Il blog di Gaetano Lo Presti

GOCCE DI MEMORIA GIORNALISTICA

Gli inquietanti “Giorni felici” di ADRIANA ASTI

«Cos’è per me un giorno felice? E’ stare in pace senza fare niente: io sto bene in ozio.» A confessarlo, la sera del 3 febbraio scorso, è stata l’attrice Adriana Asti al termine della rappresentazione al Teatro Giacosa di Aosta di “Happy days (Giorni felici)” di Samuel Becket. Una voglia di riposo accentuata dalla fatica impostale dal regista Bob Wilson che nella commedia la costringe per un’ora e un quarto all’immobilità in una “giungla d’asfalto” che tende a ricoprirla sempre più. «Becket fa spesso assumere agli attori delle posizioni disperate. Nel precedente adattamento di Mario Missiroli ero racchiusa in una piramide di plexiglas mentre alle spalle scorreva, a mò di clessidra, della sabbia. Wilson ha voluto uno spettacolo ancor meno naturalistico per cui alla fine recito solo con la faccia.» Una candida maschera, quella della sua Winnie, che rimanda a quelle di certe attrici del teatro giapponese Nō e la cui mimica è stata dominata dagli “enormi occhi sempre in ascolto” sgranati su una realtà inquietante dove “nessun cambiamento” è già qualcosa. Per essere rassicurata a Winnie basta sentire il marito Willie (uno strisciante e mugugnante Yann de Graval) “a portata d’orecchio”. Anche se lui non ha “nessun interesse per le cose, nessuno slancio per la vita” perchè “è tutto detto, tutto fatto” e la loro canzone è, non a caso,  “Tace il labbro”. La spietata metafora di Becket dell’incapacità di comunicare («prima era una terribile profezia, adesso è una realtà di tutti») ha trovato nella Asti l’interprete ideale per la variegata gamma espressiva al servizio di un’inarrivabile talento nel mantenersi in bilico tra commedia e tragedia. Qualità che, in fondo, ha caratterizzato tutta la sua carriera, a partire dagli esordi negli anni Cinquanta, quando la sua “meglio gioventù” (per citare una delle sue ultime importanti interpretazioni) era, come lei stessa la definisce, “divina”.  «Eravamo tutti amici: Moravia, Pasolini, Elsa Morante, Goffredo Parise, Gadda. Natalia Ginzburg ha addirittura scritto per me “Ti ho sposato per allegria”, che rifletteva la mia filosofia di vita. E, poi, Luchino Visconti con cui ho fatto cinque spettacoli teatrali e che mi ha fatto esordire al cinema in “Rocco e i suoi fratelli” dove facevo la parte di una stiratrice che finiva per baciare Alain Delon.» Con Visconti è iniziata anche una “carriera di nudo” che ha fatto entrare la Asti nell’immaginario erotico di una generazione. «La prima volta che ho recitato nuda è stato in “Old Times” di Harold Pinter diretto da Visconti all’Argentina di Roma. E’ lì che ho scoperto una cosa fantastica: che è bellissimo recitare nudi perché nessuno ti ascolta. Hai libertà assoluta di dire qualsiasi cosa. Memorabili sono stati anche i miei nudi in “Io Caligola” di Tinto Brass e “Il fantasma della libertà” di Luis Buñuel. Quest’ultimo aveva già mandato via un’attrice, per cui mi sono chiesta: e se, poi, non gli vado bene? Allora l’ho chiamato in camerino e, aperta la pelliccia che indossavo, mi sono fatta vedere come mamma m’ha fatto. E lui a schermirsi: ma no, non sono mica un pornografo!» A dispetto del dichiarato anelito all’ozio, l’immediato futuro della Asti è zeppo di impegni: dalla tournèe di “Giorni Felici” in Brasile e Francia ad un nuovo film con André Téchiné. Il 9 marzo verrà, poi, pubblicato, in Italia il libro “La lettrice dei destini nascosti” che ha già riscosso un buon successo in Francia. Per non parlare dei progetti con l’amica Franca Valeri. «Abbiamo in comune la città di origine, Milano, ed il tipo di umorismo. Al punto che lei ha detto che l’unico matrimonio che le è riuscito è quello artistico con me.» Ci lascia, per tornare in albergo dalla sua cagnolina “Sans-souci”, con una battuta sul “Giacosa”. «Aosta è bellissima, ma dovrebbe avere un teatro meno brutto. Il teatro è il cuore pulsante della città, ma questo mi sa tanto che non pulsa tanto

6 febbraio 2010 Pubblicato da Gaetano Lo Presti | Teatro | , , , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Remembering the future con LUCIANO BERIO ad Aosta

