Due che si sono conosciuti in un campo di concentramento non possono che apprezzare, più di chiunque altro, valori come amicizia e libertà. Se, poi, i due in questione sono un poeta come Yannis Ritsos e un musicista come Mikis Theodorakis (che il 29 luglio compie 86 anni) quando, com’è successo, questi valori li hanno cantati, lo hanno fatto come nessuno mai.
I due artisti greci si conobbero, infatti, durante la guerra civile greca (che si protrasse tra il 1946 e 1949), quando furono rinchiusi, come “ribelli”, nel famigerato campo di concentramento sull’isola di Macrònissos. Esperienza terribile, che, purtroppo, si ripetè (questa volta separatamente) dopo il colpo di stato dei colonnelli del 1967.Theodorakis, dopo pochi mesi passati in clandestinità, venne condotto nel carcere di Avèroff e, poi, di Korìdallos, mattatoi di molti suoi compagni di lotta, come Andreas Lentakis. La notorietà internazionale, acquisita nel 1964 con la colonna sonora di “Zorba il Greco”, gli risparmiò la vita: venne confinato agli arresti domiciliari, sottoposto a intimidazioni che coinvolsero la famiglia e la sua musica proibita. Una campagna di pressione internazionale ne reclamò la liberazione, che, però, arrivò solo nel 1970, dopo un altro periodo di carcere a Oropòs e ripetuti ricoveri in ospedali per i continui scioperi della fame ad oltranza.
Ritsos, prigioniero nel carcere-lager dell’isola di Leros, continuò a scrivere, più o meno clandestinamente, sfruttando un’abilità grafica, da amanuense bizantino, che gli permetteva di concentrare lunghi testi in poche righe. In questo modo scrisse anche alcune delle “18 canzonette per la patria amara” nelle quali il popolo greco immediatamente si riconobbe. Soprattutto dopo che Theodorakis le musicò e pubblicò, nel 1973, in un disco interpretato dal cantante Yorgos Dalaras. Si trattò di un vero e proprio “nuovo battesimo”, come recita l’omonima poesia, per ”parole povere battezzate nella tristezza e nel pianto che mettono ali e volano come uccelli e gorgheggiano. E quella parola nascosta, la parola libertà invece di ali mette fuori spade e fende i venti”.
Non è, quindi, un caso che la più famosa di quelle canzoni, “Popolo”, sia stata intonata durante le recenti manifestazioni popolari di protesta contro le misure di austerità varate dal governo greco per far fronte alla crisi economica. “Piccolo popolo, che combatte senza spade né pallottole per il pane di tutto il mondo, la luce e il canto: sotto la lingua trattiene i lamenti e gli evviva, ma come si mette a cantarli si fendono le pietre”.
Si è conclusa la sera del 24 luglio, nella Piazza d’Armi del Forte di Bard, la tournèe estiva del cantautore Cesare Cremonini. E’ stato un ritorno in Valle dopo il concerto del 17 settembre 2010 all’Hotel Billia di Saint-Vincent. «Quello è stato solo un assaggio- ha precisato, prima dell’esibizione, il trentunenne musicista bolognese- questo, invece, è lo spettacolo completo.» In comune i due concerti hanno avuto l’ouverture strumentale sulle note della quale si è disposta sul palco la band composta da Nicola “Ballo” Balestri (basso), Andrea Morelli e Alessandro De Crescenzo (chitarre), Michele Mecco Guidi (Hammond), Nicola Peruch (tastiere), Elio Rivagli (batteria), Vanessa Vaccari e Roberta Montanari (cori). “Cercando Camilla”, questo il titolo del brano, è il seme di un’inclinazione strumentale che sta dando frutti copiosi, visto che Cremonini sta componendo le colonne sonore di un film di Edoardo Gabriellini e di una commedia di Alessandro D’Alatri.
Non credi sia un’evoluzione inevitabile per uno con il tuo dono melodico? «Anche Jovanotti mi dice che ho il pregio di comporre melodie tutte diverse e tutte riconoscibilissime.- ha ammesso Cesare- Credo che derivi dal fatto che per anni ho studiato il pianoforte romantico in cui la sinistra lavora sulle frequenze basse e le emozioni della pancia mentre la destra canta. Nello stesso tempo ho ascoltato moltissimo Freddy Mercury che era un re della melodia perché era in grado di cantarne di straordinarie.»
Tra le influenze di Cremonini ci sono anche i Beatles e Bob Dylan («è fondamentale per me»), di cui a Bard ha cantato “She belongs to me”, (introducendola con l’outing «da quest’estate ho cominciato a pensare che si possa amare una donna per tutta la vita» che ha provocato uncoro di gridolini tra le fans).
