Il blog di Gaetano Lo Presti

GOCCE DI MEMORIA GIORNALISTICA

L’Utopia dei KYMERA si realizza al Palais Saint-Vincent

In una vecchio cartone animato di Walt Disney, Cenerentola cantava: i sogni son desideri chiusi in fondo al cuor. C’è, poi, gente, come i Kymera, che i sogni riesce a concretizzarli. Ne è un esempio l’opera pop “Utopia” che hanno proposto il 28 gennaio, al Palais Saint-Vincent, per la Saison Culturelle. La vocalità immaginifica di Davide Dugros e Simone Giglio ha, infatti, trovato in questo spettacolo multimediale lo sbocco naturale per visualizzare il proprio mondo interiore intriso di sogno e fantasia.

Un primo tentativo, non completamente riuscito per problemi tecnici, i due lo avevano fatto il 28 maggio dello scorso anno, quando avevano messo in scena “Utopia”, in prima nazionale, all’auditorium di Pont-Saint-Martin.

Meglio è andata a Saint-Vincent nella nuova veste perfezionata grazie alle collaborazioni con il direttore di scena Livio Girivetto, con Valentina Nota e le sue rinnovate proiezioni multimediali e grafiche e con la stilista Claudia Tacchella, che ha cambiato il look del duo («non più costumi- hanno spiegato- ma abiti con linee personalizzate ideati per ogni scenario»). «In un periodo di crisi- ha osservato Davide Dugros- una nota di speranza può venire dalla forza creativa che si è sviluppata unendo queste figure artistiche giovani

Ma la svolta è stata soprattutto musicale grazie al coinvolgimento sul palco del Palais di un folto gruppo di musicisti che hanno vivificato le loro caratteristiche sonorità elettroniche. Ne facevano parte alcuni componenti del Coro Polifonico di Aosta e il gruppo da camera valdostano Synfonica in cui spiccava la presenza di Stefano Blanc, primo violoncello dell’Orchestra Sinfonica della Rai, e la mano, negli arrangiamenti, del compositore Davide Sanson.

Anche questa volta, poi, è stata la voce narrante registrata di Enrico Ruggeri, loro padrino a X Factor, a fare da filo conduttore e a scandire i quattro quadri in cui Davide e Simone hanno diviso lo spettacolo. Più precisamente: la partenza per il viaggio dentro sé stessi; l’arrivo nell’inconscio dove si ritrovano aspetti dimenticati della propria personalità e la voglia di inseguire i sogni; il ritorno alla realtà forti dell’esperienza vissuta e della voglia di realizzarli e, infine, il coraggio di portare nella propria vita i cambiamenti avvenuti. “Avvolte dalle tenebre dell’ignoto ogni cosa assume forme ostili- ha concluso la voce di Ruggeri- Poi una voce accarezza i ricordi e dice: credo. E’ la voce della speranza, il motore che sprigiona il coraggio di ricominciare. Quello che in molti chiamano: AMORE”.

Musicalmente il tema è stato sviluppato in quattro blocchi di canzoni che comprendevano alcune cover (come “Your love” tratta da “C’era una volta il West” di Morricone e “It’s beautiful day”, inframezzata da “Stranger in Paradise”), l’hit “Atlantide” e brani di loro composizione, tratti dal cd “Argento e nuvole” o inediti su disco. Tra questi “Planetarium”. «Vi sottolineamo l’importanza dei sogni e della capacità di lottare per realizzarli.- ha concluso Dugros- Non c’è nulla di utopico se ci si crede e si lotta per ottenerlo, forti della speranza che l’utopia diventi realtà.» 

29 gennaio 2012 Pubblicato da | Musica valdostana | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

BOBO PERNETTAZ: l’inesauribile “sarto di legni esausti” in mostra all’osteria “La Cave” di Aosta

Molta Arte è nata nelle osterie, che, per lungo tempo, sono state uno dei pochi luoghi di incontro e scambio d’idee. Ecco perché gente come Benvenuto Cellini e Ludovico Ariosto frequentava l’Hostaria del Chiucchiolino di Ferrara, che, fondata nel 1435, è considerata l’osteria più vecchia del mondo. O perché un locale di Arles ispirò diverse tele a Van Gogh. O, ancora, la fama dell’Osteria delle Dame di Bologna, alla quale Guccini ha dedicato “La canzone delle osterie di fuori porta”.

