9 novembre 1989: il suono della caduta del Muro di Berlino

9 novembre 1989: il Muro di Berlino è stato da poco abbattuto, quando al checkpoint Charlie di Berlino Est, dove erano avvenuti alcuni dei più tragici tentativi di fuga dalla DDR, arriva MSTISLAV ROSTROPOVICH, il più grande violoncellista dei nostri tempi. Si siede, e davanti alle macerie improvvisa un concerto con alcune suite di Bach. Tutte in tonalità maggiore, perché, dopo 28 anni di vita in tonalità minore, per i berlinesi è giunto il momento della gioia. E, poi, è musica di Bach: assoluta, che unisce i popoli e abbatte le barriere. «Quando sono andato al Muro di Berlino non è stato un atto politico, ma personale. -spiegò Rostropovich- Ero a Parigi, la sera ho telefonato a un amico che mi ha detto di accendere immediatamente il televisore, era di sera. All’inizio non capivo, guardavo quelle immagini e non capivo. Quando ho capito le lacrime hanno iniziato a scendere. Il Muro di Berlino nella mia vita ha avuto il ruolo di una cicatrice sul cuore. Avevo 47 anni quando mi hanno cacciato dall’Unione Sovietica, dopo i 47 anni è iniziata un’altra vita. E queste due vite non si sono mai riunite. Quando ho visto che buttavano giù il Muro di Berlino ho pensato che finalmente avrei potuto avere la speranza che queste due parti della mia vita potessero ricongiungersi. E come un pazzo la mattina successiva ho preso il violoncello, sono salito su un aereo. Non sono andato a Berlino a suonare per la gente, sono andato lì a suonare affinché Dio mi ascoltasse, direttamente dal Muro di Berlino. Una specie di preghiera di ringraziamento a Dio. E davvero, dopo quel giorno, le mie due vite si sono riunite».
ALDA MERINI: anche la follia merita i suoi applausi
Tra i tanti premi ricevuti da Alda Merini negli ultimi anni di vita particolarmente significativa è stata la laurea honoris causa in “Teorie della comunicazione e dei linguaggi” concessale nel 2007 dalla Facoltà di Scienze della Formazione di Messina. La popolarità dell’artista milanese, scomparsa lo scorso primo novembre a 78 anni, è, infatti, legata al successo della sua immagine mediatica. Grazie, infatti, a “padrini” come Maurizio Costanzo e Vincenzo Mollica, il pubblico televisivo italiano aveva finito per identificare in lei la figura del moderno poeta per il quale l’originalità artistica sembra essere direttamente proporzionale all’audience degli atteggiamenti di irriverente provocazione (vedi le foto seminude fatte a settant’anni) o, ancor meglio, di follia. “Anche la follia merita i suoi applausi”, recita, del resto, uno degli aforismi della Merini, a lungo internata per una sindrome bipolare, che i meccanismi dello show business aveva capito e sapeva cavalcare. 
Sono state due anche le Merini che ho conosciuto ad Aosta quando, il 21 luglio 2004, ha partecipato ad un omaggio in suo onore da me organizzato per “Aosta Classica” e incentrato su composizioni, su suoi versi, di Federico Gozzellino. Da una parte la Merini privata – quella prima dello spettacolo- capricciosa, ombrosa e maliziosamente furba. (Signora, ma lei è ciclotimica? «Sì». E, adesso, in che fase è? «In fase d’incazzatura nera, me la portate o no questa Coca-Cola?»). Dall’altra quella sotto i riflettori del palco del Teatro Romano che, per incanto, diventò ecumenica, ieratica e rassicurante come può esserlo «la pazza della porta accanto». «Tra vita e poesia ci sono passaggi segreti- disse- che io non vi posso mostrare perché sono solo un povero poeta.» Salvo, poi, dimostrare di conoscerli molto bene quando citò D’Annunzio: «Sa che cosa diceva quando apriva a qualche ammiratrice: Beata lei che ha visto il Vate… mille lire.»