Modelli rielaborati con personalità grazie ad un talento superiore ed una curiosità onnivora che si riflette nel continuo bisogno di rinnovarsi che spesso si è scontrato con la cecità dei discografici. «Tutte le volte che negli ultimi 10 anni è uscito un singolo mi hanno detto che non avrebbe avuto successo.- ha confessato- Invece gli ultimi 15 singoli usciti sono stati tutti teste di serie. Non posso venire incontro alle esigenze populiste dei discografici. Voglio arrivare al pubblico senza ripetermi, banalizzarmi e autocensurarmi. E per far questo penso sarò costretto ad alzare il tiro.»
Non è estraneo a questo discorso il passaggio, dopo 10 anni, dalla Warner Music all’Universal, e il suo crearsi vie di fuga in altri campi. A cominciare dal cinema: l’11 novembre uscirà, infatti, “Il cuore grande della ragazze” di Pupi Avati, di cui Cesare è protagonista con Micaela Ramazzotti.
La musica rimane, comunque, in cima ai suoi interessi, anche se più che mai croce e delizia. «Mi sento in crisi artistica dal primo disco solista.- ha confessato- Ma questo non sentirmi mai veramente sicuro mi ha portato a lavorare tantissimo coi risultati che tutti possono apprezzare. L’unico momento di grandi conferme è quando la canzone nasce.» Questa tua insicurezza si riflette nel rapporto problematico col cibo che anche a Bard hai cantato in “Marmellata#25” e “La ricetta”? «C‘è sicuramente qualcosa dietro, così come ci sono due o tre canzoni in cui parlo delle sigarette. Come tanti ragazzini che non hanno l’indipendenza economica, quando ero piccolino sognavo di fare il cantante anche per potermi permettere l’agognato piacere di mangiare al ristorante. Adesso che ho avuto la fortuna di potere assaggiare la cucina italiana in tutte le sue forme, il cibo è diventato importante per la mia felicità per cui è entrato nelle mie canzoni. Non è casuale che il tour si concluda in Valle d’Aosta perché penso ci sarà modo di festeggiare mangiando e bevendo molto bene.»
Ci sarà pure un motivo se nel gennaio di quest’anno un sondaggio del sito “Rockol” ha eletto Elio e le Storie Tese miglior artista italiano del decennio 2001-2010. I motivi, in realtà, sono più di uno: il beffardo sarcasmo dei loro testi, la coinvolgente presenza scenica del leader ma, anche e soprattutto, una grande sostanza musicale. «Quelli che ci ascoltano- ha spiegato il bassista Nicola “Faso” Fasani- si dividono in un gruppetto di persone superficiali per i quali siamo quelli che fanno ridere e quelli che, invece, hanno capito che siamo una band al 100%. Uno dei nostri modelli, Frank Zappa, diceva che per far passare la musica evoluta bisogna infarcirla di parolacce ed argomenti assurdi, in modo che la gente non se ne accorga e l’ascolti. E’ un po’ quello che facciamo noi.»
Se ne è avuta un’ulteriore dimostrazione la sera del 23 luglio, in occasione del concerto che Elio e le Storie Tese hanno tenuto al Teatro Romano per “Aosta Classica”. Già il vederli in pittoresche vesti, con Elio travestito da marajà e Mangoni da Zeus che scagliava saette, ha fatto ingoiare al pubblico una lunga introduzione strumentale e la complicatissima “Pagano” con tanto di citazione di “Jesus Christ Superstar” («l’avevano già cantata in questo teatro duemila anni fa. In latino, però», ha chiosato Elio). Con Faso e la corista di lusso Paola Folli, sul palco c’erano il chitarrista Davide “Cesareo” Civaschi, il batterista Christian Meyer, i tastieristi Sergio Conforti alias “Rocco Tanica” e Antonello “Jantoman” Aguzzi e, naturalmente, il cantante e flautista Stefano Belisari in arte Elio.
A contendere a quest’ultimo il ruolo di protagonista è stato, come al solito, Mangoni, il membro non ufficiale del gruppo, che, come Elio ha più volte sottolineato, è reduce dal successo alle ultime elezioni comunali di Milano, dove ha ottenuto 1068 voti presentandosi nella lista “Federazione della Sinistra” come “Luca Mangoni detto Supergiovane“. «Le spiegazioni- aveva spiegato prima del concerto Faso- possono essere due: la gente l’ha votato perché nei nostri spettacoli fa ridere o perché è un architetto che da anni si confronta con competenza col mondo dell’edilizia di Milano. A mancare in Italia non sono le persone eleganti e di bello aspetto, ma quelle serie e competenti che sappiano fare il proprio lavoro.» Una situazione, questa, che da trent’anni permette al gruppo di far ridere mettendo in risalto gli aspetti tristemente comici del nostro paese. Con vette di notorietà come “La terra dei cachi”, presentata al Festival di Sanremo del 1996, e la recente partecipazione alla trasmissione “Parla con me”, dove, con caustiche parodie di celebri motivi, hanno fotografato l’attuale teatrino politico. Passando dai problemi del nucleare (“sai che il nucleare è una stronzata atomica… vaffanculo al plutonio… stoccatelo tu”, sulle note dei Beatles) alle elezioni comunali (“Ballo ballottaggio da capogiro”, sulle note della Carrà). Gli effetti più esilaranti li hanno, naturalmente, raggiunti con Berlusconi e canzoni come “Ruby Baby”, “Regime di cuori”, “Orgia on my mind” e la celebre “Bunga bunga/Waka Waka” (“Bunga bunga con Lele. Bunga bunga con Fede. Se non stai attento vai in galera per colpa dell’Africa”). «Siamo finiti sul “New York Times”- racconta Faso- e un giornale tedesco ci ha intervistati incuriosito da questi musicisti di mezza età che fanno canzoni ispirate a quella specie di cabaret legalizzato che è la scena politica italiana, che, ormai, fornisce così tanti argomenti che non ti devi neanche sforzare troppo di inventare cose.»