La loro tipica atmosfera bohémiennnè sarà ricreata venerdì 27 gennaio, a partire dalle 18, anche all’Osteria La Cave di via De Tillier 3, ad Aosta, in occasione dell’evento “musical gastronomico” organizzato per l’inaugurazione “postuma” della mostra di Bobo Pernettaz. “Postuma” nel senso che già da qualche giorno undici quadri di questo cinquantanovenne artigiano valdostano fanno bella di mostra di loro sulle pareti dell’osteria, dove rimarranno fin dopo la Fiera di Sant’Orso, godendo della formidabile vetrina che questa offre. Nei lavori questo inesauribile “sarto di legni esaustiha assemblato e stratificato pezzi di legno pregni di vita in composizioni inquiete che sanno coniugare la piacevolezza estetica all’introspezione psicologica.

Il tutto esaltato da un’ironia che si esprime anche in titoli come “Uomo con due uccelli” o “Donna che s’arrovella la vita mentre il suo gatto pasce ignaro”. In “Solitaire ou solidaire?”, ritratto dell’artista naïf Ligabue, si interroga, invece, sul bivio in cui l’uomo prima o poi si imbatte: isolarsi o socializzare?

Il rapporto ludico con l’Arte di Bobo si riflette anche negli happening festosi che caratterizzano le inaugurazioni delle sue mostre. Le ricordiamo, negli anni Ottanta, animate dall’estroso Enrico Thiebat, mentre ultimamente vi suona con regolarità l’architetto, nonchè contrabbassista e chitarrista, Alberto Faccini (a cui Pernettaz ha dedicato il quadro “Alberto pizzica”), che nell’occasione si alternerà con Elio Chamonin, Remy e Vincent Boniface e Massimo Lévêque. Economista, ex assessore e presidente della Siski, quest’ultimo è, anche, insospettabile musicista. «Quando studiavo a Torino facevo piano bar alla Birreria degli Artisti», confessa. Se si creerà l’atmosfera giusta, lo dimostrerà cantando e suonando la chitarra “chiodo” e la tastiera “tascabile” dei fratelli Zublena, gestori de “La Cave”.

26 gennaio 2012 Pubblicato da | Arte | , , , , , , , , | 1 commento

CLORURO DI ODIO: quando, ad Aigues-Mortes, erano italiani gli immigrati da linciare

Ci sono titoli fulminanti che in poche parole catturano lo spirito di un’opera, dettandone anche lo sviluppo. E’ il caso di “Cloruro di odio”, il lavoro teatrale che è stato presentato il 29 dicembre 2011 nel salone polivalente del comune di Donnas. Protagonista è stato l’attore aostano Pierre Lucat, che lo ha ideato basandosi sull’episodio di follia razzista che, il 17 agosto 1893, ad Aigues-Mortes, in Provenza, spinse una folla di francesi a scatenare un’autentica caccia all’uomo contro gli stagionali italiani, in gran parte piemontesi, che lavoravano, a cottimo, nelle vicine saline. Il bilancio fu di 9 morti, 15 dispersi e oltre cinquanta feriti.

«Il titolo è mio.- ha spiegato il trentatreenne Lucat- Parte da cloruro si sodio, che è la formula chimica del sale che veniva estratto ad Aigues-Mortes, per diventare cloruro d’odio in quanto il massacro fu il frutto della concentrazione e cristallizzazione dell’odio nato dalla povertà materiale, dovuta ad una congiuntura economica, e da quella intellettuale, manipolata da campagne di stampa e da una politica nazionalista. Proprio come, purtroppo, si sta ripetendo ai giorni nostri

Partito dalla scoperta del libro “Le massacre des Italiens”, in cui Gerard Noiriel parla del “più grande pogrom della storia francese contemporanea”, il lavoro si basa sul libro di Enzo Barnabà, “Morte agli italiani-Il massacro di Aigues-Mortes”, che è stato messo in scena da Jean-Pierre Jouglet che, con il suo Groupe Approches Théatre, ha prodotto lo spettacolo. «Il punto di vista che seguiamo- ha continuato Lucat- è quello di un operaio francese che durante il massacro cambia gradualmente il suo punto di vista sugli italiani. Questo mi permette di esplorare il percorso interiore del “carnefice” che si ravvede. Perché il razzismo e l’odio sono frutto di alibi, a partire dal classico: ma sono stati loro che hanno cominciato. Alla base ci fu, infatti, una rissa scatenatasi tra operai stagionali italiani e francesi, dopo la quale si sparse la voce, falsa, che erano stati uccisi dei francesi.»