Raccontò anche di Achille Compagnoni con il quale aveva condiviso il premio “Il Longobardo d’oro”. «Mi sono commossa rivedendo l’alpinista che ha scalato il K2 e riflettendo su cos’erano i nostri vecchi che si giocavano la vita per una passione. Oggi non è più cosí e si fa, addirittura, fatica a leggere una poesia, perché il poeta lo si vuole solo vedere in televisione per verificare se è poi cosí bello.» Anche per questo lei in TV andava regolarmente, bucando lo schermo con il suo estro camaleontico e un’oralità
poetica che aveva affascinato “colleghi” come Montale, Quasimodo e Pasolini. L’ultima immagine che ho di quel 21 luglio è la Merini che, stanca ma sorridente, chiude la porta di casa su cui spiccava una targa dedicata all’amico Vanni Scheiwiller: “un uomo che volò alto, talmente alto che molti indeboliti spiriti l’atterrarono“. Dopo i funerali di stato in Duomo, il 4 novembre la poetessa è stata sepolta nel cimitero monumentale di Milano. «Ma anche distesa per terra- aveva scritto- io canto per te le mie canzoni d’amore.»
“Libro dell’Amante e dell’Amato” di DANIELE GORRET

L’argomento, l’Amore, è sicuramente quello più abusato nella letteratura di tutti i tempi e di tutte le latitudini, se, però, a occuparsene è uno scrittore come Daniele Gorret c’è sicuramente da aspettarsi variazioni sul tema molto personali. Attesa che non va delusa nel “Libro dell’Amante e dell’Amato”, appena pubblicato dallo scrittore di Chatillon per le edizioni “Joker” di Novi Ligure. L’opera si distingue, infatti, per il “crescendo di audacia e di scandalo” con cui passa in rassegna dieci forme d’amore: da quello per la Donna, il più comunemente riconosciuto e profano, a quello per l’Amore, in cui amante, amato e amore si fondono in un’unione mistica. «La forza dell’amore- spiega Gorret- spinge ad uscire da sé per andare verso l’altro, che, proprio per questa sua diversità, ci attrae. L’alterità più ovvia è costituita da un altro essere umano, che nell’attuale società occidentale deve rispondere a certi requisiti di bellezza e gioventù. Il messaggio del libro è che la nostra potenzialità amorosa non può chiudersi antropocentricamente limitandosi a questo tipo d’amore, ma dovrebbe, piuttosto, essere sfruttata come forza di accrescimento ontologico per spingere l’individuo verso forme d’amore più sublimi. Il libro è “scandaloso” proprio perché rovescia tutti i valori attualmente in auge in una società che tende a regredire sempre più verso forme amorose “basse”. Per di più quanto più si sale nella scala che ho delinato più c’è un prezzo da pagare: nel senso che se l’amore tra umani, che io metto al gradino più basso, è accettato come fisiologico, l’amore per l’Animale, il Vegetale, l’Oggetto o, addirittura, il Rifiuto è giudicato patologico». La filosofia amorosa di Gorret si incarna in schizzi di persone e atteggiamenti che nel testo sono resi con versi, in prevalenza endecasillabi, che, come musica, si adattano al tipo di passione amorosa descritta in ciascun capitolo. “Più grande, forte e folle è Amore più ama fortemente ciò che è odiato”, si legge, per esempio, all’inizio del capitolo “L’Amato è il Rifiuto”, in cui Gorret assimila i rifiuti gettati nelle discariche ai Poeti. Non, però, al poeta da vetrina, ricco “di premi prebende provvigioni, caro alle folle, idolo in tivù”, quanto, piuttosto, ai “Poeti- Scarto d’Occidente”, tenuti anche loro lontano dalla società che conta per evitare che ne inquinino l’efficacia e l’efficienza. I limiti ed il senso di insoddisfazione che ogni forma amorosa, per quanto evoluta, lascia scompaiono nell’ultimo capitolo del libro, dove “L’Amato è l’Amore”, per cui “vedi tutto fuso dentro il Tutto, senti corpo fatto Mens Aeterna e mente tutta Carne in Vibrazione!”. «L’ “inveramento”- conclude lo scrittore- avviene nell’amore per l’amore, cioè un amore talmente denso di esperienza e patimento che, uscendo massimamente da sé, si fonde nel tutto in una sorta di unione mistica. In questo “tutto” non ci sono distinzioni tra amore e oggetto d’amore, e la consapevolezza totale che si raggiunge coincide con l’innocenza dell’inconsapevolezza. E’ come nel trentatreesimo canto del Paradiso in cui Dante arriva alla conoscenza di Dio perdendo conoscenza.»