Per capirne l’importanza è sufficiente  sfogliare un qualsiasi dizionario di Storia della Musica. Alla lettera B, dopo Beatles e Beethoven e prima di Berlioz e Brahms, si troverà un cospicuo spazio dedicato a Berio Luciano, nato ad Imperia il 24 ottobre 1925 e morto a Roma il 27 maggio 2003. “L’unico compositore che incarnava in modo riassuntivo la musica moderna”, come qualcuno lo ha definito, nel 1998 trascorse alcuni giorni ad Aosta grazie allo stage estivo dell’Orchestra Giovanile Italiana, che, il 25 luglio, diresse in un memorabile concerto tenutosi in un torrido ed inadeguato cinema “Giacosa”. «Quand’è che costruite un bell’auditorium ad Aosta?», chiese al sindaco Pierluigi Thiebat appena sceso dal podio. Poi, sorridendo, aggiunse: «Non è un problema soltanto valdostano. Credo che l’Italia sia l’unica nazione europea, con l’Albania, che non abbia una sala da concerto, almeno fino a quando non sarà completato l’Auditorium di Roma del mio amico Renzo Piano (che è stato inaugurato nel 2002: n.d.r.). In Italia ci sono invece dei bellissimi teatri d’opera, perché la tendenza è sempre stata di tradurre tutto in spettacolo, in cose che si vedono. La sala da concerto è invece un posto dove si pensa… almeno si spera».

IL PIACERE DELLA MODERNITA’- Auditorium a parte, pensare è sicuramente più facile quando il pubblico è stimolato da programmi come quello che Berio approntò nell’occasione mettendo insieme brani di autori italiani del Novecento che recuperavano il “piacere della modernità”. A cominciare da “Architetture” del suo maestro Giorgio Federico Ghedini, proposto da Berio con una piccola modifica al finale. «E’ un pezzo molto bello- chiosò- che però finisce con una retorica un po’ greve, tipica degli anni ’40, che ho cercato di smussare». Suggestiva fu, poi, l’esecuzione di “Dai calanchi di Sabbiuno” del bolognese Fabio Vacchi (presente in sala), ispirato dalla fucilazione di alcuni giovani partigiani su una collina sopra Bologna. «E’ costruito- mi spiegò Berio- con una tecnica che ha segnato la musica del Novecento: la fusione, cioè, tra timbro ed armonia». L’ideale ponte musicale gettato tra passato e futuro si completò, infine, con “In ecclesis”- elaborazione di Bruno Maderna di un brano di Giovanni Gabrieli- e, soprattutto, “Rendering”, il “restauro” che Berio aveva fatto di frammenti della Decima Sinfonia in re maggiore di Schubert. «Ho completato ed orchestrato gli schizzi della melodia aggiungendovi una sorta di cemento musicale molto discreto, fatto in gran parte di Schubert che, però, si stacca da Schubert». L’amore di Berio per la trascrizione affondava nella sua adolescenza, quando, mi raccontò, “divorava” le partiture classiche suonandole a quattro mani con il padre. «Trascrivere è appropriarsi anche spiritualmente dell’opera. Si è sempre fatto: da Bach, che per tutta la vita ha trascritto sé stesso, a Mahler che assimilò cose popolari in un contesto sinfonico. Ha però un senso quando implica l’analisi, altrimenti, come in Respighi, diventa manierismo. Anche se, poi, è proprio questa nostra cultura analitica che ha finito per portare al colonialismo culturale occidentale, perché con i nostri mezzi di analisi tendiamo ad appropriarci delle cose degli altri».