Per non destabilizzare i già precari equilibri politici tra Francia ed Italia, il processo istruito sui fatti dell’agosto 1893, si rivelò una farsa portando all’assoluzione di tutti i carnefici e ad una quasi totale rimozione dell’episodio dalla memoria collettiva. «Penso, invece, che sia una storia che vada raccontata- ha osservato l’attore- perché è, purtroppo, estremamente attuale, visto che c’è ancora chi continua a seminare odio e violenza. Soprattutto ai giovani, ed è per “rapire” la loro attenzione che abbiamo usato una forma molto musicale, che parla il loro linguaggio.» Il sottotitolo “Requiem per Aigues-Mortes” sottolinea, infatti, l’importanza che nel lavoro rivestono le musiche originali dei Supershock, gruppo torinese specializzato in “cineconcerti” e formato da Paolo Cipriano (chitarra, flauto e voce) e Valentina Mitola (basso e voce). «Nel lavoro la musica ha la stessa dignità del testo- ha concluso Lucat- e, dal vivo, dialogherà con la mia voce creando un vero e proprio requiem rock.» Quella di Donnas è stata una lettura in anteprima dello spettacolo, il cui debutto, completo di messa in scena, è previsto per il mese di aprile 2012.

25 gennaio 2012 Pubblicato da | Musica, Teatro | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Le colonne sonore immaginarie dei RONIN all’Espace Populaire di Aosta

Ronin”, in giapponese, indicava i samurai caduti, per vari motivi, in disgrazia, che però, pur essendo perdenti con lo stigma del fallimento, continuavano a vivere ed operare con dignità ed eroismo. Dal 1999 Ronin è il nome del gruppo guidato dal trentottenne chitarrista e batterista ravennate Bruno Dorella. «E’ un’attitudine in cui ci riconosciamo.- ammette- Anche perché, in fondo, la stessa musica indie è fatta di eroici e bravissimi musicisti che, però, il mercato discografico tende a ghettizzare.»

Quanto siano bravi i Ronin lo dimostrano nell’ultimo cd pubblicato, “Fenice”, che, acclamatissimo dalla critica specializzata, è stato presentato il 21 gennaio all’Espace Populaire di Aosta, nell’ambito della rassegna “Espace Indie Friday”. «Si intitola così- ha spiegato Dorella prima del concerto- perché rinasciamo dalle ceneri di qualche defezione e delusione che mi stavano portando a sciogliere il gruppo.» A convincerlo a continuare hanno provveduto i membri superstiti, l’altro chitarrista Nicola Ratti e il bassista Chet Martino, che, con l’ingresso dell’eclettico batterista Paolo Mongardi, costituiscono l’attuale formazione.

E’ questo il quartetto che si è esibito all’Espace per il terzo concerto di un tour di oltre trenta date che li porterà in giro anche per l’Europa (da Londra a Vienna, da Praga a Berlino), entusiasmando con il repertorio dei cinque cd finora pubblicati, che negli anni si è evoluto conservando le stesse coordinate: musica strumentale basata sulle chitarre che vuole creare atmosfere da colonna sonora immaginaria. «Sono un cinefilo- confessa Dorella- ma, soprattutto, amo le musiche da film. Da Henry Mancini a Morricone, da Angelo Badalamenti a Ry Cooder, è questa la musica che mi è entrata nel cuore

Lo conferma “Fenice”, cd vario e godibilissimo, con vertici come il paludoso country-psichedelico “Selce”, la swingante “Gentlemen only” e la luminosità sudamericana della finale “Conjure Men”. Ad arricchire di timbri strumentali del cd hanno provveduto numerosi ospiti, tra questi il padre di Dorella, Umberto (grazie al quale il batterista è, tra l’altro, fratellastro della celebre ballerina Oriella Dorella). E’ lui a suonare l’organetto elettrico in “It was a very good year”, cover di un pezzo di Frank Sinatra. «E’ una tradizione mettere nei nostri cd una cover.- conclude Dorella- In genere sono legate alla mia infanzia, questa, in particolare, era un cavallo di battaglia di mio padre nelle feste familiari, per cui l’ho portato in studio, anche se erano venti anni che non toccava una tastiera.» 

22 gennaio 2012 Pubblicato da | Cinema, Musica | , , , , , , , , , | Lascia un commento

PASOLINI e GABER: “Eretici e Corsari” al tempo di Facebook

Cosa avrebbero pensato, e scritto, di Facebook Pier Paolo Pasolini e Giorgio Gaber? La domanda è sorta spontanea,  il 10 gennaio 2012, assistendo a “Eretici e Corsari”, lo spettacolo dedicato ai due artisti scomparsi da Giorgio Gallione, e portato in scena, al Teatro Giacosa di Aosta, da Claudio Gioè e Neri Marcorè.

