La emozioni oscure degli “EVEN MORE VAST”

Non è un caso che “Would You Believe?”, il nuovo album degli “Even More Vast”, sia stato presentato in anteprima il 17 ottobre scorso al Castello dei Doria di Dolceacqua nell’ambito della “Haunted Fest” del festival “Autunnonero”. “Haunted” (cioè spiritato, ma, anche, angosciato) è, infatti, anche il dark/wave degli undici brani del Cd frutto della maturazione artistica della coppia formata da Luca Martello e Antonietta Scilipoti che del gruppo aostano sono da dieci anni l’anima. «Mi interessa esplorare la parte più oscura della gente- spiega Antonietta- quella che, in genere, evitiamo per paura di vedere quello che non vorremmo. Ma è solo conoscendola che si prende coscienza dei propri limiti e delle proprie paure e, di conseguenza, della capacità di superarli o, almeno, di accettarli.» Per superare questo blocco nevrotico della nostro lato narcisistico che si rifiuta di cambiare non resta che affidarsi alla parte più autentica. Non è, quindi, un caso che nel Cd sia inclusa “Pure(Pura)” che con “Loony(Pazzo)” e “Inly(Intimo)” affronta nel testo la possibilità di liberare sentimenti e potenzialità spezzando legami e dissipando illusioni. Un bisogno di chiarezza
che si riflette anche nella musica composta dal trio- che, oltre a Luca e Antonietta, comprende il bassista Vincenzo Di Leo- che per la registrazione del Cd si sono avvalsi del batterista Enzo Scarfò e degli ospiti Gianfranco Degani (violino) e Filippo Rocca (chitarra). «Il suono si è alleggerito,- spiega Luca- la chitarra non è più distorta ma ha suoni più puliti e caldi che, contrappuntando la ricerca melodica del canto, evocano nell’ascoltatore emozioni oscure.» Una musica di respiro internazionale (il mastering di alcuni brani è stato fatto a New York da Greg Calbi, già sodale di Bjork e Public Enemy) che all’estero ha molti estimatori. Il trio si è, infatti, esibito a Londra, Utrecht, Palma di Majorca, Innsbruck e Zurigo (il prossimo 30 dicembre suoneranno a Marsiglia), e “Would You Believe?” è distribuito nelle Americhe dalla statunitense “Renaissance” e in Europa dalla tedesca “Pandaimonium”. «Il boss tedesco ci pubblicizza come un “gruppo che suona”, perché quello che si sente nel Cd è quello che abbiamo suonato noi e che si sente ai nostri concerti. Anche in questo senso siamo dei puri, perché ci serviamo del computer per la registrazione ma non per la composizione e l’esecuzione.» In Italia (distribuito da “Audioglobe“) e sul web “Would you believe?” uscirà il 14 gennaio 2010 con in più la versione remix di “Inly”, riarrangiata dai dj Antonello Buonanno e Vincenzo Pacilio. Alcuni brani del Cd si possono ascoltare nel sito www.myspace.com/evenvast.
Musica equa e solidale a “Lo Pan Nër” di Aosta

L’obiettivo primario del commercio equo e solidale è la lotta allo sfruttamento da parte dei “soggetti forti”, dovuto a varie cause (economiche, politiche o sociali), al fine di garantire ai “soggetti deboli” un trattamento economico e sociale equo e rispettoso. E’ perfettamente conseguente, quindi, che lo scorso sabato 21 novembre, per festeggiare il quarto anniversario dell’apertura del punto vendita aostano della cooperativa “Lo Pan Nër”, in Via De Tillier alcuni jazzisti valdostani suonassero tra alimenti e prodotti di artigianato dei paesi in via di sviluppo. La presunta incertezza dello sbocco commerciale del “prodotto” jazz fa, infatti, sì che venga ignorato dall’industria culturale locale più attenta alla quantità (leggi numero degli spettatori, visibilità mediatica, giri di denaro) che alla qualità. Il risultato è che in Valle il jazz, ignorato dalle rassegne più ricche (con rare eccezioni che
confermano la regola), sopravvive grazie al volontariato dei musicisti e ad occasioni e circuiti alternativi che sicuramente non navigano nell’oro. Salvo, com’è stato a “Lo Pan Nër”, dimostrarsi molto apprezzato dagli spettatori, anche perché ad eseguirlo erano musicisti validissimi come Alberto Faccini (basso), Marco Lavit (chitarra), Donatella Chiabrera (voce) e Luciano De Maio (sax). C’è, poi, da dire che anche il repertorio era di quelli accattivanti, spaziando dai standards come “All of me” al Brasile di “Corcovado” e “Insensatez”, con in più la rivisitazione jazzistica di un brano pop come la “Time after Time” di Cindy Lauper. A quando, dunque, una “musica equa e solidale” con cachet minimi garantiti, contratti di lunga durata (leggi rassegne che abbiano continuità) e, soprattutto, priva dei condizionamenti dei soliti “soggetti forti”?