Scusa ma mi voglio sfogare- Cosa pensano i giovani di “Amore 14″ di FEDERICO MOCCIA

Trama: lei da il suo primo bacio, poi bacia un’altro, poi un altro. Lei incontra lui, lo bacia,”cresce”, ci crede davvero, gli da più che un bacio, lui la tradisce con l’amica. Fine. (xXxL3TiZi4xXx)
qnd avevo 11 anni amavo alla follia 3msc (avevo visto il film ma nn avevo letto il libro). Ora ho 14 anni e ho letto il libro di amore14, ho capito ke moccia è un cojone. apparte ke la protagonista e l’amica sono 2 putttane,cmq è una storia trpp surreale.innanzi tt in terza media le xsone nn hanno tutte ste libertà(qlle escono la sera da sole a 13 anni!)e io lo so sicuramente mejo di moccia dato ke lo sto vivendo ora!poi te pare ke uno viene e ti compra 1 cd anke se nemmeno ti conosce! (xXxL3TiZi4xXx)
Se uno come Maggio (l’attore protagonista simil-Scamarcio fatto sicuramente in clonazione, perché è uguale) mi regalasse un CD come fa il protagonista di Amore 14, probabilmente, notando lo sguardo vacuo da drogato, le occhiaie degne di un pugile che ha appena ricevuto un destro e il sorriso da beota, prenderei la mia fida borsa in mano e comincerei a picchiarlo terrorizzata. (ChemicalNoemi)
Caro è una puttanella diciamocelo e con lei la sua cara amica Alis. Vogliamo parlare delle lezioni di educazione sessuale che le ragazze fanno per imparare come si fa una sega?? (SweetLullaby95)
ho 14 anni e ho baciato 1 ragazzo solo ke il giorno dopo nn mi calcolava +. l’amica ke ho cn più esperienza ne ha baciati tantissimi ed ha fatto una sega,ma è risaputo ke è una puttana e nexuno ke conosco ha fatto sesso (cm l’amica di carolina) ormai solo le truzze, piskellete house e roba del genere (madò qnt le odio) lo fanno a st’età. poi qlle escono la sera e danno la makkinetta x scontato ma in terza media qusi nex ce l’ha e NESSUNO esce la sera da solo (xXxL3TiZi4xXx)
ma poi ti pare k alla nostra età ci facciamo la doccia col nostro ragazzo(molto + grande in +!!!)?!?!?! poi scs a te ti fanno uscire la sera? a me e alle mie amike no…xò a caro si ovviamente. cmq invece a me l’inizio nn piace x nnt,mi sembra pure + troia xke bacia ragazzi di cui nn le frega nnt. (xXxL3TiZi4xXx)
Il fatto è che lui distorce la realtà, racconta la storia di una ragazza (troietta) su mille pretendendo che anche le altre 999 siano così (ladyaika4ever)
Non è possibile/concepibile che quell’incapace quarantaseienne ancora ci sfranga i conglioni che le seghe mentali che si faceva quando era adolescente in preda ad attacchi ormonali. Moh anche sta minchiata con l’età del target che si riduce sempre più. Il prossimo film sarà su una troietta di sei anni che trova l’amore di un novantenne e farà di tutto perchè la loro storia trionfi. Rinuncerà persino alla paghetta dei genitori. (Riddick8555)
o noo….un altro?? finira x far vomitare i giovani moccia…. Alla fine tt avran paura d innamorarsi x nn diventare km qll d sti film… (pigiamina 100)
mi si sta calando la moccia dal naso (BettelladiKazzeggio)
CRISTANO DE ANDRE’: De Andrè canta De Andrè ma suona “Coldplay” e “U 2″

«Ricordo che mio padre ascoltava Brassens e odiava, invece, i “Rolling Stones”. Per cui quando da ragazzo li mettevo a balla mi urlava: spegni quel cazzo di musica.» Il risultato di questo scontro generazionale di gusti musicali è stato che Cristiano De Andrè (era lui il ragazzo in questione) ha continuato ad ascoltare il rock, ma, in compenso, ha fatto tesoro degli input che gli venivano dal padre Fabrizio. Ne è venuta fuori l’intrigante sintesi musicale che caratterizza il tour “De André canta De André” che il 23 ottobre ha riscosso grande successo al Palais Saint-Vincent per la “Saison Culturelle”, ed in cui, a dieci dalla morte del padre, Cristiano interpreta dal vivo alcuni brani di Fabrizio in una nuova veste pop rock.