Quanta differenza, infatti, tra la complessità delle canzoni e degli scritti dei due intellettuali scomodi “col vizio del pensiero” e il rudimentale uso di “cazzo”, “minchia”, “vaffancullo” e “va a cagare” con cui vengon infarcite le “due righe due” con cui gli utenti di Facebook sono soliti lanciarsi in polemiche varie. Scritti effimeri, che durano lo spazio di un mattino, e, quel che è peggio, quasi sempre allineati su un mugugno epidermico e fine a sé stesso. Perché, sosteneva Pasolini, “mai la diversità è stata una colpa spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L’uguaglianza non è stata, infatti, conquistata, ma è una “falsa” uguaglianza ricevuta in regalo”.

Lo conferma anche la formula più usata per polemizzare su FB: lo slogan. Del tipo di quelli pubblicitari contro cui Pasolini si era scagliato perché espressione di una “fossilizzazione del linguaggio verbale” che è figlia di “frustrazione sociale” che, dietro l’apparente trasgressione, cela “l’ansia di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero”.

Quanti implacabili webpolemisti sono, infatti, in grado di tener fede al “primo dovere di uno scrittore che- secondo Pasolini- è non temere l’impopolarità”? E quanti sono, nello stesso tempo, in grado di provare ancora la pietas (intesa come attenzione compassionevole verso ciò che è mortale e caduco) indispensabile per prevenire il fanatismo, visto che, per Pasolini, “per capire i cambiamenti della gente bisogna amarla”? Quanti, soprattutto, sarebbero capaci di uscire dal mondo virtuale (dove, spesso, si nascondono con pseudonimi e aavatar) per combattere, rischiando, con la stessa rabbia scontrosa dello scrittore friulano? “Tanto non c’è scampo-spiegò- e allora perché nascondersi e proteggersi?

Una riprova di quanto la parola dirompente e la preveggenza di Pasolini siano, poi, sempre più lontane dalle cloroformizzate masse medie attuali è stata la compostezza passiva con cui i suoi scritti sono stati accolti da gran parte del pubblico di abbonati alla “Saison Culturelle” che affollava il Giacosa, nonostante la veemente interpretazione che ne ha dato il bravo Claudio Gioè.

Un po’ meglio è andato con Gaber ( e Sandro Luporini, che collaborava ai suoi testi). Sia perché le sue idee, che hanno molti punti di contatto con quelle di Pasolini, sono state veicolate dalla musica e, sopratutto, perché ad incarnarle, accompagnato dallo Gnu Quartet, è stato Neri Marcorè, bravissimo attore e cantante,ma, soprattutto, personaggio televisivo.

Diversamente dal precedente “Un certo Signor G”, portato anche ad Aosta, in questo reading Marcorè ha recuperato il Gaber più avvelenato, quello “troppo invischiato nei vostri sfaceli” che culmina con l’invettiva di “Io se fossi Dio”. Quello “immagine del grande smarrimento” che rimproverava ai giornalisti (ma i polemisti di FB non sono spesso così?) “non sapete approfittare delle libertà che avete. Avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate e in cambio pretendete la libertà di scrivere”. 

Perché le polemiche su Facebook sono quasi sempre sterili? Perchè, avrebbe, forse, risposto Gaber, la rabbia che stravolge i polemisti nello stesso tempo li “blocca, come se fosse un grido in cerca di una bocca”. Perchè, soprattutto, manca il senso dell’appartenenza che vada al di là di una ristretta cerchia di conoscenti. “L’appartenenza non è un insieme casuale di persone- cantava- non è il consenso a un’apparente aggregazione. L’appartenenza è avere gli altri dentro di sé. Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi.


20 gennaio 2012 Pubblicato da | Cantautori, Società, Teatro | , , , , , , , , | Lascia un commento

GIANLUIGI MARIANINI E IL SATANISMO

Negli anni Cinquanta, la prima febbre televisiva italiana scoppiò con il quiz “Lascia o raddoppia?” di Mike Bongiorno. Tra i 68 vincitori del premio finale di 5 milioni, indimenticabile rimane il professore torinese Gianluigi Marianini (Lanzo Torinese 17 gennaio 1918- Torino 25 gennaio 2009). Nell’autunno 1956 spopolò rispondendo a domande su “moda e costume”, ma, soprattutto, imponendo il suo personaggio di eccentrico dandy dal fornitissimo guardaroba e la battuta sempre pronta.