Ho fotografato la mia OMBRA
C’è chi per intuire la sua “Ombra” ci ha messo tutta una vita, a me è bastato, invece, andare un pomeriggio al Museo del Parco Astronomico di Pino Torinese per, addirittura, fotografarla. “Ombra”, cioè la parte oscura del nostro inconscio ipotizzata all’inizio del Novecento dallo psicanalista Carl Jung che vi distinse una parte personale, propria della personalità dell’individuo, ed una sovrapersonale, archetipo del Male. Ma la “materia oscura” c’è anche nell’Universo. E tanta. « È una situazione alquanto imbarazzante dover ammettere che non riusciamo a trovare il 90 % della materia dell’Universo», dichiarò nel 2001 l’astronomo americano Bruce H. Margon. In realtà non è la massa a mancare, ma solo la sua luce, in quanto questa massa, non emettendo alcuna radiazione elettromagnetica, non risulta individuabile dagli strumenti di analisi spettroscopica. Da qui l’aggettivo “oscura”. Tra le diverse ipotesi che cercano di spiegare la natura fisica di questa massa mancante c’è chi parla di particelle subatomiche, chi di buchi neri, chi di stelle nane bianche e brune. La sua esistenza è, comunque, dimostrata dagli effetti gravitazionali che questa massa provoca sulla luce di altre stelle, questa quando passa in prossimità di grandi masse di materia oscura ne viene deviata, con conseguente deformazione dell’immagine che osserviamo nei nostri telescopi. E lo è tanto più quanto maggiore è la massa. Grazie ad un esperimento sugli effetti gravitazionali che si può fare al Museo del Parco Astronomico di Pino Torinese ho potuto “fotografare” la mia “Ombra”. Ne è venuta fuori un’immagine spettrale irriconoscibile, “fugace barlume reclamato dall’ombra” che dal grado di deformazione farebbe intuire un’Ombra niente male. L’importante è averlo sempre presente, perché come scriveva l’occultista britannico Aleister Crowley, uno che di Ombra se ne intendeva, “la pia finzione secondo la quale il Male non esiste lo rende soltanto vago, enorme e minaccioso”.
Il mio nome è GHEDINI, risolvo problemi
Nella trasmissione ”Parla con me“ l’avvocato di Berlusconi Niccolò Ghedini, impersonato da Neri Marcorè, spiega a Serena Dandini il progetto di disegno di legge del processo breve giocando al sudoku della giustizia. Ma non tutte le caselle si riempiono come vuole lui…
GHEDINI- MARCORE’: Il processo breve mi fa cadere in prescrizione i processi Cirio, Parmalat e ThyssenKrupp.. Come si fa? Come si fa??? … Bisogna ricorrere ad uno stratagemma che da un punto di vista giuridico può essere classificato come ARBITRIO GLANDUS SEGUGI…
SERENA DANDINI: E cioè???
GHEDINI-MARCORE’:
…A cazzo di cane
PAOLA CORTELLESI “tagliatrice di teste” in “Gli ultimi saranno gli ultimi”
Il 24 novembre 1973 è nata a Roma l’attrice e cantante Paola Cortellesi, la ricordo riproponendo la recensione dello spettacolo “Gli ultimi saranno ultimi” che nel novembre 2006 propose, per la “Saison Culturelle”, al Teatro Giacosa di Aosta.
Un tempo i tagliatori di teste abitavano le foreste del Borneo o dell’Amazzonia, vestivano succintamente ed uccidevano con lance intinte nel curaro. Adesso di “tagliatori di teste” ce ne sono anche dalle nostre parti, vestono “trendy” e, nascondendosi dietro le spietate leggi del mercato, decidono quali e quanti dipendenti di un’industria tagliare. Un lavoro sporco, ma qualcuno lo deve pur fare.