«Il rapporto con le canzoni di mio padre è molto delicato- ha spiegato Cristiano prima del concerto- e questo sia per il coinvolgimento emotivo che mi provocano, visto che molte le ho viste nascere, sia perché per i suoi fans le sue versioni sono quelle definitive. Per cui ho cercato di farle mie riarrangiandole con musicisti che ascoltano la musica che attualmente mi piace come quella di “Verve”, “Coldplay” e “Radiohead”. E mi sembra che, pur non perdendone lo spirito originale, siamo riusciti a portarle da un’altra parte.» “Quello che non ho” è, cosí, diventata un pezzo dark “à la maniere de U2”, “A cimma” sta a metà tra un Beck acustico e i “Coldplay” e “Il pescatore” è stata, addirittura, “tirata” alla “Ramones”.
«Fabrizio- ha spiegato il tastierista Luciano Luisi, responsabile degli arrangiamenti- aveva un’anima rock che si percepisce nelle pieghe delle canzoni, anche quelle più insospettabili come “A cimma”. Tutti i pezzi si prestano ad una rilettura pop-rock che è stata mirata a trovare un sound personale per Cristiano che possa traghettarlo verso il prossimo Cd di inediti.» Prima, però, il 20 novembre prossimo sarà pubblicato un Cd con undici pezzi registrati live durante il tour nell’estate scorsa. «La scelta delle canzoni– ha precisato Cristiano- è stata fatta tenendo conto del momento storico che stiamo vivendo che è piuttosto effimero, senza più un appiglio né un punto di riferimento e con un consumismo sfrenato che ci porta ad essere sempre più soli e depressi. E non ci sono canzoni che sappiamo descriverlo meglio di “Smisurata preghiera” o “Amico fragile”, che sono assolutamente attuali. O, anche, “Verranno a chiederti del nostro amore” che ho visto scrivere in diretta e dedicare a mia madre.»
Canzoni che Cristiano ha saputo fare sue grazie a fattori genetici, che in certi momenti lo rendono un impressionante replicante del padre, ma, anche e soprattutto, grazie ad una grande maturità artistica espressasi anche in uno spericolato polistrumentismo (è passato dalla chitarra al bouzouki, dal violino alle tastiere). Particolarmente azzeccata, quindi, la scenografia di Pepi Morgia (regista di tutti i tour del padre) che ha riproposto per lo spettacolo un fondale di vele («con Fabrizio usavo velieri un po’ retrò, qui c’è una barca a vela di quelle moderne ipertecnologiche») a simboleggiare un viaggio musicale che idealmente prosegue. Passaggio di testimone sancito anche dalla presenza nel tour di Cristiano dello stesso staff che aveva a lungo lavorato con Fabrizio: da Bruno Sconocchia, che ne era il manager, a Giovanni “Riccio” Colucci, suo storico fonico. Per non parlare di Morgia e, nel concerto di Saint-Vincent, di Massimo Bubola, storico collaboratore del padre.