Caratteristiche che apparirono immutate nel corso di un’intervista che gli feci, nel maggio 1994, in occasione dello spettacolo “Noi..di Radio Torino” all’Hotel Billia di Saint-Vincent. «Andai a “Lascia o Raddoppia” per questioni d’onore.- mi raccontò- Al caffè Augustus, in galleria San Federico, dove gravitava tutto il mondo di notte della Torino dell’epoca, misero in dubbio che ne avessi il coraggio. Allora affrontai il mostro

La celebrità non si rivelò, però, tutta rosa e fiori… «Alla fine il mondo dell’autentica cultura ha finito per ghettizzarmi come una persona poco seria. Il nostro mondo culturale è piagnone, austero, serioso, senza elasticità mentale e, tutto sommato, noioso. Riflette un pò il carattere del paese, nel quale l’ottimista è estremamente raro

Chiusa la parentesi televisiva, continuò a vivere all’insegna della più completa libertà e dedicandosi ai problemi dello spiritismo e dell’occultismo. Grazie a questi interessi, Marianini era tornato alla ribalta partecipando a diverse trasmissioni RAI in veste di demonologo (era, tra l’altro, molto amico di monsignor Balducci che, oltre ad essere uno dei più famosi esorcisti, era il demonologo personale di Papa Giovanni Paolo II). «I satanismi- mi spiegò a Saint-Vincent- se ne stavano tranquilli e non conosciuti, finché una trentina di anni fa ho cominciato le mie ricerche sulle sette di Torino. Per capire l’entità del fenomeno si pensi che mentre Londra, che è considerata la capitale di Satana, su 12 milioni di abitanti ha, secondo Scotland Yard, 60.000 iscritti a sette sataniche, Torino su un milione di abitanti ne conta ben 40.000. Pur essendo un cattolico di stretta osservanza, con la licenza dei superiori ho partecipato qualche volta a questi riti per cui ne posso parlare con cognizione di causa. Sgombriamo, innanzitutto, il campo da leggende metropolitane come quelle che legano il satanismo al sesso. Le orge, in realtà, le fanno sono solo alcuni commendatori lombardi in vena di facezie il sabato sera. I veri satanisti sono molto austeri, perché la componente amorosa, anzichè aumentare il loro peccato, lo sminuirebbe. L’odio verso Dio per il vero satanista deve essere lucido, freddo e perfettamente disinteressato. Se uno non sta a sentire quello che si dice, una messa nera è molto simile ad una messa cattolica.»

Come si manifesta la presenza del diavolo nella vita di tutti i giorni? «Con la tentazione. Tutti siamo tentati: può venir voglia di avere un’antipatia, di non dare l’elemosina, di andare con una ragazza, di maltrattare un dipendente.., il cedere è sempre una vittoria del diavolo.»

17 gennaio 2012 Pubblicato da | Mistero, Televisione | , , , , , , , , | Lascia un commento

Bass8apois: la strana coppia che fa musica senza barriere

La rassegna “FolkStudio’12“, organizzata all’Espace Populaire di Aosta dai Iubal Kollettivo Musicale, è partita alla grande con il concerto dei Bass8apois. Un duo non convenzionale, basso acustico e voce, che incarna al meglio lo spirito di una rassegna senza steccati, che nei tre appuntamenti in cartellone cercherà di dimostrare come la musica popolare sia, forse, l’unica che “se c’è qualcosa da dire ancora, ce lo dirà”.

«La musica popolare è un ingrediente che impreziosisce tutta la musica.- ha confermato, infatti, il bassista Marco “Mammo” Inaudi- Anche perché favorisce un ritorno alle cose più autentiche, legate alla quotidianità e alla terra che viviamo.» Autenticità che fa rima con essenzialità, che è quella che il trentacinquenne musicista cuneese, dal 2010, persegue in compagnia della cantante torinese Sabrina Pallini coi Bass8apois

«Il nome- ha spiegato- definisce la fusione delle nostre due entità. Lei si chiama Pallini, da cui “a pois”, mentre io suono il basso e abito in Via delle Basse numero 8.» Fusione artistica, ma, anche, di amorosi sensi, che si riflette in un progetto che non conosce barriere di genere o vincoli stilistici, guidato solo dall’istinto e dalla curiosità musicale che porta i due a rivisitare canzoni più o meno note, rendendole proprie grazie all’originalità dell’impasto sonoro. Passando con leggerezza e ironia da Michael Jackson (“Billie Jean”) a Lucilla Galeazzi, da David Bowie (“Rebel rebel”) ai 99 Posse, dai Culture Club a Marvin Gaye.

