome di diva aux pieds nus”. «Cammino a piedi nudi fin da quando sono nata.- precisò- Ma quando non sono a Capo Verde indosso i sandali perché i pavimenti ed il terreno sono troppo freddi.»

27 agosto 2011 Pubblicato da | DONNE, Musiche del mondo | , , , , , , , | Lascia un commento

PIETRUCCIO MONTALBETTI presenta “Sognando la California. Scalando il Kilimangiaro” al Gressoney Walser Festival

Il dik dik è un’antilope africana che si caratterizza per il naso mobile che le permette di fiutare il cibo a distanza ed i grandi salti
che compie quando corre. Caratteristiche che hanno distinto anche l’omonimo gruppo pop italiano che tra il 1965 e la metà del decennio successivo è stato uno dei protagonisti della scena musicale italiana grazie anche al “fiuto” nello scegliere cover epocali come “Senza luce” e “Sognando la California”. “Sognando la California. Scalando il Kilimangiaro” è anche il titolo del libro che il loro storico chitarrista Pietruccio Montalbetti ha presentato la sera del 24 agosto in Piazza Umberto I per il Gressoney Walser Festival.

Anima irrequieta, l’artista milanese ha da qualche anno affiancato alla musica la passione per le avventure di viaggio. I “grandi salti” del dik dik lo hanno spinto ad attraversare in solitaria la foresta amazzonica, spingersi sulle Ande e l’Himalaya, visitare l’India. Ha cominciato anche a scalare, e nel gennaio di quest’anno ha raggiunto i 5895 metri del Kilimangiaro. «Il mio libro- ha detto Montalbetti- racconta questa avventura, ma nel cassetto ne ho pronti altri otto che ne raccontano altre che anticipo con alcune foto.» Al suo prossimo “folle progetto”, scalare l’Aconcagua, non è estranea Gressoney Saint-Jean. «Da 5-6 anni- ha aggiunto, infatti- ho una casa in affitto in questo posto che trovo delizioso. Siccome quella africana è una montagna un pò più ostica, mi sto facendo consigliare da alcuni montanari della zona.»

La serata si è articolata come un recital in cui Montalbetti ha parlato del libro, ma, anche, del suo passato musicale, che ha rinfrescato cantando alcuni successi accompagnato da un gruppo acustico. Il ricordo più vivo e partecipato è stata, indubbiamente, la sua amicizia con Lucio Battisti. «L’ho conosciuto nel novembre 1965 nella sala di registrazione dove stavamo facendo il nostro primo provino. – ha raccontato- L’ho reincontrato il 24 dicembre e, visto che era solo, l’ho invitato alla cena di Natale a casa mia. Si è, così, creato un sodalizio tra me, mia mamma e mio fratello Cesare, che a lungo è stato il suo fotografo ufficiale.Gli volevo così bene che quando mi faceva sentire le prime canzoni, e mi chiedeva: A Pietrù te piacciono?, dicevo sempre che erano belle anche son era vero. Come la prima, “Se rimani con me”, che fu il retro del nostro primo 45 giri. Poi è arrivato Mogol che è riuscito a tirare fuori il meglio da lui, che ha creato un mondo musicale meraviglioso senza mai copiare niente e nessuno.» Lo dice con affetto e l’entusiasmo di chi dopo quasi mezzo secolo di attività è ancora innamorato della musica. «Rimane sempre la cosa più importante per me.- ha confermato- Queste avventure non mi danno ispirazione, ma mi permettono di vivere in modo più tranquillo e sereno.»   

25 agosto 2011 Pubblicato da | Libri, Musica | , , , , , | 4 commenti

Bruno GAMBAROTTA: Con VERDI volavano le passioni e non, come adesso, le passere

La rassegna Aimez-vous Liszt?” si è concusa il 21 agosto con il recital “Viva V.E.R.D.I.” all’Auditorium di Aymavilles. Un’apparente incongruenza che si attenua conoscendo le numerose trascrizioni per piano di opere verdiane fatte dal virtuoso ungherese. Trascrizioni verdiane, ma di altri autori, sono state anche quelle eseguite nell’occasione dal trio formato da Giuseppe Nova (flauto), Rino Vernizzi (fagotto) e Giorgio Costa (pianoforte).