LUCIO DALLA: più del marmo, per scolpire una società servono le parole

Note bellissime (ma anche qualche “stonatura”) hanno accompagnato la presentazione di “Babel”, il primo Festival della parola in Valle d’Aosta. La piccola nota stonata sta nel nome scelto, “Babel”, che è uguale a quello di un altro, celebre, Festival di letteratura, quello di Bellinzona, la cui quarta edizione si è svolta dal 17 al 20 settembre scorso. Le note bellissime sono state, invece, quelle di Lucio Dalla, primo testimonial della manifestazione, che nel pomeriggio di lunedì 19 ottobre è stato protagonista, con l’attore Marco Alemanno, di un incontro con la stampa alla Biblioteca Regionale di Aosta e di un reading musicato al castello di Sarre. «Non posso che iniziare - ha esordito il cantautore- citando una frase di Nietzsche che dice: laddove finiscono le parole iniziano le spade. La democrazia si espande con la pace e le parole e non, come si sta facendo, con la guerra e l’omertà. La ragione per cui ho accettato di promuovere l’iniziativa è che, grazie a questo Festival, in Valle potrebbe nascere un concetto di riconciliazione con la parola devastata che una parte del nostro paese usa come veleno, per istupidire e relegare ad un ruolo subalterno la gente, negandole le alternative culturali che in una democrazia le spetterebbero di diritto. Perché Michelangelo scrisse anche sonetti straordinari? E perché Leonardo scriveva fiabe? Perché, più del marmo, per scolpire una società servono le parole. Scolpirla non nel senso della rappresentarla, quanto, piuttosto, del cementarla e plasmarla, perché la parola è il perno intorno al quale la nostra civiltà muta.»
Ecco, quindi, l’importanza della parola “artisticizzata” che da oltre trent’anni Dalla usa nelle sue canzoni. A partire da quel 1973 in cui iniziò la sua collaborazione con il poeta bolognese Roberto Roversi, la cui importanza nell’evoluzione musicale di Dalla è stata sottolineata nella motivazione della laurea honoris causa in Lettere e Filosofia conferita a Dalla dall’Università di Bologna negli anni 90. I versi di Roversi, vi si legge, avrebbero portato a “un notevole arricchimento all’espressione: un contenimento del primato melodico, marcate fratture dell’andamento ritmico, un’inquietudine timbrica che spinge Lucio Dalla a recitare i versi del poeta, più che a cantarli”. «Non solo la mia musica ma anche la mia vita è stata in qualche modo deformata dall’avere lavorato con Roversi- ha ammesso Dalla- Con lui ho fatto i tre dischi più importanti della mia vita, quelli che, anche se hanno venduto poco, mi hanno arricchito di più facendomi scoprire una poetica ricercata ma non conclamata che ha trasmesso alla mia musica tutta la parte energetico culturale che ha caratterizzato quegli anni. Rimane una mia guida e senza di lui non sarei neanche quì a parlare.»
Grazie al rapporto con Marco Alemanno, dal 2004 Dalla indaga il rapporto tra musica e parole anche al di fuori della forma canzone. «Da cinque anni vestiamo le parole di musica, o, se si vuole, la musica di parole, perché la commistione tra i due linguaggi è talmente connaturata e spontanea che non si può fare un distinguo. E’ un po’ come il procedere di due cavalli che trainano una biga. La biga è la comunicazione e la ragione per cui si fanno le cose, ma chi la fa correre sono le parole mischiate alla musica.» E’ stato questo cocktail esplosivo a caratterizzare il reading musicale incentrato sul tema della solitudine che Dalla e Alemanno hanno tenuto nel salone del Castello di Sarre. Incredibilmente snobbato dalla maggior parte dei trecento invitati, l’evento si è svolto davanti ad ad una ristretta platea di cinquanta spettatori (e pensare che, prevedendo un massiccio afflusso, era stato predisposto anche un maxischermo nel giardino).