“Bunga Bunga” (inserita in un medley ballereccio con Mangoni con la maschera di Berlusconi) si è ascoltata anche ad Aosta insieme a cavalli di battaglia come “Il vitello dai piedi di balsa”(«ispirato ad una storia vera successa nei boschi di quella montagna lì di fronte, che non mi ricordo come si chiama ma è quella lì»), “El pube”, “Servi della gleba” (dove la frase originale “mi è entrata una bruschetta nell’occhio” è diventata “mi è entrata una statuetta del Duomo in bocca”),“Born to be Abramo” e “Parco Sempione” (dedicata agli speculatori edilizi). Al termine di quasi due ore di spettacolo sorprendenti (anche perchè Elio voleva finirla lì dopo la prima canzone, preferendo la qualità alla quantità) Il coro di “forza Panino!” (citazione del finale di “Tapparella”) del pubblico, ha introdotto i bis con una spettacolare versione di “Il Rock and Roll”, in cui il re Mangoni viene sodomizzato e preso a calci da Elio, il leader della «più grande rock band italiana», e, naturalmente, la conclusiva “Tapparella”.
In una carriera, come quella del cantante catanese Mario Biondi, che procede nel segno dell’eccezionalità, pure il compleanno finisce per adeguarsi. Anche perché i quarant’anni, compiuti lo scorso 28 gennaio, sono una tappa da ricordare. «Lo festeggerò per tutto il 2011 con le mie 40 candeline personali sul palco», ha confessato, scherzando, Biondi. Si riferiva ai 40 musicisti della Big Band che lo accompagnano nel tour estivo che il 22 luglio ha fatto tappa al Teatro Romano per “Aosta Classica («E’ una location fantastica. -ha detto durante il concerto- E non lo penso solo io, basta vedere cosa hanno iniziato a costruire qui a fianco i “giovani” (riferendosi ai Romani)»).
In tempi precari il potersi permettere di andare giro con un tale organico, è un ulteriore segno del successo che premia una carriera ventennale, condotta nel segno del soul-jazz e decollata nel 2004 con l’hit europeo “This is What You Are”. «Più che di successo è segno di pazzia.- ha puntualizzato prima del concerto- E’, soprattutto, il realizzarsi di un sogno coltivato fin da bambino, quando sentivo le Big Band nei dischi di mio padre. Sul palco ci sarà un pò tutta la mia vita artistica perché tra le sue fila ci sono alcuni “Mario Bros”, il gruppo con cui cantavo negli anni novanta, e alcuni “High Five”, con cui ho registrato il Cd “Handful of soul” che nel 2006 mi ha portato al successo.»
Di sogni Biondi ne ha concretizzato anche altri, collaborando, per esempio, con alcuni suoi idoli. A cominciare da Burt Bacharach, col quale si è esibito più volte e che gli ha scritto la canzone “Something that was beautiful”. «Durante un soundcheck- ha raccontato- mi ha detto che devo andare a lavorare con lui negli Stati Uniti, perché, secondo lui, non esiste una voce come la mia in tutto il continente americano.» Una voce talmente caratteristica da essere stata oggetto di imitazioni televisive e richiestissima per doppiare i cartoni animati della Disney (dagli “Aristogatti” a “Rio”). Guai, però, a paragonarla, come spesso succede, a quella di Barry White. «Che palle l’etichetta di Barry White italiano!- ha obiettato- Sono cresciuto ascoltando in maniera smodata altri cantanti. Al Jarreau, per esempio, con cui ho recentemente stretto amicizia. Anzi, posso preannunciare che a fine anno ci saranno delle belle novità con lui. Sono convinto che si impari molto dalle collaborazioni. Ancor più quando, avvenendo in territori lontani dalla musica che uno ama, servono a mettersi in discussione. Perché nella musica non ci deve essere nessun tipo di “razzismo”.»