A legare le esecuzioni è stato, poi, un narratore d’eccezione, Bruno Gambarotta. «Bisogna tenere conto che all’epoca di Verdi non c’era la riproducibilità della musica- ha spiegato, prima del concerto, il settantaquattrenne uomo di cultura astigiano- per cui per riascoltare le opere fiorivano queste trascrizioni, per piano o formazioni da camera, da suonare nei salotti. Io racconterò un pò di cose legate alle musiche che il trio eseguirà, evitando di parlare tanto per non far sanguinare le orecchie degli spettatori.» E’ stato un modo vezzoso per minimizzare le sue doti di intrattenitore, rivelatesi nel 1987 col “Fantastico” di Celentano e confermate in una miriade di programmi televisivi e radiofonici, ma, anche, come giornalista, scrittore e autore e attore di cabaret. «Come diceva Gramsci, l’opera lirica è l’unica vera forma d’arte nazionalpopolare italiana.- ha continuato- Nell’Ottocento era popolare come adesso il calcio o le fiction televisive, con gli stessi fenomeni di divismo. E i teatri erano come gli attuali stadi: non vi si spegneva mai la luce e nei palchi, che venivano venduti, si faceva di tutto incuranti dello spettacolo.»

In quel mondo fatuo primeggiava un Verdi operosissimo, “terragno e positivo”, che con la musica espresse meglio di chiunque altro le passioni del suo tempo. A cominciare da quelle politiche che lo videro amico di Mazzini e fautore del’indipendenza italiana. «Verdi fu a Roma durante l’epopea della Repubblica Romana, in seguito alla quale scrisse un’opera apertamente risorgimentale come “La battaglia di Legnano”. Ma richiami alla libertà e alla lotta sono presenti in molte sue opere, solo che spesso sono criptici per evitare i tagli della censura. Il pubblico, comunque, li coglieva egualmente Uomo del destino anche per via del nome, che, dietro l’innocuo “Viva Verdi”, celava l’acrostico rivoluzionario di “Viva V[ittorio] E[manuele] R[e] D’I[talia]”, nel 1861 il compositore fu eletto al primo Parlamento italiano. «Si presentò dietro le insistenze di Cavour.- ha svelato Gambarotta- Lo storico Gianni Oliva mi ha raccontato di questo incontro alle 7 di mattina a Palazzo Carignano, quando Verdi, nell’anticamera di Cavour, incrociò Alessandro Manzoni che era stato convocato per lo stesso motivo. Altri tempi, adesso negli uffici dei politici ci sono musicisti come Apicella e più che di passioni si parla di passere. Sia Verdi che Manzoni diventarono, poi, senatori, non, però, per meriti culturali ma perchè pagavano più di 500 lire di tasse all’anno. Se anche oggi l’elezione fosse legata al reddito dichiarato si potrebbe trasformare in un cospicuo gettito per il Fisco o in un bel modo per ridurre il numero dei parlamentari.»  

23 agosto 2011 Pubblicato da | Musica Classica | , , , , , , | 1 commento

I “paesaggi sinestesici” del fabbricante di suoni ALVA NOTO

Figlia dell’attuale società tecnologica, la Musica elettronica è nata con grandi speranze per le possibilità di “controllare- come scriveva un pioniere come John Cage- l’intero spettro armonico, rendendo i suoni disponibili in qualsiasi frequenza, ampiezza e durata”. A lungo, però, tali promesse si sono rivelate inversamente proporzionali alle emozioni che dava. In particolare nei concerti, dove era penalizzante la macchinosità con la quale le apparecchiature rispondevano agli input dell’esecutore. Problemi che oggi sembrano superati grazie a software capaci di “massimizzare la possibilità dell’imprevisto”, programmando in tempo reale i suoni prodotti. Ancora più decisivo è stato, poi, l’avvento di una generazione di musicisti-informatici che, muovendosi nella linea di confine tra arte e scienza, sanno sfruttare con fantasia ed estro creativo le possibilità dei computer.