Gente come Liverani Carola, una che, comunque, ci tiene a precisare che lei non licenzia. No, lei si limita a NON rinnovare i contratti a termine. In modo da ridurre di ”appena” 160 unità la forza lavoro della sua “Green Life Italia”. Tra i “decapitati” c’è anche l’operaia Covacci Luciana, che, incidentalmente, è al settimo mese di gravidanza. Anche per questo non ci sta a perdere il lavoro, pur se è incerto e mal pagato (d’altronde “il peggior lavoro è quello di non averne alcuno”). E, per cercare di riaverlo, irrompe con una pistola sul posto di lavoro. Parte da questa situazione la tragicommedia “Gli ultimi saranno ultimi” rappresentata con massiccia affluenza di pubblico il 21 e 22 novembre 2006 al Teatro “Giacosa” di Aosta. Grande, anzi grandissima protagonista l’attrice romana Paola Cortellesi, una “gnocca con la testa” (come si usa dire in televisione) che sa fare dimenticare l’indubbia bellezza “schizzando” con acume una serie di personaggi che una volta sarebbero stati etichettati “caratteriopatie sociali” e
che ormai, frollati dall’asettica violenza del Potere, sono diventati paradossale normalità. Affidandosi solo alla mimica e alla duttilità vocale, e con una straordinaria capacità introspettiva, l’attrice passa da personaggi come Manuela, il transessuale colombiano che in patria moriva di fame e in Italia, invece, veste “Dolce & Gabbana”, alla Liverani, gelida manager che diventa “caliente” quando, con lo pseudonimo di “Maledetta Primavera”, chatta con “Prepotenza Pelvica”. Nuovi “mostri” che il raggelante “fermo immagine” della Cortellesi irrigidisce in una materialità goffa e amaramente risibile. Con un denominatore comune, la solitudine, che ne evidenzia, di volta in volta, la cinica assurdità o la generosa poesia. Come nel caso di Teresa, la saggia donna delle pulizie con la passione delle canzonette che fa da voce narrante al lavoro. «Ho paura che l’esasperazione della gente porterà a fare cose molto brutte.- conclude – Sì, è vero che nostro Signore ha detto che gli ultimi saranno i primi. Ma non ha precisato quando.»
Il fiabesco spettacolo d’arte varia di PAOLO FRESU
Si chiama Paolo Fresu come il celebre trombettista jazz sardo, ma è astigiano (anche se il padre è di Ittireddu, vicino a Ozieri) e di mestiere fa il pittore e lo scultore. «Fin da bambino sono stato un disegnatore molto prolifico.- spiega- Durante la gavetta ho accettato qualsiasi tipo di lavoro mi permettesse di disegnare, per cui ho finito per disegnare anche oggetti, giocattoli e costumi e scenografie per il teatro. Spinto dalla grande curiosità di conoscere quante più realtà mi potessero stimolare. Nei quadri per un certo tempo ho fatto cose un po’ astratte alla Francis Bacon, finché ho capito che la mia dimensione era il racconto.» E’ nato, così, il mondo ironicamente fiabesco della pittura di Fresu, che mette teatralmente in scena uno spettacolo d’arte varia fatto di beffarde
maschere che sotto l’apparente allegria mostrano i vizi e le contraddizioni della società moderna. Lo stesso mondo che caratterizza i quadri esposti fino a sabato 28 novembre presso la galleria “Botteguccia d’Arte” di Aosta. «La spinta verso questa dimensione fiabesca me l’ha data Emanuele Luzzati. Più che raccontare, il mio è un modo di suggerire, in modo che chi si avvicina ai miei personaggi la storia se la racconti come vuole. Anche perché ho sempre presente le parole
dell’amico Paolo Conte: e, cioè, che in ogni espressione d’arte c’è un tot di magia che non bisogna mai svelare, in modo che chiunque possa avvicinarsi a modo suo. Nei miei quadri non c’è mai la parola fine, perché la fine potrebbe essere un possibile inizio.» Oltre che con Conte, Fresu ha rapporti di amicizia e collaborazione con un altro grande astigiano: Giorgio Faletti. «Ho illustrato il suo libro di racconti “Pochi inutili nascondigli” e da anni stiamo lavorando ad una fiaba, “La piuma”, i cui protagonisti sono i personaggi del mio mondo: dai vescovi senza fede alle donne senza pudore, dai re senza regno ai guerrieri senza vittorie. Secondo Giorgio è il senso di sconfitta che emanano che li fa amare, perché come in tutte le guerre non c’è mai un vincitore. Per ciascuno di loro Faletti ha scritto anche una canzone, per cui con il libro illustrato sarà pubblicato un Cd, e il tutto sfocerà, probabilmente, in un musical. I miei personaggi torneranno, così, nella loro sede naturale: il teatro. Perché, anche quando lo si vuole demistificare, si finisce per fare sempre del teatro.»
ANGELA FINOCCHIARO: l’ironia di un “simpatico errore della Natura”
Per festeggiare il compleanno dell’attrice Angela Finocchiaro, nata a Milano il 20 novembre 1955, ripropongo l’intervista che le feci nel novembre 2007 in occasione della replica aostana di “Miss Universo“.