Qualche anno fa avevi detto che il Soul si addice ai siciliani perché sono “i neri italiani”. Sei ancora di quel parere? «Non sono più così categorico. Certo è che, nel bene o nel male, i siciliani hanno rappresentato molto l’italianit all’estero. In particolare sono tanti i crooner di origine siciliana, a cominciare dal più grande di tutti: Frank Sinatra. Ultimamente Quincy Jones, mostrandomi il suo anello al mignolo, mi ha detto: is sicilian like you. Glielo aveva regalato Frank nel periodo di “L.A. is my Lady”.» Ad Aosta i momenti migliori di una scaletta aperta da “Serenity” sono stati le cover di “Close to you” (con la bionda Samantha Iorio) e “My Girl”, la parentesi brasiliana con “Bom de doer (bello da far male)” scritta da Nelson Motta e cantata con il fratello Stevie ed i fuochi di artificio finali con “Just the way you are”, “This is What You Are” e “No Trouble”. «Abbiamo dovuto tagliare molto per rimanere nelle due ore», ha detto al termine un Biondi stanco ma felice. Tra le canzoni escluse “I know it’s over”, adattamento inglese di “E se domani” di Mina. E’ un segno della tua ricerca di una via italiana alla musica soul? «Malgrado la mia carriera sia proiettata all’estero, non dimentico le mie radici. Anche perché in Italia non ci siamo mai fatti mancare niente, e, in fondo, Stevie Wonder e tanti altri hanno attinto a piene mani dal patrimonio del bel canto italiano.»
Il 19 luglio “Aosta Classica” ha giocato il primo degli assi della sua sedicesima edizione. A salire sul palco del Teatro Romano è, infatti, stato il quarantanovenne Wynton Learson Marsalis, poliedrico trombettista americano che unisce ad un enorme talento artistico una grande capacità di muoversi nella società americana che conta. Lo conferma il magazine “Time” che nel 1996 lo inserì tra le 25 persone più influenti d’America, ma anche i 128 milioni di dollari che Marsalis è riuscito a raccogliere per costruire, a New York, la nuova sede delJazz at Lincoln Center. Diecimila metri quadri di spazio, due teatri, un club, un centro studi e una sala multimediale che il 18 settembre 2004 ha inaugurato, nel cuore di Manhattan, con le parole: ”benvenuti nella casa dello swing”.
“Jazz at Lincoln Center” ha due orchestre stabili, una di queste era sul palco del Teatro Romano con Marsalis per il terzo concerto della loro tournèe italiana. I 14 bravissimi solisti che la compongono si sono confermati uno strumento “straordinariamente versatile” per uno dei viaggi a ritroso nella storia del jazz che il trombettista tanto ama. Lo conferma il programma della serata che, a parte qualche composizione del sassofonista Ted Nash, ha avuto una prima parte dedicata a composizioni di Thelonious Monk (Four in one, Light Blue, Evidence e Criss Cross) ed una seconda con omaggi al blues (“I left my baby”), Art Blakey (“Three Blind Mice”), Chick Corea (“Armando’s Rhumba”) e Duke Ellington (la finale, scanzonata, “Feet Bone”) . Il tutto proposto nella veste spettacolare (e inconsueta dalle nostre parti) della Big Band e con solisti di spicco come i trombettisti Ryan Kisor e Marcus Printup, i sassofonisti Sherman Irby, Walter Blanding e Joe Temperley e il ventottenne pianista Dan Nimmer.
Si è trattato, naturalmente, di jazz mainstream, quello, cioè, più tradizionalmente conosciuto (e amato) dal pubblico, alla cui causa Marsalis si è votato, attirandosi le accuse di voler cristallizzare questa musica in uno schema immutabile (per certi versi confermata dalle chilometriche partiture che nascondevano i musicisti). Roventi sono, infatti, state, in passato, le polemiche con critici e jazzisti del calibro di Keith Jarrett, Miles Davis, e, addirittura col fratello Brandford (quando, questi, nel 1985, andò a suonare il sassofono con Sting). «Ho la mia tradizione musicale, che amo.- ha ribattuto Wynton- Mi piace sentire la gente che fa swing: se si vuole chiamare “conservatrice” questa musica, a me sta anche bene.» E’, d’altronde, comprensibile che uno nato a New Orleans, la culla del jazz, ci tenga a tramandarne le radici filologiche. Ed è, nello stesso tempo, assai probabile che abbia ragione Zarin Metha, presidente della New York Philharmonic Orchestra, che, quando, nel 1997, Marsalis divenne il primo jazzista a vincere il Premio Pulitzer per la musica con l’oratorio “Blood on the Fields”, scrisse: «Sono sicuro che da qualche parte in cielo Buddy Bolden, Louis Armstrong e molti altri jazzisti stanno sorridendo.»