Uno dei più bravi è sicuramente il tedesco Carsten Nicolai, conosciuto con lo pseudonimo di Alva Noto, che il 9 maggio 2010 si è esibito alla Cittadella dei Giovani di Aosta nell’ambito della rassegna “Finito/Infinito” curata da Paola Corti e Riccardo Mantelli. Nato nel 1965, si è imposto all’attenzione mondiale a partire dalla fine degli anni Novanta, soprattutto quando ha “de-estremizzato” il suono, rendendolo più fruibile grazie ad elementi ritmici sempre più evidenti. Sono, così, arrivate le collaborazioni con Björk e, soprattutto, Ryuichi Sakamoto ed è stato chiamato a disegnare una “dream machine” per l’I-Phone. «In pratica sono un autodidatta.- mi ha confessato prima del concerto aostano- La mia educazione musicale è basata principalmente sulla frequentazione dei negozi di musica underground. Solo più tardi ho scoperto il valore di autori come Cage e Stokhausen. Naturalmente mi ha colpito anche la scuola elettronica dei Kraftwerk e dei Tangerine Dream. In Germania abbiamo una speciale attrazione per la tecnologia ed i suoi scopi artistici, per cui anch’io ho sviluppato uno spiccato interesse in questo campo

Il pubblico della Cittadella si è ritrovato questo “fabbricante di suoni”, come ama definirsi, che, armato di un computer portatile e di un controller, ha modellato i suoni diffusi da un impianto audio “avvolgente” e le immagini proiettate su uno schermo alle spalle, cercando di coinvolgere i sensi degli spettatori nei suoi “paesaggi sinestetici”. «Sono un architetto paesaggista- mi aveva spiegato- e mi hanno insegnato a ridisegnare completamente il design dei paesaggi coordinando il lavoro di vari specialisti E’ un lavoro che presuppone che uno abbia ben presente un disegno più generale. Mi è stato molto utile nella mia attuale attività, dove, comunque, non c’è bisogno che la parte visuale a quella musicale vadano di pari passo

Ad Aosta Alva Noto ha presentato “Unitxr”, una performance in cui l’ossessivo beat ha reso commestibile l’intreccio tra musica industriale e glitch (“glitch” è una parola inglese che indica l’impulso errato) fatta di impulsi sonori e visivi che, modificati grazie ad interferenze sul codice sorgente dei files, acquistano anima e poesia. «Le categorie mi spaventano e non sono rinteressato a farne parte.- aveva precisato- La musica glitch è una categoria della musica inglese di qualche anno fa. Amo la musica che induce quello stato di forte emozione momentanea che penso tutti abbiano provato almeno una volta. Sarebbe bello, però, che non si limiti ad un attimo, ma, perdurando a lungo, possa trasformarsi in un impulso positivo per il proprio futuro.Credo che sia una delle virtù dei suoni.» Non pensi che, in fondo, la musica Glitch esprima al meglio le anomalie e gli errori della società moderna? «Penso che nella società ci sia sempre un “glitch” perché la vita ha bisogno anche di errori, l’evoluzione, in fondo, è legata ad essi.»

21 agosto 2011 Pubblicato da | Musica | , , , , , , , , , , | 1 commento

MUSICA NUDA: solo due persone, così tanta musica

La migliore definizione dei “Musica Nuda” l’ha data il loro amico Al Jarreau: “only two people, so much music”. I due in questione sono la cantante Petra Magoni ed il contrabbassista Ferruccio Spinetti che il 18 luglio si sono esibiti alla Sport Haus di Gressoney Saint Jean per il Walser Festival. Dal 2003 con questo insolito abbinamento interpretano un repertorio fatto di cover d’autore delle più belle canzoni del nostro tempo e qualche originals, forti della convinzione che spogliando la musica dal superfluo si trova l’arte. «Facciamo una musica minimalista che lascia spazio all’immaginazione dell’ascoltatore.- ha confidato Spinetti- Amo musicisti, come Charlie Haden, che usano poche note e i silenzi. Ed è il silenzio, così importante per la nostra musica, che mi affascina in Val d’Aosta.»

Lui c’è venuto a suonare più volte anche con gli Avion Travel, di cui ha fatto parte per tre lustri, vincendopure un Festival di Sanremo. «Nel gruppo ho sperimentato cosa sia il gioco di squadra. Vale sia se si è in sei che in due, per cui, non a caso, abbiamo intitolato il nostro ultimo cd “Complici”.» “Complici” è anche il titolo della canzone di Carlo Marrale e Bruno Lauzi che è uno degli undici inediti del cd (completato da tre cover). Come lo è “Bach Aire” firmata da Bach-Jarreau. «Due anni fa abbiamo aperto i concerti di Jarreau in Germania.- ha raccontato la Magoni- Un giorno, durante un soundcheck, ci sentì improvvisare sull’Aria sulla quarta corda di Bach e ci disse che anni prima aveva scritto un testo mai utilizzato. Da allora è nata una grande amicizia e spesso mi ha invitato sul palco per fare duetti.» Esperienza che avrebbe fatto tremare chiunque. Non Petra, la cui mirabolante abilità tecnica è pari all’eclettismo. Ha cantato dance, pop, jazz (è tra l’altro, la moglie del pianista Stefano Bollani), musica sacra e lirica (recente l’interpretazione della Regina della Notte in una versione multietnica de “Il flauto magico” con l’Orchestra di Piazza Vittorio).