Recitati da Alemanno, brani di Calderòn de la Barca, Rimbaud, Garcia Lorca, Roversi e dello stesso Dalla si sono, così, alternati a sei illuminazioni musicali del cantautore emiliano suonate in forma acustica con il chitarrista Bruno Mariani e il tastierista Fabio Coppini. Brani come “Futura”, “Caruso”, “Felicità”, “La casa in riva al mare” e “4 marzo 1943” che, ascoltate in maniera cosí intima, hanno messo ancora di più in risalto la spudorata scrittura emotiva di Dalla che, come scriveva Tondelli, ha la capacità di «fottere l’inconsolabile solitudine di essere al mondo».
ROBERT CAPA: un fotografo che amava giocare d’azzardo

Nessuno, come Robert Capa, è riuscito a fermare nelle foto la Morte. L’ esempio più celebre della sua indiscussa maestria nel fissare l’attimo che segna la fine di un’esistenza riassumendone il senso è la foto del miliziano dell’esercito repubblicano colpito a morte da un proiettile sparato dai franchisti, scattata vicino a Cordoba il 5 settembre 1936. La guerra civile spagnola è stato, infatti, il primo dei cinque conflitti seguiti con spericolato coraggio da Capa (gli altri sono stati la seconda guerra sino-giapponese, la seconda guerra mondiale, la guerra arabo-israeliana del 1948 e la prima guerra d’Indocina). Nato il 22 ottobre 1913 a Budapest, Endre Ernő Friedmann, questo il suo vero nome, si avvicinò alla fotografia a Berlino dove trovò anche l’amore, nei panni nell’affascinante fotografa tedesca Gerda Taro. Emigrato in Francia all’avvento del nazismo (era di origini ebree), vi assunse lo pseudonimo di Robert Capa per l’assonanza con il nome del popolare regista statunitense Frank Capra. La guerra civile spagnola gli diede la fama grazie alla foto della morte del miliziano che fece il giro del mondo, ma gli fece perdere Gerda che nel 
1937, a soli 27 anni, venne schiacciata per errore da un carro armato “amico” nei pressi di Madrid. «La guerra è un inferno che gli uomini fabbricano da soli», affermò Capa. Ciò, però, non gli impedì di andare al seguito delle truppe americane sui fronti europei più pericolosi della Seconda Guerra Mondiale. A cominciare dallo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944. A causa di un errore del tecnico di laboratorio addetto allo sviluppo, la maggior parte delle foto scattate quel giorno ad Omaha Beach andò perduta. Si salvarono solo undici fotogrammi danneggiati, che trasmettono tutta la drammaticità del D-Day nonostante siano “slightly out of focus” (“leggermente fuori fuoco”), come, non a caso, Capa intitolò l’autobiografia pubblicata nel 1947. A proposito delle esperienze vissute durante lo sbarco in Normandia, Capa ebbe a dire: «Il corrispondente di guerra ha in mano la
posta in gioco, cioè la vita, e la può puntare su questo o quel cavallo, oppure rimettersela in tasca all’ultimo minuto. Io sono un giocatore d’azzardo.» Azzardo che nel 1954 gli costò la vita. Capa stava per organizzare un viaggio in Giappone, quando il fotografo di «Life» sul fronte coreano rientrò improvvisamente in patria. I duemila dollari offertigli per trenta giorni di soggiorno in Indocina gli fecero gola, per cui accettò di andarlo a sostituire. Era il 25 maggio quando si imbarcò su una jeep per seguire le operazioni militari del Viet Minh. Alla prima sosta Capa scese e si allontanò di qualche metro, tanto bastò perchè saltasse su una mina antiuomo con le inseparabili Contax e Nikon. L’amico Ernest Hemingway, ricordandone l’ improvvisa morte, disse: «È stato un buon amico e un grande e coraggiosissimo fotografo… Era talmente vivo che uno deve mettercela tutta per pensarlo morto».
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