REMEMBERING THE FUTURE- Gli feci a quel punto osservare come lo spirito del concerto aostano rimandasse al titolo- “Remembering the Future”- di un ciclo di lezioni che nel 1993 aveva tenuto alla cattedra di poetica della Harward University di Cambridge. «E’ un concetto che mi affascina- confermò- Perché non credo alla linearità della Storia con relativa traumatica frattura ideologica tra passato, presente e futuro. Penso, piuttosto, che tra queste entità ci sia un continuo dialogo ». Proprio di questo dialogo si era nutrita la sua “ghiottoneria insaziata per un suono a venire” che negli anni lo aveva spinto a tentare sintesi inedite, ricorrendo anche a spericolate “contaminazioni” con la musica di consumo. A questo proposito mi confessò che nell’immediato dopoguerra con la musica leggera aveva avuto “un rapporto funzionale di sopravvivenza”. «Suonavo il piano nelle balere e facevo degli arrangiamenti di musica leggera che mi venivano pagati “a cottimo”. Uno di questi ha, addirittura, vinto un Festival della canzone napoletana». Per una nemesi storica era, poi, finito che negli anni ’60- affermatosi come avventuroso sperimentatore sonoro- Berio avesse affascinato proprio coloro che quella musica leggera avevano rivoluzionato: i Beatles. «Mi vollero conoscere a Londra all’epoca del loro massimo fulgore. Con loro per la prima volta la musica leggera si è aperta a svariate influenze: dalla canzone americana al jazz, dalla musica indiana a Wagner. Avevano delle antenne molto attente a tutto quello che succedeva nella musica. Al contrario di quanto succede oggi che la musica leggera è, nella maggior parte dei casi, chiusa in sé stessa in formule sterili. Soprattutto in Italia, dove vorrebbero chiamarla musica popolare contemporanea». Torniamo, quindi, alla lotta ipotizzata da Piero Rattalino tra le due muse: quella della musica seria e quella della musica leggera?, chiesi. Ma sono veramente in lotta? E chi sta vincendo? «Anche in musica la tendenza è ormai quella di seguire le leggi del mercato e le soluzioni facili. Specie in Italia dove, tranne eccezioni illuminate come la Scuola di Fiesole, le scuole musicali sono disastrate, e chi ha la responsabilità dell’educazione e della promozione musicale non si pone assolutamente il problema di incoraggiare le inclinazioni più nobili della gente. Perché, checché ne dica il Papa, i bisogni sono sempre indotti e non cadono dal cielo». Dove va oggi la Musica? «Va in tante direzioni diverse, per cui è importante che il musicista si faccia parte responsabile non subendo passivamente il disordine incontrollato. Perché sennò lo scollamento esistente tra la musica contemporanea ed il pubblico finirà per aumentare. Il titolo di un mio pezzo, “Points on the curve to find…”, si riferisce proprio alla difficoltà che la gente ha ad approcciarsi alla musica moderna: è come se i compositori continuino a tracciare dei punti che gli ascoltatori faticano sempre più a collegare. Ma è, anche, un invito al pubblico che si scuota da una pigrizia che in Italia è ormai arrivata a livelli degradanti».

4 febbraio 2010 Pubblicato da Gaetano Lo Presti | Musica | , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Le case di tolleranza: quando il piacere era tutto dello Stato “pappone”

Adesso che “è tutto un casino” e  le “marchette” sono all’ordine del giorno, risulta difficile pensare che solo cinquant’anni fa la prostituzione in Italia fosse esercitata (quasi) esclusivamente nei casini (o bordelli, case d’appuntamento, case chiuse, postriboli, lupanari) gestiti dallo Stato. Per la precisione fino a quel 20 febbraio 1958 in cui il Parlamento italiano li abolì approvando la legge 75/58 promossa dalla senatrice socialista Angelina  Merlin.

Quest’ultima non voleva abolire “il mestiere più vecchio del mondo, che morirà con il mondo“, ma solo cancellare lo sfruttamento del meretricio da parte dello Stato, che andava, tra l’altro,  contro le disposizioni dell’Onu che dal 1949  impegnavano gli Stati membri a punire chi traeva guadagno dalla prostituzione altrui. E in quanto a “pappone” lo Stato italiano (entrato nelle Nazioni Unite nel 1955) non scherzava, basti pensare che nel 1958 le “case” da lui autorizzate erano 560, per un totale di 2.700 prostitute che muovevano un giro d’affari tale che lo Stato ogni anno incamerava ben 100 milioni di lire di allora, pari a 1,1 milioni di euro attuali. Inevitabilmente nella sua battaglia la Merlin trovò molte resistenze. A tutti i livelli, compresi intellettuali come Indro Montanelli (che sul tema pubblicò il libello, “Addio Wanda!”) e Dino Buzzati (che arrivò a paragonare la senatrice veneta a “Erostrato, che è leggenda abbia appiccato il fuoco alla grande Biblioteca di Alessandria, distruggendo un grande capitale“). Con un corollario minacce di morte assortite che la costrinsero a vivere per un periodo in clandestinità. Non si arrese, però, e la mattina del 20 settembre 1958 si fece fotografare mentre apriva le persiane di una casa chiusa.

Si concluse, così, un’epoca la cui unità di misura era, appunto, la ‘marchetta‘, un gettone in ottone forato al centro che sul dorso recava inciso il nome della Casa (ma poteva ridursi anche a un semplice talloncino di carta) e che, una volta acquistata dal cliente, veniva consegnata in camera alla ragazza prima della “consumazione”. Il tariffario, esposto nella sala d’attesa, prevedeva varie prestazioni: dalla “semplice o singola” ( praticamente una “sveltina”) alla “doppia”  (rapporto più curato con maggiori attenzioni da parte della ragazza). Le “spettanze della premiata Casa” salivano, poi, per i più dotati (più che fisicamente, economicamente) che volevano prolungare l’incontro, e, invece, scendevano grazie alle “agevolazioni” praticate per studenti, militari e “giovanotti di primo pelo”. C’era anche chi entrava senza pagare, come facevano i cosiddetti “flanellisti”  che andavano nei bordelli solo per respirarne l’atmosfera peccaminosa. Non erano, però, visti di buon occhio, come si intuisce dal cartello “Giovanotti! Le signorine lavorano! Si raccomanda di non intrattenerle con le bagattelle inutili”. 