«In Musica Nuda – ha confessato- posso permettermi di fare tutte le cose che mi piacciono e possono sembrare schizofreniche fra loro. Ma il nostro sound essenziale fa sì che un pezzo dei Beatles ed un’aria di Monteverdi non siano, poi, così distanti.» I precedenti tre album erano, infatti, zeppi di cover che affiancavano spericolatamente Händel e “Tuca tuca”, Brel e “Non ho l’età”. «Interpretiamo i brani che ci emozionano già come ascoltatori. E’ stato così anche per “Complici” che è frutto dell’esigenza di fare un cd di canzoni originali.» Alla fine che tipo di musica viene fuori? «Non lo sappiamo neanche noi.- ha risposto Spinetti- Ci chiamano ai festival jazz come pure alle feste di piazza. Noi pensiamo a fare musica, le etichette le mettono poi i discografici e i giornalisti.» L’intensa attività concertistica e i due figli non permettono a Petra di dedicarsi all’alpinismo, che, coi cavalli, è la sua grande passione. «Sono appassionata di roccia. Ho fatto tante ferrate e mi allenavo nelle palestre di roccia e nelle falesie facendo free climbing. Ho sempre frequentato le Dolomiti e la Valtellina perché è la valle d’origine della famiglia di mio papà, ma, prima o poi, ho intenzione di farmi un giro in Val d’Aosta.»                                                                                                                                                                                                                                                                                 

 

19 agosto 2011 Pubblicato da | Musica | , , , , , | 1 commento

A STRADE DEL CINEMA un film di Emile COHL rivive con la musica di Enrico RAVA e Dave DOUGLAS

Nella sua ultracinquantennale carriera il trombettista Enrico Rava ha suonato più volte in Valle. Nel 2005 e nel 2008 addirittura nello stesso Teatro Romano che lo ha ospitato il 12 agosto per l’evento conclusivo della rassegna “Strade del Cinema”. Lo ricorda, però, vagamente. «Suono così tanto e da così tanti anni- si è giustificato- che ormai confondo i luoghi e le facce

E’ comprensibile, visto che a settantadue anni, grazie anche ad una frenetica attività all’estero, è uno dei jazzisti italiani più noti a livello mondiale. Per farsi un’idea della sua carriera può servire dare un’occhiata al libro “Incontri con musicisti straordinari. La storia del mio jazz”, pubblicato quest’anno, in cui racconta incontri e collaborazioni: da Chet Baker a Miles Davis, da Steve Lacy a Gato Barbieri. Con quest’ultimo nel 1962 ha registrato la colonna sonora del film “Una bella grinta” di Giuliano Montaldo. E’ stato il primo contatto professionale con la musica da cinema che si è riproposto ad Aosta con la musicazione di 16 corti di Emile Cohl, pioniere dell’animazione che tra il 1908 ed il 1910 realizzò per Lèon Gaumont una vasta produzione di corti, prima interamente animati e poi in tecnica mista, facendo interagire riprese dal vero e immagini disegnate a mano.

  Era con Rava la sua “tribe” formata da Gianluca Petrella (trombone), Giovanni Guidi (piano), Gabriele Evangelista (contrabbasso) e Fabrizio Sferra (batteria).«Faremo un continuum musicale, non limitandoci alla musicazione dei singoli corti.- aveva spiegato Rava- Non ho composto musiche specifiche, ma suoneremo la nostra musica, perché, a meno che uno non faccia una musica descrittiva, il rapporto con l’immagine non nasce in partenza ma è lo spettatore che lo trova facendosi i suoi “sync”. Mi è successo di comporre musica da film seguendo richieste particolari e dettagliate, per, poi, al momento del montaggio vedermela sbattere in scene completamente diverse dove andava bene lo stesso.» Come mai, nonostante il primo film sonoro, nel 1927, si intitolasse “The Jazz singer”, il jazz è sempre stato pocopresente nelle colonne sonore? «Perché ha certe caratteristiche che si adattano a film molto particolari. Negli anni Cinquanta e Sessanta ce n’era abbastanza in certi film inglesi e, soprattutto, francesi. Ma si sa, ai francesi piace essere snob, e all’epoca utilizzare musicisti come Miles, Blakey e Monk lo era abbastanza. E, comunque, ha funzionato meravigliosamente. In Italia in quel periodo c’erano Trovajoli, Umiliani e Piccioni con una musica vagamente parajazzistica