La pioggia, caduta intensamente fino a poco prima, ha graziato il concerto che i “Manhattan Transfer” hanno tenuto il 13 luglio nella Piazza d’Armi del Forte di Bard. Smentiti, quindi, i profeti di sventura che nel pomeriggio, su Facebook, annunciavano che “in sostituzione del concerto dei Manhattan Transfer, verrà organizzata una battaglia navale…”. Il folto gruppo di temerari accorsoè stato, così, ripagato con una prestazione assolutamente all’altezza della fama di questo quartetto vocale statunitense che da decenni è tra i protagonisti indiscussi della scena pop-jazz. Fondato nel 1969 da Tim Hauser, i “Manhattan Transfer” hanno, infatti, conosciuto il successo mondiale negli anni Ottanta muovendosi in perfetto equilibrio tra raffinatezze jazzistiche e orecchiabilità pop. Non a caso nel 1981 sono stati il primo gruppo a vincere un Grammy Awards sia nella categoria Pop (con “Boy From New York City”) che Jazz (con “Until I Met You”). Nel 1985, poi, furono candidati, addirittura, in 12 categorie, secondi solo a Michael Jackson. Successi come “Chanson d’Amour”, “Birdland”, “Java Jive” e “Soul Food To Go” li resero il gruppo vocale più famoso del mondo.
All’apice della carriera, nel 1989, si esibirono anche all’Arena Croix Noire di Aosta. «Ricordo bene quel concerto per due motivi- ha confessato prima del concerto Hauser- il primo è che il tempo era freddino ed il secondo che fu l’ultimo concerto con il batterista Buddy Williams.» A Bard la formazione che li ha accompagnati comprendeva, invece, Steve Haas (batteria), Gary Wicks (basso), Adam Hawley (chitarra) e il tastierista Yaron Gershovsky, che si può considerare il quinto Manhattan visto che del 1970 è il loro direttore musicale. Immutato, invece, dal 1978 Il quartetto vocale che, oltre ad Hauser, comprende Cheryl Bentyne, Janis Siegel e Alan Paul.
Come si fa a resistere insieme tutto questo tempo?, abbiamo chiesto. «E’ un record legato a qualità come la pazienza e l’accettazione ed il rispetto dell’altro.- ha risposto Hauser- Da evitare assolutamente è, invece, che ci si innamori tra noi. E’ troppo rischioso.» Siete programmaticamente partiti come “armonie a quattro voci senza limiti”, nel 2011 vi resta ancora qualche confine da attraversare? «Ultimamente stiamo, invece, tornando al tipico “Transfer Sound”, lo stile, cioè, a blocchi armonici delle Big Bands con armonie quadripartite in cui ognuna delle parti è una melodia. Attualmente ci divertiamo a cantare in questo modo, anche se non ci sono ancora molte tracce su cd. Nell’ultimo, pubblicato lo scorso anno, abbiamo, invece, cantato pezzi di Chick Corea. E’ stata una magica odissea perché la sua moderna costruzione melodica non ci è familiare. Penso, però, che succeda la stessa cosa quando si interpreta la musica di un qualsiasi compositore vocale contemporaneo.» C’è un autore, invece, con cui vi siete trovati a vostro agio? «Forse Fletcher Henderson che è stato uno di quelli che più ha dato più forza allo Swing.» Anche a Bard i momenti più trascinanti sono stati “Birdland”, “Tutu” ed altri brani in cui i “Manhattan Transfer” si sono dimostrati maestri del “vocalese”, lo stile vocale in cui si cantano le linee melodiche di celebri assoli jazz rivestite da testi appositamente scritti. «In “Birdland”- ha precisato Hauser- il testo è stato scritto da Jon Hendricks, che consideriamo il nostro maestro e padre spirituale. Ci ha sempre detto che quando si canta in questo stile la cosa più importante è identificarsi al massimo nel solista della versione originale.» Conoscete qualche gruppo vocale italiano? «A casa ho un cd, ancora attuale, registrato alla fine degli anni Cinquanta da un gruppo che credo si chiami “Quartetto Cetra”.» E c’è qualche pezzo italiano che amate particolarmente? «Sì, “Estate” di Bruno Martino.» Il concerto era il quarto appuntamento della rassegna “Musicastelle in Blue” organizzata dal “Blue Note” di Milano e finanziata dall’assessorato regionale al Turismo.
Al settantantenne pianista americano Armando Anthony Corea, più conosciuto come Chick, l’Italia piace. E non solo per le sue origini siciliane. Viene spessissimo a suonarvi, gustando, tra l’altro, molto i piaceri della tavola. E’ successo anche in Valle, dove è venuto più volte portandosi dietro amici famosi. Il 5 maggio 1992, per esempio, strabiliò il Teatro Giacosa di Aosta con la pirotecnica “Elektric Band”. Il 23 luglio 2009 fece, invece, tappa al Teatro Romano proponendo, con il vibrafonista Gary Burton, una musica più cameristica e riflessiva.
Lo scorso 15 luglio, infine, è sbarcato al Forte di Bard con i “Return to Forever IV”, un vero e proprio Dream Team formato da cinque dei migliori strumentisti del mondo: oltre a Corea, alle tastiere, Frank Gambale (chitarra), Stanley Clarke (basso), Lenny White (batteria) e Jean-Luc Ponty (violino). Un concerto-evento che ha scatenato l’interesse degli appassionati, al punto che il penultimo appuntamento della rassegna “Musicastelle in Blue” è andato immediatamente “sold out”.