Il tutto reso consequenziale grazie ad un talento da vendere e un cospicuo bagaglio di esperienze umane ed artistiche. La “stratosferica voce” (come la definisce Inaudi) della Pallini fa, per esempio, gipsy jazz coi ManoManouche ed è di casa in Giamaica, dove ha soggiornato a lungo, collaborando con la star del reggae Earl Chinna Smith (influssi che sono venuti fuori alla grande nella loro versione di “I shot the sheriff”).

Inaudi, invece, ha suonato di tutto e con tutti. Ha, tra l’altro, stretti rapporti con la Val d’Aosta e, in particolare, con la famiglia Boniface. Con Vincent fa parte degli Abnoba, gruppo leader del nuovo folk italiano, e ha, inoltre, suonato nei L’Orage e negli spettacoli musicali che i Boniface da vent’anni organizzano in occasione della Foire de Saint Ours che si tiene il 30 e 31 gennaio. «La Foire è magica e mi ha cambiato la vita.- ha concluso- Ho intenzione di esserci anche quest’anno


15 gennaio 2012 Pubblicato da | Musica | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

C’ERA UNA VOLTA (14) GIULIO SCHIAVON: un grande artista bohemien senza la Rive Gauche

Si è conclusa con le armonie vuote della “Gymnopédie n.1″ di Erik Satie il transito terrestre del pittore e scultore aostano Giulio Schiavon. Facevano da colonna sonora ad un filmato che è stato proiettato durante il funerale dell’artista, tenutosi il 13 gennaio nel cimitero di Aosta, dopo che la mattina dell’11 un infarto lo aveva stroncato ad appena sessantatrè anni. Lo si è, così, visto intento a lavorare nel suo studio e, di sfuggita, fare uno di quei sorrisi che, come ha detto il cantautore Roberto Contardo, raramente concedeva.

In suo onore Contardo ha concluso la cerimonia cantando “Lettera” di Francesco Guccini che parla del “lento scorrere senza uno scopo di questa cosa… che chiami… vita”. Come può esserlo per chi “starnazza e non vuole volare” e prende la vita “di striscio”. Non certo per Schiavon, che con la sua arte ha volato molto alto e uno scopo ce l’aveva: riuscire a far godere, attraverso le opere d’arte, la natura, così come, attraverso la natura, si può arrivare a godere le opere d’arte. Una specie di testamento artistico che Schiavon aveva affidato a Viviana Rosi, sua compagna per 25 anni, e che la scrittrice aostana, durante la cerimonia, ha letto commossa.

Poi il silenzio ha interrotto  la musica che, come un liquido amniotico, aveva avvolto e nutrito la creatività di Schiavon. Oltre che sottofondo abituale del suo studio, era, infatti diventata parte integrante del suo processo creativo.

«Nei primi anni Novanta- mi aveva raccontato l’artista- lavoravo nello studio di Massimo Sacchetti che teneva sempre la radio accesa su RAI 3. Lì ho scoperto Sostakovic, che, con Puccini, è diventato il mio musicista preferito. Specie quello di certa musica da camera nella quale le tonalità dolci sono interrotte da aspre dissonanze

In un gioco di rimandi, il clima “parodistico e deformante” delle musiche predilette si era riflesso nelle sue opere, ispirandogli la deliziosa serie di opere-giocattolo incentrate sulla favola musicale “Pierino e il lupo” di Prokof’ev e, nel 1994, ben due mostre: “La belle excentrique” (inaugurata, al Caffè Nazionale di Aosta, da un concerto del duo pianistico Menegotto-Zanardo) e “Medrano”, tutta incentrata sui personaggi del circo (ospitata dalla Galleria Civica di Saint Vincent).

Musicalissime erano anche le opere che, nel novembre 2002, aveva esposto alla “Botteguccia d’Arte” di Aosta. Sia quando mostravano un ritorno al classicismo («..opere come la “Donna con mandolino” o la “Flautista” evocano gli angeli suonatori che popolavano le opere del Barocco bolognese della Controriforma»), sia quando esprimevano un netto rifiuto della cultura Occidentale, sentita, ormai, come “un serpente che si morde la coda”.