Scriveva Voltaire: “Se Dio ci ha fatti a sua immagine e somiglianza, gli abbiamo reso pan per focaccia”. Lo conferma “Miss Universo”, il monologo, interpretato da Angela Finocchiaro il 6 e 7 novembre 2007 al Teatro Giacosa nell’ambito della “Saison Culturelle”. In esso lo scrittore satirico Walter Fontana immagina che l’Universo una volta fatto abbisogni di manutenzione. E che a provvedervi sia Dio in persona. Eccolo, quindi, aggirarsi con le scarpe antinfortunistica in una ipotetica “centralina” che segnala guasti a non finire in un mondo che è stato fatto con “materiale andante” (tutto l’universo è paese). Particolarmente critica è, poi, la situazione nel settore “scimmie e derivati” che nel monologo è rappresentato da una serie di personaggi strampalati: un dermatologo imbranato, un antennista “fulminato”, una nonna bonariamente sadica. Tutti ruotanti intorno alla sala d’attesa del
dermatologo e ad una donna, Laura (la Miss Universo del titolo), che è un “simpatico errore della Natura” con un’unica certezza: la nevrosi che è sempre al suo fianco. Figlia, come molti, di uno degli Dei minori che popolerebbero l’Universo (dal Dio delle “verità” al Dio dell’ “indipendenza dai pareri altrui”), attualmente più che mai impotenti ed inoperosi. «Nel mondo d’oggi se fossi il Dio del “c’è un limite a tutto” mi sparerei», ha confermato la Finocchiaro nel corso di una chiaccherata avvenuta dopo la prima recita aostana. «Fontana prova
un grande disagio a vivere questi tempi, fortunatamente riesce a trasporlo in ironia. Ne viene fuori un modo bello di fare ridere che parte da radici drammatiche. Io non faccio direttamente satira, però credo molto nell’ironia come forma d’intelligenza che porti a vedere le cose sotto una diversa luce ed al ridere insieme come bel momento di comunione. Chissà che non riesca a riattaccare negli spettatori il senso critico? Anche se, quando questo nel monologo succede, provoca non pochi guai…». Il tutto è stato reso dalla camaleontica Finocchiaro con ironica leggerezza, che le ha permesso di passare da un personaggio all’altro affidandosi solo alla voce ed alla mimica. La minimale scenografia, infatti, si riduceva ad una sedia ed ad un gioco di luci. Renato Simoni diceva che “el teatro xe asion, no ciacole!”, non le sembra che con il proliferare dei monologhi teatrali si stia esagerando con le “ciacole” a scapito dell’”asion”? «Quando aumentano i monologhi vuol dire che non ci sono i soldi per mettere su produzioni con più attori. Sta a questo punto all’attore riuscire a trasformare le parole del testo in qualcosa di vivo, in una narrazione che coinvolga la gente». Per finire, come sta il Dio del Teatro? «In Italia se la passa male perché è sempre più difficile fare Teatro. Per fortuna, poi, vai in giro e ti ritrovi, come qui Aosta, i teatri pieni…».
Il dualismo del pensiero di Sant’Anselmo nella musica di GIOVANNI SOLLIMA

Nel corso di questo 2009 il nono centenario della morte di Sant’Anselmo d’Aosta ha scatenato in Valle un tourbillon di convegni, libri, cerimonie e spettacoli. Tra le iniziative più riuscite si può, sicuramente, annoverare il concerto, ideato da Riccardo Piaggio e tenutosi nella Cattedrale di Aosta lo scorso 7 novembre, in cui le parole di questo Doctor magnificus della Chiesa (recitate dagli attori valdostani Donatella Cinà e Pierre Lucat) sono state vivificate dalla musica del grande musicista siciliano Giovanni Sollima. La suite che ne è nata -“Credo! L’albero del monaco. I sandali del filosofo”- è infatti riuscita a rendere al meglio la dialettica del pensiero anselmiano che oscillò tra fisicità e spiritualità, deduzione logica e intuizione, coscienza e libero arbitrio. «Mi ha affascinato questo dualismo- ha spiegato Sollima prima del concerto- che, poi, è caratteristico dell’uomo Medioevale, ma anche di uno come Francesco Borromini che visse in epoca barocca. Mi interessano tantissimo questi personaggi che hanno segnato o sono vissuti all’interno di una transizione. Storica ma, anche, umana. E Anselmo la transizione ce l’ha dentro.» Un inquieto movimento ha caratterizzato anche i cinquanta minuti della suite nella quale il dualismo tra la fisicità dei tamburi di Alfio Antico e la spiritualità metafisica dei violoncelli di Sollima e Monika Leskovar si è ricomposto, per dirla con Anselmo, in “unum argumentum”. «In realtà- ha, infatti, precisato Sollima- l’uso che Alfio fa delle percussioni va ben al di là del semplice ritmo, rifacendosi al linguaggio della cultura pastorale siciliana in cui naturalità e sacralità si fondono. Così come io uso il violoncello anche come uno strumento ritmico a percussione, lui ai tamburi tira fuori l’anima facendoli parlare, respirare e cantare. Mi interessano i musicisti che riescono a superare i limiti del proprio strumento facendolo diventare estensione della propria mente con cui viaggiare con la fantasia. La cantabilità del violoncello mi porta ad esplorare a fondo certi suoni, arrivando quasi a ferire il suono e trafiggere la voce.»