Il “IV” del nome si riferisce all’ennesima reincarnazione di un gruppo che, nella prima formazione, tra il 1972 e il 1977 spopolò come uno dei massimi esempi di jazz-rock. Ne è anima e principale compositore Corea, che, dopo essere stato, con il suo Fender Rhodes, uno degli artefici della svolta elettrica di Miles Davis, fondò il gruppo per una voglia di “comunicare meglio col pubblico” conseguente all’adesione, nel 1972, a Scientology. Anche il nome “Return to Forever” fu influenzato dalla “filosofia dello spirito di Ron Hubbard” e lo stesso Stanley Clarke, l’altro membro fondatore, fu “convertito” a Scientology (per staccarsene nei primi anni Ottanta). Filosofia a parte, la musica che il gruppo produsse fu di prim’ordine anche grazie a virtuosi come il chitarrista Al di Meola e il batterista Lenny White che ne completarono il quartetto tipo.
Dopo trent’anni di stop (con episodiche reunion), dal 2008 i “Return to Forever” sono tornati in attività. La formazione “IV” si è formata nel 2010, quando a Corea, Clarke, e White si sono uniti il chitarrista italo-australiano Frank Gambale e il violinista Jean-Luc Ponty (francese, anche se, scherzosamente, White lo ha collocato a “Paris, Texas”). Immediatamente le recensioni dei loro concerti hanno cominciato a parlare di “jazz elettrico ai suoi massimi livelli” e di “concerti mai visti”.
Lo ha confermato il concerto di Bard in cui, tra una gigioneria e l’altra, hanno maramaldeggiato su 850 aficionados con virtuosismi assortiti ed una gioia di suonare neanche minimamente incrinata dall’età (il più giovane è il cinquantunenne Gambale, il più anziano Corea che il 12 giugno ha compiuto 70 anni). Accanto a riletture dei classici del gruppo (dall’iniziale “Medieval Overture” a “Romantic Warriors”, da “Senor Mouse” a “Shadow Of Lo”) il gruppo ha proposto qualche nuova composizione e cavalli di battaglia dei singoli membri. Ecco, quindi, “Fiesta” e “Spain” di Corea (quest’ultima riproposta nell’arrangiamento di “Light as feather”, con l’intro del “Concerto di Aranjuez” suonato da Corea e Ponty), “Renaissance” di Ponty e, soprattutto “School Days” di Stanley Clarke che ha concluso il concerto in un’atmosfera di eccitazione collettiva.
Il 6 luglio 2011 è stato un giorno di festa per Francesco Nex, il più grande pittore valdostano vivente. Nel pomeriggio, nella sua casa in località Miseregne di Fenis, ha festeggiato, con parenti e qualche amico, il novantesimo compleanno. Persone che, più che vedere, il pittore ha immaginato. Da 6 anni e mezzo, infatti, a causa di una maculopatia degenerativa ha perso la vista. «Vedo un grande grigio che è più noioso del grande buio della morte.-ha confessato- Le persone mi appaiono come macchie che si perdono nel bianco.»
Un calvario iniziato nel dicembre 2004, subito dopo l’inaugurazione della grande mostra al museo di Piazza Roncas che suggellava una lunga carriera nel corso della quale l’artista, nato a Mattão, in Brasile, ha saputo ottenere eccellenti risultati con ogni tipo di materiale: dalla ceramica al rame, dal cuoio al ferro. Le maggiori soddisfazioni sono, però, arrivate dai coloratissimi “racconti figurati” su seta, allegoria della commedia umana, ambientati in un’atmosfera quasi stupefatta a metà tra favola e realtà. «Ha perfettamente ragione chi dice che la vera felicità è fare il lavoro che piace.- ha continuato Nex- Indipendentemente dai soldi, se mi alzavo alle cinque di mattina per dipingere era perché mi piaceva raccontare me stesso e i miei “desaforo”, una parola portoghese che esprime un insieme di scontento, delusione e disamoramento per un mondo che non mi piaceva e che, almeno nei miei quadri, cambiavo.» Adesso che non può più dipingere è, invece, stanco. E annoiato. Della sua vita, ma, anche del teatrino che in Valle e nel mondo si ripete immutabile e grigio.
Un pò come lo è il “Cavaliere stanco per antiche geometrie”, uno dei suoi quadri più belli che dal 5 luglio è esposto nelle sale dell’Hotel Cavour et des Officiers del Forte di Bard per la mostra che riunisce le opere dei 15 artisti valdostani più significativi (sembra che, all’inaugurazione, il critico Vittorio Sgarbi, ammirato, si sia offerto di comprarlo). «E’ il mio autoritratto spirituale, anche se, in realtà, ci sono in quasi tutti i miei dipinti. C’è chi ha detto che è un trattato di filosofia. Può darsi, visto che io amavo la filosofia. Forse troppo, visto che all’esame di maturità l’insegnante mi rimandò ad ottobre dicendomi: Nex, lei è troppo filosofo per essere promosso in filosofia. E’ una delle mie tante contraddizioni, come quella di essere stato un combattente che ha sempre odiato le guerre.»