Questo è uno dei tanti cartelli che attualmente fanno bella mostra di sè  nei mercatini dell’antiquariato di tutta Italia, alimentando un florido mercato da collezione che fotografa uno spaccato della società italiana che crebbe in questi “sfogatoi della libidine popolare“. “Gentili clienti” che i cartelli invitavano a “orinare all’interno della casa onde evitare di lordare la pubblica via”. O ad affrettarsi a dar libero sfogo agli istinti in modo da goderne più degli altri: “Trombatele finché son vergini”, consigliava, infatti, il cartello di un bordello livornese

2 febbraio 2010 Pubblicato da Gaetano Lo Presti | Società | , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

La musica nelle opere esposte alla FOIRE DE SAINT-OURS di Aosta

“… e il tuo ricordo è musica…”. Il titolo di una scultura di Nello Migliè esposta alla Foire de Saint-Ours 2004 sintetizza bene l’importanza che la musica ha nella manifestazione popolare che ogni anno il 30 e 31 gennaio attira decine di migliaia di visitatori ad Aosta. Musica istituzionalizzata, come nei concerti inaugurale (nella Collegiata di Sant’Orso) e finale (lo spettacolo organizzato dai “Trouveur Valdoten” al Teatro Giacosa) o nei gruppi di musica tradizionale che si esibiscono lungo il percorso. Ma anche musica spontanea, improvvisata, che coglie inaspettata dentro le cantine, nelle piazze, per strada. Bastano una fisarmonica, una chitarra, un violino, delle voci e l’antica magia si ripete. La Musica è presente anche nelle opere in legno e pietra ollare che sono le protagoniste della Foire. Eccone alcuni esempi opera di Marco Joly, Gino Daguin, Matteo “Memo” Crestani, Sebastiano Yon, Franco Pinet e, appunto, Nello Migliè.

30 gennaio 2010 Pubblicato da Gaetano Lo Presti | Valle d'Aosta | , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

“COLLEZIONISTI DI ATTIMI” colorano il senso dell’istante

Mai come nel loro caso il nome, “Collezionisti di attimi”, è già una dichiarazione d’intenti. Come ha, infatti, scritto il poeta Mario Calcagno, il gruppo aostano vuole “colorare il senso dell’istante” attraverso l’interazione della musica del chitarrista Daniele Pierini con la pittura del piemontese Domenico Sorrenti. Un connubio che dal 2007 anima happening pubblici in cui i due sperimentano, attorno ad una struttura definita, i possibili flussi di comunicazione tra le loro Arti (con aperture anche al Teatro, al videomaking e a tutto quello che esprima libertà artistica). La sinestesia tra musica e pittura ha illustri precedennti in esperienze- da Kandinskij alla action painting- che, da una parte, perseguivano la percezione di stimoli tramite diverse modalità sensoriali e, dall’altro, valorizzavano una creazione inconscia che riuscisse a toccare il subconscio degli spettatori. «Vivo proteso verso il quadro che mi manca- afferma Sorrenti- quello che mi morde al mattino presto e la sera mi fa storcere il naso, pagando dazio all’imbarazzo… E’ negli smottamenti dal percorso che vengo trafitto dall’ispirazione, con lo sguardo sempre teso più allo sfondo che al primo piano.» Come reazione al malessere dell’artista in una società dove tutto è progettato, Sorrenti (curiosamente formatosi come disegnatore e tecnico industriale) privilegia, infatti, il dinamismo del processo creativo rispetto alla staticità del prodotto finito. «Più che fare esercizi di stile che si concludano con il bel quadro, negli spettacoli cerco, piuttosto, di dare delle impressioni giocando coi colori. Può, quindi, accadere che un quadro cambi più volte, con lo stratificarsi di pittura in un continuo processo di distruzione e ricostruzione.» Pierini, a sua volta, prosegue con questo progetto un cammino iniziato alla fine degli anni Novanta con l’hardcore degli “Encore Fou” e continuato con la musica strumentale de “I Treni all’alba”. «Mentre con i “Treni” i pezzi avevamo una impostazione più rock e canzonettistica- precisa- qui è maggiore l’improvvisazione. Parto da un canovaccio di abbozzi di temi precostituiti che sviluppo improvvisando in base agli input che ci scambiamo. Qualcuno, ascoltandoci, ha detto che quando suoniamo sembra che facciamo l’amore: perdendoci, cercandoci, trovandoci. Sul nostro MySpace (www.myspace.com/collezionistidiattimi: n.d.r.) si possono ascoltare degli “istanti” che danno un’idea dei temi che nello spettacolo vengono però stravolti. E’ difficile riuscire a fermarli in registrazioni audio o video perché vivono dell’immediatezza della performance live.» In Valle i “Collezionisti di attimi” si sono esibiti al “Vikingo” di Valpelline, alla libreria “À la Page” di Aosta ed in occasione della festa di chiusura 2009 del rifugio Sella. Più frequenti i concerti fuori Valle, soprattutto in occasione di inaugurazioni di mostre. Prossimamente saranno al Circolo del lettori di Torino (il 12 febbraio) e a “KunStart 2010”, l’importante fiera di arte contemporanea che si terrà a Bolzano dal 5 al 7 marzo.