Anche altri suoi lavori, come le “Songs From the Divine Comedy”, si rifanno al Medioevo, cosa l’attrae di quel periodo? «La capacità che aveva la parola di generare, attraverso la sua tensione emotiva, la musica e l’essenzialità ricca di emotività, tipica di quel periodo, che è molto diversa da quella odierna. Sono partito dalla purezza di certe linee dalla musica medioevale, come se fossero l’archetipo dell’emotività, per poi portarla, attraverso cerchi concentrici, alle estreme conseguenze. Mi interessava stabilire un ponte con le origini, prendendo una sorta di architettura da reinventare sul piano emotivo creando un clima di atemporalità ipnotica. Non a caso alcuni brani hanno la forma del Raga indiano.»
Qual’è la molla che l’ha spinta ad uscire dai confini della musica classica per esplorare nuovi territori musicali, al punto da essere stato soprannominato “The Jimi Hendrix of the Cello”? «La curiosità è una malattia. Mio padre Eliodoro, anche lui musicista, volle che imparassi bene la tecnica perché mi venisse in soccorso quando ne avessi avuto bisogno, ma anche che mi mettessi alla prova con la pratica dell’improvvisazione, che nel Barocco era comune ma poi è sparita per rispuntare fuori con il jazz. Più che un creatore penso di essere un artigiano che associa e manipola materiali musicali provenienti da varie parti del mondo e da varie epoche. Oltre che a viaggiare nel mondo, i sandali di Sant’Anselmo servono e a ripercorrere, con spirito diverso, musiche dimenticate che sembra non siano mai esistite.»
“Pianoformance”, la schizofrenia musicale di MASSIMO GIUNTOLI

“The Art of Games”, l’esposizione che per sei mesi ha reso l’arte dei videogiochi soggetto da mostra, si è chiusa lo scorso 8 novembre, al Centro Saint-Bénin di Aosta, con “i giochi dell’Arte” di Massimo Giuntoli che, col recital pianistico intitolato “Pianoformance”, ha dimostrato quanta importanza abbia il gioco nell’Arte (nel caso specifico la musica). Pianista, compositore, performer, artista multimediale, il cinquantenne artista lombardo nell’occasione ha, infatti, finto di lottare contro una tastiera suo alter ego che, grazie al software Cubase, si è trasformata in un dispettoso compagno di suoni che, alla fine, l’ha avuta vinta dopo averlo scalzato dallo sgabello e costretto a “riciclarsi” come flautista e cantante. Una rappresentazione della schizofrenia insita nell’Arte, che grazie all’abilità musicale e mimica di Giuntoli si è trasformata in divertente e divertito gioco che, in quanto tale, ha alluso, illuso ma non deluso il pubblico del Saint-Bénin. «E’ un happening musicale pieno di sorprese- ha spiegato il musicista- che ha influenze musicali diverse: Aaron Copland, Frank Zappa e, soprattutto, la Scuola di Canterbury che negli anni Settanta è stata una delle più felici sintesi tra linguaggio colto ed extracolto, con uno spirito libero ed ironico che aveva molti punti in comune con Zappa.» La performance è frutto della ricerca fatta da Giuntoli negli ultimi quindici anni per superare la ritualità del concerto attraverso un’apertura multimediale a testi, azioni sceniche e tecnologia informatica applicata agli spazi. Altro esempio di questo percorso è “Sons&lumières”, l’installazione multimediale curata da Giuntoli per “The Art of Games” che ha valorizzato la particolarità architettonica della sede espositiva, una chiesa barocca sconsacrata, sincronizzando una colonna sonora da lui stesso composta con le variazioni cromatiche delle luci del Saint-Bénin.
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