Nonostante tutto, Nex ha ancora un sogno nel cassetto: far rinascere a nuova vita la manciata di case circostanti la propria abitazione. «Una volta ho letto una frase di Goethe che affermava che la casa era il luogo deputato alla storia: storia intesa come concatenazione delle vite di chi ci abita, perché ognuna lascia nella casa un pezzo della sua esperienza. Anche le case di questo villaggio sono pezzi di storia popolare. Standoci si imparano tante piccole cose che vorrei cercare di comunicare agli altri, in modo che siano belle anche per loro.» La festa è stata anche l’occasione per mostrare i primi risultati di una ristrutturazione che, dopo molti anni, si sta concretizzando in un ristorante e un albergo “d’una poverissima eleganza”, che aprendosi verso la Valle, possano fare da base per farla conoscere ed apprezzare. «Vuole essere un piccolo esempio di come si sarebbe potuto condurre il turismo- ha concluso- uno dei settori nel quale in questi anni la Valle ha avuto delle possibilità enormi senza che ne abbia saputo approfittare. Per me il regalo più bello sarebbe che altri trovino buona l’idea e la riproducano.»
Personalità sfaccettata, il cinquantaquattrenne Jean-Paul “Bluey” Maunick si occupa di musica ma, come dimostra il suo blog, non disdegna altri interessi. Una delle ultime frasi che l’inglese vi ha annotato è di Madre Teresa di Calcutta: “non possiamo fare grandi cose su questa Terra, solo piccole cose ma con grande amore”. «Vale anche per i nostri piccoli ma appassionati tentativi di aiutare gli altri con la musica. - ha spiegato- E’ anche per questo che gli “Incognito” sono sopravissuti per più di tre decenni.»
Si riferisce al glorioso gruppo inglese, di cui dal 1979 è leader, che la sera del 9 luglio si è esibito nella Piazza d’Armi del Forte di Bard nell’ambito della rassegna “Musicastelle in Blue” dell’assessorato regionale al Turismo. «Il nome- ha proseguito Maunick- è legato all’incognita che ha sempre circondato la nostra musica che non ha mai rispettato i limiti imposti da tendenze e mode.» Non le avranno seguite, ma almeno una moda, negli anni Novanta, gli Incognito l’hanno imposta: quella dell’acid jazz.
Tutto è partito dal “jazz-funk”, che, non a caso, è il titolo del loro primo cd del 1981. «Era un genere creato da musicisti che non si ballava.- ha ricordato Maunick- L’acid jazz, invece, è nato in Inghilterra dai dj che lo resero ballabile “pompando” la parte ritmica e combinando il funk con il Latino e la Disco.» Il nome, acid jazz, lo coniò Gilles Peterson, un dj che nel 1989 fondò l’etichetta “Talkin’ Loud” per la quale, nel 1992, gli “Incognito” incisero il cd “Tribes, Vibes + Scribes” che contiene il loro più grande successo: la versione di “Don’t You Worry ‘Bout a Thing” di Stevie Wonder. «Le canzoni di cui facciamo una cover devono essere parte della nostra storia personale.- ha continuato Maunick- Perché sotto la superficie della nostra musica ci sono le nostre vite, l’anima, la passione e la completa dedizione a funk e jazz. Il pezzo di Stevie Wonder è stato la colonna sonora della mia vita ben prima che decidessimo di farla. E’ stato bellissimo quando lui ci ha fatto una sorpresa, salendo sul palco della House of Blues di Los Angeles per cantarla insieme a noi.»
Wonder (di cui a Bard hanno cantato anche “As”) è, naturalmente, in cima alla lista degli artisti che li hanno ispirati, insieme a Chaka Khan, gli “Earth, Wind and Fire” e altri musicisti (anche meno conosciuti come Patrice Rushen and Banda Black Rio from Brazil) che ascoltavano nei vecchi vinili provenienti dagli Stati Uniti cui hanno dedicato l’ultimo cd “Transatlantic R.P.M.”. Quali sono stati gli elementi che hanno contribuito al successo degli “Incognito”?, abbiamo chiesto. «Voci incredibili come Jocelyn Brown e Maysa e le collaborazioni di alcuni dei più importanti musicisti del mondo. Poi, anche, i remixes di gente come David Morales e Masters at Work op people. Ma più di tutto i nostri concerti che ci permettono di stare sempre in contatto col pubblico.» A Bard, oltre a Maunick, si sono esibiti le cantanti Vanessa Haines, Lorraine Cato Price, Chris Ballin e Mo Brandis e gli strumentisti Pete Ray Biggin (batteria e percussioni), Matt Cooper (tastiere), Julian Crampton (basso),Sid Gauld (tromba),Alistair White (trombone) e Jamie Anderson (sax & flute). Una gioiosa macchina da musica ( e di spettacolo) che, nonostante la pioggia, non ha tardato a scatenare i presenti con una scaletta di canzoni vecchie e nuove accomunate da un’energia contagiosa. «Ci siamo divertiti un sacco, condividendo un’atmosfera di festa.- ha commentato Maunick- In molti paesi abbiamo già suonato in vecchi castelli e fortezze mlitari, e sono molto contento che la musica possa diventare protagonista in questi edifici nati per la guerra. Questo è progresso!»