La sua creatività, fattasi “meticcia”, si ispirava, quindi, alla Grande Madre Africa producendo totem, maschere e, soprattutto, strumenti musicali. «La passione per gli strumenti musicali- mi confessò- mi è venuta dalla scoperta della musica di Stephan Micus suonata con strumenti etnici di tutto il mondo. Adesso sogno una mostra con strumenti inventati da me che si possano suonare, magari in un grande concerto

Alla base c’era, anche in questo caso, la voglia di gioco che ha attraversato tutta l’opera di Schiavon. Gioco apparentemente innocente, ma, in realtà, simbolo di lotta. Lotta contro forze ostili, contro paure e debolezze, contro un mondo con cui aveva un rapporto problematico che si rifletteva nella «sbeffeggiante assurdità» di sculture fatte di materiali poveri come  legni vecchi, pezzi di scarto ,assi tarlate e terrecotte. Rimandando, come ha scritto Viviana Rosi, «all’idea che solo il gioco ed il riso rendono possibile l’atto creativo».

«Siamo in un momento di crisi.- mi aveva detto Schiavon- L’Occidente vive, ormai, solo di consumismo e rapporti umani inesistenti, per cui è destinato alla sconfitta. Per sfuggire a questa catastrofe non resta che l’Arte, l’unica cosa in grado di riscattare la nostra disastrosa condizione quotidiana.»

Gli ultimi anni erano stati caratterizzati da alcuni riconoscimenti da parte dell’amministrazione regionale che tra il 24 agosto e il 9 ottobre 2010 gli aveva organizzato l’ultima personale nelle scuderie del Forte di Bard. Nelle foto dell’inaugurazione Schiavon appare minato dal cancro che lo ha consumato per quattro anni e sempre più lontano da “Il rumore del mondo“, che, beffardamente, fu il titolo della mostra.

«E’ stato un grande artista in una realtà provinciale.- ha concluso Viviana Rossi- Un bohemien senza la Rive Gauche.»

13 gennaio 2012 Pubblicato da | Arte, C'era una volta | , , , , , , , , | 2 commenti

L’elegante virtuosismo di MISHA MAISKIJ

Non si può restare indifferenti ad un concerto di Misha Maiskij, il grande violoncellista lettone (nato il 10 gennaio 1948) che il 9 dicembre 1999 si esibì ad Aosta con la pianista Daria Hovorà.

Anche il pubblico del teatro Giacosa fu, infatti, ammaliato dal virtuosismo di questo allievo di Piatigorkij e Rostropovich, dal suono del suo preziosissimo “Montagnana” nel 1720 («lo stesso anno in cui Bach compose le Suite per Cello», fece notare) e, “last but not least”, dalle sue svolazzanti mises firmate da Issey Miyake, così inconsuete per un musicista classico.

«Questo look è partito da una ragione pratica: è più comodo.- disse con flemmatica ironia Maiskij- E, poi c’è una forma di inconsapevole protesta per il cliché serioso del musicista classico che, secondo me, è sbagliato perché la grande musica non è affatto seriosa. L’immaginazione dei giovani è colpita dalla musica classica, solo che quando poi vedono i musicisti che la suonano gli appaiono come tanti buffi pinguini. Non dobbiamo indossare un’uniforme, non siamo mica militari! Purtroppo spesso la gente equivoca il mio look: per me il concerto non è una sfilata di moda, non salgo certo sul palcoscenico per fare vedere il mio bel vestito Christian Dior o Armani. La cosa importante rimane la musica, ma tutto ciò che mi aiuta a suonare al meglio va bene: anche degli abiti che mi facciano sentire a mio agio».

Bravissimo nelle sonate per pianoforte e violoncello di Mendelssohn e Brahms, fu superbo nelle trascrizioni dei lieder degli stessi autori ed in alcuni pezzi brevi di Faurè e Massenet concessi come bis. «Da quando avevo 13 anni ho sempre sognato di suonare delle “canzoni senza parole” con il violoncello, perché la sua voce strumentale è quella più simile a quella umana. Tra gli innumerevoli meravigliosi pezzi esistenti bisogna però operare un’accurata selezione: io, per esempio, scelgo soprattutto in base al testo. Suonare delle romanze senza testo è in ogni caso un’operazione più che lecita perché- come hanno detto grandi poeti e filosofi- la musica inizia dove finiscono le parole.E’ questa la ragione per cui è il linguaggio più internazionale». 