27 gennaio 2010 Pubblicato da Gaetano Lo Presti | Musica valdostana | , , , , , , | Ancora nessun commento.

Le affinità elettive del sassofonista LARRY SCHNEIDER

Stessa data: domenica 24 gennaio 2010. Stesso cognome: Schneider. Stesso rendimento: altissimo. Con in più la particolarità che mentre uno, Wesley, calciatore olandese dell’Inter, usciva, espulso, dal campo di San Siro nel corso dell’acceso derby col Milan, l’altro Larry, sassofonista americano saliva sul palco dell’Espace Populaire di Aosta per un concerto che si è rivelato altrettanto intenso e vincente. Nei rispettivi campi, tra l’altro, i due rivestono lo stesso ruolo: il centrocampista. Anche Larry Schneider si è, infatti, sempre mosso a metà tra tradizione ed avanguardia, in “una vita da mediano”, indispensabile per gli equilibri delle formazioni in cui ha militato, nella quale non sono mancati gli acuti da (e con) fuoriclasse. Come quella volta, sul finire degli anni Settanta, che il pianista Bill Evans, dopo avere ascoltato in un festival jazz il suono corposo e pieno d’anima del suo sax , lo volle con sé in dischi come “We will meet again” e “Affinity”. Ma sono da ricordare anche gli anni in cui ha militato nella Thad Jones and Mel Lewis Orchestra e con Horace Silver. «E’ nelle big band che impari il mestiere e la tradizione dalla vecchia generazione di musicisti», ha spiegato all’Espace, dove ha iniziato il concerto con “Gods of Yorouba” un brano dello storico album Blue Note “Silver’n percussion” del 1977 che, oltre che con il pianista Horace Silver, lo vide suonare con gente come Tom Harrell, Ron Carter e Al Foster. Con Schneider, ad Aosta, c’erano il contrabbassista Alessandro Maiorino, il pianista aostano Beppe Barbera e un partner ormai abituale come il batterista Ferdinando Faraò. «Larry è uno dei musicisti contemporanei più straordinari che ci siano in circolazione- ha commentato Faraò-  È molto versatile, perché può suonare sia in un piccolo gruppo che in una big band, ed ha una grande capacità di stabilire un interplay e comunicare energia. In questo tour ho avuto modo di conoscerlo meglio ed apprezzarlo anche come compositore. Tra l’altro la sua predilezione per tempi dispari ed insoliti come il 9/8, 5/4 e 7/4 è una goduria per noi batteristi.» E’ finita con un dopoconcerto informale nel corso del quale Schneider ha continuato a “respirare” musica, confermando, tra l’altro, le affinità elettive con il grande Bill Evans di cui ha accennato, al piano, il celeberrimo “Waltz for Debby”.

26 gennaio 2010 Pubblicato da Gaetano Lo Presti | Musica | , , , , , , | Ancora nessun commento.

JOHN McLAUGHLIN: un dandy che crea l’atmosfera

A gentile richiesta (come si direbbe nei balli a palchetto) di Christian Diemoz, che vi partecipò attivamente, ripropongo l’intervista che feci al chitarrista inglese John McLaughlin, quando, il 22 luglio 1993, si esibì al Teatro Romano di Aosta con l’organista e trombettista Joey De Francesco ed il batterista Dennis Chambers. Per la traduzione mi fu di  aiuto Marco Verzino.

«Erano 13 anni che non mi si spezzava una corda della chitarra!!!» Neanche il tempo di scendere dal palco del Teatro Romano di Aosta, che John McLaughlin si affretta a spiegare l’inconveniente tecnico che lo ha costretto ad abbandonare per qualche minuto il palco. «E’ stata colpa del freddo: c’era un vento gelido che mi ha dato un sacco di problemi di accordatura dello strumento (e non solo, vista la stufetta elettrica nascosta dietro una cassa con la quale si riscaldava le mani: n.d.r.).» Mentre John provvedeva alla sostituzione della corda i suoi due partners, l’estroso organista e trombettista Joey De Francesco ed il devastante batterista Dennis Chambers, avevano, comunque, continuato a macinare musica energetica ad altissimo livello.