Lei è torinese e Torino è stata un po’ la culla italiana sia del jazz che del cinema, ha una spiegazione? «Non saprei, l’unica cosa certa è che se li sono portati via. Come altre cose nate a Torino: la Rai, l’arte povera di Pistoletto e Merz, la banca San Paolo, lo stesso fatto di essere stata la capitale d’Italia. Torino ha questa incredibile capacità di farsi scippare tutte le cose importanti che fa.»

Ospite d’eccezione del gruppo è stato il trombettista americano Dave Douglas, con cui Rava ha recentemente fatto una tournèe in Europa. «Dave è uno dei miei musicisti preferiti, ed anche uno dei più creativi in circolazione.-ha commentato Rava- Tecnicamente è molto avanti, e lo dice uno, come me, che è ipotecnico ma ha una grande ammirazione per gli ipertecnici, anche se, poi, in linea di massima, non mi commuovono. Però oggi che nessuno sa fare o fa male il proprio lavoro, vedere della gente che è brava a fare una cosa, che suoni la tromba o tiri su un muro, mi lascia muto d’ammirazione.»                                                                                                                       

13 agosto 2011 Pubblicato da | Cinema, Jazz | , , , , , , , , , | Lascia un commento

NAIF HERIN bissa il successo al concorso di STRADE DEL CINEMA

Le “Strade del Cinema” sono infinite. E tornano spesso a incrociarsi. E’ avvenuto ancor più facilmente nell’edizione 2011 dell’omonimo festival internazionale del cinema muto musicato dal vivo, che per il Concorso Giovani Musicisti Europei ha richiamato, a musicare dei “corti” di Charlot, alcuni dei vincitori delle precedenti edizioni. Tra questi Naïf Hérin, vincitrice dell’edizione 2003, che si è esibita al Teatro Romano il 10 agosto.

«La mia carriera ha preso il la da quella vittoria.- ha confessato la cantautrice valdostana- Per cui, quando quest’anno “Strade del cinema” mi ha contattato, ho pensato di riproporre la formazione che aveva vinto nel 2003, richiamando Federico Marchetti che dal 2005 non avevo più visto né sentito. Lui ha accettato subito e quando abbiamo ripreso a suonare sembrava ci fossimo lasciati solo qualche giorno prima.» Con Christine (voce, basso e synth) e Federico “Sssnakie” Marchetti (flauto e chitarra classica) c’era, naturalmente, Simone “Momo” Riva (batteria).

Era lo stesso trio che il 7 agosto 2003 aveva conquistato la giuria di esperti di “Strade del Cinema” per l’originalità e la raffinatezza del suo commento sonoro al film “Love Nest” di Buster Keaton. Il 10 agosto i tre si sono, invece, cimentati con “The Masquerader” e “The New Janitor” di Charlie Chaplin.«Abbiamo cercato di conferire loro un’aspetto più ampio rispetto al corto comico, dando qualche suggerimento in più con la musica.- ha spiegato Naïf- Anche se l’istinto e la strumentazione sono rimasti gli stessi, rispetto ad otto anni fa c’è adesso una presa di coscienza diversa legata all’esperienza accumulata che da più sicurezza e voglia di mettersi in gioco Il risultato è stato eccellente, soprattutto in “The Masquerader”, che col suo ritmo incalzante ha messo in risalto il senso del racconto e l’ironia del gruppo esaltato dal multistrumentismo di Naif e Marchetti. L’happy end tipico dei corti di Chaplin, per Naif ha avuto un’appendice il giorno dopo quando ha saputo di aver vinto il concorso. Con un finale al fotoinish ha, infatti, bissato il successo nel 2003, prevalendo di stretta misura sul chitarrista Federico Ferrandina ed il belga Louis Louis.                                                                                                                                   

12 agosto 2011 Pubblicato da | Cinema, Musica | , , , , , , , , , , | 3 commenti

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