I brevi pezzi concessi come bis hanno fatto anche la sua fortuna discografica, risultando tra i più venduti nella sterminata discografia che conta più di 50 dischi pubblicati per la Deutsche Grammophon. «Quando nel 1987 nacque mia figlia Lilly (diventata una valente pianista: n.d.r.) le dedicai il CD “Meditation” – concluse- conteneva diciotto brani nei quali ritrovavo le caratteristiche del violoncello. Quando, poi, nel 1989 fa è nato mio figlio Sasha (divenuto, poi, una violinista: n.d.r.) ho ripreso questa idea registrando con l’orchestra il CD “Adagio”. Sono lavori che hanno avuto molto successo, per cui adesso molta gente mi chiede: perché non fai ancora figli?».

 

10 gennaio 2012 Pubblicato da | Musica Classica | , , , , , , , | Lascia un commento

RENATO SELLANI: suono come sono

E’ un pianista “evergreen” (sempreverde). Ancora oggi, 8 gennaio, che compie 86 anni (è nato nel 1926 a Senigallia: n.d.r.). Come sono “evergreen” le ballads che Renato Sellani predilige suonare. «Perchè voi italiani non amate le ballads?- gli chiese un giorno Chet Baker- Solo tu le fai bene…». Del leggendario trombettista americano Sellani mi aveva parlato il 20 ottobre 1994, quando, con Nicola Arigliano, aveva inaugurato la rassegna “Jazz 33” alla Brasserie del Casinò di Saint Vincent. «Negli anni Sessanta ho lavorato diverso tempo con Chet.- mi aveva detto- Era un artista incredibile, di cui ho un ricordo da pelle d’oca. Come uomo, invece, certe sere era difficile comunicare con lui, perché quando si è schiavi di quella cosa lì si diventa cinici. E lui era diventato molto cinico, finendo per lavorare solo per procurarsi le dosi di droga

Considerato il papà del jazz italiano («meglio lo zio- scherzò- perché il papà è troppo importante»), Sellani non ha raggiunto la meritata popolarità presso il grande pubblico per una certa qual pigrizia e una naturale discrezione, che anni fa gli valsero l’Agordino d’oro, premio alla discrezione consegnatogli, ad Agordo, dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Discrezione che si è riflessa nella sua musica, caratterizzata, come ha scritto il critico Franco Fayenz, da una “inestimabile capacità colloquiale data dal tocco raffinato, pensoso, intimo e sorretto dalla tecnica perfetta, dal fraseggio sicuro e perfino dal prediletto tempo medio, per cui ogni ascoltatore riceve emozioni e sentimenti come se il pianista suonasse soltanto per lui.”


«E’ questione di carattere.-mi aveva spiegato a Saint-Vincent- Chi è estroverso ha bisogno di parlare molto e mettersi in mostra, io, invece, sono introverso per cui amo stare “dietro” e servire, perché accompagnare altri artisti è servire. Qui a Saint-Vincent sono con Arigliano, ma, per rimanere ai cantanti, ho avuto la fortuna di fare tanti dischi con Mina, di cui sono amico fraterno. Ho, inoltre, accompagnato Billie Holiday e fatto tournèe con Sarah Vaughan ed Helen Merrill. Una sera, poi, ho insegnato “Volare” a Ella Fitzgerald. Niente male per uno che è autodidatta e non ha mai posseduto un pianoforte

Parlare con Sellani è, infatti, un ripasso, con annessi gustosi aneddoti, della storia del jazz, e della musica in generale, visto che è capace di passare da Dizzy Gillepiemi disse che per suonare jazz ci vogliono tre cose: studio, swing e cuore») a Igor Stravinskyquando l’ho conosciuto personalmente, mi ripetè che c’erano due tipi di musica: quella buona e quella brutta»). Senza contare, poi, di quando divaga sui suoi innumerevoli interessi («Mi manca di mangiare il fuoco e ho fatto tutto!»): dal biliardo allo sport (ha giocato a tennis con Nicola Pietrangeli e Nereo Rocco, lo voleva sempre vicino nelle partite di coppe internazionali del Milan).

I veri amori di Sellani restano, comunque, musicali. «Quello che più mi ha toccato è Bill Evans perché lo sento romantico come me.- mi confessò- Rimane ineguagliabile: molti hanno cercato di copiarlo senza però averne l’anima. Mi ha insegnato che il jazz è soprattutto poesia. Ho, poi, sempre avuto presente quanto mi disse Lee Konitz quando, nel 1958, venne per la prima volta in Italia e mi scelse come pianista: “E’ meglio suonare male, che copiare un altro”. Per cui ho sempre cercato di avere un mio linguaggio che riflettesse il mio modo di essere. 
Non a caso ho intitolato un mio brano “Suono come Sono

8 gennaio 2012 Pubblicato da | Jazz | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

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