Io con Joey De Francesco(e padre) e Dennis Chambers

 «L’idea di realizzare questo “Free Spirits Tour” è nata nel marzo dello scorso anno.- continua John- Conoscevo già i musicisti perchè con Dennis avevo suonato a Siviglia nell’ottobre 1991 per la rassegna “Leggende della chitarra” e stimavo moltissimo Joey che, anche se ha solo 22 anni, ha già suonato con Miles Davis. Penso che entro fine anno la Polygram pubblicherà un disco di questo trio, forse un live (“Tokio Live”: n.d.r.). Nel frattempo ho inciso con altri 6 chitarristi un disco molto bello, non ancora pubblicato, dedicato alla musica di Bill Evans (“Time Remembered: John McLaughlin Plays Bill Evans:n.d.r.).» Quale incisione della sua immensa produzione consiglierebbe ad uno che volesse conoscerla?, chiediamo. «Nessuna. Per me sono come dei figli e ognuna rappresenta una storia a sè stante. Sono come delle immagini congelate, come dei quadri, profondi ed intensi, ma statici perchè rappresentativi del momento in cui sono stati creati.» Non pensa che molti chitarristi, perfino heavy metal, si siano ispirati a lei, cercando di emulare la sua velocità senza però avere la sua carica emozionale? «I tecnicismi rendono la musica astratta e non permettono di esprimersi. Non cerco di suonare velocemente (sic: n.d.r.), voglio solo suonare musicalmente. Nessuno quando ascolta Coltrane dice: quel sassofonista suona veloce. O, nel caso di Dennis: quel batterista suona veloce. Perchè allora per la chitarra sì? Ho lavorato, lavoro e lavorerò con il mio strumento perchè bisogna sviluppare la tecnica e la sensibilità musicale per riuscire a comunicare “in a musical way” con gli altri musicisti. Ma una volta acquisita la tecnica, per esprimere qualcosa di originale bisogna dimenticarla: non devi pensare a ciò che suoni, alla tecnica richiesta, alle scale da usare. Solo quando riesci ad esprimerti spontaneamente sei uno spirito libero, ecco la ragione del nome del gruppo». Breve pausa, ed eccolo uscirsene con la frase ad effetto. «Per me è più importante essere uno spirito libero che John McLaughlin!» Gli chiedo, allora, se queste sue capacità siano anche il risultato delle sue esperienze meditative, e McLaughlin, che sembrava non aspettasse altro, si lancia in una delle sue divagazioni cosmiche: «Nella vita niente è separato da niente. Le esperienze che vivi hanno un effetto su ciò che sei e come ti comporti in questo momento, e questo, a sua volta, influisce su come ti comporterai in futuro. Alla resa dei conti che cosa ti rimane se non questo momento che è irripetibile? L’unica cosa che mi preme veramente in questo momento è essere spontaneo,perchè così sono veramente libero.» Così parlò Mahavishnu. Alla fine l’antico mistico è venuto fuori con le sue parole di fede. E pensare che lo avevamo trovato mentre, con al polso uno Swatch Scuba ultimo modello, intratteneva una “lovely Rita” dissertando sulle giacche di Yamamoto e sulla sua predilezione per la moda di Armani. Lo lasciamo visibilmente appagagato dalle certezze enunciate, mentre brinda con del vino bianco. Meditativo ma non troppo.

23 gennaio 2010 Pubblicato da Gaetano Lo Presti | Musica | , , , , , , | Ancora nessun commento.

L’unico momento in cui una donna riesce davvero a cambiare un maschio è quando è neonato

L’unico momento in cui una donna riesce davvero a cambiare un maschio è quando è neonato.

                                                                                                               Natalie Wood

21 gennaio 2010 Pubblicato da Gaetano Lo Presti | Aforismi | , , | 2 commenti

GIOVANNA MARINI: un urlo sempre dall’altra parte del potere

Oggi, 19 gennaio, compie settantatrè anni la cantautrice e ricercatrice etnomusicale Giovanna Salviucci in Marini . La ricordo riproponendo un’intervista fattale il 1° aprile 2009 in occasione del concerto tenuto al Teatro Giacosa di Aosta con l’Orchestra Popolare Italiana di Ambrogio Sparagna.