Non è facile lasciare Luciana Littizzetto senza parole. L’8 luglioBurt Bacharach c’è riuscito. Dopo avere seguito estasiata, in prima fila, il suo concerto nella Piazza d’Armi del Forte di Bard, l’attrice torinese (che, ricordiamolo, è prima di tutto una musicista diplomata in pianoforte) ha, infatti, confessato: «E’ una grande emozione che preferisco tenere dentro». Come darle, del resto, torto dopo che si è stati investiti per due ore da un flusso ininterrotto di canzoni entrate nell’immaginario collettivo di generazioni su generazioni.
Difficile, infatti, non avere amato almeno una delle migliaia di canzoni dell’ottantatreene compositore americano. Sono talmente tante che, a volte, non si sa nemmeno che sono sue. In Italia, per esempio, succede con certi successi degli anni Sessanta di Adriano Celentano (“Stai lontana da me” è la traduzione di “Tower of Strength”) o Mal (“Bambolina” è “Any day now”). Ma con le sue canzoni si sono confrontati ben 1789 artisti (come annotato nel suo Hitmaker Archive), tra questi i Beatles (Baby, It’s You), Tom Jones (What’s New, Pussycat), Dusty Springfield (The look of love), Herb Alpert (This Guy’s in Love With You). L’interprete preferita resta, comunque, Dionne Warwick, che negli anni Sessanta formò con Bacharach e il paroliere Hal David una delle principali fabbriche di successi del mondo. Dopo i due Oscar, nel 1970, per le musiche del film “Butch Cassidy And The Sundance Kid” e la canzone “Raindrops Keep Falling On My Head”, Bacharach conobbe un appannamento, legato anche a vicende personali. La sua stella tornò, comunque, a brillare negli anni Ottanta in cui sfornò successi planetari come “Arthur’s Theme” di Christopher Cross e “That’s what friends are for” cantato dalla Warwick con Stevie Wonder ed Elton John. Tutte melodie che si imprimono immediatamente nella memoria pur se frutto di una grande sapienza musicale, affinata con Darius Milhaud, che lo fa oggetto di venerazione ed omaggi da parte di musicisti come Elvis Costello, Pat Metheny e Oasis.
Gran parte di questi successi Bacharach li ha eseguiti anche a Bard legandoli con il filo conduttore dell’amore, sottolineato da “What the world needs now is love”, che ha, significativamente, aperto e chiuso il concerto. Ad eseguirli una sfavillante band formata da Bill Cantos e David Joyce (tastiere), Elizabeth Chorley (violino), Tom Ehlen e Dennis Wilson (fiati), David Coy (basso), Vinny Pagano (batteria) e i cantanti Josie James, John Pagano e Donna Taylor. Oltre a suonare il piano, Bacharach si è limitato a accennare, con la sua caratteristica voce afona, solo pochi pezzi. In particolare nel medley dedicato alle sue musiche da film ha sussurrato le stupende “The look of love” e “Alfie” e, nel finale, “Raindrops keep fallin’ on my head”, sulle note della quale ha accompagnato al piano, in piedi, il coro del pubblico. La canzone aveva quasi evocato la pioggia caduta fino a poco prima del concerto. Per proteggersene gli 850 spettatori (il massimo della capienza omologata della Piazza d’Armi) erano stati forniti di un “poncho” impermeabile rosso che è molto piaciuto a Bacharach. «Mi piacete vestiti tutti con la stessa uniforme.-ha detto dal palco- Sembrate una squadra di calcio.» A piacergli, e tanto, è stato anche il Forte che ha definito “wonderful place”. Vi era arrivato il giorno prima e lo ha girato in lungo e largo con lunghe passeggiate. Spintosi fino alle Scuderie, giovedì sera era finito per rimanere chiuso fuori dal corpo principale. E’ bastata una telefonata a Gabriele Accornero, dirigente del Forte, per risolvere l’inconveniente. Peccato che Bacharach non si fosse trovato lì anche al termine dello spettacolo, avrebbe sicuramente sorriso ascoltando il gruppo di giovani che è sceso verso il borgo di Bard cantando “Magic moments”.
E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balia del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.
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