C’era Ambrogio Sparagna, virtuoso dell’organetto e grande divulgatore di musica popolare, che ha proposto il suo spettacolo “Eccolo maggio!Canti di festa (e di lavoro) della tradizione popolare italiana”. E c’era l’Orchestra Popolare Italiana, da lui formata con giovani musicisti provenienti da varie regioni che suonano strumenti popolari tipici della tradizione italiana. Ma, soprattutto, sul palco del Teatro Giacosa c’era Giovanna Marini, la cantautrice romana che da oltre quarant’anni porta avanti con coerenza la causa della canzone sociale in Italia. Proprio quel tipo di canti che recentemente Silvio Berlusconi ha definito “pieni di cattiverie”. «Mi ricorda quella signora- ribatte la Marini- che quando, nel 1964, presentammo a Spoleto, con Giovanna Daffini ed altri rappresentanti della cultura contadina, lo spettacolo di canto sociale “Bella Ciao” disse: “Io non ho pagato mille lire per sentire cantare sul palcoscenico la mia donna di servizio”. Entrambi identificano in quel tipo di voce e canzone tutta la negatività che ci può essere nella lotta sociale, per cui sentono minacciato il loro potere da qualcuno che, pensano, voglia appropriarsene per usarlo con la stessa cattiveria con cui lo usano loro. Abbiamo, comunque, fatto sapere a Berlusconi che le canzoni popolari non possono essere cattive perché nascono nell’interesse comune della collettività, quindi c’è una larghissima fetta di popolazione che le pensa, le condivide e le canta. Mentre la canzone del singolo, come potrebbe essere il suo Apicella, può nascere anche per un interesse privato». Non potrebbe pensarla diversamente questa “donna adorabile” (come l’ha definita l’amico Francesco De Gregori, con cui nel 2002 ha registrato il Cd “Il fischio del vapore”) che è stata definita ”un urlo a volte sgraziato e scomposto, ma sempre dall’altra parte del potere”. E lo è fin da quel fatidico 1964 in cui, col marito, si trasferì negli Stati Uniti scossi dall’assassinio del Presidente Kennedy. «Lì il Sessantotto è successo nel 1964- afferma- perché quel delitto ha smosso le coscienze facendo sì che tutti uscissero dal proprio guscio. Mi ricordo a Boston i primi sit-in, dopo i quali ci ritrovavamo all’università con Pete Seeger. Cantavo al “Club 47” dove veniva un ricciutello prepotente che voleva cantare sempre lui. Si chiamava Robert Zimmermann, ma è diventato famoso come Bob Dylan». Nel 1967 la Marini descrisse questa esperienza nella spietata ballata “Vi parlo dell’America” in cui cantava: ”E’ tutta da combattere, è tutta da distruggere, non c’è niente da salvare”. «C’è l’avevo con quell’America di Lyndon Johnson che era simile a quella di George Bush. Solo che allora il paese aveva una grande anima che poi è scomparsa, salvo, poi, rispuntare con Obama. A proposito delle parole di quella ballata, ho notato che cose che allora cantavamo tranquillamente adesso è difficile farle perché la gente si spaventa. Purtroppo la politica italiana ci ha insegnato ad usare tutta una serie di giri di parole perché non si può più avere un nemico, anche perché non si sa mai. Non è “politically correct” parlare male di qualcuno anche se lo merita, e si è guardati con diffidenza anche dalla brava gente che pensa sia pericoloso esporsi. E, invece, ora lo si deve assolutamente fare». Tra le canzoni eseguite ad Aosta anche “Un paese vuol dire non essere soli” di un valdostano d’adozione: il compianto Mario Pogliotti. «Faceva parte- ha ricordato- del gruppo dei “Cantacronache”, a cui noi giovani ci siamo ispirati. E’ stato autore di canzoni intelligenti, di quelle che si facevano prima che “ci tagliassero le gambe”. “Un paese vuol dire” è una canzone “lacerante” che ho registrato per il mio prossimo Cd, pubblicato dal “Il Manifesto, cui darà il titolo».

19 gennaio 2010 Pubblicato da Gaetano Lo Presti | Musica | , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Gli stage estivi in Valle d’Aosta dell’ORCHESTRA GIOVANILE ITALIANA

La musica italiana di domani avrà i loro occhi, le loro mani, la loro sensibilità”. Lo scrivevo all’inizio del millennio a proposito del centinaio di giovani musicisti che, tra il 1996 e il 2005, ogni estate venivano ad Aosta per l’annuale stage estivo dell’ Orchestra Giovanile Italiana(OGI). E’ stata una facile profezia, perché molti di loro sono effettivamente diventati dei protagonisti della scena musicale attuale. Come la  fiorentina Lorenza Borrani, per esempio. Quattordici anni, soavemente bionda, quando nel 1997 le feci una delle sue prime interviste, Lorenza suonava già benissimo il violino ed amava la Nutella ed il mare. «Con quelli del quartetto si va sempre in vacanza insieme all’isola d’Elba», confessò. Il quartetto d’archi in questione aveva un nome quanto mai azzeccato: ”Eine Kleine”. L’età media dei componenti (oltre a Lorenza, Paolo Lambardi, Stefano Zanobini ed Andrea Landi) era, infatti, di appena 16 anni. Quando suonavano, però, bastava chiudere gli occhi per dargliene molti di più. Stupefacente fu la prova di maturità interpretativa offerta il 29 agosto 1997 alla Biblioteca di Viale Europa in un programma che, oltre ad Haydn e Beethoven, comprendeva il “Langzamer Satz” di Webern, l’addio struggente ad un’epoca scritto nel 1905 alle soglie della dissoluzione tonale. Il miracolo si ripetè qualche giorno dopo con il “Quartetto Klimt” (con Edoardo Rosadini, viola; Alice Gabbiani, violoncello e Matteo Fossi, pianoforte) e l’acme emotivo dell’ “Andante cantabile” del “Quartetto op.47” di Schumann. Con Lorenza che passò con estrema naturalezza da un autore all’altro, da un clima emotivo all’altro. Il suo virtuosismo aveva, del resto, già incantato spettatori illustri come Uto Ughi ed il Presidente della Repubblica Scalfaro. Talento naturale? «Piuttosto anni ed anni di duro lavoro», aveva precisato il Maestro Piero Farulli, creatore della Scuola di Musica di Fiesole nella quale Lorenza era cresciuta. «Sono sempre a scuola di musica», ammise Lorenza. E gli scroscianti applausi finali sembrarono solo il pretesto per poter continuare a suonare con l’alibi dei bis. “Bella siccome un’angelo”, Lorenza “la Magnifica”, qualche anno dopo, conquistò anche gli spettatori aostani che il 28 luglio 2001 affollarono il teatro “Giacosa” di Aosta  per il concerto finale dell’Orchestra Giovanile Italiana diretta dall’allora ventottenne svizzero d’origine armena Luc Baghdassarian. Il lirismo, l’esuberanza, gli impeti virtuosistici del “Concerto per violino” di Mendelssohn trovarono, infatti, nella bionda toscana l’interprete ideale. «Quando suona Lorenza ci si dimentica dell’orchestra», esclamò, alla fine, una spettatrice. Quando suonava sul suo volto c’era la stessa gioia selvaggia che illuminava un po’ tutti i ragazzi dell’OGI susseguitisi in quegli anni: dal violista Edoardo Rosadini all’eterea flautista Ninoska Petrella, dal violinista Marco Scalvini alla contrabbassista livornese Anita Mazzantini, dai valdostani Joel Imperial (viola) e Fancesco Parini (trombone) allo spiritato oboista aretino Nicola Patrussi. Oltre all’indubbia bravura strumentale, quest’ultimo si segnalò, infatti, per l’irresistibile mimica facciale con la quale sottolineava i passaggi musicali durante i concerti. Un incrocio tra Totò e Marty Feldman che trovò molti estimatori nel pubblico aostano. Diplomatosi nel 1994 al Conservatorio di Firenze, Nicola studiava canto e prediligeva la musica del ‘900. «Al di là delle barriere dei generi musicali, amo con parsimonia tutta la musica di qualità.- mi confessò- Adoro, per esempio, Fabrizio De Andrè perché penso che la sua musica sia molto contestuale alle bellissime parole». E già, perché la musicalità di quei ragazzi non si limitava alla musica classica. Se ne accorsero anche i frequentatori di “Papà Marcel”, il locale aostano divenuto abituale punto di ritrovo notturno dei giovani musicisti, al punto che per alcuni anni divennero l’ “Orchestra di Papà Marcel”. Formidabili quegli anni per Aosta, che grazie a  questi ragazzi per qualche settimana  si trasformava in una vera e propria Università della Musica, acquistando quel respiro culturale europeo troppo spesso evocato solo a parole dai responsabili culturali locali. Grazie all’opera appassionata di docenti del calibro di Piero Farulli, Amedeo Baldovino, Milan Skampa molti aostani scoprirono il fascino discreto della musica da camera e la grande lezione dei quartetti e quintetti pressocchè scomparsi dai programmi concertistici locali. Grazie a direttori come Faja, Globokar, Pinzauti, Inbal, Ferro, Gatti e Berio si potè risentire ad Aosta un’orchestra sinfonica degna di tale nome con una pienezza sonora ed una precisione da veterani e l’entusiasmo e la freschezza di chi non conosce la routine. «Giovani strumentisti che si ascoltano, si appassionano e si divertono proprio come se stessero suonando in un grande quartetto», fu il commento, quanto mai azzeccato, di Pinzauti. Una stagione indimenticabile, purtroppo avvelenata, a livello locale, da meschine  polemiche sui costi dell’ospitalità dei ragazzi  (ridicole, visto quel che in Valle è successo dopo) che, però, alla lunga influirono sulla fine dell’esperienza.

18 gennaio 2010 Pubblicato da Gaetano Lo Presti | Musica | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.